Viaggio Solo. Liberamente ispirato alla storia di un eroe moderno.

Quelli come te, che hanno due sangui diversi nelle vene, non trovano mai riposo né contentezza; e mentre sono là, vorrebbero trovarsi qua, e appena tornati qua, subito hanno voglia di scappar via. Tu te ne andrai da un luogo all’altro, come se fuggissi di prigione, o corressi in cerca di qualcuno; ma in realtà inseguirai soltanto le sorti diverse che si mischiano nel tuo sangue, perché il tuo sangue è come un animale doppio, è come un cavallo grifone, come una sirena. E potrai anche trovare qualche compagnia di tuo gusto, fra tanta gente che s’incontra al mondo; però, molto spesso, te ne starai solo. Un sangue-misto di rado si trova contento in compagnia: c’è sempre qualcosa che gli fa ombra, ma in realtà è lui che si fa ombra da se stesso, come il ladro e il tesoro, che si fanno ombra uno con l’altro.

Elsa Morante, L’Isola di Arturo

 

 

Gli piaceva il mare. Se lo sentiva dentro, ma proprio dentro come se a partorirlo non fosse stata sua madre ma il mare. Era diverso. Ma diverso da chi non lo sapeva raccontare. Era un eroe moderno, uno di quelli che attraversa la città e che non ha paura. E se ha paura forse non te lo dice. O forse si, ma te lo dice così come se non fosse nulla. Era uno di poche parole. Ma sapeva ascoltare e se ti ascoltava ti sembrava che le parole gli entrassero dentro dagli occhi che teneva fissi su di te. E potevi raccontargli anche la cosa più insensata che lui la assaporava lo stesso, come se avesse sete in una giornata assolata, al meriggio quando tutto è immobile. Era timido e poco esperto del suo corpo, ma irruento e vigoroso. La pelle liscia, le gambe magre. Alto e bello. Che a camminarci abbracciato sapevi che il mondo si fermava tutto a fissare, in un istante solo, l’immagine che scorre rapida di una grande bellezza. Poco pratico con le parole. Terrorizzato dal mettere radici, quelle che ti tengono legato, ma anche incapace di tagliere il cordone di una vita da cui fugge per poi tornare. Un continuo andare e un continuo tornare, avanti e indietro a seguire le onde del mare. Quelle gli piacevano tanto. E da cosa fugge questo eroe, da cosa. Fugge dall’amore che spesso l’opprime, fugge dal desiderio che spesso lo percorre, fugge dall’anima sua dannata in questo continuo andare e desiderare oltre, l’altrove.

Entra in un bar. E’ bello, una donna lo guarda. Lui sa che lei lo guarda. E’ soltanto il gioco della conquista. Il gioco della promessa subito fatta e presto dimenticata. Beve e parla di musica e sa che lei non lo ascolta. Lui sa che lei guarda di lui i capelli ricci che gli cadono sconvolti come la mole dei pensieri che gli ronzano in testa. Beve ancora un po’ perché lui non riesce a portarla a letto così. Ma poi lo fa. Come se questo alleviasse il dolore del silenzio di tornare a casa e non trovare nessuno, un respiro caldo, un abbraccio forte. Ma avere qualcuno a casa, un respiro caldo, un abbraccio forte e fuggire tutto ciò.

Ha paura di dimenticare il buono e il cattivo tempo e allora certe volte scrive. Scrive per ricordare e spesso per cancellare. Scrive per creare uno spazio neutro. E invece, inutile negarlo, la memoria si sta allontanando, e ha già dimenticato troppe cose. Nello scrivere seguendo i ricordi come spesso fa viene preso da una terribile angoscia. All’improvviso lo assale il dubbio di stare perdendo la memoria delle cose più essenziali. Il dubbio che tutti i suoi ricordi più preziosi, accumulati in qualche zona buia del suo corpo, in una specie di limbo della memoria, si stiano trasformando in una massa fangosa. Ma invece non è così.  Legato alle immagini, bocca dentro bocca, nella pancia, nello stomaco quel ricordo è ancora vivo. Lo stringe a se e poi lo allontana forte perché ha paura che lo allontani da tutto quello che vuole e non ha capito che il viaggio insieme è più bello. Pare che creda nei viaggi dei pennuti. E non lo sa che loro si venderebbero per un briciolo di pane.

Sorride e quando lo fa gli occhi spesso sono tristi lo stesso. Lui dice che sono gli occhi tipici della sua terra. Ma in realtà sono gli occhi del suo dentro, colpito e ferito da se stesso. Spesso distratto e alle volte assente ed è nella sua assenza che si manifesta la sua parte migliore quella in cui vola verso i suoi sogni, verso le terre che non ha ancora visto, quelle da attraversare con il passo di chi sta sempre un passo avanti.  Quel famoso film “L’uomo che amava le donne” di quel famoso francese che al suo funerale non si vedeva un uomo: unicamente donne, solo donne. Sì, senza dubbio credo che apprezzerebbe lo spettacolo del proprio funerale se fosse identico a quello di Bertrand. Ma perché questa necessità forse non lo sa spiegare nemmeno lui. Lui vuole piacere e ride e sorride e ride per piacere anche alla più stupida delle donne ma pochi conoscono l’essenza duo riso. Leda si.

Sua madre col mare l’ha messo al mondo e lei ne piange in ogni istante l’assenza e ma è certa che quello è suo figlio e quello è il suo uomo e con lui comunica come comunica lui. Scrive e corre. Corre e le lacrime le rigano il volto ed è un’immagine così bella che nessun profumo la potrebbe evocare. Quando gli ha scritto che “La libertà non esiste. Si è liberi solo se non si nasce ma dal momento che si mette piede in questa vita non si è più liberi. È una parola inventata dagli uomini per sopravvivere. Può sembrare una verità un po’ amara ma per me è così. Libertà è una parola immaginaria, si è sempre vincolati da qualcosa, dallo studio, dal lavoro, dalle persone che ami, dal mangiare…persino quando decidi di andare al mare sei vincolato dal tempo…se piove o c’è il sole. Può sembrare una filosofia un po’ matta ma per me è cosi, spesso ci sentiamo liberi di parlare e pensare ma sempre nei limiti perché ci sono pensieri e parole che possono ferire gli altri. Io per esempio mi sento libera solo quando vado a passeggiare al mare, perché li posso pensare liberamente a te senza che nessuno disturbi e vincoli il mio pensiero. Non è forse vero che siamo liberi solo nella nostra testa?!”

Credo che lui ci sia rimasto un po’ male, credo che lui abbia faticato a comprendere. Credo che ci sia stata una lacrima e che questa gli abbia rigato il volto e che abbia percorso lo stesso tratto della lacrima che ha rigato il volto di sua madre quella mattina mentre correva al mare. In quell’istante dove tutto prende forma il loro amore si è unito. Unito in un solco. Unito in una lacrima. Unito in un’immagine. L’immagine di una lacrima riflessa nel mare. E poi c’è lei. Lei che ne ha compreso l’intimo segreto. Lei che lo respira nell’aria fresca del mattino. Lei che ne assapora forme e colori.

 

Passano i giorni e lui cammina tra le strade inglesi, umide e fredde, ma cammina con la giacca sbottonata e cammina fiero, cammina ascoltando una musica ideale. La musica di quello che sarà. Adesso ha la barba incolta e qualche filo e bianco. Ha le rughe intorno agli occhi. E’ sempre bello. Non si sente più straniero in questa terra, ha donne e amici. Ha sorrisi e ha una musica che lo accompagna. Desolazione nella solitudine. Si chiede perché è andato e tornato, perché ha sofferto e ha gioito, perché ha urlato di emozione e non ha rotto il filo. Per riempire quale vuoto, per riempire quale esigenza. Poi ha pensato che esiste un momento in cui è giusto sentirsi al centro del mondo ed è mentre sei li proprio al centro che ti rendi conto di tutto quello che hai intorno.

E dopo tanti anni, ogni giorno al tramonto quando la luce si dirada e gli uliveti argentei diventano come petrolio e all’orizzonte si vede il profilo del Gargano sul mare, si accendono le luci calde e gialle del lungo mare, quei colori che iniziano a farti sentire più solo di quanto tu non lo sia già…in questi momenti lei pensa a lui. Pensa a cosa starà facendo, a dove starà passeggiando, a chi si starà prendendo cura di lui. Lei si chiede se avrà trovato lo stesso caldo abbraccio. Lo stesso colore. La stessa musica. Gli stessi incredibili sussulti, paura e amore, gioia grandissima e dolore. Pensa a cosa staranno pensando i suoi occhi tristi, quelli tipici della sua terra. E mentre se lo immagina lì in un bar a bere una birra, mentre con gli occhi scorge fuori un papà con il suo piccolo sulle spalle. Ha proprio guardato fuori e ha visto quell’uomo con suo figlio e una donna di fianco.

Una lacrima gli ha solcato il volto.

Come il solco di quella stessa lacrima che entrava nel solco di quell’altra lacrima.

Doveva riprenderla ma non voleva vedere quanto la sua terra fosse cambiata. Se la voleva ricordare così. Perché se fosse tornato non avrebbe mai trovato le cose come le aveva lasciate. E lui non era cieco e avrebbe trovato al suo ritorno il rovescio della sua vita. Quella che aveva fuggito. C’era sua madre. C’era il mare. Quel mare che lo aveva partorito. Le onde andavano avanti e dietro e carezzavano i piedi nudi e rotti dopo tutto quel camminare. Avanti e indietro. Come le onde del mare. E c’era lei. Stava seduta li. Da anni sul mare. Sapeva che sarebbe tornato e che sarebbe tornato li. Dove l’aveva lasciata.

Non era più un eroe.

 

Critica e curatrice indipendente, pubblicista free lance e responsabile di rubrica. Realizza e collabora a progetti dedicati all'arte contemporanea e alla fotografia.

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