L’ultimo brindisi

I primi a incontrarlo furono alcuni contadini di ritorno dai vigneti. Una volta arrivati a casa, raccontarono alle proprie mogli di quello straniero tutto solo e della dignità ferita che gli si leggeva in fondo agli occhi.

Era arrivato in paese subito dopo la guerra, proveniente da dio solo sa quale linea del fronte. Lo chiamavano il Conte, ma nessuno sapeva dire se questo nome derivasse da un veritiero titolo nobiliare o se fosse stata piuttosto la sua immensa tenuta di campagna ad avergli procurato tale appellativo. Tra un bicchiere e l’altro i vecchi del paese scommettevano sulla cifra che l’uomo aveva dovuto sborsare per assicurarsi quella residenza, ma una stima precisa non era possibile. Di certo c’era solo che gli appartenevano i terreni che per ettari si estendevano sulle colline a ovest, compresi i vigneti coltivati da quegli stessi contadini che per primi l’avevano avvistato su una strada sterrata, negli occhi l’ultimo raggio di sole di una giornata di lavoro.

I lavoratori, preoccupati dai cambiamenti che l’acquisizione di quell’enorme proprietà avrebbe potuto portare nella piccola economia del borgo, elessero un rappresentante e lo spedirono dal Conte in qualità di portavoce dell’intera comunità. I vecchi del paese non sapevano decidersi su cosa sarebbe accaduto esattamente, ma erano pronti a scommettere che l’arrivo di quell’uomo avrebbe inevitabilmente comportato uno stravolgimento nella vita di tutti. Si sbagliavano.

Il Conte assicurò al portavoce che nulla sarebbe cambiato per quella gente. I contadini avrebbero potuto continuare a coltivare la terra e provvedere alle rispettive famiglie come avevano sempre fatto, a patto che nessuno di loro fosse stato colto a curiosare nei pressi della residenza, stalla e magazzino compresi.

Quest’unico e singolare vincolo venne scrupolosamente osservato da tutti i lavoratori dei terreni circostanti e il Conte poté godere di quella discrezione e di quella solitudine che aveva esplicitamente richiesto. Qualcuno lo chiamò Patto della bottiglia non appena si venne a sapere che una piccola delegazione di lavoratori, soddisfatta dell’insperato accordo, si era presentata dal Conte la sera seguente per regalargli una buona bottiglia di vino in segno di ringraziamento. Pare che il gesto fosse stato molto apprezzato e la bottiglia ben riposta per importanti occasioni future.

I vecchi del paese, che conoscevano molto bene le sorelle di quella stessa bottiglia, si rammaricarono che l’arrivo del Conte non avesse avuto luogo alcuni mesi più tardi, nel periodo in cui era prevista una vendemmia superiore a quella passata. Questa volta non sbagliarono: la raccolta fu abbondante e la qualità del vino superiore a qualunque altro nettare di cui il palato del più anziano, novantotto anni suonati, avesse memoria.

Il Conte non lo si vedeva mai in giro per le strade del borgo. Sembrava che la discrezione e la solitudine previste dal Patto della bottiglia, stessero mutando in una forma di isolamento non del tutto comprensibile o motivata. Quell’uomo se ne stava sempre rintanato nella sua dimora, e pare che i suoi stessi domestici lo incontrassero raramente.

Alcuni contadini lo avvistarono dai terrazzamenti del Colle Maggiore, intento a passeggiare lungo il sentiero che in linea retta partiva dal grande capannone sul retro della residenza, estendendosi per poche centinaia di metri. I suoi passi sembravano misurarne la lunghezza. Il suo incedere era lento e allo stesso tempo fiero, senza sospetto di insicurezza. Avanzava su quella larga lingua polverosa di terra battuta che nella parte terminale arrivava a sfiorare il piede del colle, per poi morire nell’intreccio delle sue viti. Qualcuno raccontò di averlo visto zoppicare, forse a causa di una ferita di guerra.

Nei mesi seguenti alcune storie cominciarono a correre per i tortuosi vicoli del borgo, tramandate di bocca in bocca dagli affabulatori che popolavano le osterie a tarda ora, piccoli aneddoti alimentati dalla curiosità femminile di pianerottoli assolati e panni svolazzanti tra due alberi, ed è noto il meccanismo per il quale, se veicolata da una voce collettiva, l’unica e sola vita di un uomo ne risulta inevitabilmente alterata, talvolta moltiplicata. Eppure, quand’anche fosse stata vera solo la metà delle cose che si raccontavano sul suo conto, quell’uomo aveva avuto un passato spettacolare.

Una vita spettacolare.

Un pomeriggio d’inverno il Conte mandò a chiamare il rappresentante dei contadini. Costui, sorpreso dall’inattesa convocazione, ricevette il compito di riunire i suoi compagni e le rispettive famiglie a mezzodì del giorno seguente sul Colle Maggiore. Tornando a casa quella sera l’uomo fu avvicinato dai compaesani e assalito dalle loro domande, ma tutto ciò che poté fare fu trasmettere le poche e semplici istruzioni del Conte e rinviare ogni risposta al domani.

Quella mattina l’aria era pungente sul Colle Maggiore, ma il freddo e la brina promettevano un altro pomeriggio scintillante. Le campane della chiesa annunciavano il mezzogiorno con i loro dodici rintocchi, mentre il mormorio si faceva sempre più fitto tra quelle poche dozzine di anime che popolavano la morbida cima del Colle Maggiore.

Quando anche il riverbero dell’ultimo rintocco si disperse nella valle, un ragazzino puntò il dito verso il grande magazzino della residenza del Conte.

– Guardate! – disse, e tutti guardarono.

Le ampie cancellate del capannone si aprirono simultaneamente, lasciando intravedere il buio dell’interno. Poi, lentamente, qualcosa avanzò verso l’esterno, liberandosi di quel mantello d’ombra e guadagnando la luce del giorno. Una nuvola di polvere ronzante ne nascose il profilo per pochi istanti, rivelando infine l’identità di quell’apparecchio rumoroso: un piccolo biplano dello stesso colore della ruggine, spinto a velocità crescente lungo la pista di terra battuta.

Un’espressione di stupore si dipinse sui volti dei presenti quando l’apparecchio abbandonò quella lingua polvere, portandosi a mezz’aria fra il verde dei campi e l’azzurro del cielo. Il ronzio crebbe rapidamente assieme al rombo di un motore generoso e ben presto tutti furono con il naso nell’aria per seguirne il volo. Quando fu a poche decine di metri sopra loro teste, poterono vedere un uomo – molto simile ad un insetto – affacciarsi sul fianco del velivolo. Un’immagine che durò solo pochi istanti, perché l’apparecchio proseguì verso l’orizzonte, fino a diventare un puntino minuscolo e indistinguibile nella luce del mattino.

Si venne a sapere che qualunque direzione avesse preso, l’apparecchio non aveva carburante sufficiente per raggiungerla. Il Conte aveva puntato dritto ad est, ma da quella parte c’era solo il mare oltre le ultime colline.

Coloro che quella mattina si trovavano sul Colle Maggiore giurarono di averlo visto salutare con una bottiglia in mano. Non una bottiglia qualunque, quella era proprio la famosa bottiglia del patto.

– Una vita spettacolare merita una degna conclusione. – aveva commentato allora il più anziano di tutti, novantotto anni suonati e gli occhi ancora pieni di orgoglio. – Ognuno di noi scrive la sua storia e ciascun uomo, per dirsi tale, deve essere all’altezza del proprio passato.

Di certo c’è solo che il Conte non fece mai più ritorno al borgo. Qualcuno pensò che, abbandonati i comandi, avrebbe avuto tempo sufficiente per un ultimo brindisi alla vita, prima di abbracciare la pace del mare.

Scrivo. Qualunque cosa. Avevo un blog, è diventato un libro. Ho lavorato in una libreria che vendeva il mio primo romanzo. Ho scritto di economia & finanza senza cognizione di causa. Negli ultimi anni ho cambiato 3 città. Di recente ho rimesso a nuovo una Olivetti Lettera 22. A volte la uso. Si fa presto a dire scrivo.

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