Odio gli indifferenti

Mi fanno incazzare quelli che non si incazzano. Anzi, peggio, quelli che si tengono dentro l’incazzatura e non sfogano. Che casomai ti ammazzerebbero su due piedi e invece fanno appello alle loro doti supernaturali per ripetersi “ooohhhhmmmm” in testa, mentre gli gira solo il vaffanculo nello stomaco. Che poi gli viene pure l’ulcera.

Chi evita il contraddittorio perché richiede troppo sforzo. Chi non si schiera mai. Chi pensa che vivere sia tendere alla pace eterna. Ma per la pace eterna c’è sempre tempo, dopo la morte. Non schierarsi è sopravvivere, non vivere.

Che poi ne hanno pure tutto il diritto, per carità, fanno pure bene. Forse non mi fanno incazzare, mi spaventano, perché, per quanto mi sforzi, non li capisco. E non capire una cosa un po’ fa paura, per forza deve farla.

Non sopporto chi pensa che Internet sia un’altra cosa, che non sia realtà. Come se fosse possibile avere due dimensioni, una pubblica e una privata e scambiarsele come vestiti all’occorrenza. Tu nella vita sei uno, mica due, Internet non è un’altra cosa. Che poi su Internet la questione dello schierarsi o meno è vera due volte di più. Perché, senza schierarti, e dibattere, e replicare, e confrontarti, in rete, come fai a condividere? Non esporsi non è un modo per migliorarsi né per migliorare i rapporti e neppure per costruirli. Gli scontri li creano i rapporti, aiutano a conoscersi.

Quelli che “per non farti prendere collera non te lo dico in faccia ma te lo metto in culo”. Lo trovo un concetto troppo cattolico (sì, cattolico), lontano da me che, pur credendo in un dio, non credo alla confessione di fronte ai preti, che sono uomini come noi. Mi fa pensare all’auto-confessione e all’auto-assoluzione, che è pure peggio. Il buono, o chi fa il buono, per non ferirti, è come se ti accoltellasse alle spalle.

Perché l’umanità scarseggia, di questi tempi e un silenzio, a volte, fa male più di mille parole. C’è bisogno di toccarsi, starsi vicini e sfiorarsi l’anima. Di avere in mano un coltello che può anche ferire. Ma che se ti scava l’anima ti fa anche trovare un sorriso per perdonare, capire, o, soprattutto, chiedere scusa. 

Ilaria Puglia Inizia ad infastidire il prossimo in un primo pomeriggio di maggio del 1972 a Napoli.
A cinque anni sa già dattilografare. Scrive per Il Mattino (nella rubrica “In tribuna”) e per il Napolista (ilnapolista.it) (nella rubrica “’O cor int’e cazette”). Precaria da sempre, detesta le feste comandate come le imposizioni tutte. Pasionaria tifosa azzurra, ha scritto un libro in coppia col giornalista sportivo Mimmo Carratelli, un saggio dal titolo “I Piccolomini d’Aragona duchi di Amalfi 1461-1610). Storia di un patrimonio nobiliare” e diversi articoli in saggi e riviste, tutti in ambito di Storia Economica. Napolista e mamma, abbatte pilastri in un blog che si chiama come lei (ilariapuglia.wordpress.com).
Impulsiva, aggressiva e permalosa, è ossessionata dalla possibilità, nella vita, di lasciare un segno. Non le interessa altro che scrivere, respira grazie a questo.

Ilaria Puglia ha pubblicato nel 2005 'I Piccolomini d’Aragona duchi di Amalfi 1461-1610). Storia di un patrimonio nobiliare', per Editoriale Scientifica, e nel 2011, in coppia col giornalista sportivo Mimmo Carratelli, “Oj vita mia. L’Europa e la magica stagione azzurra”', Edizioni Cento Autori, 180 pagg. € 10,20.

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