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Scritto il 29 dicembre, alle 09 : 10 AM
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Il grande Gatsby (F.S.Fitzgerald)

Il grande Gatsby (F.S.Fitzgerald)

Gatsby va in guerra, combatte, ritorna, mette assieme una discreta fortuna con mezzi illeciti, compra una splendida dimora, intrattiene la società più in voga di New York con feste spettacolari. Tutto nella speranza, anzi nella ferma convinzione che Daisy lasci il marito per coronare quello che lui crede sia il loro sogno d’amore. Ma nel momento decisivo Daisy non gli permetterà di compromettere una vita comoda e sicura per un sogno, per qualcosa che è soltanto nella testa di Gatsby.

Negli anni antecedenti alla messa in opera del romanzo, Fitzgerald si innamorò di Ginevra King, un nome che di per sé era già tutto un programma. Figlia di un banchiere di Chicago, il padre possedeva una scuderia di pony proprio come Tom, l’uomo che Daisy sposerà e che mai lascerà per tornare con Gatsby. La passione tra Scott e Ginevra durò per ben cinque anni, finché la ragazza non trovò e sposò un uomo del suo rango sociale. Ma la cosa che più colpì Scott fu con quanta noia e indifferenza Ginevra lo lasciò, con che leggerezza e stupida frivolezza. La donna dichiarò che nulla di speciale ci fu tra loro due, non amava rievocarlo, e che si disfaceva delle lettere che Scott le scriveva con molta noncuranza. Quindi niente di serio ci fu tra loro, se non nella mente di Scott.

Ci troviamo di fronte a una sorta di mimesi letteraria, nonostante Scott era ben lungi dall’ingenuità del suo personaggio. In quella morbosa relazione, sapeva che Ginevra era comunque irraggiungibile; sapeva che diventare ricchi non è la stessa cosa che esserlo. Scott è l’artista che parla con l’autorità del fallimento, ed in quanto tale significava accettare di vivere nel proprio sogno pur sapendo che rimarrà un sogno.

Secondo alcuni il peggior destino di un uomo è quello di identificarsi nelle proprie illusioni, ed è quello che fece Scott, confondere quello che si desidera col mondo reale, la vita che si sogna con quella che ci tocca vivere. Ed è il destino che condanna Gatsby a una tragica fine. Ma la figura di questo personaggio, la sua grandezza, la sua totemica presenza, non coincide con la metaforica corsa donchisciottesca verso l’irraggiungibile.

Noi lettori apprendiamo la storia di Gatsby da un suo amico, un giovanotto di nome Nick Carraway, che nello svolgersi degli eventi vestirà i panni di un testimone. Nick appartiene a quel mondo dei ricchi che ha escluso Gatsby, è un lontano cugino di Daisy ed ha frequentato lo stesso collage di Tom. Eppure non vi è alcuna discriminazione tra loro due, anzi Nick racconterà le vicende di Gatsby per rendergli giustizia. Nick è una terra di mezzo, è colui che non rischia di saltare al di la del recinto. Laddove Gatsby è la parte più infantile ed egoistica di Fitzgerald, Nick è il simbolo della consapevolezza, quella che conosce bene il fallimento che l’attende.

Inoltre vi è una caratteristica particolare di Nick che è quella della discrezione, o se vogliamo la capacità di anteporsi senza alcun giudizio, al di la del bene e del male, o comunque opporsi con una totale delicatezza e in modo molto riservato: in questo romanzo tutto quello che non viene detto conta più di quello che è detto, e ancor di più conta il modo in cui non viene detto.

Gatsby è realmente grande: grande è la storia, il suo protagonista e tutto il romanzo. Il capolavoro di Fitzgerald è tale perché non ha solo i meriti letterari che gli convengono, dal linguaggio alla tecnica narrativa, alla struttura drammatica della voce narrante, ma è lo spirito che pervade tutta l’opera ad essere Grande. Grande, grandissimo è il sogno di Gatsby, così come lo sarà il suo fallimento, entrambi figli di quell’illusione di poter azzerare il presente per far rivivere il passato, in un’America che ha disintegrato gli uomini tardo romantici proiettando altri miti verso la modernità, l’affermazione, il denaro e il consumo. Ne Il Grande Gatsby il mito si rinnova, si ricicla, decostruisce il mito del progresso opponendosi con uno di tipo anacronistico, ma che allo stesso tempo risulta un drammatico tentativo di riportare in vita i miti classici della Vita, dell’Amore, dei Sogni. A differenza di altri capolavori, la figura di Gatsby diventa il paradigma della nuova modernità, e lo fa sintetizzando a fondo il senso di perdizione della sua epoca.

Al di la di tutto quello che rappresenta il romanzo, mi piace vederlo come il lamento di Scott che si rammaricava di non possedere quella sensualità animale e quella classe che emanavano certi uomini. Una mancanza che suppliva con l’abilità, l’abilità dell’eloquenza, di quella parola che incanta. Conosceva l’animo femminile, e cercava di persuaderlo con parole galanti, rimanendo in sospeso il complimento. Ben sapendo che un gioco del genere non poteva durare a lungo, Scott amava comunque vivere in un sogno irrealizzabile, confondere quello che è con quello che non potrà mai essere.

Questo è il grande romanzo del trapasso. È il romanzo in cui ogni individuo apprende le confusioni della propria tarda adolescenza e la consapevolezza dell’età adulta, i limiti dei capricci infantili e la compostezza dei sogni sinceri. È il simbolo di un’America bimba e infelice, dispettosa, ruffiana, avvezza al ridicolo e mai sazia. Stanca, a quanto pare, di voler crescere.

 

 

 

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Giuseppe Salzano


Continuo ancora a credere che a livello pedagogico e spirituale un essere umano non può fare a meno della lettura. Ricordo ancora, tra le scartoffie della mia memoria, i fumetti che ogni settimana mio nonno mi faceva leggere: potevo perdermi tra le lande desolate del West con Tex Willer, gli enigmi di Martin Mystere, le inquietanti indagini di Dylan Dog, o nelle avventure sui mari ricche di fascino e poesia di Hugo Pratt e del suo Corto Maltese. Poi ecco che ad un tratto salgono in cattedra Salgari, Melville, Jules Verne, Walter Scott, le leggende di Re Artù e dei suoi cavalieri, tutti nel coacervo baule della mia fantasia, che si cibava di grandiose immagini e di mirabolanti imprese, sensazioni adesso del tutto indescrivibili, se non da quel bambino abulico di storie e sogni, che non poteva vivere se non col desiderio di ritornare a casa dopo una dura giornata di scuola, chiudermi dentro la mia cameretta per farmi cullare da quelli che sono stati i miei punti di riferimento, gli eroi dell’infanzia, e di quell’infanzia che vive in ogni fase della nostra esistenza. La pace che può recare un buon libro è prima di tutto una medicina, un’auto – terapia da imporsi come legge religiosa, una rivelazione traboccante d’informazioni per la nostra percezione. Una panacea per la nostra coscienza, sempre più auto lenitiva e sempre meno critica e analitica nell’approccio ad ogni tipo di relazione umana. Oggi c’è rimasta la pomposa dittatura della cultura di massa, mossa dalla presunzione di saper giudicare e scegliere quale sia per noi il concetto della bellezza. Io da piccolo scelsi il miracolo letterario. Fatelo anche voi per i vostri figli.


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Giuseppe Salzano
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