Vita e morte della montagna di Antonio G. Bortoluzzi

La prima volta che ho attraversato correndo un campo di grano avevo cinque anni e la cosa mi aveva emozionato a tal punto che ero senza fiato. Felice ma senza fiato. Mi sembrava una cosa proprio grande, che mi rendeva indistruttibile. E mi sentivo forte, nessuno poteva fermarmi. Avevo tutto il tempo nelle mie mani. Percepivo il profumo delle cose nuove, ancora da fare, quella sensazione che Giacomo Casàl, il protagonista del romanzo di Antonio G. Bortoluzzi, Vita e morte della montagna (Edizioni Biblioteca dell’immagine)finalista del Premio Calvino, avverte osservando il sole e pensando a quanto tempo è trascorso dall’ultima volta che ha guardato “l’arancione della luce attraverso le palpebre”. Con la memoria deve risalire a quando era bambino, quando “c’era tempo perfino per il sole”.

Giacomo Casàl abita col nonno e i genitori paterni a Curva Casàl, un borgo nella provincia di Belluno, abbastanza lontano dalla città da far dimenticare ai bambini (e agli adulti) che esista un mondo al di fuori di quelle case fatte con la forza ingenua di chi vuole trascorrere la vita senza spostare l’asse del tempo e della storia. Eppure la città dà lavoro a molti uomini, come al padre di Giacomo che passa la settimana a Cortina e torna a casa il sabato sera. Ma i campi devono essere coltivati e il fieno per le bestie raccolto e quindi la domenica Mario Casàl deve alzarsi presto e andare nei campi. Un giorno di inizio novembre del ’66 il fiume si porta via tutto, le case, gli attrezzi da lavoro, le stalle, l’odio, la fatica, la polvere, l’amore consumato in fretta sopra a un materasso di paglia. Quello che sarebbe rimasto era un tavola di fango porosa e un cumulo di mattoni bagnati. L’alluvione costringe i sopravvissuti di Curva Casàl ad abbandonare le loro abitazioni per un breve periodo e scendere in paese. E in paese sembra esserci tutto, l’osteria, la chiesa, il ponte, il negozio di alimentari che vende anche rondelle di liquirizia e le biciclette.

Giacomo ricorda di una povertà che brucia lo spirito. La madre che si occupa della casa e della sorellina Margherita, deve cantare se non vuole sentirla piangere e se la porta sempre appresso, in una cesta mente fà il bucato o stende i panni. Le prepara da mangiare, la culla, la lava, poi pensa al resto della famiglia. Il ruolo di Giacomo è relegato in uno spazio infimo e oscurato. C’è umido in casa e anche fuori. Si lavora sodo, prima e dopo la scuola, si mangia quel che dà la terra e quel poco che riescono a comprare. La vita nei campi non rende molto ma il nonno è caparbio, è cresciuto nella miseria e avere un campo da coltivare e un tetto sulla testa gli sembra una fortuna rispetto alla vita che conduceva prima della guerra. Scendere in paese sembrò una soluzione, ma i campi non si abbandonano e dopo la scuola o dopo il lavoro si sale la montagna per andare ai campi.

A che serve spaccarsi la schiena se poi si vive sempre nella povertà? Giacomo tenta di ribellarsi, di sciogliere quella catena che tiene avvinghiati a una vita che non è vita, è solo uno sfruttamento di sorrisi (o quel che ne è rimasto), di lamenti, di ricordi per trarne fatica. Fatica che porta ad altra fatica. “Ricordati che la terra è più di un uomo” e Curva Casàl porta il suo nome. Giacomo è ormai grande, un padre di famiglia, un uomo che ha trovato un posto nel mondo, eppure ricorda suo nonno e il tono imperioso col quale gli rimproverava le sue radici.

Ce le ricordiamo sempre troppo tardi, le nostre radici. Quando accade che un dolore squarcia il velo d’inconsapevolezza che tanto ci piaceva e col quale avremo voluto nasconderci ancora per un poco, è in quel momento che ci si accorge, allo stesso modo di come è accaduto a Giacomo Casàl, che il tempo scivola tra le dita come acqua e non si riesce ad arginare questo alluvione, che trascina con sé tutto, anche noi stessi. E succede, anche, che è troppo tardi per rimettere in fila le parole e scegliere quelle giuste, è troppo tardi perché il tempo si è portato via anche le persone e quel che resta è un cumulo di terra. Facciamo a pugni con quella, finché la rabbia non lascia il posto alla fatica.

Laureata in Lettere Moderne presso l'Università di Parma con una tesi sperimentale in Editoria, vivo a Roma dove lavoro come redattrice e insegnante. Curo e gestisco il blog Corsi e Rincorsi in cui tratto di arte, letteratura, digital journalism. Nel 2007 è uscito per Fernandel Editore il romanzo Nel nome del padre, successivamente sono usciti racconti per antologie edite da Manni Editore, Fandango Libri e Intermezzi Editore e per riviste letterarie (Osservatorio letterario). Attualmente sto lavorando al secondo romanzo e a un progetto editoriale.

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