Sempre ai margini, sempre. Ma non per sempre

 

  Luis  Ferdinand  Céline

 

 

Non “Bagattelle per un massacro”, ma il massacro per Bagattelle: questo gl’intellettuali del XXl secolo sanno restituire a Luis Ferdinand Cèline

 

Louis-Ferdinand Céline è stato uno scrittore del martoriato XX secolo, uno scrittore geniale, acuto nelle sue previsioni e profondo nelle sue analisi sociali e storiche, non solo della sua Francia, ma dell’intero globo. Come pochissimi, ha vissuto sulla sua pelle ed ha espresso la disperazione del vivere del secolo grondante sangue e morte. Nel suo viaggio negli abissi della notte, Céline si è spinto fino agli orrori dell’antisemitismo, trattato come metafora del Male che ha attraversato il secolo, avvelenandone anche le menti migliori.

Per quei testi, i pamphlet polemici, Céline è stato condannato ad una damnatio memoriae che non si è mai attenuata, che ha impedito una obiettiva valutazione del suo immenso valore letterario ed umano, ed è ancor più deciso, senza soluzione di continuità, a continuare imperterrito, oggi più che mai, l’ostracismo senza remissione di Cèline.

Sperando che, a circa ottant’anni dalla pubblicazione di quei testi, si potesse finalmente leggerli con serenità, alcuni mesi fa l’editore Gallimard aveva pensato di ripubblicare in un unico volume i tre Ecrits Polemiques: “Bagatelle per un massacro” (1937), “La scuola dei cadaveri” (1938), “La bella rogna” (1941), riprendendone l’edizione canadese del 2012.

Subito sono scesi in campo il Consiglio Rappresentativo delle Istituzioni Ebraiche, la Lega Internazionale contro il Razzismo, il Prefetto Delegato alla Lotta contro il Razzismo e l’Antisemitismo e lo storico Serge Klarsfeld, sconsigliandolo di procedere con l’operazione. Dopo aver tentato invano di resistere a questa spietata offensiva, Gallimard ha dovuto cedere, rinunciando al progetto, e rimandandolo a tempi migliori, ma non al diritto di chiarire qual era stata la sua intenzione, affermando: «i pamphlets di Céline appartengono alla storia dell’antisemitismo francese più infame. Condannarli alla censura ostacola la ricerca delle loro radici e dell’ideologia di cui si nutrono, creando una curiosità malsana, mentre dovremmo poter esercitare la nostra capacità di giudizio».

Così stanno le cose e non vi è chi non veda, non solo l’intollerabile intolleranza di chi ha attaccato Gallimard, ma anche la profonda stupidità dell’operazione. Perché ciò significa che non pochi imbecilli continueranno a ricercare quei testi e a leggerli in conventicole segrete, sperando di trovarvi chissà quali strumenti per nutrire il loro demente antisemitismo, oggi rinascente proprio grazie ad atteggiamenti consimili. Perché ciò significa sottomettere l’Arte a battaglie ed interessi di parte, che nulla hanno a che fare con la Letteratura e la Critica storica e letteraria.

Non è affatto difficile procurarsi quei testi. L’edizione francese è liberamente disponibile su Amazon. In Italia, “La scuola dei cadaveri” è disponibile su Amazon e in formato Ebook su Mondadori Store, e “La bella rogna” è stato pubblicato da Guanda nel 1982 in un unico volume con “Mea culpa”, tradotto da Giovanni Raboni. Perfino il terribile “Bagatelle per un massacro” è stato pubblicato, anch’esso da Guanda, nel 1981, nella traduzione di Giancarlo Pontiggia. Raboni e Pontiggia: è tutto dire Delle “Bagatelle” si tentò all’ultimo momento di bloccare la distribuzione, ma attenti librai si preoccuparono di riservarne qualche copia ai loro più fedeli clienti.

È dunque probabile che in qualche biblioteca si riesca a trovarli, a meno che qualche bibliotecario, debitamente istruito, non li abbia nel frattempo fatti sparire. Comunque, anch’essi sono disponibili su Amazon e perfino in pdf, mentre la versione cartacea delle “Bagatelle” viene venduta online a € 132.00. Io personalmente ho scaricato gratis Bagattelle per un massacro in PDF e l’ho letto in quattro giorni. Ci sono tre sceneggiature, due per Parigi e la terza per il teatro di ballo di Leningrado, di balletti che poi nessun musicista volle musicare e nessuno accettò di mettere in scena. Ci sono pagine infernali e pagine celestiali: In ogni caso, prima si legge, poi si giudica, ma non si censura mai, altrimenti bisognerebbe dannare al rogo le immense stupidaggini di Mein Kampf e mi pare che nessuno si sia mai sognato di farlo.

Credo non vi sia altro da dire. Questo proibizionismo è delirio, arroganza, stupidità. Ed anche vergogna. Ma quest’ultima, in Europa, ormai non si sa più dove stia di casa.

Louis-Ferdinand Auguste Destouches nacque a Courbevoie, non lontano da Parigi, il 27 maggio 1894, figlio unico di Ferdinand, un modesto impiegato di una compagnia di assicurazioni, e di Marguerite Guillou, proprietaria di un negozio di capi di abbigliamento e di merletti in Parigi, entrambi originari della Francia settentrionale.

La famiglia viveva al Passage Choiseul, che Céline avrebbe ricordato con una certa repulsione in ‘Mort à crédit’: i passages erano strette vie porticate, chiuse in alto da vetrate e in basso, la notte, da un cancello gestito da un custode: si trattava di ambienti tristi, sporchi, sovraffollati e malsani in cui, dopo che vi era stata installata l’illuminazione a gas, il nuovo puzzo si mescolava a quello dell’urina stantia.

Al piano-terra degli edifici, lungo le stradine acciottolate, si trovavano i negozi e i laboratori artigianali, mentre in quelli superiori vivevano le famiglie che li possedevano o li gestivano.

Della sua infanzia il piccolo Louis-Ferdinand avrebbe ricordato le ristrettezze economiche e, soprattutto, l’angustia mentale della livorosa piccola borghesia del luogo, con la sua insistenza per il rispetto delle gerarchie sociali; ma anche l’energia della nonna materna, Céline Guillou- che morì quando lui aveva dieci anni e il cui diminutivo sarebbe diventato il suo pseudonimo- e l’intesa con lo zio Julien, detto Louis.

Cèline su questo argomento della chiusura mentale dei suoi, sembra aver esagerato: il ragazzo venne mandato a studiare le lingue all’estero, prima in Germania (1907-08) poi in Inghilterra (1909).

Nel settembre 1912, compiuti i diciott’anni, il giovanissimo Louis-Ferdinand si arruolò volontario per una ferma di tre anni nell’esercito francese e venne assegnato al 12° corazzieri di stanza a Rambouillet (‘Casse-pipe’), promosso prima brigadiere e poi sottufficiale; nel 1914 prese subito parte alla prima guerra mondiale (‘Voyage au bout de la nuit’), ma la sua partecipazione militare alla guerra durò molto poco. Già il 25 ottobre 1914, offertosi volontario per una missione pericolosa, un’esplosione lo ferì gravemente al braccio destro-che rimase menomato e l’avrebbe costretto a scrivere strapazzando i fogli- e alla testa, dove venne operato due volte, rimanendo sordo all’orecchio destro, mentre quello sinistro avrebbe continuato a ronzare e a fischiare per il resto della sua vita.

Sul suo valor militare non ci possono essere dubbi: il 24 novembre 1914 venne decorato sia con la Croce di Guerra con stella d’argento che con la Médaille Militaire e finì addirittura sulla copertina dell’Illustrè  National.

Dopo essere passato da un ospedale all’altro, nel 1915 Céline venne infine riformato per invalidità al 75% e congedato con una modesta pensione di guerra: a vent’anni la sua carriera militare era già finita.

 

La terribile esperienza bellica – vissuta improvvisamente e in prima linea al primo soffio della giovinezza – non segnò comunque solo il corpo, ma anche lo spirito di Céline, che avrebbe sofferto d’insonnia per il resto della vita e che in genere avrebbe scritto di notte: soprattutto, però, al fronte Céline poté convincersi fin troppo facilmente di quanto la vita umana sia fragile e volatile e l’angoscia  per l’inconsistenza dell’esistenza non lo avrebbe abbandonato mai più.

La vita di Céline imboccò dall’ora un corso sofferto e segnato dall’emarginazione e dal disadattamento: impiegato all’ufficio visti del Consolato francese di Londra, frequentò prostitute e ambienti del music-hall dove incontrò e il 19 gennaio 1916 sposò, senza che il matrimonio fosse registrato, una barista, una prostituta invece,  secondo la sua terza moglie Lucette, una tal Suzanne Nebout, dalla quale comunque dopo due mesi si separò.

Nel 1916 il Servizio di occupazione delle ex-colonie tedesche lo mandò a dirigere una piantagione di cacao  in Camerub ma, dopo nove mesi, spossato dalla, malaria che non lo avrebbe abbandonato più per tutta la vita, dovette tornare in patria dove conseguì il diploma di scuola media superiore e si impiegò presso una rivista di divulgazione scientifica.

Nel 1919  sposò Edith Follet, figlia di un medico, dalla quale il 17 giugno 1920 ebbe l’unica figlia Colette, e dalla quale nel 1926 avrebbe divorziato. e da cui ebbe l’unica figlia, Colette.

Nel 1924 si laureò in Medicina con una tesi sull’asepsi,  la serie di procedure atte a impedire che i microrganismi, patogeni e no, penetrino in un substrato sterile o sterilizzato,  introdotta nella pratica ospedaliera dal dottor Semmelweiss, il medico austriaco che era riuscito a debellare la terribile infezione puerperale, ma che, per il suo rifiuto dei principi della medicina del suo tempo, era stato allontanato dagli ospedali e ignorato da tutte le società scientifiche, finché era precipitato nella pazzia ed era morto precocemente.

Dal 1924 al 1928  lavorò come funzionario della Società delle Nazioni Ginevra,  a Liverpool, in Africa, negli Stati Uniti, in Canada e a Cuba: tutti questi viaggi -durante gli spostamenti fu spesso medico di bordo- ebbero profonda influenza sulla sua formazione, sia per l’inevitabile accrescimento culturale, sia soprattutto per il riconoscimento del viaggio come metafora della vita stessa.

Rientrato in Francia nel 1928, aprì uno studio medico a Clichy, nella banlieue parigina, dove curava gratuitamente i poveri che non erano in grado di pagare: identificandosi con gli ultimi e gli umili, gli emarginati e con coloro che non avevano voce, Céline concluse così che la povertà stessa è una malattia incurabile, in un mondo che punta solo al potere e al successo.

Ma ad essere malato è anche il mondo stesso e per Céline divenne allora imperativo sfuggire alla piattezza ed al grigiore della società, sempre più consuetudinaria, conformista e massificata, per affermare la propria ben distinta individualità: erano questi temi e argomenti che allora si stavano diffondendo un po’ in tutta Europa, ma quel che veramente conta in Céline è l’intensità con cui li visse e quali atteggiamenti essi misero in moto nel suo spirito.

Ebbene, Céline pensò di aver trovato la soluzione al degrado ed all’impoverimento spirituale della società francese ed europea in un modo anch’esso purtroppo molto diffuso nella Francia degli anni Trenta: dopo che nel settembre 1936 aveva visitato per qualche settimana Mosca -dove si era recato per riscuotere i diritti d’autore del ‘Voyage’- e Leningrado e che aveva pesantemente rifiutato l’utopia comunista (‘Mea Culpa), egli – che fino a quel momento era stato considerato un autore di sinistra – optò decisamente per l’antisemitismo, l’anticapitalismo, appunto i pamflet di cui sopra (‘Bagatelles pour un massacre, ‘L’École des cadavres e ‘Les beaux draps’) pubblicate tra il ’37 e il ‘41 e dunque per la conseguente alleanza col Terzo Reich in vista dello scontro finale e definitivo, sia con la democrazia occidentale-il mondo anglofono- sia, contemporaneamente, contro il comunismo, secondo lui, ambedue giudaizzati.

Anche se il nemico principale rimaneva l’ebreo, con la sua perniciosa e ubiqua presenza, secondo Céline nemmeno queste guerre sarebbero state però sufficienti ad evitare il degenerante immiserimento civile e politico della Francia: la vera e definitiva salvezza dall’avanzante decadenza sarebbe stata possibile infatti solo tramite la rigenerazione razziale della società francese che, finalmente purificata dalle sue numerose commistioni meticce e mediterranee oltre che ebraiche, avrebbe finalmente potuto e dovuto riconoscere la sua appartenenza alla comunità dei popoli del Nord Europa.

Le prime due opere antisemite di Céline ebbero un grosso successo di pubblico e un discreto ritorno economico, ma diedero luogo anche ad aspre polemiche: nel 1939 dovettero essere ritirate dal commercio in seguito a una denuncia e a una condanna per diffamazione.

Intanto, nei primi anni Trenta, Céline aveva avuto una lunga relazione con la ballerina statunitense Elisabeth Craig (conosciuta nel 1926), che non sposò e dalla quale fu abbandonato nel 1933 quando essa decise di tornare negli Stati Uniti: questa donna per lui era stata molto importante visto  a lei dedicò il ‘Viaggio al termine della notte’: nel 1936 aveva conosciuto poi la ex-danzatrice dell’Opera Lucie Georgette Almansor, nata nel 1912 e detta Lucette (o Lili), che avrebbe sposato il 23 febbraio 1943 in pieno regime di occupazione e dopo che lei aveva terminato le sue lunghe e numerose tournées internazionali.

In ‘Céline segreto’ (2012) Lucette avrebbe raccontato ‘quando ho conosciuto Louis aveva appena vissuto la sola storia importante della sua vita: Elizabeth. Quando è ripartito per gli Stati Uniti per cercarla, avrei accettato di vivere in tre, se avesse potuto riportarla. Lei è rimasta un ideale perché lui non l’ha vista invecchiare, e dopo l’ha completamente ricreata. Lo affascinava perché non voleva saperne di lui. Andava a letto con tutti i suoi amici, non aveva né morale né compassione. Era un’americana … [e] detestava la vita della povera gente che Céline curava negli ambulatori.’

Avrebbe poi aggiunto  ‘recentemente, un professore è andato a cercarla [Elizabeth] negli Stati Uniti per farla testimoniare, lei, la persona a cui è dedicato Viaggio al termine della notte. Era poco prima della sua morte, non ricordava nulla. Non aveva seguito la carriera di Céline, non era al corrente della sua celebrità e il passato era così lontano. ‘Clichy, ah sì, il piccolo Destouches’, ha finito per dire’.

 

Scoppiata la guerra, Céline chiese di essere arruolato come medico militare, ma venne accettato solo come medico di bordo sulla ‘Shella’ (in servizio da Marsiglia a Casablanca), la nave fece naufragio e nel gennaio 1940 egli fu smobilitato e prese il posto di un medico richiamato sotto le armi: la Francia fu comunque presto sconfitta e divisa fra una zona occupata dai tedeschi (nord-ovest) e la collaborazionista Repubblica di Vichy sotto il maresciallo Pétain (sud-est).

Anche Céline partecipò all’esodo verificatosi in seguito alla sconfitta e da Saint-Germain-en-Laye (dove prestava servizio), guidando un’ambulanza con malati a bordo, fece precipitoso e fortunoso ritorno a Parigi, dove venne assegnato al dispensario di Bézons.

Céline aveva ripetuto, accettato e condiviso in pieno tutte le tematiche razziste che il nazismo trionfante stava ora affermando con tutta la sua potenza, eppure, nonostante ciò, egli era e rimase sempre uno spirito anarchico, troppo libero, troppo insofferente, troppo controcorrente e troppo nichilista per aderire a un partito o a un movimento con le sue regole e le sue organizzazioni, così non si proclamò mai fascista, non fu mai interno al regime collaborazionista di Vichy, non fu mai sui libri-paga dei suoi giornali e associazioni, e non ebbe insomma mai vantaggi per le posizioni che aveva liberamente ed autonomamente assunto.

Céline ‘non era al soldo di nessuno, intransigente con tutti, incapace di patteggiare con chicchessia, sempre solo contro tutti’, avrebbe ribadito molti anni dopo la moglie.

La coppia dovette arrangiarsi in tutti i modi e lavorò, come medico lui e come maestra di danza lei, ma tutto ciò non evitò che all’inizio del 1943 (come annunciò Radio Londra) Céline venisse condannato a morte dalla Resistenza come traditore della patria.

Nel giugno 1944, in seguito allo sbarco in Normandia, la coppia (col gatto Bébert che Céline tratterà sempre come un membro della famiglia) dovette fuggire dal Paese e attraversare avventurosamente tutta la Germania distrutta, fino a giungere nell’ottobre 1944 a Siegmaringen, sul Danubio in Bassa Sassonia, dove, sotto la protezione dei tedeschi, si erano raccolti i membri del governo collaborazionista di Vichy: questo è raccontato nella Trilogia del Nord, ‘D’un chateau à l’autre’, ‘Nord’ e ‘Rigodon.

 

E’ veramente difficile esprimere un giudizio equo su Céline che, dopo esser stato accusato di anti-patriottismo a proposito del ‘Voyage au bout de la nuit’, aveva finito coll’aderire all’ideologia antisemita molto diffusa in Francia negli anni Trenta, ancora in voga nonostante l’entrata in guerra contro il Terzo Reich e divenuta addirittura ufficiale nella Repubblica di Vichy, ma Céline, durante il periodo di occupazione, non aveva partecipato attivamente al regime collaborazionista.

Sembra dunque lecito chiedersi per cosa si volle processare e punire Céline che, accusato comunque di tradimento, di antisemitismo e di collaborazionismo, nel 1945 ottenne finalmente dai tedeschi il permesso di rifugiarsi con moglie (e gatto) a Copenaghen, dove Céline aveva un’amica e dove aveva accumulato molti proventi dei suoi diritti d’autore.

Appena arrivato (27 marzo 1945) venne informato che sua madre era morta pochi giorni prima (il 6 marzo) di crepacuore e che il vero responsabile del decesso era proprio lui.

Dal marzo al dicembre 1945 la coppia visse sotto falso nome (Louis Courtial e Lucie Jensen) nell’appartamento dell’amica danese allora assente: anche in questo periodo i due lavorarono come medico e come maestra di danza, ma evidentemente tale stratagemma non poteva continuare per sempre e, una volta scoperti, il 17 dicembre 1945 vennero ambedue arrestati.

Céline fu rinchiuso per quattordici mesi nel carcere di Vestre Faengsel, dove fu sottoposto a continui interrogatori: l’obbligo di restar seduto tutto il giorno in cella, lo scorbuto e la pellagra, dovuti all’insufficiente alimentazione, devastarono il già provato e debilitato fisico dello scrittore.

Lei venne presto liberata, ma, sola in un Paese di cui non conosceva la lingua, per ben tre volte tentò il suicidio: solo dopo sei mesi poté cominciare a corrispondere col marito e anche andare a trovarlo.

Céline invece trascorse i quattordici mesi in una cella ‘tre metri per tre, sei metri di profondità … un pozzo’ finché a un certo momento ho più potuto muovermi per niente’.

Il 24 giugno 1947 Céline venne liberato-a suo carico non era risultato niente!- ma ‘avevo perduto tutti i miei denti … anche quasi cinquanta chili’ e, come ricorda la sua vedova, ‘in due anni non era più lo stesso uomo, era diventato vecchio. Camminava con un bastone, aveva malesseri tutti i giorni oltre alle sue abituali crisi di malaria. La prima guerra mondiale ne aveva fatto un mezzo uomo, un solo orecchio e un solo braccio, la testa in ebollizione. La prigione l’ha finito. Ha fatto di lui un morto vivente.’

 Date le condizioni economiche estremamente precarie, i due coniugi dovettero adattarsi a vivere in alloggi provvisori e, dall’estate 1948 a quella 1950, in una capanna sulle rive del Baltico senza gas, elettricità e acqua corrente: così Céline ricorda quel periodo (‘D’un chateau à l’autre’): ‘l’allenamento nordico! … abbiamo resistito lassù per quattro inverni … quasi cinque … a 25 sotto … in una sorta di rovina di stalla … senza fuoco … tutto il tetto di paglia se ne volava via … la neve, il vento ci ballavano dentro! … Lili, malata operata … e non mettetevi a credere che sta ghiacciaia era gratuita! … ho pagato tutto!’.

La moglie racconta che allora Céline ‘scriveva senza sosta … Vivere lontano dalla Francia gli era insopportabile e ascoltare parlare francese alla radio lo faceva piangere. … Manteneva una corrispondenza … [,] lavorava senza pause anche alla propria difesa … [e] si occupava anche di rilanciare la pubblicazione dei suoi libri.’

Nel 1950 il Tribunale di Parigi condannò Céline per collaborazionismo e ‘indegnità nazionale’ all’esilio ed alla confisca di tutti i beni presenti e futuri (proprio quando la sempre atletica Lucette fu sottoposta a una operazione per rimuovere un fibroma): il 26 aprile 1951 però venne amnistiato e il 1 luglio i due, dopo sei anni di esilio, poterono far ritorno in patria, dove lui continuò a percepire la misera pensione di ex-combattente.

Secondo Lucette ‘quando ha saputo cos’era realmente accaduto nei campi di concentramento, [Céline] ne è stato orripilato, ma non ha mai potuto dire ‘Mi rincresce’. Non gli è mai stato perdonato di non aver riconosciuto i suoi torti.’

 

Lucette poté intestarsi una casa, a Meudon, a una decina di km. da Parigi, dove all’inizio di ottobre la coppia si stabilì definitivamente: qui Céline si rinchiuse insieme all’inseparabile moglie e, nei dieci anni di vita che gli rimasero, ne uscì una ventina di volte al massimo.

Circondato da animali, libri e cianfrusaglie, del tutto trasandato e vestito come un accattone, lavorò però come medico (seppur con pochi clienti non paganti): secondo la moglie ‘a Meudon, durante i dieci anni che hanno preceduto la sua morte, [Céline] già non c’era più’, nondimeno fu nell’isolamento di Meudon che egli scrisse i due volumi di ‘Féerie pour une autre fois’ e la succitata ‘Trilogia del Nord’.

 

Lucette ricorda  ‘Céline non voleva vedere nessuno e restava chiuso tutto il giorno’: in passato aveva rifiutato di diventare massone mentre ‘se avesse accettato sarebbe stato difeso, ma lui non poteva che essere da solo, sempre’.

Era fatto così: ‘Louis non ha mai fatto alcuna concessione alla ricchezza, la minima concessione a nulla’.

Mentre a Meudon Lucette ricominciò a dar lezioni di danza classica, Céline, ormai del tutto emarginato, visse sempre più da misantropo con la mentalità del condannato, convinto di aver subito profonde ingiustizie: secondo Lucette ‘non avevamo un soldo e vivevamo come barboni’ e ai rari visitatori e ammiratori (fra cui esponenti della ‘beat generation’) Céline si mostrava nauseato per la diffusa ingratitudine nei suoi confronti.

Secondo Lucette comunque ‘la prigione l’aveva reso pazzo. Ormai era abitato dall’odio. Pensava di aver pagato per gli altri e si è sentito perseguitato. … Quando i giornalisti hanno cominciato a venire a Meudon per visitare il mostro, lui ha esagerato, li ripagava con la stessa moneta. Recitava un ruolo, faceva di se stesso la propria caricatura. Gli credevano e lui esultava. … era il sangue che venivano a cercare. Allora lui gliene dava.’

Effettivamente come scrittore subì una sorta di ostracismo perché, nel clima accesamente antifascista del dopoguerra, gli intellettuali di sinistra – e fra tutti Jean-Paul Sartre – ne chiesero in massa e a gran voce l’allontanamento, la censura e l’oblio, mentre l’attacco nei suoi confronti veniva portato avanti anche col ridimensionamento del suo valore come scrittore (sarebbe stato ‘una copia di Jaimes Joyce).

Céline reagì soprattutto contro Sartre, ebbe la sorpresa di venir difeso da Camus (che pure non amava), ma solo con difficoltà e in mezzo alla polemiche poté pubblicare ancora, mentre le sue opera passate venivano ignorate praticamente in tutt’Europa.

Eppure Céline rimase fino alla fine sulle sue posizioni: nella sua ultima intervista – anticipando un tema che mezzo secolo dopo sarebbe stato molto diffuso – previde infatti la decadenza degli europei (i ‘bianchi’) sopraffatti dagli africani (i neri”) e l’ascesa dominatrice dei cinesi (i ‘gialli’) e, circa gli ebrei, ribadì che: ‘Non ho scritto nulla contro gli ebrei… tutto quello che ho detto era ‘che gli ebrei ci stanno spingendo in guerra’, e questo è quanto. Avevano una rogna con Hitler, e non erano affari nostri, non avremmo dovuto impicciarcene. Gli ebrei hanno avuto una guerra di lamentele per due migliaia di anni, e adesso Hitler gli aveva dato causa di altri lamenti. Non ho nulla contro gli ebrei… non è logico dire qualcosa di buono o cattivo su cinque milioni di persone’, ma secondo lui la Francia era finita in guerra per i loro interessi.

Il 1 luglio 1961, due giorni dopo che aveva comunicato all’editore di aver terminato ‘Rigodon’, il suo ultimo romanzo, venne colpito da un aneurisma e morì di emorragia cerebrale nell’indifferenza generale, anche perché proprio il giorno seguente dilagò la notizia che il famosissimo Ernest Hemingwyay si era suicidato. Il giorno del funerale del padre, la figlia Colette impazzì.

Solo a partire dagli anni Ottanta Céline sarebbe stato riscoperto e rivalutato come uno dei più grandi scrittori del Novecento, uno che aveva saputo esprimere e sviluppare tutti i temi del tragico ‘secolo della violenza’ e che non era stato solo un ‘anarchico che predicò il razzismo’ che aveva terminato i suoi giorni in una ‘squallida decadenza’, l’autore di libri dal ‘successo fugace’, ‘pieni di oscenità, scetticismo, odio e antisemitismo’: solo quando gli animi si furono calmati, Céline poté insomma essere considerato per quel che era stato, l’espressione geniale del suo tempo assurdo e cattivo e si poté comprendere anche che, come sostenne Lucette, ‘i fiori più belli sbocciano sul letame … bisogna scendere molto in basso nell’orrore per essere capaci di risalire anche molto in alto’.

Nel 1968 la casa di Meudon fu devastata da un incendio in cui gran parte delle sue carte andarono distrutte, ma nel 2016 la vedova 104enne vi abitava ancora.

Nel 2012, quando stava per compiere cent’anni, uscì il suo libro-intervista ‘Céline segreto’, la succinta autobiografia di una donna ancora legatissima al marito, scomparso da oltre mezzo secolo, che, non a caso, inizia così: ‘Dalla morte di Louis, la vita non mi interessa più’.

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