Vite tra le sbarre: Mahvash Sabet e Nazim Hikmet

Canto a due voci ritorna: questa volta il prof. Francesco mi ha fornito alcuni testi della poetessa di cui parlo, il commento e le notizie sono miei.

Imbattersi in vite sconosciute, Mahvash Sabet
Rivisitare quelle notissime, Nazim Hikmet
Il collante è la prigionia, in cui sbarre e fili spinati non impediscono il volo del cuore e il canto della divina
Poesia

“Dentro di me qualcosa insorge / e si ribella contro l’inerme resa / a questa turpe ingiustizia // dentro di me qualcosa scava / in cerca di semi d’amore / da piantare coltivare, curare / nel deserto di questa gelida landa // dentro di me qualcosa scava / in cerca di semi d’amore / da piantare coltivare, curare / nel deserto di questa gelida landa // dentro di me qualcosa scava …”.

Imbattersi in vite sconosciute, ascoltare voci mai udite, immaginare volti e sguardi e mani che mai ci accadrà di incontrare: anche questa è la grande meraviglia di fronte alla scoperta di un nuovo testo poetico. Attraverso parole consegnate alla carta conoscere storie di umanità, pensieri in forma di verso di cui neppure sospettavamo l’esistenza. Entriamo così in amicizia di spirito con corpi e storie insospettate, e siamo grati a tutti gli ignoti messaggeri che hanno permesso questo incontro. È in virtù di numerosi e oscuri passaggi di mano che mi sono ritrovata sul tavolo una raccolta rosso fuoco di poesie fortunosamente sgusciate fuori da una prigione iraniana, e proposte a noi dalle edizioni del Verri, e che ho potuto conoscere Mahvash Sabet.

E’ una donna colta e raffinata, educata nella fede Bahá’ì, prima in un villaggio ai bordi del deserto iraniano, poi inserita nella grande città, Teheran, dove studia, insegna, e cresce nell’amore universale predicato dalla sua fede, che non conosce rigidità di dottrina, non conosce espansionismo, non conosce imposizione. Ma la fede Bahá’ì è considerata nemica dell’islam di regime in Iran. Perseguitare chi vi aderisce è più sbrigativo che confrontarsi con modi diversi di pensare Dio e l’umano. Mahvash Sabet perde il lavoro di insegnante, viene imprigionata una volta nel 2005, poi nel 2008 accusata – in quanto facente parte di un comitato di aiuto ai fedeli bahá’ì – di “diffusione di corruzione sulla terra”, di spionaggio e altro, torturata e costretta in celle di massima sicurezza, condannata a vent’anni di carcere duro. Ma il “miracolo” è che la sua dolcezza e la sua speranza non si spengono. La sua preghiera continua ad essere per tutti noi.
“Perché questo destino? / Di quale colpa sei vittima? Quale sventura ha distrutto la tua casa, / lasciandoti vittima e vagabonda? / Lascia che i germogli crescano! Non schiacciare il seme della vita! / Abbi fede in queste gemme”.
Mentre gli altri membri degli amici sono stati arrestati nelle loro case a Teheran il 14 maggio 2008, la signora Sabet fu arrestato a Mashhad il 5 marzo 2008. Anche se risiedeva a Teheran, lei era stata chiamata a Mashhad dal Ministero dell’Intelligence, apparentemente per il fatto che lei era tenuta a rispondere a domande relative alla sepoltura di un individuo nel cimitero Baha ‘ i in quella città.
Nel 2014, PEN International ha preso nota del libro della signora Sabet, Poesie di prigione, chiamata per il mondo per “take action” nel giorno dello scrittore imprigionato, a sostegno di lei quell’anno. Come un prigioniero, naturalmente, lei ha perso su questo e altri riconoscimenti, che le sono stati conferiti come un poeta pubblicato.

Mahvash Sabet-Poesie dalla prigione-ed.Del Verri:

IN QUESTO MIO CUORE
Costretta
tra mura crudeli,
anguste sbarre
e filo spinato,
crollata ormai
dentro di me
ogni barriera,
abbattuto ogni muro,
ti ritrovo infine
nel mio cuore,
ovunque tu sia,
chiunque tu sia.

ovunque tu sia,
chiunque tu sia,
sei sempre presente
in questo mio cuore.

 

COSTRETTA A RESTARE

No, non resisterò fino a notte.
Qualcosa mi graffia nel cuore.
Le lacrime premono gli occhi.
Una pena mi chiude la gola.
Non ho via di scampo.
Sono costretta a restare.
Non voglio morire.
Non riesco a dormire.
Non posso gridare.
Arriverà mai la notte?

IL PASSEROTTO
Passeggiando durante l’ora d’aria,
incontro un passerotto nella neve.
Beccava un pezzetto di pane ghiacciato.
“Povero prigioniero, anche tu, come me?”
gli dico. Abbandonata la briciola, lui vola via.
Mi dico ” Sei forse dammeno di lui?
Il pane lascia cadere e, pur affamata, anche tu vola via”

 

 

 

 

 

 

 

NAZIM HIKMET

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E’ stupefacente come possano convivere e integrarsi in un unicum sopravvivenza e creatività, in situazioni limite come possono essere lunghi anni trascorsi in prigione tra Nazim Hikmet, o meglio una sua poesia scritta nel 1949 dalla prigione di Bursa in Turchia.

Se invece di essere impiccato
Vieni sbattuto dentro
Per non aver rinunciato a sperare
Nel mondo, nel Paese, nel tuo popolo
Se devi scontarti dieci o quindici anni
Oltre al tempo che ti rimane,
E’ meglio che non ti venga da dire
“Avrei preferito che mi avessero
Appeso a una corda
Come la bandiera”
Punta i piedi e vivi.
Potrebbe non essere esattamente piacevole
Ma è tuo solenne dovere
Vivere ancora un altro giorno
Per fare dispetto al nemico.

Parte di te potrebbe vivere solitaria dentro,
Come un sasso in fondo al pozzo.
Ma l’altra parte di te
Deve essere coinvolta
Nel vortice del mondo
Tanto che ti viene da tremare
Quando fuori, a quaranta giorni di distanza,
Si muove una foglia.

Aspettare lettere mentre sei dentro,
Cantare canzoni tristi
O stare svegli tutta la notte a fissare il soffitto
E’ dolce ma pericoloso.
Guardati la faccia tra una rasatura e l’altra,
Stai attento ai pidocchi
E alle notti di primavera,
E ricordati sempre
Di mangiare l’ultimo boccone di pane –

Non dimenticarti anche di ridere di cuore.
E chissà,
La donna che ami potrebbe smettere di amarti.
Non dire che non importa:
Per l’uomo che è dentro
E’ come un ramo verde divelto e spaccato.
.

Pensare alle rose e ai giardini fa male,
Pensare al mare e alle montagne fa bene.
Leggi e scrivi senza riposo,
E consiglio anche di tessere
E di costruire specchi.

Voglio dire, non è che non si possono passare
Dieci o quindici anni dentro
O anche di più
È possibile
Purché il gioiello
Nella parte sinistra del tuo petto
Non perda la sua lucentezza.

Maggio 1949, Nazim Hikmet, scritta nella prigione di Bursa, in Turchia (tradotta dall’inglese da Pina Piccolo).
Nâzim Hikmet (Salonicco 1902 – Mosca 1963), poeta, romanziere, autore di teatro, saggista e giornalista, è conosciuto in Italia soprattutto per le sue Poesie d’amore (nella collezione Oscar). Durante gli anni Venti visse in Russia dove entrò in contatto con le avanguardie. Rientrato in Turchia, per la sua opposizione al regime di Kemal Atatürk trascorse dodici anni in carcere, dal 1938 al 1950. Liberato, si trasferì a Mosca, dove morì.