La generazione spagnola del’27 contro il Franchismo: RAFAEL ALBERTI

Rafael Alberti

La città in cui nacque nel 1902, El Puerto de Santa Maria, è in Andalusia ed il suo cognome rivela chiaramente la sua lontana origine italiana, essendo stato suo nonno un garibaldino toscano che si era rifugiato in Spagna. I suoi inizi artistici furono nel campo della pittura e partecipò anche ad una mostra (e questo forse spiega la bellezza di certe sue “raffigurazioni poetiche”).

Ben presto prevalse però il suo amore per la poesia. Fu amico di Federico Garcia Lorca, Buñuel, Salvador Dalì e Pablo Picasso. Ebbe una parte importante sia in ambito giornalistico che concreto nella guerra civile spagnola in cui combatté il Franchismo. Nel 1939 alla fine della guerra civile con la compagna Maria Teresa Leon peregrinò per l’Europa ed il Sudamerica ed alla fine della guerra riparò a Roma. Qui frequentò circoli culturali progressisti e si dedicò ad una multiforme attività letteraria, di cui è riconosciuta la grande qualità. Nel 1977 tornò in Spagna. Poco dopo si separò dalla moglie, compagna da una vita, per unirsi ad una giovane intellettuale italiana che l’assistette fino alla sua morte nel 1999. Per suo volere, le sue ceneri furono sparse nelle acque della sua città natale.

La sua poetica spazia dall’impegno sociale e civile all’amore. I suoi versi sono sempre densi di raffinati umori, di immagini fantastiche e di effetti sorprendenti e coinvolgenti.

Dedicata all’amico e sodale antifranchista

Federico Garçia Lorca

     Ritorni di un poeta assassinato

 Sei tornato a me più vecchio e triste nell’assopita
luce d’un sonno tranquillo di marzo, polverose
d’un grigio inatteso le tempie, e quel bronzo
di olivo che la tua magica gioventù sosteneva,
solcato dal segno degli anni, come
se quella vita che non avesti in vita
l’avessi a passo a passo vissuta nella morte.

Non so cos’hai voluto dirmi stanotte
con la tua visita inaspettata, l’abito fino
di lucido alpaca, cucito di fresco,
la cravatta gialla e i desolati capelli
al vento, come allora
per quei giardini di pioppi studenteschi,
e di caldi oleandri.
Forse hai pensato – cerco di spiegarmelo
ormai nei chiari sobborghi del sogno – che dovevi
venire prima da me dalle tue sotterranee
radici o occulte sorgenti fra cui
penano disperatamente le tue ossa.
Dimmi,
confessami, confessami
che nell’abbraccio muto che m’hai dato, nel tenero
gesto di offrirmi una sedia, nella semplice
maniera di sedermi accanto, di guardarmi,
di sorridere in silenzio, senza una sola parola,
dimmi se non hai voluto intendere con questo
che nonostante le minime zuffe che facemmo,
seguiti a essere unito a me più che mai nella morte
per quelle volte che forse
– ahi, perdonami! – non lo fummo in vita.

Se non è così, ritorna di nuovo nel sogno

d’un’altra notte a spiegarmelo.

 



 

Ritorni dell’amore come era

A quel tempo eri bionda e grande,

solida spuma ardente ed elevata.
Parevi un corpo staccatosi
dai centri del sole, lasciato
da un colpo di mare sulla sabbia.

Tutto era fuoco a quel tempo. Bruciava
intorno a te la spiaggia. A rutilanti
vetri di luci erano ridotte
le alghe, i molluschi, le pietre
che le ondate spingevano contro di te.

Tutto era fuoco, fulmine, palpito
d’onda calda in te. Se era una mano
che osava o le labbra, cieche braci
volando fischiavano nell’aria.
Tempo incendiato, sogno consumato.

Io mi rotolai nella tua spuma a quel tempo

 

L’ANGELO BUONO

Venne quello che amavo,
 quello che chiamavo.
 Non quello che spazza cieli senza difese,
 astri senza capanne,
 lune senza patria,
 nevi.
 Nevi di quelle cadute da una mano,
 un nome,
 un sogno,
 una fronte.
 Non quello che ai suoi capelli
legò la morte.
 Quello che io amavo.
 Senza graffiare i venti,
 senza ferire foglie né muovere cristalli.
 Quello che ai suoi capelli
 legò il silenzio.
 Per scavarmi, senza farmi male,
 una riviera di luce dolce nel petto
 e rendere la mia anima navigabile.

 

Ballata di ciò che disse il vento

L’eternità potrebbe essere benissimo
solamente un fiume
essere un cavallo dimenticato
e il tubare
di una colomba smarrita.

Quando l’uomo si allontana
dagli uomini, viene il vento
che subito gli dice altre cose,
aprendogli le orecchie
e gli occhi ad altre cose.

Oggi mi sono allontanato dagli uomini,
e solo, in questo baratro,
a lungo guardavo il fiume
e ho visto soltanto un cavallo
e ho udito solamente
il tubare
di una colomba smarrita.

E il vento allora si è avvicinato,
come di sfuggita,
e mi ha detto:

L’eternità potrebbe essere benissimo
solamente un fiume,
essere un cavallo dimenticato
e il tubare
di una colomba smarrita.