“L’amore liquido” e molto molto altro…

L’abilità sorniona di dire come stanno davvero le cose: Wislawa Szymborska

Preferisco il cinema.
Preferisco i gatti.
Preferisco le querce sul fiume Warta.
Preferisco Dickens a Dostoevskij.
Preferisco me che vuol bene alla gente, a me che ama l’umanità.
Preferisco avere sottomano ago e filo.
Preferisco il colore verde.
Preferisco non affermare che l’intelletto ha la colpa di tutto.
Preferisco le eccezioni.
Preferisco uscire prima.
Preferisco parlar d’altro coi medici.
Preferisco le vecchie illustrazioni a tratteggio.
Preferisco il ridicolo di scrivere poesie, al ridicolo di non scriverne.
Preferisco in amore gli anniversari non tondi, da festeggiare ogni giorno.
Preferisco i moralisti che non promettono nulla.
Preferisco una bontà avveduta a una credulona.
Preferisco la terra in borghese.
Preferisco i paesi conquistati a quelli conquistatori.
Preferisco avere delle riserve.
Preferisco l’inferno del caos all’inferno dell’ordine.
Preferisco le favole dei Grimm alle prime pagine.
Preferisco foglie senza fiori che fiori senza foglie.
Preferisco i cani con la coda non tagliata.
Preferisco gli occhi chiari perché li ho scuri.
Preferisco i cassetti.
Preferisco molte cose che qui non ho menzionato
a molte pure qui non menzionate.
Preferisco gli zeri alla rinfusa che non allineati in una cifra.
Preferisco il tempo degli insetti a quello siderale.
Preferisco toccar ferro.
Preferisco non chiedere per quanto ancora e quando.
Preferisco considerare persino la possibilità
che l’essere abbia una sua ragione
.

 

 Wislawa Szymborska è una delle più piacevoli, stranianti, intelligenti, ironiche e appassionanti voci poetiche del Novecento, che ha attraversato senza restarne imprigionata, proiettando il suo sguardo sulla vita oltre i confini del suo tempo.

Così avviene che, volendo riflettere sullo stato dell’arte delle relazioni umane, dei rapporti di amicizia e di amore in particolare, nella nostra epoca, in cui esistono così tanti modi per poter comunicare, da avere spesso la sensazione che non resti più un solo istante per pensare a che cosa valga la pena di dire – le poesie di questa raffinata artista della parola possono aiutarci almeno a farci “le domande giuste”.

Una, in particolare, molto famosa, può regalarci un filo nel labirinto di quello che un altro geniale intellettuale di origini polacche, Zygmunt Bauman, ha definito “l’amore liquido”. Si tratta di amore a prima vista.

Sono entrambi convinti

che un sentimento improvviso li unì.

È bella una tale certezza

ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi prima, credono

che non sia mai successo nulla fra loro.

Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi

dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro

se non ricordano –

una volta un faccia a faccia

forse in una porta girevole?

uno “scusi” nella ressa?

un “ha sbagliato numero” nella cornetta?

– ma conosco la risposta.

No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere

che già da parecchio

il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto

a mutarsi per loro in destino,

li avvicinava, li allontanava,

gli tagliava la strada

e soffocando un risolino

si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,

che importa se indecifrabili.

Forse tre anni fa

o il martedì scorso

una fogliolina volò via

da una spalla all’altra?

Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.

Chissà, era forse la palla

tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli

in cui anzitempo

un tocco si posava sopra un tocco.

Valigie accostate nel deposito bagagli.

Una notte, forse, lo stesso sogno,

subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti

è solo un seguito

e il libro degli eventi

è sempre aperto a metà.

Questa convinzione è tipica della concezione “liquida” dell’amore. Il sentimento è sempre improvviso, come in un film americano. Più che un modo bello di vivere la vita, l’amore si tramuta in una cura, un palliativo. Ovviamente, così, subitaneamente come nasce, finisce – e poiché all’apparenza l’amore esplode davvero d’incanto, e nella scintilla esiste una bellezza calorosa, questa certezza diventa dogma.

Non puoi mai essere sicuro davvero che una persona sia quella della tua vita, quella con cui costruire un’amicizia che travalica il tempo, i travagli e le tribolazioni, o quella con costruire una casa, una famiglia, con cui mettere al mondo e far crescere nuove vite. Ma quell’incertezza è più bella.

Le strade, le scale, i corridoi possono anche non essere mai esistiti. Oppure possono esserci stati davvero dei luoghi fisici, magari più d’uno, magari anche in momenti diversi, testimoni muti che, ove avessero accesso al dono della parola, potrebbero forse pronunciarne alcune in grado di sovvertire ogni certezza.

A volte, è molto difficile ricordare. Nella società della felicità immediata, da consumare come una bibita, l’infelicità, anche solo il ricordo di un’infelicità, è un pericolo da rimuovere. Così insieme alle cose infelici o difficili, finiamo spesso per rimuovere anche quelle belle e importanti. La vita, in fondo, è fatta davvero di porte girevoli e a volte, spesso, il sublime e il terribile s’incontrano, e siedono fianco a fianco. Chi desidera l’amore dovrebbe lasciarsi scuotere spesso dallo strano ricordo di una porta girevole.

Lo stupore è l’amore, e viceversa. Abolendo l’incertezza, si abolisce anche la possibilità di essere sorpresi, di vedere smentite le cose più scontate. L'”amore liquido” non ama le incertezze, ciò che non può essere previsto e calcolato – ma, senza incertezza, non ci può essere sorpresa, e senza sorpresa, che cosa resta dell’amore?

Li avvicinava, li allontanava, gli tagliava la strada e ci rideva pure sopra. Può sembrare un poco sadico, questo caso, ma solo se non capiamo che la vita, come l’amore, non sono cose che si possiedono. Il caso, soffocando un risolino/si scansava con un salto, perché è esattamente così che bisogna percorrere l’esistenza.

Non possiamo saperlo, non sappiamo quando, non sappiamo come, né dove, salvo, forse, che più che un tuono fragoroso è probabile si sia trattato di un sussurro. Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto. Forse solo una fogliolina, ma forse quella fogliolina conteneva tutto il romanzo di una vita. Non possiamo saperlo, ma, se non sappiamo sperarlo e soprattutto volerlo, potremo mai dire davvero di avere amato?

Un sogno, un tocco, un viaggio. Non importa, neppure qui, se ci siano state quelle maniglie, quelle valige, quei sogni. Quel che importa è che possono esserci state.Ogni futuro cerca un passato. Che fare, dunque? Non lo sappiamo.

 Dopo il Nobel per la letteratura del 1996, per Wislawa cominciò il ciclone, quello della fama internazionale, che lei, col suo fare sornione e gentilmente sorridente, affrontò apparentemente con nonchalance per 16 anni, morì infatti nel febbraio del 2012.

 

Ascolta / come mi batte forte il tuo cuore. / Ho poco tempo per farlo./ La mia mortalità dovrebbe commuoverti”.

Wislawa non sta parlando ad un uomo o ad un albero o ad un gatto, ma ad una pietra, cui chiede di aprirsi a comprenderla e in fretta, visto il poco tempo che sempre resta. Gli scrittori “amici per sempre” sono quelli di cui apri a caso un libro e sempre nella pagina trovi qualcosa che ti riguarda e che, dopo la prima volta, ti abiteranno dentro, sotto la pelle e saranno tutt’uno con te: “Conosciamo noi stessi solo fin dove / siamo stati messi alla prova. / Ve lo dico / dal mio cuore sconosciuto”. L’incantevole grazia di una donna di Cracovia, che parlava la lingua polacca e che sapeva, di ognuno di noi, cose che neanche il nostro cuore intuisce.

Nella raccolta “Sale” del 1962 la poetessa, con la soave ironia che le apparteneva, aveva composto già il suo epitaffio, ritoccato più volte, fino alla forma definitiva che, da febbraio 2012, è sulla sua tomba:
“Qui giace come virgola antiquata/ l’autrice di qualche poesia. La terra l’ha degnata/ dell’eterno riposo, sebbene la defunta/ dai gruppi letterari stesse ben distante./ E anche sulla tomba di meglio non c’è niente/ di queste poche rime, d’un gufo e la bardana./ Estrai dalla borsa il tuo personal, passante,/ e sulla sorte di Szymborska medita un istante”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un gufo e la comune bardana, dai bei fiori violetti, compagni graditi per il riposo eterno.

Il verso libero, parole d’uso quotidiano, la sorridente lontananza dagli olimpi poetici, astrusi e complessi; e il tempo, agostinianamente inteso (qualcosa che cambi e l’uomo che osserva e si osserva, incredulo, mentre compara il tempo all’eternità) colto nel “momento”, con chiarezza e indulgenza e domande apparentemente leggere sui perché della vita. Malinconica invidia delle altre creature viventi, più sagge dell’uomo che pencola sempre tra i due non-tempi, passato e futuro: le altre creature non sono attratte dal prima e dal dopo, vivono solo il momento e, semplici e “loro stesse natura” non conoscono ambiguità, secondi fini, raggiri, inganni. E hanno di conseguenza “la coscienza pulita”. La poetessa amava gli animali, in particolare i gatti, di cui osservava e invidiava la naturale adesione all’attimo fuggente.

“Non c’è giorno che ritorni, non due notti uguali uguali/, né due baci somiglianti/, né due sguardi tali e quali”. Questo un gatto lo sa, come sa che è vano chiedersi se l’essere abbia una sua ragione. Si viene al mondo entro la sola casa in cui abiteremo per tutta la vita, la pelle, e quest’unico patrimonio-guscio, secondo un contratto da onorare, ci tocca restituirlo completamente, guscio esterno ed organi, uno per uno fino in fondo, è prestito in scadenza.“Chiamiamo anima / la protesta contro di esso./ E questa è l’unica cosa che non c’è nell’inventario.”

Sulle donne moderne, che leggono Jaspers, che si affannano in casa e al lavoro, che sono belle e intelligenti e autosufficienti, e che però cedono alla paura della solitudine, lo sguardo della poetessa è scettico e chiaramente infastidito: le “nuove donne”, ma davvero continuano a interpretare il ruolo assegnato loro dalla tradizione, a muoversi ed essere come altri vogliono?”….”e per l’amor del cielo!”.  Assolutamente deliziosa.

Vestiario
Ti togli, ci togliamo, vi togliete
cappotti, giacche, gilè, camicette
di lana, di cotone, di terital,
gonne, calzoni, calze, biancheria,
posando, appendendo, gettando su
schienali di sedie, ante di paraventi;
per adesso, dice il medico, nulla di serio
si rivesta, riposi, faccia un viaggio,
prenda nel caso, dopo pranzo, la sera,
torni fra tre mesi, sei, un anno,
vedi, e tu pensavi, e noi temevamo,
e voi supponevate, e lui sospettava;
è già ora di allacciare con mani ancora tremanti
stringhe, automatici, cerniere, fibbie,
cinture, bottoni, cravatte, colletti
e da maniche, borsette, tasche, tirar fuori
-sgualcita, a pois, a righe, a fiori, a scacchi- la sciarpa
riutilizzabile per protratta scadenza.

Dopo averla letta, lo stupore: tutti, per sé o per una persona cara, abbiamo temuto “la sentenza” di un’ecografia, di una risonanza magnetica, della TAC, della PET o di una visita medica. L’attesa del responso, l’angoscia dissimulata e, talvolta, fortunatamente, il sollievo infinito…..Ma, giustamente, fino a quando? E’ solo una scadenza protratta.

Prospettiva

Si sono incrociati come estranei,
senza un gesto o una parola,
lei diretta al negozio,
lui alla sua auto.

Forse smarriti
O distratti
O immemori
Di essersi, per un breve attimo,
amati per sempre.

D’altronde nessuna garanzia
Che fossero loro.
Sì, forse, da lontano,
ma da vicino niente affatto.

Li ho visti dalla finestra
E chi guarda dall’alto
Sbaglia più facilmente.

Lei è sparita dietro la porta a vetri,
lui si è messo al volante
ed è partito in fretta.
Cioè, come se nulla fosse accaduto,
anche se è accaduto.

E io, solo per un istante
Certa di quel che ho visto,
cerco di persuadere Voi, Lettori,
con brevi versi occasionali
quanto triste è stato.

 

Ogni caso

Poteva accadere.
Doveva accadere.
È accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano.
È accaduto non a te.

Ti sei salvato perché eri il primo.
Ti sei salvato perché eri l’ultimo.
Perché da solo. Perché la gente.
Perché a sinistra. Perché a destra.
Perché la pioggia. Perché un’ombra.
Perché splendeva il sole.

Per fortuna là c’era un bosco.
Per fortuna non c’erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno,
un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.

In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
a un passo, a un pelo
da una coincidenza.

Dunque ci sei? Dritto dall’attimo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore

In Italia tutte le poesie della Szymborska sono edite da molto tempo in un volume unico dall’ Adelphi; è bastato che l’autore di Gomorra ne leggesse dei versi in Tv, perché l’opera andasse esaurita. Il mio è l’elogio di una poesia in sordina: ma non facciamoci ingannare, i versi, apparentemente svagati, all’improvviso s’impennano, tra lucidità e sconforto, e ci mostrano l’horror vacui di lucreziana memoria, senza la solennità degli esametri, così, come per gioco o lieve sorridente mormorare a fior di labbra. Ma, proprio per questo, penetrano nella mente come un’ affilatissima katana.

Wislawa Szymborska (1923-2012)