La preghiera del Mondo, vecchio e stanco

Tasso Torquato

Le sette giornate del Mondo creato

E’ un poema senile in 9.000 endecasillabi sciolti, compiuto nel 1594 e pubblicato postumo nel 1607, nel quale, sulla scorta del racconto biblico e dei testi degli antichi padri della Chiesa, in particolare di San Basilio e il suo Hexaemeron, vengono rievocate le vicende della creazione del mondo. L’opera è divisa in sette «giornate» e costituisce un tentativo di realizzare una poesia didascalica cristiana che possa stare a confronto con i grandi esempi dell’antichità, come il De rerum natura di Lucrezio.

Testo di riferimento: T. Tasso, Il Mondo creato, a cura di B. Maier, Milano, Rizzoli, 1964

Il Tasso che dimostra di conoscere il Cielo, così definisce la Via Lattea: “si come è quella via lucente e bianca, che del latte al candor i lumi aggiunge di tante fisse stelle ivi cosparse” (quarto giorno 567- 569).
A proposito del numero delle stelle aggiunge : “Dio solo è quel che numerare a pieno nel mar puote le stille e ‘n ciel le stelle” (secondo giorno 508-509). L’Orsa Maggiore è così mirabilmente indicata : “Di sette stelle adorna il vello, l’Orsa maggior fa brevi giri e lenti : l’Orsa , ch’a’ Greci in tempestoso mare fu già fidata duce e segno amico” (secondo giorno 383-386).
L’Orsa Minore non è meno poetica : “Vicina al Polo, che s’inalza e scopre, con brevissimo giro intorno ruota l’Orsa minor, che già fu scorta e segno de la Fenicia a’ naviganti audaci. ” (secondo giorno 379-382).

Numerose sono le altre citazioni astronomiche costellazioni, stelle, luna, eclissi, maree, meteore ed altro, mi limiterò a ricordare una espressione che mi ha colpito in modo particolare riferendosi al Cielo stellato : “Così Dio fece, e ‘l nome imposto al cielo da sua fermezza, il firmamento appella quel che l’uom chiamò poi stellante sfera, o pur giri stellanti.” (giorno secondo 58-61). Derivazione dal latino stellans-stellantis ovvero risplendente di stelle. Certo è un’opera senile del Tasso, non molto considerata dai critici, non paragonabile alla sublime opera dantesca, ma è sempre un’opera poderosa e meritevole di lettura.

E’ preso da stupore, il Tasso, davanti al FIAT LUX, e alla luce, “la chiarissima pura e bella luce”, amica della natura e della mente umana, ”de la divinità serena imago”, che viaggia col carro dell’Aurora e “tutto irriga”, dedica uno dei passi più belli del Poema ; e poi lo turbano le acque, con la loro mobile viva ubiquità, con cui il Creatore assicura la terra dal fuoco.

 

Il Dio del Tasso, secondo Giovanni Getto, non provoca il palpito di un’ansia schiettamente religiosa, l’adorante emozione del divino. Nei suoi versi sembra determinarsi una solenne liturgia e risuonare l’aria maestosa e un po’ facile di un canto corale. L’effetto a cui il poeta tende è quello di un’azione spettacolare, di una musica da parata. Il mistero si trasforma da realtà spirituale, partecipata dall’intelligenza o dall’anima, in realtà puramente decorativa, diventa occasione di un’aulica festa. Non è dunque il Dio di Manzoni “vivente nel cuore degli uomini”; non è quello di Dante, metafisicamente concepito come atto puro, mente e legge dell’universo, monarca supremo, legislatore e giudice, fonte di grazia e di giustizia.

Il Dio del Tasso, re maestoso, lungi dall’essere intuito al vertice del mondo e della natura, si manifesta sotto le volte del tempio cattolico, dove appare effigiato in alto in un tripudio di santi e di angeli librati sulle nuvole, il Dio di cui non sono i cieli a narrare la gloria, ma le dorate chiese barocche, nelle quali, come in regge fastose, si svolge lo splendido cerimoniale del culto. Questa è l’opinione di Giovanni Getto.

 

Ma, a confutare in parte questo giudizio dell’autorevole critico, e sottolineare l’autentica dubbiosa macerazione teologica del Tasso, basterebbe l’incipit del poema, con l’invocazione alla Trinità : questa dottrina non è un’acquisizione facile e indiscutibile del dogma, ma l’esito di un’inquieta ricerca. In una delle Lettere Poetiche a Scipione Gonzaga, si affaccia il dogma trinitario in rapporto al tema cosmogonico, ma come emblema dei dubbi di natura teologica che assillavano il poeta, nodo irrisolto, quesito esistenziale e filosofico, sul quale concentrare, in una prospettiva futura e con tensione volontaristica, l’impegno speculativo. Il Tasso sembra percepire con malinconia e un senso di vertigine tutta la portata della rivoluzione copernicana resa possibile dalla Riforma, in virtù della quale “ non più la Chiesa, ma l’individuo è diventato fattore determinante della vita religiosa”. Oscuramente, si agita sullo sfondo la dottrina della Predestinazione e il mistero della Grazia, nella sua abissale incomprensibilità, centro della dogmatica protestante, con i connessi problemi del sacrificium intellectis e della negazione del libero arbitrio.

Il poema, apertosi con un’invocazione al Deus-Trinitas, origine di tutto, si chiude con la preghiera del Mondo veglio e stanco al Deus absconditus, vivente al di là di tutte le cose e loro fine ultimo, abisso senza vertigine, ove conduce un segreto anelito di liberazione e di annullamento, per trovare pace e per risorgere, forse, nell’invisibile.

Ed è ancora secondo un triplice ritmo ascendente che s’innalza, affranta e dolente, patetica e nostalgica, la voce della creatura sospesa sull’abisso, tra tutto e nulla, tra Te e Me, in attesa.

 Il Tasso, pur innamorato di tale primigenia natura, vede subito in essa i germi della futura distruzione. E certo è impressionante vedere come l’opera, che per tanti versi è un inno, salmo e preghiera di miserere a Dio, termini in un‘implorazione del poeta e del mondo, già stanco e vecchio al settimo giorno della Creazione, che di se stesso contempla il nulla-la Fine.

La preghiera del Mondo, vecchio e stanco

                                               VII, vv 1101-1118

“Quanto mi è dato, a te mi unisco amando,

E ne le parti mie ti adoro e cerco

Umilmente, e te sospiro e bramo

E ti piango talor, e in folta pioggia

Quasi mi stillo, e ‘l mio fallire incolpo.

E nel pianto e nel canto a Te consacro

Quanto lece me stesso, acciò che a sdegno

Non prenda in me la tua divina imago

E ‘l simolacro di tua mano impresso.

Ma fuori di me pur ti ricerco, e piango

Dove sei? Dove sei? Chi mi ti asconde?

Chi mi t’invola, o mio Signore e Padre?

Misero, senza te son nulla. Ahi lasso!

E nulla spero: ahi lasso!, e nulla bramo.

E che posso bramar se ‘l tutto è nulla,

Segnor, senza tua grazia? A te di novo

Sovra me stesso pur rifuggo, e prego

Teco sovra me stesso unirmi amando.

Già mi struggo d’amor, languisco amando.

E s’altro incendio mi consuma e strugge,

L’amor tuo più lucente, e ’n altra forma

Poi mi rifaccia, e le fatighe e ’l moto

Tolga alla mia natura egra e languente.

Abbia riposo alfin lo stanco e veglio

Mondo, che pur s’attempa, e ‘n te s’eterni

Sin che sia non sempre volubil tempio,

Ma di tua gloria alfin costante albergo.”

Così ragiona il mondo, E sorda è l’alma

Che non ascolta i suoi rimbombi e ‘l canto,

E seco non congiunge ‘l canto e i prieghi.