La Signora dei Navigli

Sono nata il ventuno a primavera

ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la
sera.
Forse è la sua preghiera.


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Ci presentiamo …
siamo  Emanuela, Barbara, Flavia e Simona, le quattro figlie della poetessa recentemente scomparsa Alda Merini. Vogliamo raccontavi la sua storia, non la storia della famosa poetessa che tutti voi già conoscerete ma la storia di una madre, una madre un po’ particolare…”

Ovviamente durante le celebrazioni, c’è e ci sarà di tutto, peccato che sia un esercizio a senso unico, lei, Alda Merini oggi avrebbe compiuto 85 anni, chissà quanti altri versi sorprendenti avremmo avuto. La realtà è che la poetessa Merini è morta quasi in indigenza e solitudine e ignorata e poi-come al solito-è cominciato il circo dei milioni di fan in lacrime di coccodrillo.

 “….il poeta lo sa, l’uomo non sa, che un po’

d’ infelicità è il condimento della vita”

Sul profilo Facebook  Alda Merini si chiamò “La Signora dei Navigli”, “una piccola ape furibonda” , “illumino gli altri, ma io rimango sempre al buio”. La metafora che Stazio  usa per Virgilio nel Purgatorio dantesco, il tedoforo del Cristianesimo ancora di là da venire: porta una torcia che illumina solo chi lo segue. Non credo ci sia un’immagine più adatta per la piccola ape furibonda che ci ha donato il miele della sua poesia, distillato goccia a goccia della sua pena di vivere.

A tutti i giovani raccomando:

 aprite i libri con religione,

non guardateli superficialmente,

 perché in essi è racchiuso

il coraggio dei nostri padri.

 E richiudeteli con dignità

quando dovete occuparvi di altre cose.

 Ma soprattutto amate i poeti.

Essi hanno vangato per voi la terra

 per tanti anni, non per costruirvi tombe,

o simulacri, ma altari.

 Pensate che potete camminare su di noi

come su dei grandi tappeti

 e volare oltre questa triste realtà

 quotidiana.”

La Merini ha formulato il suo messaggio con una semplicità divina: la poesia consente di volare oltre questa triste realtà quotidiana, certo, con ali di  corto respiro, a volte semplici illusorie ali di cera e inevitabili atterraggi dolorosi sulla realtà dal cuore di pietra.

L’immancabile Diana rossa tra indice e medio, ai piedi un tappeto di cicche, seduta a un tavolino del Caffè  Chimera ai Navigli a Milano, quando ancora non c’era ostracismo per i tabagisti, Alda Merini parlava con gli avventori con la sua voce roca e profonda, beveva caffè e scriveva come se inseguisse il tempo:

 

“Io sono certa che nulla più soffocherà la mia rima,

 il silenzio l’ho tenuto chiuso per anni nella gola

 come una trappola da sacrificio,

è quindi venuto il momento di cantare

 una esequie al passato.”

Le tre lunghe soste nei manicomi andavano urgentemente colmate da una scrittura travolgente come fiume in piena, troppi i pensieri che sfumavano, i sentimenti che a fatica si dipanavano, immagini viste e flash sognati.  Dall’adolescenza si era sentita votata alla poesia; méntori straordinari ne avevano intuito le grandi capacità, uno fra tutti, Giorgio Manganelli e poi l’editore Gianni Schweiller; ma solo dopo la dimissione dall’ultimo internamento, all’ inizio anni  degli anni Ottanta, il gotha della cultura si accorse della Merini; le apparizioni televisive, in cui recitava liriche e aforismi con sguardo intenso e voce roca, l’avevano resa molto popolare. Tuttavia, nonostante avesse quattro figlie, ammiratori e notorietà, una produzione di liriche e prose sconfinata, testi apparentemente semplici e colloquiali che si prestavano ad essere musicati, concluse l’esistenza nella sua Milano in perfetta indigenza, con i pasti che le forniva il Comune. Il funerale in pompa magna nel Duomo diede modo ai distratti di capire che se n’era andata forse la poetessa più grande del nostro tempo. Ma, s’è visto in mille casi, la poesia non dà né pane né companatico al poeta, salvo talvolta farlo diventare un’icona post mortem. Era morta per l’amatissima sigaretta, che Alda, incurante dei divieti, fumò fino alla fine, tanto ormai a che sarebbe servito astenersi? Finalmente ebbe vicino le figlie, sparse ai quattro venti per i ricoveri manicomiali e quasi sconosciute; le misero accanto una stecca di Diana rosse, una rosa rossa, uno dei suoi cappelli di paglia, la foto del marito Ettore Carniti-morto nel 1983- e 20 euro nel reggiseno. Forse in quel suo viaggio avrebbe incontrato i suoi amici barboni e avrebbe potuto ancora dar loro qualcosa. E le unghie smaltate, l’unico lusso che la clochard Alda Merini non s’era fatto mai mancare.

Quando ci mettevano il cappio al collo
e ci buttavano sulle brandine nude
insieme a cocci immondi di bottiglie
per favorire l’autoannientamento,
allora sulle fronti madide
compariva il sudore degli orti sacri,
degli orti maledetti degli ulivi.
Quando gli infermieri bastardi
ci sollevavano le gonne putride
e ghignavano, ghignavano verde,
era in quel momento preciso
che volevamo la lapidazione.
Quando venivamo inchiodati in un cesso
per esser sottoposti alla Cerletti,
era in quel momento che la Gestapo vinceva
e i nostri maledettissimi corpi
non osavano sferrare pugni a destra e a manca
per la resurrezione degli uomini…

 

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La depressione maggiore bipolare, che sembra essere una prerogativa  o un triste privilegio per una schiera infinita di scrittori ( Hemingway, Virginia Woolf, Sylvia Plath, Joyce, Holderlin, tanto per citarne qualcuno) fu anche la malattia di Alda Merini. Ma non è possibile che proprio la malattia  attivi  una particolare empatia per le ombre della vita, sul confine sempre mobile tra realtà e allucinazione, e l’indicibile sofferenza aiuti, così, a scandagliare l’animo umano, a “sentire” nell’altro un fratello di pena? Ed esiste un rimedio? Essere amati, molto, continuamente, intensamente, lo dice chiaramente Alda.

L’ho stancata per dei mesi e forse lo farò ancora, stamattina mi aveva promesso delle medicine che poi non mi ha prescritte facendomi così intendere che mi trattava da povera esaltata. Ma se il dolore è esaltazione, allora posso dire che tutto il genere umano è in questo stato e il mio dolore, il mio lutto per la morte della mia coscienza, è il dolore di tutta la nostra povera comunità umana. Non ho fiducia nei medicamenti, no, glielo dico con franchezza.
Io per avere questa fede dovrei sentirmi amata, perché per anni sono stata frustrata, maltrattata, vilipesa. Caro dottore, da lei non mi aspetto proprio nulla, solo mio marito, con un cenno, un assenso, un atto di comprensione potrà guarirmi ed è proprio in questa direzione che io vorrei dirigerla.”
(Lettera al medico in manicomio)

 

“Mi piacciono i barboni…quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo..” semplicità, umiltà, piena coscienza dei limiti umani, percezione acuta e francescana degli odori delle cose. E’ la poesia delle piccole cose, l’occhio puro che scorge il divino nella quotidianità, di solito ignorata da chi la vive e la interpreta, senza farci troppo caso, come cosa dovuta e non, invece, come una meraviglia e uno spettacolo sempre nuovi.
Non ho bisogno di denaro. Ho bisogno di sentimenti.” Di pensieri affettuosi indirizzati a noi,  di presenze attente al momento giusto, sogni, canzoni che “faccian danzare le statue“, amore e poesia ed emozioni: che peso mai potrebbe avere il denaro e la sua avida concretezza per comprare ciò che non ha peso né prezzo, ma solo valore? E l’uomo economico-tecnologico del terzo millennio ha ancora la capacità di conoscere il valore, non solo e sempre il prezzo, di ogni cosa?

 

Spazio spazio, io voglio, tanto spazio

per dolcissima muovermi ferita:
voglio spazio per cantare crescere

errare e saltare il fosso
della divina sapienza.

Spazio datemi spazio

ch’io lanci un urlo inumano,
quell’urlo di silenzio negli anni

che ho toccato con mano.”

 E qui è la bella sinestesia “urlo di silenzio”: spazio e tempo le servono con urgenza, per colmare gli anni degli urli non emessi né ascoltati, nei manicomi gremiti di corpi e anime, abbandonati dalla gente “sana”, tranquilla e indifferente, con i “matti” ben chiusi e sigillati in ghetti ad hoc e negli inferi della loro mente.

 

“Solo un mano d’angelo

intatta di sé, del suo amore per sé,

 potrebbe offrirmi la concavità del suo palmo

 perché vi riversi il mio pianto.”

 

Quando un uomo piange, chi accoglie le sue lacrime con una carezza? Non l’uomo vivente, ” troppo impigliato nei fili dell’oggi e dell’ieri“, con le mani troppo sporche per raccogliere il pianto del fratello; solo la mano serena di un angelo bianco potrebbe filtrare le confessioni della pena, senza sentirne ripulsa e, men che mai, mostrarla con un gesto istintivo di stizza.
Se mi avessi strappato il cuore

 o tolto l’unico arto che mi fa male
o scollato le mie giunture

 non avrei sofferto tanto
come quando tu un giorno insperato

 mi hai tolto la pelle dell’anima.”

 

L’eterno mistero dell’amore connaturato col dolore.

“Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso…

 Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore

 che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci

 ancora a piangere,

 poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire

 e taci meravigliata

e allora diventi grande come la terra.”

 

Un inno accorato alla donna e a tutte le donne, portatrici di vita e però votate alla vita sofferta, anche dopo la lunga battaglia, mai terminata, per l’emancipazione e contro la violenza vigliacca da parte degli uomini; la donna è amore, bellezza, capacità di piangere, di meravigliarsi e di essere “grande come la terra”.

 

Le più belle poesie

 si scrivono sopra le pietre

 coi ginocchi piagati
e le menti aguzzate dal mistero.

 Cosi, pazzo criminale qual sei

tu detti versi all’umanità,

 i versi della riscossa.
Ma tu si, maledici

 ora per ora il tuo canto

 perché sei sceso nel limbo,
dove aspiri l’assenzio

 di una sopravvivenza negata.

Lo sguardo profondamente coinvolto e commosso verso “la piccola ape furibonda” si accompagna con l’ avvertimento dello psichiatra ed ex direttore della sezione femminile del manicomio di Novara, il dottor Eugenio Borgna, che ha esplorato con numerosi scritti “le emozioni ferite calpestate e contuse” di pazienti ignoti e di grandi poeti e poetesse: “Ciascuno di noi dovrebbe preoccuparsi  non di essere o essere stato depresso una volta, ma piuttosto, di non esserlo stato mai nella sua vita”. Solo arrancando sul sentiero del dolore umbratile, si comprende il posto a cui  tutto appartiene, quello delle “povere foglie frali” di leopardiana memoria:

 

Lungi dal proprio ramo,

 Povera foglia frale,

 Dove vai tu? – Dal faggio
Là dov’io nacqui, mi divise il vento.

 Esso, tornando, a volo
Dal bosco alla campagna,

 Dalla valle mi porta alla montagna.
Seco perpetuamente

 Vo pellegrina, e tutto l’altro ignoro.
Vo dove ogni altra cosa,

 Dove naturalmente
Va la foglia di rosa,

 E la foglia d’alloro

 

……e tutto quanto nasce, dura poco e svanisce.