Siamo gli uomini vuoti / Siamo gli uomini impagliati

The hollow men è un poemetto di T. S. Eliot del 1925, di soli tre anni posteriore a The West Land e rivela la stessa temperie drammatica del poema precedente e famoso; ben evidente l’afflato religioso come arsura esistenziale e attesa messianica della rugiada salvifica dello spirito. L’autore si stava avviando verso la sua conversione al cattolicesimo, avvenuta nel 1927, espressa nel bel poema purgatoriale, Mercoledì delle ceneri del 1930.

Il poemetto è introdotto da due epigrafi. La prima (Mistah Kurtz—he dead, Mister Kurtz – è morto) è tratta da “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad ed è la notizia che Marlow, il protagonista, apprende da un servitore durante il ritorno dal viaggio di ricerca del misterioso Kurtz. Una delle scene magistrali di “Apocalypse now” di Francis Ford Coppola (1979), che trasse molta ispirazione da Conrad, è quella in cui Marlon Brando, nelle vesti del tragico colonnello Kurtz, recita proprio The hollow men, in un geniale intreccio culturale che rimanda al riutilizzo del serbatoio della tradizione così come lo intendeva Eliot nel suo saggio “Tradizione e talento individuale” del 1919. L’altra citazione (A penny for the Old Guy, un penny per il vecchio Guy) punta direttamente al secondo verso poiché fa riferimento ai fantocci impagliati che il 5 novembre tradizionalmente i bambini inglesi portano in giro chiedendo un penny; quei fantocci poi sono bruciati in ricordo della esecuzione di Guy Fawkes, che nel 1605 tentò di assassinare il re Giacomo I e i membri del Parlamento con una esplosione. La maschera rappresentativa del personaggio Fawkes ha fatto anch’essa il suo percorso culturale, fino a diventare il simbolo di movimenti di protesta contro l’ordine costituito come Anonymous o Occupy. Gli uomini vuoti, gli uomini “impagliati” del 1925 che nel poemetto si presentano in prima persona  (“noi”), di certo non sono diversi da noi che viviamo nel terzo millennio. Il vuoto, che non è solo quello esistenziale che subiamo, ma anche quello che creiamo, spesso deliberatamente, o quando  “l’ombra cade” tra il pensiero e l’azione, tra il potere e il fare, senza che noi interveniamo, è fatto di usura delle parole “secche“, della loro inconsistenza,  della sterilità di chi popola desolatamente (“figura senza forma, ombra senza colore, / forza paralizzata, gesto privo di moto”) una “terra desolata“, una “valle di stelle morenti”. Gli uomini vuoti brancolano, ammassati sulla riva di un fiume che assomiglia molto a un dantesco Stige, pieno di accidiosi, girano irresoluti  intorno a sterili simulacri. Attraverso una serie cospicua di simboli, metafore e quei correlativi oggettivi la cui invenzione è tradizionalmente attribuita a Eliot e che tanta importanza hanno avuto nella poesia moderna, il poemetto si avvia al finale, dopo 90 anni, estremamente moderno. La preghiera della quinta parte sembra essere un balbettio smozzicato (“Perché Tuo è / La vita è / Perché Tuo è il“) che non riesce ad afferrare e coagulare quanto una voce fuori campo sembra suggerire. Non sembra che ci sia molta speranza. La chiusa è percussiva e folgorante insieme, con una estrema accusa di ignavia accidiosa che Roberto Sanesi, per quanto “whimper” possa essere tradotto restrittivamente anche come “gemito, lamento”, rende lapidariamente con la parola “piagnisteo”.

                                         GLI UOMINI VUOTI

                    Mistah Kurtz – morì.

 

                    Un penny per il vecchio Guy

I

Siamo gli uomini vuoti

Siamo gli uomini impagliati

Che appoggiano l’un l’altro

La testa piena di paglia. Ahimé!

Le nostre voci secche, quando noi

Insieme mormoriamo

Sono quiete e senza senso

Come vento nell’erba rinsecchita

O come zampe di topo sopra vetri infranti

Nella nostra arida cantina

Figura senza forma, ombra senza colore,

Forza paralizzata, gesto privo di moto;

Coloro che han traghettato

Con occhi diritti, all’altro regno della morte

Ci ricordano — se pure lo fanno — non come anime

Perdute e violente, ma solo

Come gli uomini vuoti

Gli uomini impagliati.

II

Occhi che in sogno non oso incontrare

Nel regno di sogno della morte

Questi occhi non appaiono:

Laggiù gli occhi sono

Luce di sole su una colonna infranta

Laggiù un albero ondeggia

E voci vi sono

Nel cantare del vento

Più distanti e più solenni

Di una stella che si spegne.

Non lasciate che sia più vicino

Nel regno di sogno della morte

Lasciate anche che porti

Travestimenti cosi deliberati

Pelliccia di topo, pelliccia di cornacchia, doghe incrociate

In un campo

Comportandomi come si comporta il vento

Non più vicino —

Non quel finale incontro

Nel regno del crepuscolo

 

III

Questa è la terra morta

Questa è la terra dei cactus

Qui le immagini di pietra

Sorgono, e qui ricevono

La supplica della mano di un morto

Sotto lo scintillio di una stella che si va spegnendo.

È proprio cosi

Nell’altro regno della morte

Svegliandoci soli

Nell’ora in cui tremiamo

Di tenerezza

Le labbra che vorrebbero baciare

Innalzano preghiere a quella pietra infranta.

 

IV

Gli occhi non sono qui

Qui non vi sono occhi

In questa valle di stelle morenti

In questa valle vuota

Questa mascella spezzata dei nostri regni perduti

In quest’ultimo dei luoghi d’incontro

Noi brancoliamo insieme

Evitiamo di parlare

Ammassati su questa riva del tumido fiume

Privati della vista, a meno che

Gli occhi non ricompaiano

Come la stella perpetua

Ròsa di molte foglie

Del regno di tramonto della morte

La speranza soltanto

Degli uomini vuoti.

V

Qui noi giriamo attorno al fico d’India

Fico d’India fico d’India

Qui noi giriamo attorno al fico d’India

Alle cinque del mattino.

Fra l’idea

E la realtà

Fra il gesto

E l’atto

Cade l’Ombra

                    Perché Tuo è il Regno

Fra la concezione

E la creazione

Fra l’emozione

E la responsione

Cade l’Ombra

                    La vita è molto lunga

Fra il desiderio

E lo spasmo

Fra la potenza

E l’esistenza

Fra l’essenza

E la discendenza

Cade l’Ombra

                    Perché Tuo è il Regno

Perché Tuo è

La vita è

Perché Tuo è il

È questo il modo in cui il mondo finisce

È questo il modo in cui il mondo finisce

È questo il modo in cui il mondo finisce

Non già con uno schianto ma con un piagnisteo.

 

Gli uomini vuoti si presentano direttamente attraverso un monologo: essi non hanno identità, personalità, non riescono a stare in piedi da soli e sussurrano parole vuote As wind in dry grass Or rats’ feet over broken glass (“come il vento nell’erba secca o i piedi dei topi sul vetro rotto“). Questi sono il correlativo oggettivo dell’uomo moderno, quegli stessi viventi moribondi che affollavano la terra desolata, figure senza forma, ombra senza colore, forza paralizzata, gesto privo di moto. Non sono come Kurtz o i dannati danteschi anime violente, ma solo uomini cavi e di paglia. Essi non riescono a sostenere lo sguardo degli occhi degli uomini virtuosi, poiché questi per loro sono come Sunlight on a broken column (“luce solare su una colonna rotta”), sottolineando una morte prematura.

Gli uomini vuoti vivono in deserto, una terra morta, arida come loro sia psicologicamente che religiosamente a causa della mancanza di acqua. Qui vivono solo cactus, un altro correlativo oggettivo per indicare la sterilità, visto che i cactus non danno frutti, le spine del mondo moderno, e qui hanno costruito immagini di pietra che in realtà sono solo falsi idoli che ricevono The supplication of a dead man’s hand Under the twinkle of a fading star (“la supplica della mano di un uomo morto sotto il bagliore di una stella che svanisce”). Poi si svegliano soli, come in Cuore di Tenebra: “We live, as we dream – alone” (“viviamo come sogniamo, soli”). Non possono far altro che innalzare preghiere a quella pietra infranta sottolineando la mancanza di comunicazione, empatia e condivisione dei sentimenti.

Nella valle vuota di stelle morenti, una mascella rotta di un regno passato (declino del mondo moderno), non ci sono anime, né di conseguenza occhi, essi brancolano insieme senza parlare, ammassati sulla riva di un tumido fiume. Non torneranno ad essere anime, a meno di una speranza miracolosa come la Rosa di molte foglie del Paradiso che appare vana. Gli uomini vuoti si trovano bloccati in questa situazione di inerzia e paralisi, di debolezza della volontà.  Eliot ritrae la vita contemporanea come un inferno sulla Terra, nel quale l’essere umano vive una vita priva di relazioni autentiche. L’ “uomo vuoto” è descritto come un essere interiormente vano, o meglio, riempito con una cultura che non è adatta ad esso, priva di qualsivoglia valore. Eliot cioè, paragona l’uomo moderno ad una bambola di pezza, imbottita con una “cultura-segatura”, preconfezionata, non frutto di una elaborazione autonoma e ragionata da parte dell’individuo, ma inserita a forza dalla società moderna e capitalista.

“The Hollow Men” descrive l’aridità, la sterilità emotiva e spirituale della vita contemporanea, una vita priva di colore, di forma, di forza. Come ratti ci limitiamo a fare quel tanto che basta alla nostra sopravvivenza: l’azione condotta nel nome di un ideale non è più concepita, non esiste più la volontà e il coraggio di battersi per qualcosa cha vada un po’ più in là del nostro bisogno materiale. Questo è il modo di vivere dell’individuo privo di sentimenti e emozioni. Eliot vede la frammentarietà della cultura occidentale, delle sue tradizioni mitologiche e religiose come diretta conseguenza del consumismo e del capitalismo che dominano la società presente. L’uomo risulta pertanto alienato, privo di valori morali e religiosi. Egli non agisce più in base ad un codice etico, in quanto moralmente e spiritualmente vuoto. Secondo Eliot, non solo la vita ha perso il suo valore, ma nella società moderna e capitalista, la morte stessa ha perso il proprio valore: “This is the way the world ends / Not with a bang but a whimper.”  Per rendere maggiormente il senso di desolazione dell’esistenza dell’uomo contemporaneo l’autore paragona la vita moderna ad un arido deserto. Questa immagine è accentuata nella parte finale della poesia, quando Eliot parodizza una filastrocca per bambini: questi non danzano più attorno alla pianta dei frutti di bosco ( here we go round the mulberry bush), ma attorno ad un cactus, l’unica pianta che riesce a sopravvivere nell’aridità del deserto (here we go round the prickly pear).

 

 

 


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