Se lo sostiene Pereira…..Antonio Tabucchi (1943-2012)

Un amore lungo una vita, chiamato Fernando Pessoa e Lisboa. Antonio Tabucchi negli anni Sessanta frequentava dei corsi  alla Sorbona a Parigi e, durante i suoi vagabondaggi incantati per le vie parigine, su una bancarella scoprì e fu rapito da “Tabacaria”, un poema di tal Alvaro De Campos, pseudonimo di Fernando Pessoa. E fu un innamoramento per sempre della figura e dell’opera dello scrittore e poeta portoghese, che incarna in sé il Portogallo e la malinconia struggente del fado, a saudade e quel gioiello unico che è Lisbona. Di lì a cascata la passione per la lingua portoghese, la donna amata portoghese, Maria José de Lancastre, la sua Zé, e l’anno diviso equamente tra la Toscana e la capitale del Portogallo, dove è morto di cancro e dove è stato sepolto, piccola urna di ceneri, nel cimitero Dos Prazeres, in una cappella neogotica dedicata alla saudoza memoria degli escritores portugueses.

Da molto tempo era stato onorato della cittadinanza portoghese ed era amatissimo in tutto il mondo, esempio unico di scrittore italiano famoso in vita, tradotto e conosciuto in tutte le lingue; un cittadino italiano indignato ed esplicito nelle sue denunce; un intellettuale pugnace e combattivo fino alla fine contro il malcostume e la deriva etico-politico-culturale dell’Italia. Negli ultimi giorni “…parliamo d’altro, di letteratura, che per me è come aprire la finestra e respirare… parliamo dei Sonetti a Orfeo di  Rilke: “Mi riconosci, tu aria, piena ancora di luoghi un tempo miei?”», il rifiuto malinconico di parlare di una nazione molto amata, e di una battaglia forse persa. Tanti i libri di Tabucchi, gli articoli, le iniziative democratiche di indignato di sinistra, ma l’opera che è lui, semplicemente e per sempre lui, è Sostiene Pereira, del 1994, portata sullo schermo l’anno seguente da Marco Faenza, con l’interpretazione dolente ed elegiaca di Marcello Mastroianni, perfetto nei panni del tranquillo giornalista abitudinario lisbonese Pereira.

Un signore anziano che beve troppe limonate, porta ovunque con sé il ritratto della moglie, con cui dialoga continuamente, ama la letteratura francese ed è ossessionato dall’idea della morte. Il romanzo è ambientato al tempo della dittatura di Salazar, a cui Pereira, tra la cronaca nera e poi la rubrica letteraria che curava presso la testata Lisboa, non prestava molta attenzione.

“Quel giorno Pereira non si era portato in redazione il suo pane e frittata, da una parte tentava di saltare ogni tanto il pranzo, come gli aveva consigliato il suo cardiologo, d’altra parte perché, se non avesse resistito alla fame, avrebbe sempre potuto mangiare un’omelette al Cafè Orquìddea.”

L’irruzione in questa esistenza, fatta di giorni–fotocopia, di due giovani oppositori al regime, Monteiro Rossi e la bella Marta, non ha l’effetto di uno tsunami, se mai di una lentissima, impercettibile sensibilizzazione a quel che prima i suoi occhi non scorgevano: adesione a Salazar e cauta opposizione, spie prezzolate e solerti,  giovani che mettono in pericolo la loro vita per un’improbabile ribellione. Libro e film seguono un ritmo sonnolento, tipico dei tempi e dell’atmosfera addormentata di Lisbona, ma l’evoluzione e il risveglio di Pereira procedono inarrestabili: quando, proprio in casa sua, viene pestato a morte dalla polizia segreta il giovane Monteiro, scatta la reazione decisa e vendicativa. Scrive l’ultimo articolo, il primo della sua carriera giornalistica di denuncia cruda dei fatti, lo manda in redazione, si assicura che venga pubblicato e un treno lo porta via da Lisbona, dai lettori e dagli spettatori.

 

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