“Ora dorme la bianca fiordaligi ”- Ilaria Del Carretto

Era il 3 febbraio 1403 quando il signore potentissimo di Lucca, Paolo Guinigi, trentenne, riuscì ad impalmare la bellissima, ventitreenne e unica figlia del marchese di Savona, Ilaria del Carretto. Le nozze furono sontuose, con un banchetto durato tre giorni e tre notti. La giovane sposa incantò con la sua grazia leggiadra la popolazione lucchese, anche perché  l’anno dopo diede alla luce il desiderato erede,  Ladislao, ma morì dopo aver partorito una bambina cui venne imposto il nome di Ilaria minor. Paolo era al secondo funerale, essendogli morta dodicenne la prima moglie, ora Ilaria a soli 26 anni; forse anche per dissolvere le voci malevole sull’avvelenamento della moglie su suo ordine, incaricò il giovane scultore senese, Jacopo della Quercia, di realizzare un monumento funebre per Ilaria; lo scultore  realizzò il suo capolavoro e il simbolo indiscusso di Lucca, l’amatissima Bella Addormentata di marmo col suo cagnolino. Ci aveva lavorato tra il 1406 e il 1408 e l’arca con il simulacro della signora di Lucca fu posizionata in evidenza nella cattedrale di San Martino; originalmente l’opera si trovava presso il transetto meridionale della cattedrale, vicino a un altare voluto dalla famiglia Guinigi, ora sostituito da un confessionale, tra il Monumento funebre di Domenico Bertini e il pilastro angolare. Nel 1430, con la caduta della Signoria dei Guinigi, il monumento venne spogliato delle parti che facevano riferimento al tiranno, come la lastra con lo stemma e un’iscrizione commemorativa, andata perduta. Dopo aver subito vari spostamenti all’interno della chiesa, il sarcofago trovò la collocazione definitiva nel 1887, punto obbligato da ammirare per lucchesi, italiani e stranieri.

L’opera mostra Ilaria distesa su di un basamento ornato con putti e festoni dall’ispirazione classica, con la testa poggiata su due cuscini, gli occhi chiusi come se dormisse. Si suppone che, per scolpire il bel viso, lo scultore si sia servito di una maschera funebre. La foggia raffinata ed elegante della veste probabilmente corrisponde a quella che venne effettivamente indossata da Ilaria sul letto di morte. Ai piedi della giovane si trova un cane, considerato un simbolo della fedeltà coniugale.  L’opera è uno straordinario incontro tra il tardo-gotico di ascendenza francese, rappresentato dal panneggio a pieghe sottili e parallele, e il nascente gusto rinascimentale di origine fiorentina ravvisabile nel dolce modellato della figura e del volto.  Questa levigatezza, che era già stata notata nel Cinquecento da Giorgio Vasari con queste parole “… Jacopo di leccatezza pulitamente il marmo cercò di finire con diligenza infinita”, fa di questo sarcofago uno dei massimi capolavori della scultura quattrocentesca.

La verità però è che Ilaria, resa immortale dal monumento funebre  capolavoro  di Jacopo Della Quercia, che accoglie i visitatori nel Duomo di Lucca, in quella magnifica tomba non è mai stata sepolta. Che fine avessero fatto le spoglie mortali, era rimasto un mistero, risolto ora dalla Soprintendenza archeologica della Toscana. Quello che si ritiene il corpo della giovane, nata nel 1379 dal conte di Zuccarello (Savona) e morta di parto a 26 anni nel 1405, è stato ritrovato nella chiesa di Santa Lucia del complesso di San Francesco a Lucca nel 2010, quando Giulio Ciampoltrini, l’archeologo dell’università di Pisa, responsabile degli scavi di San Francesco, dopo lunghissime ricerche fatte con le tecniche più avanzate, riuscì a localizzarla  in una delle  due arche funerarie, dove riposano 48 discendenti della famiglia Guinigi.

La bellezza del monumento, la giovane età della donna e anche il gesto del marito, hanno creato un piccolo mito di cui s’è interessata la poesia, dando ulteriore notorietà a Lucca e al suo fiume Serchio. D’Annunzio in primis nel 1903, nella sezione Le città del silenzio in Elettra: un compianto tenerissimo e nostalgico del tempo in cui, nel Serchio, si rifletteva la bella luminosa signora della città, la bianca fiordaligi:

….“e la città dall’arborato cerchio,

ove dorme la donna del Guinigi…

Ora dorme la bianca fiordaligi

chiusa ne’ panni, stesa in sul coperchio

del bel sepolcro; e tu l’avesti a specchio

forse, ebbe la tua riva i suoi vestigi.

Ma oggi non Ilaria del Carretto

signoreggia la terra che tu bagni,

o Serchio… 

Salvatore Quasimodo, con la lirica Davanti al simulacro d’Ilaria del Carretto, nella raccolta del ’42 Ed è subito sera, che analizzerò; in contemporanea ci fu un poemetto di Alfonso Gatto “Ilaria” intorno a cui c’è un piccolo giallo e, oltre a tanti poeti minori, infine ne scrisse Pier Paolo Pasolini ne L’Appennino, una sezione de Le ceneri di Gramsci, del 1951:

 

“e Ilaria, solo Ilaria…

Dentro nel claustrale transetto

come dentro un acquario, son di marmo

rassegnato le palpebre, il petto

dove giunge le mani in una calma

lontananza. Lì c’è l’aurora

e la sera italiana, la sua grama

nascita, la sua morte incolore.

Sonno, i secoli vuoti: nessuno

scalpello potrà scalzare la mole

tenue di queste palpebre.

Jacopo con Ilaria scolpì l’Italia

perduta nella morte, quando

la sua età fu più pura e necessaria.”

 “Marmo rassegnato-calma lontananza-grama nascita-nessuno scalpello-mole tenue-Italia perduta”: leggiamo 6 enjambement in soli 14 versi, quasi ogni sostantivo è fornito di aggettivo: sono una maniera scoperta e semplicistica di poetare, quello che Pasolini spesso rimproverava ad altri.

 

Salvatore Quasimodo

“Davanti al simulacro d’Ilaria del Carretto”

 Sotto tenera luna già i tuoi colli,

lungo il Serchio fanciulle in vesti rosse

e turchine si muovono leggere.

Così al tuo dolce tempo, cara;  e Sirio

perde colore, e ogni ora s’allontana,

e il gabbiano s’infuria sulle spiagge

derelitte.  Gli amanti vanno lieti

nell’aria di settembre,  i loro gesti

accompagnano ombre di parole

che conosci. Non hanno pietà; e tu

tenuta dalla terra, che lamenti?

Sei qui rimasta sola. Il mio sussulto

forse è il tuo,  uguale d’ira e di spavento.

Remoti i morti e più ancora i vivi,

i miei compagni vili e taciturni.

                                          da: “Ed è subito sera”

Il poeta qui riprende con sicurezza l’endecasillabo a maiore ( la cesura cade, all’interno dell’endecasillabo, dopo un settenario), un richiamo, un risveglio della linea alta della nostra tradizione lirica, che ci ricorda Leopardi, quel suo paesaggio, quella memorabile musica scandita e struggente. Un esempio preciso di questo tipo di endecasillabo è l’incipit della Divina Commedia: Nel mezzo del cammìn di nostra vìta.                                                                                  

Il testo è sostanzialmente un dialogo a metà, un soliloquio di Quasimodo che con tenera pìetas compiange, sentendoli in se stesso in modo empatico, i sentimenti d’ira e di spavento della tenera fanciulla rinchiusa nella terra. Tutt’intorno la vita scorre, come scorre il Serchio, uguale e indifferente; la struggente bellezza della natura, la luna, le ombre hanno squarci di forte inquietudine (la luna è tenera, ma Sirio perde colore, il gabbiano s’infuria sulla spiaggia…), illudendo il poeta, e tutti i poeti da Petrarca in poi, che la natura sia partecipe e sollecita delle vicissitudini delle creature. Sicuramente sono indifferenti le coppie di amanti che sussurrano ombre di parole, le donne in vesti rosse e turchine, e il tempo che imperturbabile rotola nel suo corso di sola andata. E Ilaria, sepolta nella terra, che lamenta? Remoti i morti, di più i vivi, come i compagni del poeta, vili e taciturni. Il simulacro di morbido marmo è dolente per l’oblio e l’abbandono degli uomini, che camminano nel sole dimentichi dei morti. In fondo, il destino di tutti,  la solitudine che Quasimodo sente gravare anche su di sé come una condanna: ognuno sta solo sul cuore del mondo,  incapace di stabilire un colloquio autentico con gli altri, ed è subito sera.

È veramente eccezionale la consonanza che il poeta siciliano riesce a stabilire tra il sonno solitario della sposa, passata come meteora a illuminare l’autunno del medioevo lucchese, privata della vita e delle sue gioie e raffigurata quasi palpitante nel marmo, e la propria condizione di uomo solo tra “compagni vili e taciturni”, vivi ma più lontani dei morti, chiusi nella loro viltà e nel loro silenzio.

Questa lirica, inviata alla rivista Primato nel novembre 1941, sembra che sia stata “letta” in redazione da estranei; da una cancellatura nella minuta risulta che l’ estraneo sarebbe stato il poeta Alfonso Gatto, il quale in effetti scrisse nel medesimo periodo una poesia intitolata Ilaria, poi pubblicata nella raccolta Nuove poesie (1950). Un rapido raffronto fra i testi di Quasimodo e di Gatto non fa rilevare, a parte il tema comune, un plagio evidente. In Ilaria di Gatto parla la stessa giovane e i punti di contatto sono generici e non rilevanti. La Ilaria di Quasimodo è una poesia breve, fortemente scandita e priva di patetismo: pare scolpita a colori, nel marmo, e nel finale il poeta passa, come spesso farà, dall’ immagine della morte al duro e antico aspetto della vita. Forse anche in conseguenza di quanto accadde, con la comunicazione dell’ 11 febbraio Quasimodo respinse l’ assegno di Primato, cioè il compenso per la pubblicazione della poesia per Ilaria sul n. 3, febbraio 1942: e qui, qualunque ne sia stata la causa, non ultima l’ira dell’ intemperante poeta siciliano, almeno lo scatto morale ripristina la povera dignità dei poeti. Che distanze abissali, che Babele di codici esistenziali: la lirica, tenera come la carezza di un padre sul viso della giovane tenuta dalla terra, e l’incuria goffa di una redazione e la sospetta violazione e l’assegno dovuto, orgogliosamente rigettato.