Lev Tolstoj – La morte di Ivan Il’ič

 

 

 

Nell’ultimo ventennio dell’Ottocento l’autore di Guerra e Pace aveva definitivamente compiuto una sorta di rivoluzione copernicana intellettuale e morale, sicuramente una conversione esistenziale e conseguentemente letteraria. La sua fama era notevole nel mondo occidentale, per cui praticamente in Russia risultavano intoccabili, da parte della critica e dei detentori del potere, le sue affermazioni prive di diplomazia ed ipocrisia, le sue opinioni scandalose per l’epoca e la Russia, i suoi scritti e i cambiamenti che apportava nelle sue proprietà con i suoi dipendenti, non più servi della gleba. Pacifismo, non violenza, fraternità universale, amore per il prossimo, grande rispetto e aiuto concreto per i poveri, per il popolo angariato da sempre, perdono per il male ricevuto, dura critica alla società nobiliare e a quella borghese, privilegiate, ma parassite e colpevoli della terribile condizione di arretratezza e schiavitù dei contadini della Russia zarista. Il conte Lev Tolstoj, che aveva sposato la figlia del medico di corte, appartenente alla classe ricca e nobile dei proprietari di infinite verste di terra, aveva ripudiato chiaramente il suo ceto, con la stima invece rivolta alla sana categoria dei muzik, onesti, umili ed operosi, vicini alla natura, non corrotti da lusso e ambizione.

Il suo era una sorta di francescanesimo, che non prevedeva però necessariamente la presenza di un ente divino provvidenziale e salvifico. Proprio con i due celeberrimi racconti, La morte di Ivan Il’ič e La sonata a Kreutzer, composti tra il 1886 e l’88, Tolstoj aggredisce fortemente le menzogne della società borghese, analizzandone, rispettivamente, il rapporto con due temi fondamentali, la morte e l’amore.

Nel primo racconto, è evidente che la moglie, i figli, gli amici ed i conoscenti di Ivan Il’ič – che appartengono tutti alla medesima cerchia sociale borghese – agiscono soprattutto in base all’interesse e vedono nella sua morte qualcosa che disturba le loro abitudini di vita o, più crudamente, un posto libero in tribunale; per la figlia che deve sposarsi, un moribondo, anche se è il padre, è solo un intralcio al matrimonio: meglio fingere che la sua malattia gravissima non esista, per evitare di essere disturbati nelle proprie occupazioni. Solo Gerasim, un contadino che non ha le stesse preoccupazioni dei propri padroni, ma vive un rapporto più autentico e schietto con la realtà della morte, riesce ad essergli di conforto: “Tutti dobbiamo morire, lascia che ti aiuti, Ivan Il’ič” e per notti intere resta vicino al padrone, reggendogli le gambe sulle sue spalle, contento di vedere sul volto del padrone un po’ di sollievo dal dolore atroce. La società borghese, accusa Tolstoj, è menzognera e occulta a se stessa in mille modi il mistero della vita e della morte, mentre quella contadina è decisamente migliore poiché fa i conti con la morte, non se la nasconde, la affronta direttamente ed ha chiaro il senso del vivere che contempla serenamente l’esito di ogni vita nella morte.

Il racconto comincia con la lettura su un giornale della notizia della morte di Ivan Il’ič  da parte dei suoi colleghi in tribunale, il modo in cui essa viene appresa dai suoi conoscenti, le loro reazioni; poi la vicenda diventa sempre meno impersonale, fino a giungere alla lucida descrizione dell’esperienza della malattia e dell’agonia vissute dal protagonista.  Ci sono così nel racconto due prospettive da cui viene analizzata la morte: da un lato, viene vista come un fatto che accade in generale a tutti gli esseri umani e può essere descritta esteriormente, biologicamente, come la cessazione delle funzioni vitali; l’altra prospettiva, con cui ci si avvicina alla morte, è molto più interiore e individuale: non si parla più della morte in generale, ma della propria morte, un evento singolare che coinvolge solo l’individuo, che è solo di fronte alla morte e deve fare i conti con essa, deve viverla, rappresentarmela, trovarle un significato. Allora, in che relazione ci si pone con la propria morte? Questa doppia prospettiva è espressa nel passo  in cui Ivan Il’ič accetta l’idea della morte in generale, ma prova orrore verso la propria morte: il sillogismo elementare “Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, Caio è mortale” gli era sempre sembrato giusto, ma “un conto era l’uomo-Caio, l’uomo in generale, e allora quel sillogismo era perfettamente giusto; un conto era lui, che non era né Caio né l’uomo in generale, ma un essere particolarissimo, completamente diverso da tutti gli altri esseri”. Nella seconda prospettiva la morte di Ivan Il’ič diventa “il sacco nero”, la buca che lo vuole risucchiare e inghiottire e che lo farà sparire per sempre; pur volendosene difendere, scopre di non avere armi perché ha sprecato la sua vita seguendo le regole dei suoi simili di classe: ambizione lavorativa, carrierismo, ascesa sociale, formalismo e tutto il corteo delle regole di una vita vuota di riflessione ed umanità; poi la morte spazzerà via tutto e di lui non resterà più niente.

Quando Ivan Il’ič riceve, su insistenza della moglie, la comunione dal prete, la sua sofferenza risulta alleviata per un momento, ma gli basta poco perché la sua mente torni ad essere dominata dal pensiero doloroso che tutto ciò per cui ha vissuto è menzogna. La comunione non risolve il suo problema, perché egli non si preoccupa tanto di ciò che troverà nell’aldilà, ma di ciò che lascia qui, nella sua vita. Ivan Il’ič non pensa a consolarsi con ciò che potrà trovare oltre la vita: il problema del senso della vita va cercato nella vita stessa, non al di fuori di essa. Nel romanzo vi è l’esaltazione di valori propri del Cristianesimo come la solidarietà, la pietà verso i propri simili, il perdono; ma non vi è alcun riferimento alla trascendenza: quella di Tolstoj è una concezione tutta umana e terrena, che può fare a meno di un essere superiore. L’uomo lotta da solo contro la morte e la sconfigge senza l’aiuto di una divinità. All’invocazione: Signore, liberaci dalla morte, Tolstoj forse preferirebbe: Uomo, libera te stesso dalla morte.

Ivan Il’ič appartiene a quella classe media alla critica della quale è dedicata gran parte della produzione di Tolstoj successiva alla «conversione». E’ un giudice di 45 anni, ambizioso e capace, che ha vissuto come tutti, salendo o scendendo lungo i gironi «borghesi»: gli anni di studio, la conquista del «posto», il matrimonio con la donna giusta al momento giusto, una decorosa vita familiare, dei rapporti sociali basati esclusivamente sulle periodiche partite a vint con i colleghi del tribunale; il tutto accompagnato in sordina ma tenacemente da una mai sopita ansia di avanzamento. Poi, proprio quando ha raggiunto il vertice delle sue ambizioni – una promozione con sede a San Pietroburgo, e una nuova casa che arreda personalmente con grande entusiasmo, posto e casa che lo rendono in tutto e per tutto conforme agli ideali del suo ambiente – una grave malattia, esplosa in seguito al più banale degli incidenti-nella casa nuova urta violentemente un fianco, cadendo- lo getta di colpo sull’isola della premorte. Acida è l’ironia di Tolstoj sui luminari che visitano il paziente e badano soprattutto a farlo sentire debole, indifeso e incapace di capire che cosa abbia; dallo scivolamento del rene all’intestino cieco, la diagnosi resta un’ipotesi indefinita, esposta pure con grande sussiego e le cure risultano assolutamente inefficaci. E le condizioni del malato si aggravano, tra l’insorgere della malattia e la morte, a mala pena passano tre mesi, invasi e assediati dalla solitudine, diretta e naturale conseguenza di un ordine obiettivo delle cose di cui, prima, Ivan Il’ič era stato uno scrupoloso, devotissimo osservante. Al lavoro tutti minimizzano sulla gravità del suo stato e cambiano velocemente discorso; la famiglia non può dargli l’unico aiuto di cui avrebbe bisogno, affetto e vicinanza umana, in quell’evento terribile che sta per compiersi. La malattia, infatti, turbando l’ordine implicito, è uno scandalo di cui non si deve parlare; per mantenere l’ordine, essa deve essere ridotta al rango di un comune «accidente», affinché tutto possa continuare come prima. Con rabbia, con stupore, poi, a poco a poco, con l’astiosa, egoistica lucidità del malato, Ivan Il’ič capisce che la menzogna è il principio fondamentale di quel sistema che ha venerato e che ora gli si sta rivoltando contro con un contrappasso impeccabilmente logico. Intorno a lui, familiari, amici, conoscenti fingono di non vedere, di non capire che Ivan Il’ič sta morendo. Ma lui rifiuta questa menzogna, e messo così in dubbio il principio fondamentale di tutta la sua vita fino a quel momento, Ivan Il’ič tenta di rintracciare, ripercorrendo a ritroso la propria vita, i segni di un’identità individuale che gli consenta di prendere le distanze dal «Caio» del celebre e minaccioso sillogismo su citato. Che cosa può distinguerlo da Caio, cosa può sottrarlo alla morte logica, alla morte dell’«uomo in genere»? C’è qualcosa di buono che egli abbia fatto, così da poterlo rinfacciare alla ferrea logica del non essere?

E nonostante la sua residua abilità dialettica, nonostante il suo estremo tentativo di dimostrare, in appello, il proprio diritto alla vita, arriva, puntuale, la sentenza: «una forza ignota lo colpì al petto, al fianco, gli compresse ancora più il respiro, lo precipitò nel buco…» Ma «laggiù, in fondo, brillò qualcosa». All’ultimo momento, infatti, Ivan Il’ič prova compassione: del figlio, un giovane ginnasiale che gli sta tenendo la mano e gliela bacia coprendola di lacrime;  anche della moglie, che per la prima volta sta piangendo vicino a lui senza curarsi di asciugare il pianto; così proprio alla fine egli assapora un nuovo sentimento, il perdono. E quando qualcuno, sopra di lui, dice: «È finita», lui corregge: «È finita la morte, non esiste più». La luce dell’autocoscienza e dell’umanità ha riempito di senso la vita di Caio, finalmente promosso a uomo, vivo paradossalmente proprio nell’attimo della morte; allo stesso modo, l’ultimo suo pensiero riempie di senso tutta la storia, volutamente scarna e allusiva, che costituisce la trama del racconto. Questo senso, questa conclusione-ribaltamento stanno nella breve misura di un paradosso: la morte si vive. Un paradosso attivo a più di un livello, che va dal fisiologico al metafisico attraverso la moralità sociale. Il primo livello è quello di uno «studio» minuziosamente realistico della fenomenologia della morte, presentata, senza arretrare di fronte ai particolari più ripugnanti, come episodio estremo e tutto all’interno della vita. Più in là, su un piano simultaneo di percezione, una metafora etica suggerisce, come corollario al paradosso di fondo –la morte si vive- la sua immagine speculare- la vita si muore– e a morire la propria vita non sono certo gli uomini umili, semplici, «intransitivi» come il servo Gerasim, che non mente, non finge, ed è l’unico a «non resistere» all’idea della morte, ad accettarla con la religiosa pietà che è propria del popolo e che, altrettanto tipicamente, è ignota al borghese Ivan Il’ič e ai suoi innumerevoli sosia. Infine, la luce che illumina gli ultimi istanti di Ivan Il’ič ancora, in qualche modo, quell’unica luce ritrovata dal moribondo nel suo itinerario a ritroso, quella presenza chiara situata «da qualche parte nell’infanzia». Ritorna, cioè, l’idea, presente nell’universo artistico di Tolstoj, del ciclo vitale, nettamente connotata dalla particolare religiosità tolstojana, nemica della trascendenza: saldandosi con l’inizio della vita, la luce finale non è una proiezione verso gli spazi insondabili e ineffabili del conforto, non consola, non promette nulla, non è un viatico per il dopo-morte, ma rimanda all’indietro, verso il significato della vita. Questa esclusione dell’al di là -al di là del cerchio, al di là della vita, al di là, soprattutto, della ragione- è confermata e rafforzata dalla struttura saldamente circolare del racconto, che si apre e si chiude sulla morte di Ivan Il’ič e, all’interno di essa, da tutta una serie di metafore reversibili in cui la discesa è assimilata alla salita, la progressione è paragonata all’indietreggiamento: «Con sistematica regolarità scendeva una china mentre credeva di salirla…». «Gli avvenne quello che gli era avvenuto talvolta in ferrovia quando credeva il viaggiare in una direzione e viceversa viaggiava in un’altra…».

Per l’intero spazio del racconto, Tolstoj, infrangendo un consolidato tabù, illustra non il senso ma il fatto della morte, vista nel suo processo e nella sua durata come ogni evento della vita. Ci sono tante altre morti nell’opera di Tolstoj, ma qui è scritta in modo radicale, secondo un’ottica che avvicina il soggetto fino a farlo coincidere con lo stesso campo visivo: la morte di Ivan Il’ič  è una morte al rallentatore, guardata non come evento istantaneo, ma come agonia analiticamente cosciente. Solo agli esseri intransitivi e incolpevoli, a coloro che non muoiono la vita ma la vivono, potrà spettare il più paradossale e insieme il più naturale dei privilegi: quello di non vivere la propria morte, ma di morirla – di morire di una morte giusta e gratuita, cioè istantanea e incosciente. Gli altri – gli IvanIl’ič,  i «proprietari» – devono conquistare, anzi acquistare il diritto alla morte lentamente e costosamente, come una salvezza altrimenti impossibile.

 

 

 

                                                

 

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