“La commedia è finita, gli applausi dureranno secoli…”

“La commedia è finita, gli applausi dureranno secoli

  ed io li ascolterò dalla casa dell’Eterno”

Ezra Pound

 

Nel 1945 lo US Army Disciplinary Training Center di Metato, a nord di Pisa, era un campo di disciplina dell’esercito, popolato da disertori e delinquenti comuni e qui il sessantenne Ezra Pound per tre settimane fu detenuto in gabbia, accusato di alto tradimento per aver tenuto trasmissioni di propaganda antiamericana dalla radio fascista. Una speciale “gabbia da gorilla” gli fu riservata in regime di segregazione rigida. Aveva un fondo di calcestruzzo e sbarre di acciaio con una rete spinata. Nessuno poteva rivolgergli la parola, vietati lacci di scarpe e cintura; Pound era scalzo e aveva una lunga barba bianca. Aveva diritto a un bugliolo e due coperte, portate poi a quattro in considerazione dell’ età. Solo a lui non era mai consentito di uscire dalla gabbia, in cui poteva fare un passo e mezzo. Dei testimoni lo descrissero accoccolato in una posizione yoga. Del resto nel maggio 1945, al momento della cattura, nella sua villa di Rapallo, stava leggendo e traducendo Confucio. Un faro notturno abbagliava la sua sola gabbia, perciò per dormire si tirava la coperta sulla testa. Due sentinelle gli facevano la guardia in permanenza, col divieto di parlargli. Quanto a lui, parlava senza sosta. Il tetto era una grata di ferro, sicché la calura e gli acquazzoni dell’ estate pisana gli si abbattevano addosso. Quando le piogge si fecero più violente, gli misero nella gabbia una brandina da campo, e poi una piccola tenda da montare e smontare. Non poteva avere libri, se non di tema militare o religioso. Riuscì a tenere il Confucio, forse facendolo passare per un suo testo devozionale, e il dizionario cinese. Dopo tre settimane, ebbe un tracollo. Claustrofobia, amnesia, panico e isteria. Occhi sbarrati e sopracciglia sollevate. Lo trasferirono in una tenda dell’ infermeria. Più tardi fu rimpatriato in America e là, scampato in extremis alla pena di morte, fu dichiarato pazzo e rinchiuso per tredici anni in manicomio a Washington, fino a che gli appelli internazionali ottennero il suo rilascio nel 1958. Tornò in Italia, il luogo eletto dal suo cuore. Il pubblico televisivo non ha dimenticato, se l’ha visto, il colloquio filmato in bianco e nero fra quel vecchio imbiancato e Pier Paolo Pasolini. Pound morì a Venezia nel 1972. Secondo Mary de Rachewiltz, sua figlia e traduttrice e poetessa lei stessa: “Papà non si lamentava mai. Anzi ci scherzava sopra. Sosteneva che l’essere stato nella cella della morte e 13 anni in manicomio criminale costituirono un’occasione unica per vedere il mondo, per allargare i suoi orizzonti”. Nella tenda d’infermeria, scalzo e vestito di una divisa militare senza mostrine e senza cintura, con gli occhi stralunati, pure avvenne un miracolo: Pound scrisse gli 11 “Canti pisani”, due dei quali-72 e 73- in italiano.

Il problema non è insistere a dimostrare che Ezra Pound è un poeta imprescindibile del Novecento, un grandissimo poeta, un dantista eccezionalmente colto, che dimostrò  come, nell’età dell’ansia delle due guerre mondiali, si dovesse voltare decisamente pagina  e smetterla coi piagnistei tradizionali: in poesia fu lui a portare aria nuova con l’imagismo e il vorticismo, col mito della Divina Commedia e tutta l’arte italiana dal Medioevo all’Umanesimo, con apporti musicali e prestiti dalle opere cinesi e giapponesi, nonché la scoperta del più geniale e sconosciuto simbolista, il belga Jules Laforgue; fu ben presto seguito dall’ angloamericano T. S. Eliot in poesia, da Joyce nel romanzo, dopo la rivoluzione copernicana operata da Sigmund Freud. Il problema annoso e perdurante è la mancata scollatura tra ideologia e poesia da parte della critica, così come si dovette fare con Verga per non dover giustificare continuamente la sua grande arte “nonostante la sua visione decisamente conservatrice”: l’autore ha scritto capolavori innegabili, la sua ideologia è altra cosa e appartiene al contingente della sua vita. Pound ebbe una brutta cotta per Mussolini e il Fascismo, fu antisemita e anticomunista e anticapitalista, e come cittadino americano pagò senza battere ciglio l’accusa assurda di tradimento per le sue opinioni, alla faccia del Primo Emendamento della Costituzione, rimanendo per tredici anni nel manicomio criminale di St. Elizabeth e lasciando agli altri la denuncia del trattamento vergognoso e la perorazione della sua liberazione. Quello che si accetta per gli autori al servizio di Stalin, non vale per autori come Borges, Céline e soprattutto Ezra Pound, del quale, in nome dell’ideologia, si seppellisce sotto un cumulo di disprezzo tutto il resto: poesia inimitabile, scritti critici fondamentali per la modernizzazione della letteratura, straordinaria generosità umana a 360 gradi, cultura e genialità stupefacenti, amore appassionato per Dante e la letteratura e l’arte italiane, dalle origini alle falde del Rinascimento.  Originale e idealista, stravagante e provocatore lo era senza dubbio. Nato nel 1885 ad Hailey nell’Idaho-Usa, a Londra, dove arrivò nel 1909 dopo aver fatto tappa a Venezia e pubblicato la sua prima raccolta di versi, A lume spento, girava indossando un orecchino –oltre un secolo fa!- un sombrero e pantaloni confezionati con la stoffa verde di un tavolo da biliardo. Nel 1914  Pound sposò Dorothy Shakespear  “senza dubbio la donna  più affascinate di Londra” che nel 1926 diede alla luce un figlio, Omar, ma nel 1922 Pound aveva iniziato una relazione con la violinista Olga Rudge, che gli diede la figlia Mary, nata cinque mesi prima di Omar. Mary, che nel 1946 sposò un principe, l’egittologo italo-russo Boris de Rachewiltz, fu la devota vestale della memoria di Pound, su cui scrisse diversi libri e, soprattutto, tradusse i Cantos, monumentale opera incompleta in 120 canti. E l’autore intendeva che i Cantos fossero la Commedia del XX secolo.

Checché se ne pensi, la figura di Ezra Pound è essenziale  per la letteratura mondiale del Novecento. Anche se lui più di altri sconta un destino comune a tutti i poeti: che si parli molto delle loro idee o degli eventi della loro vita e meno delle loro opere. Il nome di Ezra Loomis Pound è infatti legato più al sodalizio letterario con T.S. Eliot, alla sua maniacale condanna dell’usura, intesa come metafora di dinamiche economiche distruttive e prevaricatorie, vero cancro della vita sociale, alle sue idee politiche radicali, all’ammirazione per Mussolini e alla difesa estrema del fascismo, alle accuse di alto tradimento e poi alla sua detenzione in una “gabbia da gorilla” e infine al suo internamento criminale di St. Elizabeth a Washington: più a tutto ciò, che non ai settanta volumi delle sue opere, o alle sue traduzioni dal cinese e dal giapponese.

Non fosse stato per Pound, The Waste Land (La Terra Desolata) avrebbe avuto ben altra sorte: solo il massiccio e spietato editing dell’amico Ezra, infatti, trasformò il poemetto di Eliot in quel “capolavoro del modernismo”, come ancor oggi viene chiamato. E il Nobel assegnato nel 1948 a Eliot (che si sdebitò con l’amico dedicandogli il poemetto e definendolo dantescamente “il miglior fabbro”) è moralmente un ex aequo con Pound, la cui candidatura era stata bocciata dall’Accademia Svedese, essendo Pound “scrittore fascista con tendenze antisemite e in generale antiumane”.  “Antiumano” uno che si batteva contro i paesi guerrafondai, compreso il proprio; che vagheggiava un sistema finanziario alternativo  e una politica sociale che affrancasse il lavoro dalla speculazione e desse in cambio la dignità di una paga giusta, in un sistema a misura d’uomo, libero dalle speculazioni monetarie che arricchiscono pochi e conducono i popoli alla rovina. Uno che promuoveva la poesia altrui più della propria, che divideva con gli altri poeti pasti e manoscritti, che faceva collette a favore degli amici spiantati –come con T.S.Eliot liberato dalla schiavitù di travet in banca, o come Joyce, a cui procurava abiti e scarpe, e raccolse i soldi per farlo operare agli occhi (ingrato Joyce, che negò le qualità poetiche di Ezra per “poca voce”). E per noi italiani, la devozione e l’appassionata ammirazione per  Dante e lo Stilnovo, l’amore per l’Italia, la sua lingua e tutta la sua ultramillenaria civiltà e la scelta di viverci e restarvi da morto, nel cimitero di San Michele nella laguna di Venezia.

Residente da tempo in Italia, dal dicembre del 1943 al maggio del 1945 aveva accettato di parlare dai microfoni di Radio Roma, sostenendo l’agonizzante ma ancora virulento regime fascista. Colpa non lieve, ma ciò che si cerca di spiegare sono le ragioni dell’accanimento con cui la sua America infierì poi su di lui per tredici lunghi anni, trasformando uno degli uomini più intelligenti e combattivi del Novecento in un “vecchio spaventato”, la mente ormai ridotta ad un magma informe e senza luce. E tutto ciò mentre, per dirla con Quasimodo, legioni di “perdonati dalla misericordia” riprendevano la via di sempre, in qualche caso tra squilli di fanfara. Nemico giurato di Roosvelt, al quale imputava la degenerazione del sistema economico americano, il New Deal come colossale menzogna, di aver trascinato la nazione in una guerra che aveva il solo scopo di mascherare i propri insuccessi, e di aver violato la Costituzione riformando la Corte Suprema a suo uso e consumo, Pound faceva sua una parzialità di giudizio che lo avrebbe perduto. L’apprezzamento espresso nei confronti di Mussolini e del regime fascista, per esempio, poggiava su basi traballanti e scontatamente errate. Ma basta tutto ciò a spiegare la crudeltà del trattamento riservato a un uomo la cui arte onorava, in ogni caso, il paese in cui era nato? Pound parlava a ruota libera, ma la sua generosità era proverbiale: sostenne in tutti i modi Eliot ed Hemingway, che a loro volta non lo tradirono mai, non aveva mai torto un capello a chicchessia e, per di più, le sue trasmissioni non le ascoltava nessuno.

Allora, la questione è liberare  Ezra Pound, non più prigioniero nella gabbia di Metato, ma in una più crudele, quella di un oblio senza fine, in cui è stato sepolto dalle sue simpatie fasciste e soprattutto antibancarie, manifestate sempre con grande coraggio.

L’ antica diatriba arte-politica, che ha avvelenato il secolo passato e ancora inquina il giudizio critico su grandi dell’ arte, Picasso, Brecht e Neruda a sinistra, Pound, Borges e Celine, a destra è ora che sia sciolta dal tempo, l’unico giudice che libera dalle polemiche i capolavori, rendendoceli nella loro energia creativa. Brecht scrisse versi stalinisti, Pound elogiò Hitler e Mussolini, però nessuno dei maestri del Novecento è crocifisso alla politica come Ezra Pound.                                                                                                                                                          I suoi riferimenti nei Pisan Cantos a Mussolini e la Petacci appesi a Piazzale Loreto, ai più squallidi ceffi della Repubblica di Salò, si mischiano alle tenere e appassionate canzoni della cultura classica. Da Confucio all’ Olimpo greco, dai maestri italiani, Pisanello, Duccio, Piero della Francesca, Paolo Uccello, ai romantici inglesi, a Luigi Pirandello, i fantasmi dei grandi furono evocati da uno spiritato Pound, in una gabbia della Guantanamo del 1945, con il sole a tramontare sulla sua nuca e lui, tra crisi di nervi e depressione, che componeva i Canti Pisani LXXIV-LXXXIV, la sua più grande opera e uno dei bastioni della poesia moderna.

Ma Ezra è ancora prigioniero di lacci e lacciuoli di una certa sinistra, da sempre amica del totalitarismo, comunista prima e finanziario poi, che, mentre nel mondo i cittadini tentano di ribellarsi alla dittatura economica globale, flirta ancora una volta con i poteri forti. Del resto, la polemica di Pound contro la democrazia, considerata politica bottegaia, pervade tutto il Novecento, da destra a sinistra, da D’ Annunzio e Marinetti al Luigi Pirandello de I vecchi e i giovani, per finire in filosofia con Heidegger, Schmitt e Jean-Paul Sartre e decantarsi nei pamphlet populisti del 2000.

A noi la sorte ha dato di leggere, ultima generazione, i versi più belli del Novecento e trasalire quando avvertiamo la nostalgia per «Ben» o il disprezzo razzista per culture scampate a repressione e genocidio. Come l’ opera, così l’ intreccio vita-arte, che siamo gli ultimi a percepire, diventa a sorpresa per Pound un monumento al Novecento, secolo a cui Brecht chiese perdono, «noi non si poté essere gentili»; secolo della guerra civile europea 1914 – 1989; secolo delle fedi totalitarie e dei massacri; secolo di cui noi siamo stati gli ultimi figli e ora siamo gli orfani smarriti.

CANTO LXXIII

Canto 73 in lingua italiana, fu pubblicato su “Marina Repubblicana” – 1 febbraio 1945, con il titolo “Cavalcanti – Corrispondenza Repubblicana”. Lo spirito di Guido Cavalcanti narra della morte di un’eroina anonima. Uno dei generi della poesia Provenzale, ripreso a Firenze da Guido Cavalcanti, “la pastorella”, è ora utilizzato per cantare l’incontro della ragazza romagnola con i soldati canadesi, innestando nel tema d’amore la testimonianza d’amor di patria.

CANTO LXXIII

E poi dormii

e svegliandomi nell’aere perso

vidi e sentii,

e quel ch’io vidi mi pareva andare a cavallo,

e sentii:

“A me non fa gioia

che la mia stirpe muoia infangata della vergogna

governata dalla carogna e spergiurata.

Roosvelt, Churchill ed Eden ed il popolo spremuto in tutto ed idiota!

Morto che fui a Sarzana aspetto la diana della riscossa.

Son quel Guido che amasti pel mio spirito altiero

e la chiarezza del mio intendimento.

De la Ciprigna sfera

conobbi il fulgore già cavalcante (mai postiglione)

per le vie del borgo detto altramente

la città dolente (Firenze) sempre divisa,

gente stizzosa e leggiera che razza di schiavi!

Passai per Arimnio ed incontrai uno spirito gagliardo

che cantava come incantata di gioia!

Era una contadinella

un po’ tozza ma bella ch’aveva a braccio due tedeschi

e cantava cantava amore senz’aver bisogno d’andar in cielo.

Aveva condotto i canadesi su un campo di mine

dove era il Tempio della bella Ixotta.

Camminavano di quattro o in cinque ed io ero ghiotto

d’amore ancora malgrado i miei anni.

Così sono le ragazze nella Romagna.

Venivan canadesi a espugnar i tedeschi

a rovinar quel che rimaneva della città di Rimini;

domandarono la strada per la via Emilia a una ragazza

una ragazza stuprata

po’ prima da lor canaglia

– Bè! Bè! soldati!

quest’è la strada

andiamo, andiamo a via Emilia

con loro proseguiva.

Il suo fratello aveva scavato

i buchi per le mine, là verso il mare.

Verso il mare la ragazza, un po’ tozza ma bella,

condusse la truppa. Che brava pupa! Che brava pupetta!

Lei dava un vezzo per puro amore, che eroina!

Sfidava la morte,

conquistò la sorte peregrina.

Tozza un po’ ma non troppo raggiunse lo scopo.

Che splendore!

All’inferno nemico, furono venti morti,

morta la ragazza fra quella canaglia,

salvi i prigionieri. Gagliardo lo spirito della pupetta

cantava, cantava incantata di gioia,

or’ ora per la strada che va vers ‘l mare.

Gloria della patria! Gloria! gloria

morir per la patria nella Romagna!

Morti non morti son’,

io tornato son’ dal terzo cielo per veder la Romagna,

per veder le montagne nella riscossa,

che bell’inverno!

Nel settentrion rinasce la patria,

ma che ragazza!

Che ragazze,

che ragazzi,

portan  il nero!

I Cantos  sono nel gruppo di libri non legati alla quotidianità, non di quelli che si comprano perché di moda, perché ne parlano i giornali, o si è visto e sentito l’autore in TV o se n’è discusso in Rete; non di libri e autori che appaiono e scompaiono, che vivono lo spazio di una stagione, magari anche vendendo migliaia di copie. Sono libri che, pur diventati classici, difficilmente sono letti nella loro interezza, impossibili da leggere perché troppo impegnativi, spesso inavvicinabili dall’uomo comune, difficili nella forma e nei contenuti. Troppo concettuali, intellettuali, di cui però tutti parlano, li citano e menano vanto di conoscere, ma chi li ha veramente letti? Ne volete qualche esempio? Per motivi personali e professionali ne cito qualcuno, chi legge avrà memoria di altri. Sono scelte quanto mai personali legate all’esperienza, alla professione, alle tendenze e proprie predisposizioni. Libri come l’ “Ulisse”, “La Veglia di Finnegan”, entrambi di James Joyce, “La montagna incantata” di Thomas Mann, il “Silmarillion” di John Tolkien, “Il Castello” di Franz Kafka, “Il Principe” di Machiavelli, i sette volumi della Recherche di Marcel Proust. E sono solo la punta di un iceberg. Chi non legge, non li leggerà; ma c’è anche chi legge male e legge altro e poi addirittura chi scrive “poesie”, pur essendo completamente analfabeta della poesia del ‘900, del sangue e delle lacrime di cui sono intrisi capolavori come i Cantos o La Terra Desolata e Mercoledì delle Ceneri (T.S.Eliot). I Canti  di Ezra Pound sono un’opera di fronte alla quale chi legge si sente smarrito e sperduto per la dimensione spaziale e temporale che la comprende, per il viaggio orizzontale e verticale che l’autore percorre attraverso la foresta dei simboli che caratterizza l’esperienza umana. La sola storia di Ezra Pound è di per sé un “classico”. Per poter comprendere l’universalità che questo grande libro esprime, credo non ci sia migliore descrizione di quella che ne fece sessanta anni fa Eugenio Montale: “I Canti Pisani” sono una sinfonia non di parole, ma di frasi in libertà. Non siamo tuttavia nel caos perché queste frasi sono legate da un “montaggio” che supera di gran lunga, per apparente incoerenza, quello di qualche parte dell’ “Ulysses” e dell’eliotiana “Waste Land”. Si tratta però di un montaggio di cui sfugge totalmente il connettivo, il nesso conduttore. Immaginate che si possa radiografare il pensiero di un condannato a morte dieci minuti prima dell’esecuzione capitale, e supponete che il condannato sia un uomo della statura di Pound e avrete i “Canti Pisani”: un poema che è la fulminea ricapitolazione della storia del mondo (di un mondo), senza alcun legame o rapporto di tempo e di spazio.  Migliaia di personaggi, fitto intarsio di citazioni in ogni lingua, ideogrammi cinesi, brani di musica, allusioni a tutto ciò che per cinquant’anni ha alimentato, nella storia, nella filosofia, nella medicina, nell’economia e nell’arte il pensiero moderno, non senza salti vertiginosi nel mondo del mito e della preistoria. L’interesse è però ravvivato dal fatto che qua e là, in questi canti di prigioniero, intravediamo un Pound nuovo, provato dal dolore, una voce che piange, che geme, che soffre; e sentiamo allora che il gioco diventa serio e lo spettacolo del clown si fa tragedia”. 

 

 

 

 

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