IL CARNEVALE DI EMILIO

Subito, con le prime parole che le rivolse, volle

avvisarla che non intendeva compromettersi

in una relazione troppo seria. Parlò cioè a

un dipresso così: – T’amo molto e per il tuo bene

desidero ci si metta d’accordo di andare molto cauti.

– La parola era tanto prudente ch’era difficile

di crederla detta per amore altrui, e un po’ più

franca avrebbe dovuto suonare così:

– Mi piaci molto, ma nella mia vita non potrai

essere giammai più importante di un giocattolo.

Ho altri doveri io, la mia carriera, la mia famiglia.”

Può un quasi quarantenne italiano pensare di perdere la testa per amore, innamorarsi davvero senza infingimenti con se stesso, accettare di diventare inerme nelle mani di una bionda mozzafiato, disponibile, bugiarda, senza scrupoli, ma bella come la primavera?! E soprattutto, quest’uomo, ne sarebbe capace?
E’ ciò su cui ironizza Italo Svevo in Senilità, che aveva in un primo momento intitolato Il Carnevale di Emilio.

 Senilità è il capolavoro di Svevo, un romanzo finissimo, interamente votato alla minuziosa analisi psicologica, rara opera di fine Ottocento in Italia in cui si faccia uso del discorso indiretto libero, sulla scorta delle novità formali europee e nord americane. Pubblicato a spese dell’autore nel 1898, il romanzo non  ebbe né successo né risonanza negativa, come scrisse lo stesso autore nella prefazione alla seconda edizione del 1927, dopo che le lodi di Montale e la solida simpatia di Joyce avevano fatto del terzo romanzo, La coscienza di Zeno, un vero caso letterario. Il successo si estese anche alle ignorate opere precedenti, Una vita e Senilità. Il filo conduttore dei tre romanzi e del quarto incompiuto, Il Vecchione, è la figura dell’inetto borghese, malato di noluntas, incapace di rapportarsi alla realtà, pavido e sognatore, che procede con gli occhi chiusi. In Senilità gli inetti sono tre,  una triplice senilità di gente quarantenne, avviata verso un porto senza luce ma anche senza affanni. Emilio Brentani, impiegato, autore di un solo libro, che si avvia verso una precoce vecchiaia, senza aver conosciuto la vita, è nevrotico ed insicuro e la sua esistenza è prudente, “in difesa”,  condotta in una condizione di rarefazione vitale, di senilità appunto, come ammette lui stesso. La sua conoscenza del mondo e della vita sono filtrate attraverso i libri e la lettura, più che attraverso l’esperienza diretta. E’ un intellettuale che vive le difficoltà e il disordine di una borghesia senza più un centro e valori stabili, mortificata e priva di certezze. Egli si è creato degli alibi e una falsa rappresentazione di se stesso per evitare un’altrimenti penosa presa di coscienza.

Amalia Brentani, sorella di Emilio, figura dolce, delicata ed appartata, rappresenta il modello femminile tradizionale. La sua vita è dedita alla famiglia, alla cura del “nido” e al benessere del maschio. Il suo comportamento è all’insegna del decoro e della rispettabilità borghesi, fino al punto da reprimere la pulsione amorosa. Si riscontrano tuttavia, in questo personaggio riservato, una sensibilità, una dolcezza, un pudore, che ne fanno una presenza tutt’altro che mediocre. E’ capace di provare forti sentimenti, come quello, negato pudicamente, per  l’amico del fratello, il Balli.

Stefano Balli, uno scultore artisticamente “fallito”, narciso, con un’alta considerazione di se stesso, gode di grande successo presso le donne e della riverente considerazione di Emilio. In apparenza è un vincitore, un sano, in realtà è anch’egli una personalità monca, che non sa amare, che pecca di insensibilità e di scarsa immaginazione. Un Don Giovanni incapace di un rapporto paritario con la donna, bensì elementare ed affettivamente povero.

E poi ecco Angiolina Zarri, giovane, di sani appetiti, amorale. Ma anche ignorante, triviale, insensibile, bugiarda, idealizzata da Emilio, per il quale rappresenta la donna, la salute, la potenza dell’eros. In realtà, dietro la forte carica vitale, si avverte una personalità rozza, poco individuata, monocorde. Il suo attivismo sessuale nasconde uno sgradevole fondo di povertà emotiva. Qui rappresenta l’eros  visto come elemento disgregatore dell’esistenza borghese.

Il romanzo è ambientato a Trieste; autobiografico, anticipatore di Freud, sembra influenzato da alcune filosofie ottocentesche, in primo luogo Schopenhauer e Nietzsche, oltre che dal naturalismo francese. La misoginia che colora il personaggio di Angiolina ha dei punti di contatto con le teorie espresse sulla donna proprio in quegli anni in Sesso e carattere dal tedesco Otto Weininger. Sullo stile, si è detto da più parti che Svevo scrive male, lontano dagli standard raffinati della prosa d’arte. Si tratta in realtà di uno stile espressivo molto prossimo al parlato, ricco di vocaboli settoriali, che testimonia, caso più unico che raro in Italia, di una soggettività maturata nell’ambiente della ricca borghesia mercantile e cosmopolita, quella triestina del tempo, lontana dai miasmi della Roma dannunziana.

La fabula non è per nulla complessa ed ha come fulcro il rapporto sentimentale tra Emilio e Angiolina, ma solo superficialmente è il racconto di un amore ossessivo. In realtà è un preciso quadro psicologico dell’intellettuale piccolo borghese in crisi con se stesso. E con l’essere di sé fuori da sé, nel mondo di sempre. Il protagonista è terrorizzato dalla realtà, tenta di atteggiarsi a uomo cinicamente gelido e finisce, invece, col raggiungere il solo, penoso camuffamento dei caratteri propri in forma consolante. In Senilità l’attenzione è puntata sul pensiero di Emilio: raramente il punto di vista è quello di Amalia o Balli e, comunque, mai quello di Angiolina. Nonostante ciò, il protagonista della vicenda è uomo che non sa percepire la realtà, se non deformandola. Per questo motivo il narratore, ricco di ruvida lucidità, interviene con scaltra frequenza a giudicarlo in modo severo, a volte crudele. Spesso ironizza, getta la propria sprezzante opinione servendosi di aggettivi o semplici avverbi, lascia assaporare il gusto amaro del giudizio. In altri casi, infine, tace.

Chi è giunto a turbare queste vite è Angiolina Zarri, avventurosa crestaia, bella corrotta e falsa ingenua, di cui il Brentani s’innamora. Il Balli, un po’ per tentare di guarirlo, un po’ per desiderio di esclusivo predominio, si avvicina di più ai Brentani; ma l’amore di Emilio è ormai un fatto nuovo che sconvolge la vita di questo terzetto di ratés. Anche Amalia risente di questo soffio. Una sera, rincasando, Emilio intende la sorella che invoca in sogno il nome del Balli e inorridisce e, geloso d’altra parte dell’amico, a cui Angiolina non lesina i suoi sorrisi, allontana per qualche tempo il Balli da sé. Ed eccolo precipitare sempre più in un amore degradante e impetuoso: ogni suo tentativo di rivestire Angiolina d’un senso meno angusto e volgare, fallisce. Angiolina non è la bionda Ange, diafana e quasi astratta, che Emilio tenta di creare in sé e negli altri; è invece la Giolona irrisa e maltrattata dal Balli: una creatura carnale, disperatamente insulsa e bestiale; una femmina mercenaria che mezza città conosce e giudica per quel che vale. L’amore che il Brentani ha ridicolmente tentato di mantenere in certo stadio sentimentale, degrada in una furia dei sensi, in una promiscuità vergognosa. Parecchi sono i gradini che il Brentani discende. Dal punto di vista psicologico egli è un “inetto”, un debole, un uomo che mente a se stesso pur di non scoprirsi misero e finito; si difende dal polifonico mondo che lo circonda riparandosi entro le mura del nido domestico e sotto le ali protettrici di Amalia, una sorella che è, nel contempo, figura materna. Da vile e incapace qual è, Emilio sogna l’uscita dal nido e il godimento dei piaceri della vita e, quando finalmente nella sua esistenza appare Angiolina, «una bionda dagli occhi azzurri grandi, alta e forte, ma snella e flessuosa, con il volto illuminato dalla vita, di un color giallo di ambra soffuso di rosa da una bella salute», in lei vede incarnati i simboli della pienezza vitale e della stessa salute fisica. Tuttavia, sarà proprio nel rapporto con Angiolina -per Emilio sostanziale rapporto con la realtà- che emergerà l’inettitudine e l’immaturità del protagonista. Nonostante i propositi di disinvolto giostrarsi e nuova sicurezza delle proprie capacità, Emilio prova una forte paura nei confronti del sesso e della donna, tanto da giungere a trasfigurarla in figura angelica e pura, dalla quale invece Angiolina, superficiale, vanitosa e bugiarda, è infinitamente lontana. Lo stesso possesso fisico della donna lo lascia insoddisfatto e turbato, poiché ne contamina l’ideale.

Ma una notte rincasando trova la sorella in delirio, colta da altissima febbre, che invoca il Balli. Ed anche il cinico scultore deve accorrere per dare alla morente almeno la gioia di uno sguardo; ma non è neppure riconosciuto. Una scansia zeppa di fiale d’etere illumina i due uomini sul vizio che la zitella ha contratto per confortare le sue estreme disillusioni. Colpito da un dolore più nuovo, Emilio si reca a un convegno con l’Angiolina, e là trova la forza di gridarle tutto il proprio disgusto e il proprio disprezzo. Poi torna a casa: Amalia muore assistita da lui, dal Balli e da una vicina. E la vita del Brentani e del Balli riprende monotona dopo la vampata impetuosa che l’ha investita e strinata.          Il linguaggio di Emilio non è quello di Svevo, come a molti verrebbe da pensare, ma il risultato di una fedele registrazione del modo d’esprimersi di Emilio stesso, che usa frasi enfatiche, talvolta patetiche, insieme melodrammatiche e banali.

Così come Emilio nasce, muore. In effetti, la struttura del romanzo è assolutamente circolare: egli non impara nulla dalla vicenda, resta l’inetto, incapace, fragile e immaturo uomo che Svevo accanitamente critica. E così Balli torna alla sua vita non frequentando più l’amico, Angiolina fugge con un banchiere, Amalia muore. E ad Emilio Brentani, rimasto chiuso in una senilità precoce, non resta che guardare al passato, come un vecchio alla propria gioventù. Ultima nota: il titolo inizialmente era Il Carnevale di Emilio, una parentesi assolutamente estranea gioiosa brevissima, incuneata in una interminabile vita grigia quaresimale.

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