Gaspara Stampa e le “cortigiane oneste”

Per amar molto ed essere poco amata                         

visse e morì infelice, ed or qui giace                         

la più fidel amante che sia stata.                       

Pregale , viator, riposo e pace                        

ed impara da lei, si mal trattata                       

a non seguir un cor crudo e fugace.”

                                                                           Epitaffio per G. Stampa

 

Cifre strabilianti per il 1524: a Roma si parla di 30.000 prostitute e 9.000 ruffiane; a Venezia le cifre rispetto a Roma si dimezzano,  su di una popolazione di 150.000 abitanti, la seconda più popolosa in Europa dopo Londra. Sulla realtà diffusa della prostituzione, vigilavano i potenti Provveditori sopra la Sanità. Nella Venezia del Rinascimento si distinguevano due categorie di prostitute: quelle di basso rango, che vivevano in case malsane e che erano frequentate dal popolino, e quelle d’alto rango che, per la loro libertà, erano invidiate dalle nobildonne, schiave di mille regole. I loro abiti erano elegantissimi, famose erano le loro chiome biondo-rossastro,  rosso Tiziano. La prostituzione non era osteggiata e serviva a distogliere gli uomini dalla sodomia, pratica molto diffusa a Venezia, per cui nessuno mai si sarebbe sognato di combattere l’adescamento e il risveglio dei sensi maschili, distogliendoli dalla diffusa omosessualità, sempre osteggiata dalla Chiesa. Tollerate e controllate in vita, alle prostitute, però,  era interdetta severamente la sepoltura in terra consacrata nel Cimitero Monumentale dell’Isola di San Michele.

Il preambolo è essenziale per inquadrare la donna straordinaria di cui sto parlando, la più grande poetessa del 1500, calunniata in vita e in morte dalla penna, intinta nel curaro, del più potente giornalista e ricattatore dell’epoca, Pietro l’Aretino.

A Venezia, così come in tutt’Italia, le tre classi sociali – nobili, mercanti e popolino – erano nettamente distinte tra loro ed era impensabile la commistione fra i tre strati rigidamente separati. Se si aggiunge che una giovane molto bella, poetessa di vaglio, musicista e cantatrice affascinante, in realtà non appartenesse a nessuna di queste tre classi; aprisse il suo salotto culturale, insieme con la sorella Cassandra, anche lei bella e talentuosa, a nobili e artisti di tutt’Europa; che infine avesse la sventura di innamorarsi del conte di ben tre feudi, giovane bello e fatuo, Collaltino di Collalto, e corresse senza fiato al suo castello le poche volte che lui la faceva chiamare…penso che si capisca subito in quale categoria venisse collocata, cioè tra le “cortigiane oneste”. In realtà l’affascinante Gasparina, padovana, apparteneva alla piccola nobiltà, ma il padre Bartolomeo, per ristrettezze economiche, aveva aperto un emporio di gioielli, scendendo di fatto al rango di mercante. Morto il padre, la madre Cecilia si trasferì a Venezia, perché i tre figli avessero un’educazione letteraria e artistica di prim’ordine e tutti e tre divennero poeti e musicisti raffinati, magnifici  e  affiatati tra loro. A poco più di vent’anni morì  il secondogenito Baldassarre, il dolore della perdita fu elegantemente occultato in famiglia e la vivace vita letteraria continuò, ora solo con Gaspara e Cassandra come muse straordinarie. Al di fuori del salotto, impazzava la critica invidiosa di chi non era invitato o le cui profferte erano state respinte. Gasparina, Cassandra e altrove altre belle poetesse come Veronica Franco,  Veronica Gambara eTullia D’Aragona, erano classificate tutte tra le “cortigiane oneste”. Qui potremmo chiudere la storia, ma Gaspara ebbe la disavventura di cedere alla corte del conte e distrusse vita e giovinezza in tre anni vuoti e disperati, amando appassionatamente chi, da curioso e tiepido, divenne presto indifferente e chiaramente infastidito. Quando Gaspara riuscì a spezzare  questo rapporto senza futuro, accettò  per sua fortuna la protezione del nobile gentiluomo Bartolomeo Zen, da cui fu amata quasi come una figlia e, dopo la morte sopravvenuta per suicidio o, più probabilmente,  per una febbre maligna durata 15 giorni, dai suoi potenti interventi il suo corpo fu difeso strenuemente e sottratto alla vergogna della sepoltura in terra sconsacrata, nel fazzoletto di terra riservato alle prostitute. Ora, alla luce del nostro tempo e dei costumi odierni, non è facile giudicare queste importanti figure femminili del Rinascimento. Una distinzione di tipo morale tra loro e le migliaia di prostitute che, più povere e meno raffinate, svolgevano la stessa professione sui marciapiedi, non sembra possibile, ma questa veniva certamente e nettamente fatta dai contemporanei.  E’ possibile un paragone con le etère  dell’Atene di Pericle, per esempio la celebre Frine; e con le geishe giapponesi, alle quali viene riconosciuto un alto grado di rispettabilità, non certo con le “escort” che, con tale definizione, pensano di distinguersi dalle lucciole di strada, ma, pur belle, sono carenti di cultura e il paragone non regge per nulla.

Raffinate, bellissime, le poetesse del 1500 italiane adottarono in genere con sincerità e passione gli ideali rinascimentali di cultura e d’arte,  alcune avevano vero e  grande talento letterario. La loro intelligenza e la loro istruzione erano eccellenti; erano ospiti rispettate nei convegni più elevati ed in grado di sostenere una conversazione con le più alte menti di un’epoca impareggiabile per intelletto e cultura, una per tutte, Pietro Bembo. Potremmo considerarle le antesignane del movimento femminista, per la chiara coscienza che ebbero della loro superiore cultura, intelligenza, raffinatezza. In un secolo invaso da Canzonieri di stampo petrarchesco, ora pedissequamente riecheggianti Petrarca, ora freddi ed estetizzanti, spiccano i versi autenticamente intrisi di umanità e dolore di Gaspara e di un’altra infelice del tempo, la lucana Isabella di Morra. Per Gaspara, due sonetti delle oltre trecento composizioni, umanissimi, eppure raffinatissimi formalmente nell’abilità di svolgere il sonetto su di un’unica similitudine e col frasario di Petrarca:

XLVII

Io son da l’aspettar omai sì stanca,
sì vinta dal dolor e dal disio,
per la sì poca fede e molto oblio
di chi del suo tornar, lassa, mi manca,
che lei, che ’l mondo impalidisce e ’mbianca
con la sua falce e dà l’ultimo fio,
chiamo talor per refrigerio mio,
sì ’l dolor nel mio petto si rinfranca.
Ed ella si fa sorda al mio chiamare,
schernendo i miei pensier fallaci e folli,
come sta sordo anch’egli al suo tornare.
Così col pianto, ond’ho gli occhi miei molli,
fo pietose quest’onde e questo mare;
ed ei si vive lieto ne’ suoi colli.

 

 

CLIIV

Quasi uom che rimaner de’ tosto senza
il cibo, onde nudrir suol la sua vita,
più dell’usato a prenderne s’aita,
fin che gli è presso posto in sua presenza;
convien ch’innanzi a l’aspra dipartenza
ch’a si crudi digiuni l’alma invita,
ella più de l’usato sia nodrita,
per poter poi soffrir si dura assenza.
Però, vaghi occhi miei, mirate fiso
più de l’usato, anzi bevete il bene
e ’l bel del vostro amato e caro viso.
E voi, orecchie, oltra l’usato piene
restate del parlar, ché ’l paradiso
certo armonia più dolce non contiene.

 

 

Gaspara Stampa, 1531-1554

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