A Napoli, Roma e dintorni, Casanova colpì ancora e ancora e ancora…

Non basta una vita per assaporare appieno il racconto di una vita, se questa è la mirabolante vita del più gran seduttor de’ seduttori, Giacomo Casanova. Volle scriverla in francese, relegando l’italiano per opere del tutto secondarie. Assorto nei ricordi nella biblioteca boema a Dux, senza troppi fronzoli liquida con brio la canonica introduzione che giustificasse uno scritto e comincia a galoppare nelle praterie sconfinate della vita sulla terra, tra uomini e donne, ricchi e poveri, ladri e seduttori. “In quest’anno 1797, all’età di 62 anni, in cui posso dire vixi, non saprei procurarmi un divertimento più gradito di quello di discorrere dei miei casi e di fornire un degno argomento di riso alla bella compagnia che mi ascolta. La mia storia inizierà dall’età di otto anni e quattro mesi…Coltivare i piaceri dei sensi è stata per tutta la vita la mia principale occupazione, non ne ho mai avuta una più importante…”

Incipit: “L’anno 1428 Don Jacob Casanova, nato a Saragozza…rapì dal convento Donna Anna Palafox il giorno dopo la sua pronuncia dei voti…”

Avrebbe potuto cominciare come qualcuno che conosciamo ha fatto, con la descrizione di “quel ramo del lago di Como” o “le donne, i cavallier, l’armi e gli amori”; invece rintraccia o inventa l’origine della sua stirpe e della sua esistenza e del suo destino in un avvenimento insieme trasgressivo e romantico da morire, il rapimento di una bianca sposa di Cristo. Degno discendente di cotanto eroe, Giacomo Casanova di Seingalt Veneziano, completa l’opera, infrangendo senza sensi di colpa, e senza affatto drammatizzare o fermarsi a commentare con falso moralismo, uno dei tabù dell’umanità, come si vedrà nell’articolo.

 

Giacomo Casanova mise per la prima volta piede a Napoli nel 1743, quando cioè aveva appena diciotto anni e ne aveva già combinate di tutti i colori. Aveva una lettera di presentazione del vescovo di Martorano per un tal Gennaro Polo, che doveva solamente dargli 60 ducati; invece l’uomo volle ospitarlo e fargli conoscere il figlio poeta, visto che nella missiva il vescovo aveva definito Casanova un finissimo poeta. Nella prima conversazione con don Gennaro, il Casanova fu colpito da una assoluta stranezza: i suoi racconti della povertà e delle miserie della Calabria e di Martorano lo facevano ridere fino a soffocare; era, si sentì rispondere, una malattia di famiglia, di cui era morto anche uno zio. La visita al figlio quattordicenne fece buona impressione su Giacomo: Paolo era colto e garbato e stava ultimando una canzone che doveva essere stampata il giorno seguente, dedicata a una parente della duchessa di Bovino che entrava nel convento di Santa Chiara. Casanova chiese il permesso di ritoccare, correggere e sostituire interi versi e suggerì di chiamarla “ode”, da parte sua aggiunse all’istante un sonetto per la stessa occasione. Fu ospitato nella camera di Paolo e il giorno seguente, avvenuta la vestizione della clarissa e diffusi i numerosi scritti d’occasione, più graditi risultarono l’ode di Paolo e il sonetto di Casanova. A pranzo, tra gli altri ospiti, c’era un omonimo, don Antonio Casanova, ovviamente curiosissimo dell’ospite veneziano: tra esplorazione dei rispettivi alberi genealogici, davvero sembrò che avessero in comune l’origine “aragonese di Saragozza” e fossero imparentati; così fu naturale l’invito a casa di don Antonio, col quale si stabilì una discreta intimità e, dal momento che la duchessa di Bovino voleva le fosse presentato l’ abate Casanova, per andarci degnamente Giacomo accettò che il parente gli regalasse abiti finissimi per la presentazione alla duchessa e per il viaggio, visto che sarebbe partito presto per Roma. A casa della duchessa conobbe don Lelio Carafa, duca di Matalona, che gli propose un lauto stipendio per diventare insegnante del nipote decenne Carlo e poi, vista la decisione irrevocabile di partire per Roma, scrisse per lui due lettere per raccomandarlo presso due importanti frati agostiniani. Anche la duchessa gli offrì in dono una tabacchiera preziosa e lui notò la graziosa figlia di 10-12 anni che sarebbe poi diventata moglie di Carlo Carafa.

L’indomani partì per Roma e nella carrozza fece la conoscenza dell’avvocato Castelli, che viaggiava con la moglie Lucrezia e la cognata più giovane Angelica. Nelle varie soste gli fu facile capire che Lucrezia ricambiava il suo grande interesse; invitato a visitare i nuovi conoscenti che alloggiavano a casa della suocera dell’avvocato, Cecilia Monti, alla Minerva, a tempo debito vi si recò e qui suscitò viva simpatia nella padrona di casa, giovane vedova che sembrava sorella delle sue figlie e gli diede il permesso di tornare senza formalismi quando ne avesse voglia. Intanto, sotto la tutela di padre Georgi, imparava come muoversi tra i personaggi romani senza fare troppi danni, sunteggiava lettere della curia, prendeva lezioni di francese e coltivava le amicizie acquisite. Invitato ad una gita al Testaccio, offerta dall’avvocato, al ritorno, rimasto solo con Lucrezia nella seconda carrozza-nell’altra c’erano la vedova, l’avvocato, Angelica e don Francesco suo promesso sposo -i due finalmente hanno un rapporto appassionato e che passa inosservato. La cosa si ripete quando Casanova ricambia, invitando i nuovi amici in una gita a Frascati, in cui non bada a spese e riesce ad avere Lucrezia con sé per qualche ora su un prato una prima volta e ancora dopo pranzo nel parco di villa Aldobrandini, in un’aiuola protetta che sembrava un’alcova. Dopo qualche giorno, ad estendere l’invito per un giorno e una notte a Tivoli, fu don Francesco, che abitava lì in una splendida villa e, dopo visite faticose e distratte alle bellezze architettoniche, nella notte Casanova ha di nuovo più rapporti con Lucrezia nella stanza in cui c’è pure la diciassettenne Angelica che, alla fine, stravolta dal desiderio, concede al veneziano la sua verginità, con immensa soddisfazione di Lucrezia. Ma poi ci sono altre avventure che impegnano il suo tempo e la sua attenzione, per cui solo verso la fine di febbraio del 1744, congedandosi da Cecilia, apprende che Lucrezia è tornata a Napoli ed annuncia alla madre in una lettera la sua felicità di essere incinta; si congeda da Angelica che aveva sposato don Francesco senza comunicarglielo.

Dopo aver viaggiato per tutt’Europa, Casanova diciotto anni dopo tornò per la seconda volta a Napoli e andò a trovare subito don Carlo Carafa, nipote ed erede di don Lelio, che aveva incontrato a Parigi nel 1750 nel foyer della Comédie italienne; il Casanova,  non mancò di ricordare la loro antica conoscenza e di riannodare nuovi rapporti di amicizia; il giovane duca, felice di quell’incontro, lo portò a casa e “siamo diventati intimi”, conclude Casanova.

Di questa intimità però l’avventuriero non si mostrò geloso custode, visto che conversando in seguito con un’ amica del Carafa, la cantante Teresa Lanti -Angela Calori pare fosse il suo vero nome- si lasciò sfuggire con eccessiva leggerezza il segreto dell’amico. Alla Lanti confidò infatti che il Carafa aveva avuto un figlio dalla figlia del duca del Bovino che ha sposato, donna affascinante che ha avuto il talento per farlo uomo. Tutta Napoli sa che era impotente”. In effetti il Carlo aveva sposato nell’anno 1755 donna Vittoria Guevara dei duchi di Bovino, e per averne un figlio ricorse a un voto solenne a san Francesco “d’edificare ampia chiesa accanto al convento de’ cappuccini”. Il primogenito Marzio Domenico venne alla luce il 27 febbraio 1758, salutato da un coro di maligne insinuazioni e di sapidi commenti.

Ora nel 1760, a tavola con il duca di Matalona e la duchessa Vittoria Guevara dei duchi di Bovino, don Carlo dice a Giacomo di aver avuto un figlio e Giacomo risponde che glielo avevano detto e aveva stentato a crederci, “ma ora non mi stupisce più. Vedo qui la principessa che deve aver fatto questo miracolo”. La duchessa era arrossita, ma rimase in silenzio; fu portato il bambino e Casanova commentò sventatamente che somigliava al padre; un monaco ribadì che non era vero affatto e si buscò un sonoro ceffone da parte della duchessa, accolto dalla vittima con una risata. Davvero amico intimo, don Carlo confidò a Giacomo di avere un’amante solo per “rappresentanza”, visto che l’unica donna che lo intrigava sessualmente era sua moglie. Era brutta l’amante? Tutt’altro, e da quel bonaccione che era, durante uno spettacolo al San Carlo, il duca gli presentò l’amante Leonilda, una ragazzina di quasi diciassette anni, di una bellezza stupefacente, di una grazia incantevole, briosa e già donna completa.

Da parte sua Casanova si entusiasmò talmente di Leonilda che volle avere un chiarimento col Carafa, arrivando a comunicargli che intendeva sposare la ragazza. Fu così proprio Carlo, che era davvero insensibile alla sensualità di Leonilda, a incoraggiare Giacomo a testare la sua virilità: è una scena audace, don Carlo da sopra le braghe controlla con la mano, mentre Casanova bacia appassionatamente Leonilda ed eiacula violentemente.

E’ lo stesso Carlo a mettere in contatto Casanova con la madre di Leonilda, affinché questa possa dare il proprio consenso alle nozze. Colpo di scena. La madre di Leonilda è quella Lucrezia Castelli che diciassette anni prima era stata l’amante di Casanova. Ma non basta: Lucrezia rivela a Casanova che la ragazza che lui intendeva chiedere in moglie è sua figlia, si chiama Leonilda Giacomina ed è figlia cioè anche di Casanova, concepita in quella notte d’amore a Tivoli, diciassette anni prima. Sgomento e anche fortemente deluso e spaventato dall’essere stato ad un passo dall’incesto, Casanova si rifugia fra le braccia mature, ma pur sempre adorabili, di Lucrezia.

E di certo non poteva concludersi così questa tranche de vie: l’avventuriero veneziano approdò per la terza e ultima volta a Napoli dieci anni dopo, nel 1770, quando aveva quarantacinque anni. Si recò subito da Lucrezia Castelli, che viveva nella casa della figlia Leonilda, a Sorrento, sposata con un vecchio ricchissimo marchese. Tra Casanova e il settantenne marchese, bloccato su una poltrona dalla gotta, ci sono effusioni straordinarie, come tra vecchi amici; in realtà i due si riconoscono subito come massoni e solo Lucrezia intuisce di che si tratta, finalmente il colto e navigato marchese ha trovato un uomo di mondo con cui conversare piacevolmente per ore. Leonilda ora ha 26 anni ed è perfetta, incantevole, amata e stimata dal marito, che però l’aveva sposata per avere un erede a cui lasciare il suo immenso patrimonio. Invece, essendo privo di un erede, alla sua morte, tutto sarebbe andato ai parenti che abitavano le altre ali del palazzo e ne aspettavano ansiosamente la morte. Ed in una grotta del giardino nella villa di Sorrento Giacomo e Leonilda passano, quasi senza l’ intervento della loro volontà, dalle effusioni paterne e filiali al rapporto incestuoso, che tengono nascosto anche a Lucrezia. Da Sorrento la scena si sposta in una tenuta verso Battipaglia, dove continua la tresca con Leonilda, ben ovattata ma non per questo meno sfrenata, con una donna dello schermo, Anastasia, una giovane cameriera di cui Casanova si finge innamorato e che seduce senza veramente volerlo, e Anastasia letteralmente lo sfianca nella prima parte della notte, così che il gran seduttore è incapace di fare alcunché con Leonilda, salvo qualche veloce “toccata e fuga”diurna.

Infine arriva il momento di partire, come sempre, e il marchese, che aveva saputo dal duca di Matalona che Leonilda era figlia di Casanova e che lui dieci anni prima le aveva dato come dote 5.000 ducati, ora glieli ridà con mille ringraziamenti di tasca sua, altrettanti ne dà a Lucrezia per avergli fatto conoscere Casanova, mentre Leonilda continuerà ad avere i 100.000 ducati accantonati per lei dal marchese, che sono la sua assicurazione sulla vita, nel caso il marchese muoia senza eredi.

Come dire, in questa specie di spudorata e innocente commedia a soggetto, tutto è bene quel che finisce bene. Tornato a Napoli, con le tasche piene di denaro, strinse belle amicizie con potenti nobili e non mancò di spassarsela in relazioni sessuali quasi sempre nelle belle dimore sorrentine. E se lo dice Casanova…

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