La Rosa dei Venti per Cèline indica il N O R D

Cèline e la gatta Bébert

L’opera fu scritta nel 1960 a Meudon e, anche se venne pubblicata tre anni dopo la prima parte della trilogia, ‘Da un castello all’altro’, narra fatti precedenti: mentre, infatti, ‘Da un castello all’altro’ racconta il soggiorno a Sigmaringen dell’autore, della moglie Lili, del gatto castrato Bébert e dell’amico Le Vigue (l’attore Robert Le Vigan, divo degli anni Trenta morto nel 1972 in Argentina, dove si era rifugiato), ‘Nord’ riferisce le peripezie che essi – fuggiti precipitosamente da Parigi dopo lo sbarco in Normandia degli Alleati – dovettero affrontare in terra di Germania, prima di giungere appunto a Sigmaringen.

Naturalmente, anche in ‘Nord’ accenni, sfoghi e considerazioni sulla situazione personale dell’autore nel 1960 si accavallano e intersecano la trattazione dei periodi narrati, che pure  costituiscono il tema centrale dell’opera.

E’ questa l’ormai consueta caratteristica di Céline che buttava giù le cose così come gli venivano alla mente e, seppur ben consapevole delle difficoltà ingenerate da questo suo modo di procedere, non era capace di fare diversamente, tanto che se ne scusa apertamente coi lettori: ‘non ve la prendete se vi racconto tutto alla rinfusa … la fine prima del principio! … bella storia! … la verità sola importa! … vi raccapezzerete! Io, sì mi raccapezzo … un po’ di buona volontà, ecco tutto!’

 

‘La nostra prima tappa da Parigi fu nientemeno che Baden Baden’ (nel Baden-Wurttenberg occidentale) dove i fuggitivi vengono alloggiati all’hotel ‘Simplon’ in mezzo a una folla di appartenenti alle grandi famiglie e di personaggi altolocati che sembrano non risentire minimamente dei disagi della guerra e che vivono, infatti, in un lusso sfrenato e fra agi impensabili: l’hotel è rifornito quotidianamente con lanci col paracadute di merci e di cibi freschi, ma tanta raffinatezza e ricercatezza non possono celare che l’atmosfera è quella da ballo sul ‘Titanic’ dopo lo speronamento dell’iceberg.

Per quanto la catastrofe sia taciuta e apparentemente ignorata, al di sotto delle apparenze essa è invece pienamente avvertita come inevitabile, così che complotti, spiate e manovre di ogni genere si moltiplicano in una sorda lotta, senza esclusione di colpi.

Per parte sua, Céline lavora come medico ‘a rapporto tutte le mattine’ e il tenore di vita suo, della moglie Lili, dell’inseparabile gatto Bébert e dell’amico Le Vigue non è certo quello delle persone che pure sono in cura da lui, oltre a gente comune.

E’ su questo mondo idilliaco ma irreale e su questa parvenza del tutto insensata che il 20 luglio 1944 piomba improvvisa e devastante la notizia del fallito attentato a Hitler: la finzione di una vita spensierata e la pretesa di poter evitare il disastro evaporano in un attimo e, dopo una giornata di silenzio e di deserto, dall’alto arrivano le direttive per lo smistamento degli ospiti del ‘Simplon’ in altre sedi per motivi di sicurezza.

 

Il gruppetto di Céline è destinato a Berlino dove, appena arrivato, trova una città distrutta dai bombardamenti, ma le cui macerie vengono precisamente raccolte e ordinate di fronte agli edifici crollati, per poter essere appropriatamente riutilizzate al momento della ricostruzione: uscito dalla stazione, Céline non riesce più a star dritto in piedi e, trovato miracolosamente aperto un grande magazzino che vende anche bastoni, ne compre due e da questo momento potrà camminare solo col loro aiuto.

A ‘Baden Baden … mi reggevo ancora perfettamente in piedi, è a Berlino ventiquattr’ore dopo che mi sono accorto che ero storto … all’uscita [della stazione] … non ho più camminato dritto’.

Nella città ormai spettrale, di cui spesso sono rimaste in piedi solo le facciate dei palazzi e tra folle di storpi, di mutilati e di gente senza gambe – i cul-in-terra -, i tre non riescono nemmeno a farsi registrare dalle autorità perché non sono più riconoscibili dalle loro foto sui documenti, tante privazioni hanno subito, ma trovano ugualmente un alloggio estremamente precario in un hotel gestito da un mugik siberiano deportato: in un ambiente in cui tutti sono spiati e controllati e in cui bande di ragazzini della Hitlerjugend sono alla ricerca di infiltrati da linciare, è giocoforza cercare protezione e Céline, seppur di malavoglia, si rivolge al suo conoscente dottor Harras, colonnello delle SS e Presidente dell’Ordine dei Medici del Reich.

Il gruppetto giunge così fortunosamente a Grunwald -oggi in Polonia – dove il dottor Harras risiede e dove Céline è già atteso: nella pur semidistrutta Germania, le informazioni correvano infatti velocissime per canali misteriosi.

 

 

A Grunwald, Céline e i suoi compagni di viaggio sono accolti con entusiasmo dal gigantesco, esuberante, sorridente, rumoroso ed efficiente dottor Harras che sistema tutto con un paio di telefonate, fornisce ai fuggiaschi tutti i documenti necessari (soprattutto a Céline la licenza per esercitare come medico) ed offre loro una ricca e confortevole ospitalità nei bunker sotterranei con aria condizionata (e microfoni!) della sua villa, riforniti e abbondanti di ogni tipo di merce, a 20-25 metri di profondità.

Nemmeno qui però i tre (più il gatto) possono restare, ma il vulcanico e generoso dottore, così pieno di risorse e di iniziative, trova subito la soluzione e lui stesso li accompagna con la sua grossa Mercedes a Zornhof, nel Brandeburgo a un centinaio di km. da Berlino, presso il castello della famiglia dei baroni von Leiden.

Si tratta davvero di uno strano accomodamento: il vecchio barone è un vizioso che ama farsi frustare il sedere nudo da cinque allegre servette ucraine, che ne ridono e si divertono dei suoi porno-giochi; sua sorella vive appartata in un’ala del grande edificio; il figlio ha perso le gambe per la sclerosi multipla e viene portato sulle spalle da un gigantesco prigioniero ucraino e la nuora è una bella donna di liberissimi costumi, nonostante abbia una figlia adolescente.

Nei dintorni e nella corte del castello lavora tutto un mondo di prigionieri di guerra e di lavoratori ‘volontari’ francesi, mentre l’orizzonte è costantemente illuminato dai bagliori dei bombardamenti su Berlino indifesa, che fanno tremare le pur possenti mura del castello.

Tutt’intorno al castello, in maleodoranti pozze a cielo aperto, il puzzo del liquame prodotto dalle mucche e soprattutto dalle numerosissime oche, si mescola a quello delle foglie di barbabietola in putrefazione.

La più che spartana sistemazione del gruppetto viene affidata al fattore Kretzer e a sua moglie, impazzita dal dolore per la perdita dei due figli in guerra, ma il previdente e provvidente Harras dà a Céline le tre chiavi che aprono un enorme armadio stracolmo di sigari, sigarette, liquori, vini e soprattutto cibi a lunga conservazione, ma, oltre a ciò, il cibo è facilmente trovato anche per altre vie.

Intorno al castello si accalca una folla di miserabili, straccioni, prigionieri, lavoratori, vedove e orfani provenienti da tutti i Paesi e su tutti impera il Landrat Simmer, inflessibile amministratore della giustizia e disinvolto fucilatore, mentre l’SS Kracht si dimostra sempre collaborativo e comprensivo coi fuggiaschi.

Al villaggio Céline e i suoi compagni sono odiati perché ritenuti corresponsabili della guerra e comunque alleati del Reich e al castello sono a malapena tollerati (‘eravamo dei pagliacci’), sbandati, inutili, vittime in un mondo in cui non c’è nessun rispetto per i vinti: ‘noi per forza si faceva gli intrusi … noi che nessuna piazza d’Europa voleva … la Storia passa, gioca, ci state in mezzo’.

A Zornhof regna un clima da assurda fine del mondo, mentre la sterminata pianura semi-sabbiosa giallastra corre senza fine a est; a ovest s’innalzano maestose le foreste di altissime sequoie come in America: molteplici e confusi eventi si succedono nella follia dilagante e nell’insensatezza dei comportamenti di una società che ha perso i suoi riferimenti e in cui ci si dibatte senza ormai più alcuna logica.

La disorganizzazione e l’improvvisazione regnano sovrane, si vive a casaccio, si mangia, sì, (fra la popolazione – rari i tedeschi! – ‘non ne vedevo uno magro’), ma come e dove capita, tutto è precario e instabile e inevitabilmente nessuna bassezza è esclusa: il fango e il liquame non circondano soltanto il castello, ma ci si sguazza anche dentro.

Il vecchio barone e il Landrat vengono linciati dalle ex-prostitute, ora lavoratrici forzate addette alla raccolta delle immondizie del villaggio, che vogliono fuggire verso gli eserciti invasori, mentre il figlio senza gambe, epilettico e squilibrato, è ucciso dal suo ciclopico servitore ucraino; ma anche la moglie ci aveva provato, tentando di sedurre lo stesso Céline in cambio di veleni: il giorno seguente la vedova del figlio del barone e la moglie del fattore tentano di dar fuoco al castello ma, scoperte, rischiano a loro volta il linciaggio.

Il progetto di Céline è comunque quello di riparare in Danimarca e a questo scopo è aiutato dal dottor Harras, tornato a Zornhof per organizzare l’evacuazione dei superstiti della famiglia a Koenigsberg, e anche dal generale Goering, psichiatra e fratello millantatore di Hermann, che, munito di timbri enormi, sigilla i permessi necessari a Céline e ai suoi compagni per recarsi a Rostock sul mare.

Un altro abbandono, un altro trasferimento, un’altra emigrazione, un altro vagare.

 

 

Nelle opere della ‘Trilogia del nord’ manca il senso della storia e davvero del Terzo Reich Céline non dice nulla se non rare sciocchezze come questa: ‘l’Ordine di Hitler, non scordiamocelo, era tanto razzista quanto quello dei neri del Mali o dei gialli di Hangchou … si sarebbe visto quel che si sarebbe visto! … non si è visto niente, per fortuna!’

‘Prendete gli ebrei, quanti erano stipendiati alla Cancelleria? … e vicinissimi all’Adolf? … un sacco e una sporta! … come i fucilati dei tribunali, così epuratori, quanti yiddish nazi, collaboratori di prima linea?’

‘In galera in Danimarca ho sentito molti racconti di ammutinamenti SS … SA … Kriegsmarine … stavo con loro … tante di quelle congiure di bombe, veleni, coltelli, che è veramente straordinario che sto regime abbia retto dieci anni.’

Céline non vede alcuna grandezza nel crollo del Reich che si era autoproclamato millenario, non si accorge di nessuno dei suoi aspetti terribili e infami e scorge così solo la follia del caos, la disarticolazione della società e di ogni suo ordine, e descrive allora una variopinta umanità, che in realtà è un’accozzaglia di elementi disparati che si agitano in un vuoto inspiegabile.

Eppure è un fatto che ‘la nostra guerra aveva figliato, in tutti gli angoli dell’Europa, ne avevo trovato io stesso la prova più tardi a Copenaghen, Danimarca; piene le celle, interi piani, ammassati, tutte le età, tutte le lane, traditori belgi, iugoslavi, lituani, lettoni, apolidi, ebrei, recidivi, mongoli di madre, bretoni da parte di padre, tutti frutti, la schiuma delle cento bandiere alla conquista e carriaggi, tutto alla rinfusa’.

Nel continente lacerato e martoriato nulla ha avuto ed ha senso e solo il sangue versato conta: ‘il genio di sta Civiltà è di aver trovato delle ragioni alle peggio paranoiche stragi! … il senso della Storia!’

Tutto ciò rende a Céline ancor più insopportabili e assurde la persecuzione e la condanna cui fu sottoposto, l’ossessivo rovello che non l’abbandona mai e di cui non riesce a darsi spiegazione: ‘il marciume che io rappresento come l’hanno così splendidamente raccontato, dimostrato, i più gran scrittori dell’epoca, destra, sinistra, centro, fiaccole della coscienza universale’ è privo di ogni fondamento e si aggiunge alla follia dei tempi.

Ignobile è stato poi che in tanti se la sono presa con un vecchio malato e invalido: oltre alle periodiche febbri malariche e alle menomazioni di guerra, ‘a Zornhof, coi bastoni, camminavo ancora alla meno peggio … dopo la prigione [in Danimarca] non ho più potuto’.

‘In Danimarca … m’hanno finito, ho preso cent’anni, in due’.

Nonostante da Berlino fosse giunta un’inchiesta e fosse arrivato anche l’alienista dottor Göring, il fratello dubbio del gerarca nazista. Céline non riesce a ottenere di dirigersi a nord, verso la Danimarca.

Difficile capire dove finisca l’autobiografia e dove inizi l’invenzione letteraria in questo secondo romanzo di quella che in Italia è conosciuta come Trilogia del Nord (in Francia, vi si riferisce talvolta come Trilogie allemande, trilogia tedesca). Durante la scrittura, che gli prese due anni e mezzo, dalla primavera 1957 alla fine del 1959, l’autore fece tentativi per capire se le persone reali che aveva conosciuto, e che sarebbero comparse come personaggi nel suo libro, fossero ancora vive dopo il ciclone della guerra; al momento della pubblicazione era convinto che fossero tutti morti e che il castello a nord di Berlino fosse stato distrutto; ma quando in Germania apparve sulla stampa un riassunto della trama, Céline subì due cause per diffamazione.

Nel primo capitolo della trilogia, Da un castello all’altro, Céline aveva scelto di raccontare il suo esilio nell’enclave di Sigmaringen, dove si erano rifugiati i collaborazionisti francesi con il procedere della liberazione del paese; cronologicamente, Nord lo precede, perché dopo il breve passaggio nella stazione termale di Baden-Baden, Céline ottenne con la moglie il permesso di recarsi a Berlino a perorare la causa di un visto per la Danimarca, e fu sfollato (da agosto a ottobre 1944) nella località che nel romanzo si chiama Zornhof, dalla quale raggiunse in seguito Sigmaringen.

La ricostruzione della vita di Louis-Ferdinand Céline durante i pochi mesi nei quali si svolge il romanzo (giugno-ottobre 1944) può essere tentata a partire da poche testimonianze:

  • le interviste rilasciate dalla terza moglie Lili, cioè l’ex ballerina Lucie Gorgette Almanzon, integrate dalle memorie di Karl Epting, direttore dell’Institut Allemand di Parigi;
  • la documentazione procedurale delle due cause intentate contro Céline dal dottor H. (nel romanzo, il personaggio Harras) e dalla signora Asta S. (nel romanzo, Isis von Leiden).

Il dottor H. aveva conosciuto Céline a Parigi in occasione di una conferenza dell’Institut Allemand; quando il collega francese giunse a Berlino, il ministero degli Affari esteri gli chieste di aiutarlo, e H. gli trovò un posto presso amici, gli S., che non possedevano un titolo nobiliare come nel romanzo, ma avevano davvero una vasta tenuta agricola in un castello del Brandeburgo settentrionale, 100 chilometri circa a nordovest della capitale. Qui trovavano alloggio profughi di ogni provenienza: obiettori di coscienza, prigionieri di guerra e russi al lavoro coatto.

Asta S. citò in giudizio Louis-Ferdinand Céline nel 1962 presso il tribunale di Charlottenburg; il 25 febbraio 1963 fu vietata la divulgazione di alcuni passaggi del romanzo nel territorio della Germania Federale, dove d’altronde ancora non era stato pubblicato; il 22 aprile dello stesso anno Céline e il suo editore furono anche condannati al pagamento dei danni materiali.

Per quanto riguarda l’onnipresenza nella trama di Robert Le Vigan, l’ex attore (che dopo la guerra emigrò in Argentina), rifiutò sempre di precisare la propria presenza o meno durante le vicissitudini narrate, e alla curiosità della critica rispose in modo elegante:

« La Vigue non è altro che un personaggio letterario che serve al racconto, Céline si è appoggiato alla mia persona reale per ricamarci sopra i suoi mille fantasmi. »
(Robert Le Vigan)

Dalle fonti di riscontro si può concludere che, in Nord come negli altri romanzi della Trilogia, non c’è un solo episodio né un personaggio completamente inventati, ma tutto è sottoposto a quello che si può chiamare un ‘processo traspositivo’: la realtà che Céline ha conosciuto, rispettata fino a un certo punto, viene trasformata dalle esigenze del racconto per diventare materia di scrittura, in direzione di una organizzazione narrativa che i dati storici e biografici non possedevano.

 

 

 

 

 

 

 

 

Michela Tartaglia
Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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