Via Crucis tra i castelli di Sigmaringen

Il passare inesorabile del tempo, la scomparsa di intere generazioni, l’accavallarsi di mille e mille eventi, appiattiscono e restringono il passato, sia esso recente o remoto- condensandolo nei fatti salienti e lasciando svanire nella memoria individuale e collettiva una domanda fondamentale. Vale per tutti gli eventi eccezionali, in questo caso il mio interesse e la mia domanda riguardano la fine della Seconda Guerra Mondiale, nota a tutti come la vittoria degli Alleati, la sconfitta della Germania e di Hitler e, soprattutto, sulla orripilante scoperta dei campi di concentramento, dei forni crematori e della eliminazione pianificata di sei milioni di Ebrei, zingari, handicappati, malati mentale prigionieri, tutto alla rinfusa, in una poltiglia infernale.

E questi sono i “sommersi”. Ma i fautori europei del Nazismo, gli aderenti per esempio alla repubblica di Vichy, gli alti papaveri della Germania e dei regimi satelliti, dove andarono, quale fu la loro sorte? “i salvati”, come topi che abbandonano la nave prima che coli a picco, dal 1944/45 dove si imbucarono? Una risposta ci arriva dallo scrittore maledetto, Luis-Ferdinand Cèline. In ‘Da un castello all’altro’ Céline descrive la permanenza a Sigmaringen, la località sul Danubio in Baden-Württembergm dove, sotto la protezione dei tedeschi, avevano trovato rifugio il governo di Vichy e tanti ex-collaborazionisti, scampati e rifugiati.

 

Proprio tra le macerie terribili della Germania tra il 1944 e il 1945 Céline ambienta una delle sue opere migliori, Da un castello all’altro, primo capitolo della Trilogia del Nord (che comprende anche Nord e Rigodon, di cui scriverò in altre occasioni), una peregrinazione dolorosa e disperata in un Paese stremato, vinto, nel quale la mancanza di tutto spinge gli uomini alle peggiori turpitudini. All’inferno in terra Céline assiste come si assiste allo spettacolo terribile della propria casa in fiamme, a volte imprecando, maledicendo, a volte sussurrando, in attesa che la pioggia, o forse soltanto lo scorrere del tempo, spenga il fuoco.

 

Da un castello all’altro è la rielaborazione letteraria di un lungo e movimentato soggiorno che Céline fece in Germania fra il 1944 e il 1945. Resoconto, romanzo autobiografico, cronaca della caduta del nazismo. Soprattutto delirio della memoria, odio furente che nulla salva, né vinti né vincitori. Una lacerante “cognizione del dolore” percorsa da momenti di grandiosa, terribile tragicomicità. Nel cerchio perfetto della prosa di Louis-Ferdinand Céline la realtà, così come noi la conosciamo o crediamo di conoscere, finisce per aderire pienamente all’immagine che ne dà l’autore, per riflettersi in tutto e per tutto nel suo scrivere veemente, in quel rozzo, rabbioso e commosso “poetare in mezzo al fango” che è la più limpida espressione del suo infinito talento letterario, nel suo tratteggio ruvido come un graffio sul muro e nel medesimo tempo sublime, irraggiungibile, nell’adamantino scintillio di ogni parola, di ogni singolo momento del suo torrenziale narrare. È come se l’iperbole, il mascheramento grottesco, l’irrompere continuo dell’assurdo non fossero espedienti romanzeschi, ma un fedele “lavoro di traduzione”; in una parola, sembra che quel che il grande francese racconta sia soltanto il frutto di un’accurata e fedele testimonianza, un resoconto, una cronaca. Eppure per definire Céline e i suoi libri -tutti, senza eccezione, dei capolavori- gran parte della critica ha, a ragione, parlato di “delirio”, e non si può negare che nelle sue pagine abbondino descrizioni e ritratti, di persone come di cose, dominati da tinte d’incubo, da un’irrazionalità contagiosa, dalla violenza, da abissi di colpa e di miseria, e da un’istintualità primitiva e il più delle volte malvagia. Dove sta dunque la “verità” di Céline? In che senso egli può essere qualificato, e soprattutto letto, come uno scrittore realista? Come molti autori, Céline racconta quel che vive, ma lo fa reinventando completamente l’autobiografia, rifondandola. La sua rivoluzione, che non è soltanto stilistica e non si esaurisce in una ricchezza linguistica senza pari, in un utilizzo geniale del parlato, nella rivendicazione della sprezzante vivacità del motteggio popolare, nell’interruzione forzata (attraverso i puntini di sospensione) di un discorso che in realtà si snoda libero e ininterrotto come un flusso di coscienza, si compie nel momento in cui tutto questo magnifico rigoglio espressivo si mette al servizio di una personale confessione di uomini. Vanità da blandire, ossequi da dispensare al potente di turno, tradimenti. Céline, medico e scrittore, è prima di ogni altra cosa uno psicologo acutissimo, un “collezionista” di verità; del vero quest’uomo non ha paura, non teme di guardare negli occhi il suo prossimo e di indovinarne i luoghi oscuri, né si ritrae dinanzi alle leggi non scritte che governano il mondo e i rapporti tra gli altolocati a cui accompagnarsi per ottenere vantaggi, meschinità nelle quali rotolarsi, come maiali nella mota, per una vita intera, coscienze talmente anestetizzate da accettare mute qualsiasi genere di orrore: il campionario di delitti che Louis-Ferdinand Céline offre a se stesso e ai suoi lettori non manca di nulla, e lui lo espone come merce al mercato, gridando a piena voce per attirare quanti più clienti possibile.

Delle altrui miserie Céline non sente responsabilità alcuna, per questo le esibisce, se non con fierezza, con una sorta di rassegnato compiacimento; per l’umanità lo scrittore francese non sente fratellanza, né è spinto a una compassione di facciata; il suo amore, mutilato da una sofferenza viva e da un’intelligenza spietata, lo riserva agli animali (il gatto Bébert), alla moglie, a pochissimi amici; il resto non è che distruzione, apocalisse, vendetta (dell’uomo sull’uomo, naturalmente, di Dio non vale neppure la pena di parlare), e macerie per i sopravvissuti.

Viaggio indimenticabile nel cuore dell’uomo, Da un castello all’altro è un romanzo impossibile da dimenticare. Non c’è innocenza nelle sue pagine, ma è proprio con questa purezza perduta che dobbiamo fare i conti; è un compito cui non possiamo sottrarci.

Eccovi l’inizio (la traduzione, nella bellissima edizione Einaudi-Gallimard è di Giuseppe Guglielmi).

Per parlare con franchezza, qui fra noi, finisco ancora peggio di come ho cominciato… Oh, non ho cominciato molto bene… sono nato, lo ripeto, a Courbevoie, Senna… lo ripeto per la millesima volta… dopo tanti va e veni termino veramente al peggio… c’è l’età, mi direte… c’è l’età!… si capisce!… a 63 anni e passa, diventa estremamente duro rifarsi una posizione… rilanciarsi a clientela… qui oppure là!… Vi dimenticavo!… io sono medico… la clientela medica, in confidenza, fra voi e me, è mica soltanto questione di scienza e di coscienza… ma innanzitutto, e soprattutto, di fascino personale… il fascino personale passati 60 anni?… puoi fare ancora il manichino, porcellana al museo… forse?… interessare qualche maniaco, cercatore di enigmi?… ma le signore? il vecchione tutto a lustro, profumato, pitturato, laccato?… spaventarmeli! clientela, no clientela, medicina, no medicina, ti rivolta lo stomaco!… se è tutto imbottito d’oro?… ancora!… tollerato? hmm! hmm!… ma la canizie povera?… a cuccia! Ascoltate un po’ le clienti, seguendo i marciapiedi, i negozi… si parla di un giovane collega… «oh, sa, signora!… signora!… che occhi, questo dottore!… ha capito immediatamente il mio caso!… mi ha dato certe gocce da prendere! mezzogiorno e sera!… che gocce!… questo giovane dottore è una meraviglia…». Ma aspetta un po’ per te… che si ragioni di te!… «Scorbutico, sdentato, ignorante, scaracchioso, gobbo…» il tuo conto è chiuso!… la parlativa delle donne è sovrana!… gli uomini rigirano le leggi, le donne si occupano solo di ciò che è serio: l’Opinione!

Da un castello all’altro è la rielaborazione letteraria di un lungo e movimentato soggiorno che Céline fece in Germania fra il 1944 e il 1945. Resoconto, romanzo autobiografico, cronaca della caduta del nazismo. Soprattutto delirio della memoria, odio furente che nulla salva, né vinti né vincitori. Una lacerante “cognizione del dolore” percorsa da momenti di grandiosa, terribile comicità, degno inizio della “trilogia tedesca” di cui Nord è la parte centrale. Innescato sul tema ossessivo dell’esilio e della fuga, paranoico e grandiosamente comico, Nord segna il passaggio a un registro di avventure individuali dove incombe la paura della guerra, delle bombe, della morte, doppiata dal terrore di essere insidiati da una trappola invisibile in un intreccio illuminato da scene sinistre e ilari crudeltà. La trilogia si completa con Rigodon, dove Céline procede per condensazione e riunisce tutti i viaggi compiuti durante il soggiorno in terra tedesca dal giugno del ’44 al marzo ’45. La versione di Giuseppe Guglielmi ha saputo reinventare lo stile “basso” e ribollente di Céline, la sua terribile petite musique ai limiti del silenzio, del rumore interminato che cova nella parola. Questi tre romanzi, che ne formano quasi uno solo, hanno più di un titolo per essere ritenuti un’opera importante. Non solo infatti rappresentano il punto d’arrivo di un lavoro romanzesco che, cominciato con Viaggio al termine della notte e portato avanti regolarmente in seguito, colloca Céline entro la linea dei grandi innovatori del ventesimo secolo, ma sono anche una di quelle rare opere in cui la letteratura sia riuscita ad impossessarsi di quell’avvenimento storico che tanto più paralizza le facoltà immaginative e le penne, quanto più radicalmente ha sconvolto il nostro mondo: la Seconda Guerra Mondiale.

L’opera fu composta a Meudon a partire dal 1955 e venne pubblicata nel giugno 1957: è la prima della ‘Trilogia del Nord’, che narra le vicende occorse a Céline, alla moglie Lili ed all’onnipresente gatto Bébert dalla fuga da Parigi (giugno 1944) all’arrivo in Danimarca (marzo 1945).

Tutta la prima parte del libro (più di 1/3) è comunque occupata dalle solite invettive e proteste per le vicissitudini, le ingiustizie, le prepotenze, le persecuzioni e le indegnità subite ad opera dei vendicativi vincitori approfittatori, ladri, prepotenti, arrivisti, opportunisti e voltagabbana.

Si tratta del (solito) susseguirsi di recriminazioni per le sofferenze patite tanto angosciose quanto immotivate che soffocano letteralmente l’animo esacerbato e lacerato di Céline.

Egli si rende conto di scrivere in modo irregolare, ma non sa fare diversamente: ‘non prendetevela se salto di qua! … di là! … zigzago e torno indietro! …ci sareste stati al mio posto?’

Costretto a letto, avverte che ‘vi racconto tutto così come viene … secondo le scosse, i cigolii della lettiera … che so più quello che mi scuote … la febbre? … la rete che cede?’

Per cominciare, Céline ancora una volta ricorda che ‘mi hanno rubato tutto a Montmartre! … tutto! … degli uomini liberatori vendicatori, sono entrati in casa mia, con effrazione, e hanno portato via tutto … tutto svenduto! … tutti i miei libri e i miei strumenti, i miei mobili e i miei manoscritti!’

‘Le mie economie! … tutti i miei diritti d’autore! … volati via … più i sequestri del Tribunale!’

Sono giunti perfino ad ‘appropriarsi i miei capolavori! … i miei libri immortali che nessuno legge più’.

Essendo riuscito a fuggire, Céline si rende comunque conto di averla scampata bella perché ‘fossi rimasto a Clichy, mi avrebbero di sicuro squartato!’ e inorridisce pensando a ‘quello che ho scansato! … tutto ciò che mi avevano preparato! … la festa!’

Tutti l’avevano abbandonato e tutti avevano approfittato della sua caduta in disgrazia: ‘tutti si servivano … così i parenti, gli amici! … l’orda che sono, te fuorilegge!’

‘Dal momento che ti hanno fregato tutto! … i tuoi mobili, soprammobili, manoscritti, tende, puoi aspettarti di tutto! … soprattutto dai parenti, dagli amici!’.

Anche dopo essere stato amnistiato ed essere in salvo, a Meudon, Céline conduce però una vita grama, sempre immerso nella scrittura mentre, come medico (che continua a non far pagare i rari pazienti) non suscita nessuna fiducia tanto è malridotto, povero, senza auto e senza domestica e dunque costretto a portare via il pattume da sé e a fare le commissioni di persona.

L’orgoglio di essere – e di essere sempre stato! – comunque un uomo libero (a differenza dei suoi detrattori e critici, servili lucidatori degli stivali dei principi di turno) continua comunque a non abbandonare Céline, anche se lo conduce ad amare considerazioni: ‘fossi di una Cellula, di una Sinagoga, di un Partito, di un’Acquasantiera, di una Polizia … quale che sia! … uscirei dalle pieghe di qualsiasi ‘Cortina di ferro’ … tutto si sistemerebbe! … Gran Croci e Nobel garantiti! … qualunque cosa ti è permessa appena che sei dunque riconosciuto clown! che sei sicuramente di un Circo! … non sei? guai a te!’

Ridotto com’è dopo tutto quel che ha passato, Céline arriva a pensare seriamente al suicidio: ‘il mezzo più sicuro … il fucile da caccia nella bocca! … ho, posso dirlo, una bella esperienza dei suicidi! … Lili non avrà noie … tutto avverrà regolarmente’. Perché stupirsi di pensieri simili? ‘vecchio e stanco mutilato: me ne vado!’

Non andò così e Céline tenne duro e scrisse fino all’ultimo.

Céline fu una vittima dei tempi assurdi che visse: è questa la triste ed impressionante spiegazione della devastazione intellettuale di quest’uomo sempre agitato, sempre infelice, sempre disperato e sempre rifiutato.

 

Come se niente fosse, in un attimo Cèline salta dalle recriminazioni rimasticate ancora una volta nella sua casa di Meudon al soggiorno a Siegmaringen dove arriva nella tarda estate 1944 insieme alla moglie Lili, all’amico Le Vigue e all’inseparabile gatto Bébert.

Qui, nella Bassa Sassonia, sul Danubio, sotto l’ala protettrice dei tedeschi hanno trovato rifugio tutti i pezzi grossi di Vichy coi loro codazzi di guardie armate, di clienti e di servitori.

Anche Céline trova accoglienza, ma al suo spirito caustico e smaliziato non sfugge certo che si tratta di un ‘soggiorno pittoresco! … vi direste all’operetta … lo scenario perfetto’ di un mondo che è finito e che non ha più nulla da dire, da proporre né da fare: ‘la Cancelleria del Grande Reich aveva trovato per i Francesi una certa maniera di esistere, né del tutto fittizia, né del tutto reale … mezza Quarantena e mezza operetta’.

In definitiva i francesi fuggitivi attendevano inerti e oziosi gli sviluppi degli eventi senza più alcun potere di intervenire sul loro svolgimento: erano dei rottami ormai inservibili che non si sapeva bene dove buttare né come riciclare.

Il paese di Sigmaringen è dominato dal vecchio, maestoso, possente e immenso Castello, pieno di stanze e di ambienti ma anche di intricatissimi labirinti composti di passaggi segreti, corridoi sotterranei, vie di comunicazione riservate, porte nascoste, e di quant’altro nei secoli era stato escogitato per gestire la vita segreta e riservata di re e di stuoli di nobili con le loro corti affollate.

I francesi (più le loro famiglie) scampati, rifugiati, accalcati ed accampati in tutti i modi possibili a Siegmaringen erano 1.142 e Céline si chiede ‘se delle volte, nel corso dei tempi … era mai esistita … una specie, una cricca, una canagliocrazia, così odiata, maledetta, come noi, così furiosamente aspettata, ricercata da folle di sbirri … per passarci alle banderille, graticole, pali’.

Questo senso di assurdo sopravvivere a se stessi, di odi inestinguibili e di catastrofe imminente assilla costantemente Céline (‘che cazzo si era venuti a fare a Siegmaringen?’) che però non sfugge al fascino, alla ricchezza e al lusso del fantastico maniero che descrive a lungo e con ammirazione e stupore.

A Sigmaringen si vive (o sopravvive) comunque in molti modi e a vari livelli e Céline, che anche qui esercita come medico (‘passavo alle visite ai malati … nel Castello stesso’), vive però a quello più basso, cioè con una sola tessera alimentare (‘è questo che ti situa esatto: la Tessera!’), mentre Pétain ne ha sedici ed altri ex-potenti sei, otto, ecc.: insomma: ‘ero ammesso al Castello sì! … certamente! ma non per sbafare’.

Fu così che i ‘1.142 condannati a morte … cominciavano … a lamentarsi che l’alimentazione era slappa … [mentre] gli ospiti del Castello, padreterni, ministri e golpisti … e le loro consorti e amanti, guardie del corpo, tate e lattanti, invece l’avevano buona e forte! … e i Generali, Ammiragli e Ambasciatori di non si sa dove! … là si era tutto carni plurilardi, grassi, sanguigni, dalle 8, 16 tessere ciascuno!’

Queste enormi differenze di status naturalmente si traducono sotto gli occhi di tutti in differenze anche abissali fra possibilità e stili di vita: nonostante la mancanza di igiene e le malattie, per la maggioranza dei rifugiati il problema principale è comunque ‘la fame! … fame più di tutto!’, ben più sentito dei continui sorvoli del paese da parte dell’aviazione alleata che, seppur non ostacolata da quella tedesca ormai cancellata dai cieli, e nemmeno dalla contraerea, si asteneva dal bombardare il paese e il suo Castello visto che ‘tutto il castello è prenotato dall’Armata Leclerc … che è già a Strasburgo’.

Céline vede, frequenta, cura e conosce molti degli ex-potenti ora al Castello e anche ufficiali e comandanti tedeschi, ma nei loro confronti non mostra mai alcuna deferenza, stima, rispetto, né tantomeno ammirazione e considerazione.

Nonostante sia anche lui un ricercato e un condannato a morte e che a Sigmaringen la sua professione medica sia importante e richiesta dappertutto, Céline si sente e si comporta però da estraneo, come se si trovasse in quella compagnia per caso o per errore e insomma la cosa non lo riguardasse: ‘non avevo il ‘morale molto alto’, … non scrivevo su ‘La France’, … non vedevo i crucchi vincitori … tenevo dei discorsi molto liberi … non stavo al gioco! … medico, è tutto! … oh, per praticare, praticavo!’

Di Pétain dice di non averlo frequentato ma che ugualmente ne era detestato; di Laval ‘io che l’ho trattato di tutto, e di giudeo, e che lo sapeva, e che ce l’aveva brutta con me che l’avevo trattato da sefardita, proclamato dappertutto, io posso parlare di lui obiettivamente … Laval era conciliante nato … il Conciliatore! … e patriota! e pacifista! … io che vedo solo che dei macellai dappertutto … lui no! no! … no! … Laval, quello che cercava, amava mica Hitler per niente, era cent’anni di pace’.

 

 

 

A Sigmaringen arrivano in continuazione convogli su convogli di sfollati, di soldati in ritirata, di lavoratori stranieri in fuga, di profughi da mezza Europa coi loro racconti raccapriccianti in un crescendo di confusione e di congestionamento, così che inevitabilmente le già limitate risorse scarseggiano e si assottigliano.

Con l’arrivo dell’autunno comincia a far freddo mentre si possono notare comportamenti davvero bizzarri come la caccia ai francobolli del Terzo Reich (in vista della sua fine imminente) e l’importanza attribuita alle sigarette: ‘le sigarette! … la sigaretta vince su tutto! … dappertutto! … nelle condizioni veramente implacabili: la sigaretta! … ho visto sia sotto la fucileria che all’ambulanza della prigione, l’ultimo supremo interesse umano: fumare!’

Nelle condizioni estreme e disastrose di Sigmaringen anche il sesso si libera dagli ultimi impacci e si scatena trionfante con ‘un mucchio di maniaci dietro a infilarsi, succhiare, divorare, stravolti, pompare, perfetti debosciamen … diluvio e ammucchiata!’

In questo clima da fine del mondo Céline ha previsto tutto: ‘la mia fiala … l’ho sempre su di me il mio cianuro! … tiro fuori un’altra fiala da un’altra tasca! … ancora un’altra dalla mia fodera! … ci ho delle cartine pieno i miei orli … voglio non essere preso senza!’

 

 

In quest’opera Céline è stato in grado di descrivere in uno stimolante affresco la situazione e la condizione di persone per le quali la Storia non aveva più interesse e di mettere in netta evidenza il clima assurdo e paradossale in cui gli irrimediabilmente sconfitti vegetavano, ombre di se stessi, in attesa che il loro fato finalmente si compisse: non sono più grandi o piccoli, colpevoli o innocenti, ecc., ma solo dei vinti per i quali processi, punizioni, condanne, vendette e quant’altro risulteranno inutili e inadeguate perché sono diventati delle nullità ormai del tutto trascurabili.

 

 

Michela Tartaglia
Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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