Mea culpa e due “bagattelle”

 

 

Nel settembre 1936 Céline si recò a Mosca e a Leningrado per riscuotere i diritti d’autore dell’edizione russa del ‘Voyage’, ma ritornò in patria appena possibile (il 25 dello stesso mese) profondamente contrariato da quel che aveva visto: scrisse così ‘Mea culpa’, un saggio di nove pagine il cui titolo non si riferisce a una illusione, a una convinzione o a una speranza caduta, ma al fatto di aver intrapreso il viaggio stesso in URSS, che non era proprio valsa la pena fare.

 

La Menzogna non è soltanto un mezzo che è permesso utilizzare, ma è il mezzo più usato della lotta bolscevica    Lenin

Anche in questo caso Céline si segnala comunque per la sua originalità: secondo lui infatti ‘quello che seduce nel Comunismo, la sua immensa utilità, a dire il vero è che finalmente esso sta smascherandoci l’Uomo! Lo libera dalle ‘scuse’.

Da sempre l’uomo viene infatti descritto e giudicato come una vittima innocente, ‘martire dell’aborrito sistema! Un autentico Gesù Cristo!’ che non può realizzarsi né  sviluppare le sue capacità e le sue possibilità a causa della condizione di sottomissione, di sfruttamento e di alienazione in cui giace: negli ultimi due secoli, con l’avvento della borghesia, la situazione sarebbe oltretutto addirittura peggiorata, così che ‘mai dai tempi biblici si era abbattuto su di noi flagello più subdolo, più osceno, più degradante nel prendere tutto, del vischioso dominio borghese’ sul quale Céline lancia strali pesantissimi e pronuncia condanne perentorie.

Dopo la rivoluzione comunista però tutte queste scuse non possono più essere addotte: ‘è facile buttar per aria tutto! Lo scannamento dell’intera classe [borghese]! … E’ gloria naturale! La giusta rivincita del più piccolo! Il mille volte giusto risarcimento!’ ma ‘essere la grande vittima della Storia non vuol dire che si è un angelo’ e l’uomo, ora senza più padroni, non è quel bello spettacolo che ci si aspettava, è invece ‘assai più torbido e schifoso’ di prima e ‘non è un sistema [comunista] che lo raddrizzerà’.

Quella comunista infatti ‘come Resurrezione è insulsa! … Che balla! Che bidone! La macchina più impeccabile non ha mai liberato nessuno’ e sostenerlo significa ‘eludere la vera questione, la sola, l’intima, la suprema, … [che] l’Uomo ha avuto … solo un tiranno: se stesso!’

Il comunismo pretende di portare felicità e liberazione sulla Terra, ma questa è ‘un’enorme impostura’ perché ‘non c’è felicità nell’esistenza, ci sono solo disgrazie più o meno grandi’: ecco il nocciolo del problema ed ecco l’errore capitale del comunismo, essersi completamente sbagliato sulla natura dell’uomo (che non è buono!), aver fondato così tutta la sua azione su una vana ed impossibile speranza di riscatto e di rinascita e in questo modo aver dato invece la stura ai peggiori istinti, mentre imponeva con la forza la dottrina ufficiale sull’arrivo dell’età felice.

Il comunismo pretende di aver migliorato e liberato l’uomo, la sua propaganda è autoadulazione ed autoesaltazione, ma si tratta solo di menzogne e per di più imposte: ‘la superiorità pratica delle grandi religioni cristiane sta nel fatto che non indoravano la pillola … dicevano senza mezzi termini: ‘Tu, informe putricola, non sarai mai nient’altro che immondizia … Solo merda, fin dalla nascita … Devi fare buon viso a tutte le pene, prove, miserie, e torture … Salvati l’anima, è già bello così! … E’ tutto qui! … Per uno stronzo è già il massimo!’Il comunismo ha dunque fallito perché si è completamente sbagliato sulla natura dell’uomo, ma non ammette l’errore ed anzi perseguita chi gli si oppone peggio di quel che facevano i padroni precedenti: la nuova classe dirigente sovietica ripropone infatti ancora l’ingiustizia, rimessa [però] sotto una nuova veste, molto più terribile di quella antica, ancora molto più anonima, … perfezionata, intrattabile’.

‘Oh! per darci ragioni del canagliesco dissesto, della gigantesca bancarotta fraudolenta, la dialettica non manca di certo! … I Russi a chiacchiere non sono secondi a nessuno! La confessione impossibile, la pillola non ingoiabile: che l’Uomo è la peggiore delle razze! … che fabbrica lui stesso la sua tortura in qualunque condizione … è questa la vera meccanica, il nocciolo del sistema! … Bisognerebbe far fuori gli adulatori, sono loro il grande oppio del popolo’: ‘i Soviet … conoscono troppo bene tutti i trucchi. Si perdono nella propaganda. Cercando di farcire lo stronzo, di servirlo caramellato. Questa è l’infezione del sistema.’

‘Dalla Finlandia a Baku il miracolo è realizzato!’ ma si badi bene che in caso insorgano problemi nell’accettare questa nuova verità il rimedio è bell’e pronto: ‘quando i trucchi non bastano più, quando il sistema esplode, allora si ricorre al manganello! Alla mitragliatrice! Alle bombe!’ né c’è da stupirsene, dato che ‘miriadi di massacri, tutte le guerre dal Diluvio in poi hanno sempre avuto il motivetto dell’Ottimismo … Tutti gli assassini vedono un avvenire roseo, fa parte del mestiere.’

‘Lavora come in caserma, una caserma per tutta la vita …‘Lo si rinchiude accuratamente, il nuovo eletto della società rinnovata … E’ protetto … come nessun altro, dietro centomila fili spinati, il cocco del nuovo sistema!’ Come viene raddrizzato a bastonate! … Solo l’avvenire è suo!’

Con la gente felice si fanno i migliori dannati. Il principio del diavolo regge: ‘a noi dunque le scemenze! … soffocare la dura verità: che … gli ‘uomini nuovi’ … sono letamai come prima!’

Circa tutta la propaganda sovietica ‘bisogna essere un ‘Intellettuale’ sperduto nelle Belle Arti, … delirante d’Irrealtà, per dar vita, senza alcun dubbio, a queste fenomenali ciance!’

Nella sistema sovietico reale l’assurdo convive col tragico, l’insensato col paradossale: ‘quanti ne sono finiti sul rogo … durante le epoche oscure? … Nelle fauci dei leoni? … Nelle galere? … Inquisiti fino al midollo! Per la Concezione di Maria? o per tre versetti del Testamento? Non si possono più nemmeno contare! I motivi? Facoltativi! … Non è neppure necessario che esistano! … I tempi non sono cambiati molto sotto questo aspetto! Si potrà ben essere scannati per qualcosa di inesistente! … Morire per un’idea di cui non comprendo niente! … A pensarci bene, sta forse qui la Speranza? … Guerre di cui non si sapranno più le cause! … Sempre più formidabili! … tutti ne creperanno … La Terra ne sarà sbarazzata … Non siamo mai serviti a niente’.

Oggi la sferzante denuncia del comunismo pronunciata da Céline può sembrare ovvia e scontata, ma più di ottant’anni fa essa fu indubbiamente ben più sferzante, coraggiosa ed anticipatrice, eppure Céline, già considerato un autore di sinistra, anche dopo ‘Mea culpa’ continuò ad essere ritenuto tale.

Si trattò sicuramente di un totale travisamento del suo pensiero perché la sinistra si fonda sulla fiducia nell’uomo (ritenuto rousseauianamente buono) ed è ottimista sul futuro: se così non fosse, tutte le sue azioni sarebbero infatti senza senso!

Céline non ha invece alcuna fiducia nell’uomo, dunque non crede in alcun progresso né tantomeno in alcuna rivoluzione: è nihilista, anarchico, pessimista e del tutto sfiduciato.

Certamente distrugge tutti i miti borghesi, dal patriottismo al colonialismo, dal progresso al moderno sistema politico, dal cristianesimo al nazionalismo, ma fa tutto questo perché non ha speranze e ritiene che tutte le ideologie che cercano di indorare la pillola della concreta condizione umana siano delle più o meno interessate imposture.

Da “Battelle per un massacro”, definito troppo frettolosamente un libro infernale, riporto due brani meravigliosi, da dove emerge uno dei più grandi scrittori del XX secolo.

    1. L’Ospedale, il grande Ospedale delle malattie veneree di Leningrado

    Il grande ospedale delle malattie veneree di Leningrado è situato nei sobborghi della città, non molto lontano dal porto… Si presenta, a prima vista, come un agglomerato di edifici in rovina, tutti di struttura irregolare, cortiletti, crepacci, capanni, caserme cadenti, intricate, completamente ammuffite. In Francia non abbiamo niente di altrettanto triste, desolante, decaduto, in tutta la nostra Assistenza Pubblica. Forse l’antico Saint-Lazare, e ancora avrebbe potuto, a rigore, reggere il paragone… Qualche vecchio Manicomio di provincia… Ma, notate, a suo vantaggio, che il Saint-Lazare non aveva più nessuna importanza, e che era ormai adibito molto più a prigione che a ospedale, mentre questo gigantesco deposito, detto delle « malattie veneree », viene proprio presentato come un ospedale di prim’ordine, popolare, e per l’insegnamento, ditemi voi! il « Saint-Louis» dell’Università di Leningrado…Ora, il « Saint-Louis » passerebbe per un grande maestoso maniero a fianco di questo orrendo amalgama di conigliere, di questo posto così funebre… di questa specie di obitorio maltenuto… Ho servito molti anni nella cavalleria. Mai, ne sono certo, nessun veterinario del reggimento avrebbe permesso, anche per una sera, l’alloggiamento di uno squadrone in un casermaggio-tugurio disastrato come questo. Conosco molti ospedali, un po’ dappertutto, in parecchie città e campagne brutti, pessimi, eccellenti, molto rudimentali, ma non ne ho mai trovati in tutto il mondo di così tristemente sprovvisti di tutto quel che ci vuole per un funzionamento pressappoco normale, ragionevole, per l’adempimento dei suo compito. Sotto questo riguardo, una vera impresa… Un ospedale le cui rovine stanno sicuramente alla pari, per scenario, ai simulacri del Potemkin… per illusionismo… per aspetto, aria… E tutto questo, non dimentichiamolo mai, dopo vent’anni di tonitruanti sfide, di ingiuriose considerazioni a tutti gli altri sistemi capitalisti, così retrogradi… di inni al colossale progresso sociale, al rinnovamento dell’U.R.S.S. cooperatrice! realizzatrice di felicità! e di libertà! del potere « delle masse per le masse »!… il diluvio insomma di piani mirabolanti, tutti uno più strabiliante, più sconvolgente dell’altro… Tutti i tuoni degli organi del vento giudeo-mongolo… Notate che questo grande ospedale delle malattie veneree di Leningrado sembra assai poco visitato dai pellegrini dell’« Inturist », le guide lo trascurano… Si presta male, bisogna ammetterlo, alle conclusioni entusiastiche… Se, per caso, qualche turista speciale, Ministro del Fronte Popolare in tournée di caviale, qualche illustre medico ebreo o massone, si avventura da queste parti, fuori dagli itinerari battuti, gli occhi della sua Fede gli faranno subito scoprire, malgrado l’evidenza, aspetti decisamente positivi… molto incoraggianti… di questa colossale porcheria… le virtù per esempio di quel piccolo personale tanto ammirevole! (crepa di fame), lo stoicismo di quei malati così docili… comprensivi, sociali e riconoscenti… (crepano di paura). L’avrà capita al volo, il nostro cavialivoro pellegrino, ripeterà subito, e su tutti i toni, la buona lezione imparata dai veri amici dell’U.R.S.S. Cioè che Yussupov, Rasputin, Denikin, Kutiepov sono i soli veri responsabili di questa penuria di materie prime e di oggetti manufatti che si può ancora deplorare di tanto in tanto, ma sempre più raramente… delle difficoltà dell’approvvigionamento russo, della costruzione russa, degli ospedali russi… Insomma la sfacciata insalata, tutta la turlupinatura, propagandistica, la nebbia all’acqua d’avvenire, che vomitano tutti gli Ebrei del mondo quando li si mette spalle al muro…Per caso, il collega col quale visitavo questo ospedale non era giudeo, anzi era un Russo molto slavo, di una cinquantina d’anni, tipo baltico, rude, esplosivo e devo dire pittoresco… sotto tutti gli aspetti!… Capiva a puntino la situazione… All’incirca ogni dieci parole, tra le spiegazioni, tra i particolari tecnici, si interrompeva bruscamente e, ridendo nello stesso tempo come un pazzo, si metteva a gridare fortissimo, a voce altissima, da baritono, piena di echi, affinché tutti i muri ne fossero impregnati…« Qui! collega, Tutto va Molto Bene!… Tutti i malati stanno Molto Bene! Noi, qui, stiamo tutti Molto Bene! ». Urlava sulla tonica… sulla parola « Bene »! Insisteva, aveva una voce stentorea…Percorremmo a distesa corridoi, passaggi, grandi e piccole sale… Per il resto ci fermavamo un po’ qui e un po’ là a guardare una sifilide, una nevrite, qualcosina… Certo avevano delle lenzuola quei malati, dei teli militari, pagliericci, ma che sporcizia!… santo cielo! che rovine! che grangoliano merdaio ammuffito… che gamma d’orrori… che sordido lurido ammassamento!… di cachettici sornioni… di spie inferme, di rancidi asiatici, agitati da odi spaventosi… Tutte le facce dell’incubo, intendo dire le espressioni di quei malati… le smorfie di tutti quei volti, quel che emanava da quelle anime, non dal marciume, beninteso, viscerale o visibile, per il quale non provo, com’è evidente, alcuna repulsione, e anzi un vero interesse. Ma tutto quel miscuglio di schifezze… è troppo!… Che disperato fecciume, che prodigiosa accozzaglia di fetidi burattini!… Che quadro! Che fogna!… Che desolazione!… Non una passata di vernice sui muri dai tempi di Alessandro!… Dei muri?… un impasto di fango e paglia! Una sorta d’immenso scavo nello straziante, nella desolazione… E ne ho visti di naufragi… esseri… cose… innumerevoli… che cadevano nel grande fango… che non si dibattevano neanche più… che la miseria e la sporcizia trascinavano senza resistenza sul fondo… Ma non ho mai visto una strozza più avvilente, più annientante di questa abominevole miseria russa… Forse le carceri del Maroni offrono simili opprimenti abiezioni?… Ne dubito… Ci vuole il dono… Spesso ci si è domandati, dopo aver letto degli autori russi, mi riferisco agli autori del periodo d’oro (non ai lacchè sovietici), per esempio Dostoevskij, Cechov, anche Puskin, da dove fossero venuti questi uomini con le loro angosce, come avessero fatto a tenersi per tutta l’opera su quel tono di ruminazione delirante, funebre… quell’epilettismo poliziesco, quell’ossessione della maniglia della porta, quello sconforto, quella rabbia, quel gemito di scarpa che imbarca acqua, che imbarcherà acqua eternamente, amplificato, cosmico…

 

  1. Leningrado, vista da Céline nel i936,

    tornata poi finalmente San Pietroburgo

     

  2. Bisogna anzitutto situare le cose, che vi racconti un pochino com’è magnifica Leningrado… Non sono loro che l’han costruita, i « ghepeutisti » di Stalin… Non riescono nemmeno a conservarla… È al di sopra delle forze comuniste… Tutte le vie sono sprofondate, tutte le facciate cadono in pezzi… È un peccato…

    Nel suo genere, è la più bella città del mondo genere Vienna… Stoccolma… Amsterdam per capirci.

    Come esprimere appropriatamente tutta la bellezza del posto?… Immaginate un pochino… i Champs-Elysées… ma in questo caso, quattro volte più larghi, inondati d’acqua pallida… la Neva…

     

Si estende ancora… sempre laggiù… verso il livido largo… il cielo… il mare… ancora più lontano… l’estuario in fondo… all’infinito… il mare che sale verso di noi … verso la città… Chiude nella sua mano tutta la città il mare!… diafana, irreale, tesa… a forza di braccia… lungo le rive… tutta la città, un braccio di forza…palazzi… ancora altri palazzi… Rettangoli duri… a cupola… marmi… enormi gioielli duri… sul bordo dell’acqua smorta… A sinistra, un piccolo canale scuro… che si getta là… contro il colosso dell’Ammiragliato, dorato da ogni parte… con sopra una Fama scintillante, tutta d’oro… che tromba! In pieno muro… Quanta maestosità… Che fantastico gigante! Che Teatro per Ciclopi!… cento scenari scaglionati, ognuno più grandioso… verso il mare… Ma si insinua, pigola, piroetta una brezza traditrice…una brezza da retroscena, grigia, sorniona, così triste lungo la banchina… una brezza d’inverno in piena estate… L’acqua sfiora i bordi, s’increspa, rabbrividisce contro le pietre… Rientrante, a difesa del parco, la lunga alta cancellata delicata… l’infinito ricamo forgiato… il recinto di alti alberi… i castagni alteri..formidabili mostri gonfi di ramaglia nuvole di sogni ripresi a terra… già sfogliantisi in ruggine… Tristi attimi… troppo leggeri nel vento… che i soffi malmenano… gualciscono… spargono alla corrente… Più lontano, altre fragili passerelle, « da sospiri » tra i crepacci dell’enorme Palazzo Caterina … poi implacabile a fior d’acqua… di un’unica gettata terribile… la strozzatura della Neva… il suo enorme braccialetto di ghisa. Questo ponte teso sul braccio pallido, tra le sue due cerniere maledette: il palazzo di Alessandro il pazzo, roseo lebbroso catafalco, tutto candito di barocco… e la prigione Pietro e Paolo, cittadella accoccolata, schiacciata sui propri muraglioni, inchiodata sulla propria isola dall’atroce Basilica necropoli degli Zar, tutti massacrati. Coccarda tutta di pietre da prigione, rappresa, trapassata dal terribile pugnale d’oro, aguzzo, la chiesa, la freccia di una parrocchia di assassinati.

Il cielo del gran Nord, ancora più glauco, più diafano dell’immenso fiume, non tanto… un tono di più, abbacinato… Altri campanili ancora… venti lunghe perle d’oro… piangono dal cielo… E poi quello della Marina, feroce, massiccio, si slancia in pieno firmamento… fino a perdersi sul Viale d’Ottobre…

Kazan la cattedrale getta la propria ombra su venti vie… tutto un quartiere ad ali spiegate su una nube di colonnati… Al lato opposto questa moschea… mostro in tortura… il « Santo Sangue »… tortiglioni… torciture… girari… cabochon… a pustole… tutti i colori… mille e mille. Rospo fantastico schiattato sul proprio canale, immobile, disteso, tutto nero, cova…

Ancora venti viali… altre vie, prospettive, sempre verso spazi maggiori… più aerei… La città travolta si stende verso le nuvole… non tocca più terra… Si slancia ovunque… Viali favolosi… fatti per assorbire venti cariche di fronte… cento squadroni… Nevskij!… Gravi persone!… Prodigiose cavalcate… che vedevano solo immensità… Pietro… Imperatore delle steppe e del mare!… Città a imitazione del cielo!… Cielo di vetro infinito specchio… Case a perdita d’occhio… Vecchie, gigantesche, rugose, attonite, cadenti, di un gigantesco passato… farcito di ratti… E poi quest’orda strisciante, discontinua, lungo le vie…che si invischia sui marciapiedi.. striscia ancora… s’appiccica alle vetrine… facce da sputo… l’enorme, vischioso, borbottante, brulicame dei miserabili… lungo le immondizie… Un incubo impaurito che si sparpaglia come può… Da ogni crepaccio trasuda… l’enorme lingua d’Asia tracannante lungo le fogne… invischia tutti i ruscelli, i portici, le cooperative. È la spaventosa stravolta lingua di Tatiana Miseria…

Miss Russia… Gigantesca… grande come tutte le steppe, grande come la sesta parte del mondo… e che agonizza… Mica è un errore… Vorrei farvi capire, un po’ più da vicino, queste cose, ancora… con parole meno fantastiche…

Immaginate un pochino… un « Quartiere » qualsiasi d’immensa ampiezza… schifoso e tutto pieno di riservisti… un contingente colossale… tutto un esercito di straccioni in uno stato mostruoso… ancora vestiti in borghese… di stracci… prostrati, cenciosi… sfiancati… come se avessero passato dieci anni in treno… sotto i sedili a mangiare avanzi..; prima di arrivare … e giungessero alla fine della loro vita…completamente attoniti… di un altro mondo e aspettassero di essere arruolati… sbrigando qualche piccolo lavoretto… di qua… di là… Un’immensa rotta in sospeso… Una catastrofe che vegeta…

 

 

 

 

 

Michela Tartaglia
Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.