Carnet del corazziere Destouches***Casse-Pipe

Tornare sulle vicende biografiche dello scrittore Céline è superfluo, dal momento che ne ho scritto ad abundantiam nell’articolo precedente, dedicato alla censura calata come un maglio sulla ripubblicazione dei suoi tre pamphlet anarchici e antiebraici e razzisti, soprattutto il più noto, “Bagattelle per un massacro”. Letti per dovere di informazione, questi scritti si rivelano deliranti, irregolari nella trama delle argomentazione, cioè sono libri brutti. Di Bagattelle si salvano i brani bellissimi delle trame di tre balletti che Céline voleva fossero musicati e rappresentati, due a Parigi e uno a Leningrado. Nessuno volle musicarli e men che meno rappresentarli. Il resto è farneticazione, quindi la censura, se mai, produce l’effetto contrario, che più lettori, stuzzicati dalle polemiche, cerchino le opere polemiche e debbano poi rimanere delusi dal loro scarso valore.

Céline si dimostra un grandissimo scrittore quando maneggia a suo modo gli avvenimenti reali della sua vita; per questo nessuno può negare che “Morte a Credito”, “Viaggio al termine della notte” soprattutto, qualche altro romanzetto poco noto e infine “La trilogia del Nord” siano non solo dei veri capolavori letterari, ma anche una fonte ricchissima di notizie storiche, dall’inizio della Prima Guerra Mondiale alla fine devastante della Seconda Guerra Mondiale, vissute sulla propria pelle e della società del tempo.

Questo articolo tratterà Il carnet del corazziere Destouches” e la sua trasformazione in piccolo interessantissimo romanzo intitolato “Casse-pipe”, edito per la prima volta dalla casa editrice Einaudi-1979

 

In francese ‘casse-pipe’ significa la prima linea al fronte, una situazione difficile e rischiosa soprattutto in guerra, insomma qualcosa di azzardato e di pericoloso: Céline utilizzò quest’espressione come titolo del breve romanzo, pubblicato incompleto nel 1949, in senso ironico perché nel racconto non c’è alcuna traccia di gesta avventurose e ardite ed anzi le situazioni ivi descritte sono grottesche e comiche, buffe e caricaturali.

Nel romanzetto si narrano le prime ore di caserma di Ferdinand e le astrusità cui deve assistere fin dall’inizio: il tono è leggero e scanzonato, irridente e volto a mettere alla berlina la convulsa farraginosità delle mille convenzioni e procedure della vita militare, che solo chi c’è passato può capire, ma non fu certamente questo lo spirito con cui Céline visse effettivamente la sua esperienza di corazziere così come emerge dal ‘Carnet del corazziere Destouches’ dal quale partiamo.

 

 

Sono le note che il giovane Céline scrisse nel novembre-dicembre 1913, a oltre un anno dal suo arruolamento, e sono caratterizzate da un forte scoramento: ‘completamente modellato sulla triste vita che conduciamo, sono impregnato di malinconia’ perché questo ‘nella mia vita [è] … il primo periodo veramente penoso’.

Naturalmente prova ‘una profonda nostalgia della libertà’ ma, oltretutto, ha anche ‘una paura innata dei cavalli’ e pensa seriamente anche alla diserzione.

‘Solo sul mio letto, preso da un’immensa disperazione, … ho sentito che ero vuoto … e che in fondo a me stesso non c’era niente’: altro sentimento veramente tipico della naja è ‘la convinzione che non finirà mai’, ma anche una triste condizione come quella che Céline stava vivendo aveva i suoi lati positivi, perché ‘solo in circostanze simili posso vedermi tal quale sono’ e così egli si scopre profondamente sensibile, ma soprattutto orgoglioso, perché vuole dominare, essere un uomo completo che si è costruito con le sue sole forze, avere una vita piena di incidenti e di crisi, le sole circostanze che permettono di ‘conoscere e sapere’.

 

 

Casse-pipe

“Casse-pipe” è in argot il tiro a segno e, per estensione, la guerra, dove i soldati sono esposti come pipe di gesso alla casualità del bersaglio. Ferdinand all’inizio del romanzo si presenta al cancello del 12° Corazzieri di stanza a Rambouillet. E’ la sera del 3 ottobre 1912. Viaggio al termine di una sola notte, il libro racconta quel che accadde alla recluta parigina: ultima arrivata, e dunque vittima designata di una serie di violenze non soltanto verbali, testimone di un crescendo di grottesca demenza.

La trama di questo romanzetto incompiuto si svolge nelle poche ultime ore di una notte fredda e piovosa, è dunque anch’esso un viaggio al termine di una sola notte.

Il centinaio di pagine rimaste è indicativo dello stile dell’autore, che cerca di trascrivere la lingua parlata del tempo, utilizzando così di frequente punti esclamativi, puntini di sospensione e parole derivanti dal gergo popolare d’inizio XX secolo; con tutta la narrazione che dà una dimensione al tempo stesso comica e violenta.

Dopo che la sua domanda di arruolamento per una ferma triennale è stata accettata, Ferdinand arriva al reggimento (in ritardo) in piena notte e si sente chiedere ‘che cosa vieni a fottere al 17° [reggimento] di cavalleria pesante?’: si tratta della ‘Cavalleria pesante! … Pesante, parigino! … [Quella che] incula la leggera! Tutti i giorni! Al maneggio e in campagna!’

Ferdinand viene subito aggregato a una squadra di corazzieri che viene fatta marciare al passo, sotto la pioggia, negli ampi cortili interni della caserma e la povera recluta è subito in difficoltà per via delle sue scarpe sottili che lo fanno cadere sul lastricato bagnato e scivoloso: bisogna dare il cambio alle guardie della polveriera, ma, quando è il momento di farlo, ci si accorge che nessuno conosce la parola d’ordine.

Il gruppetto attraversa un momento di smarrimento e di incredulità: i corazzieri, fradici sotto gli scrosci d’acqua, non sanno che fare, perché avvicinarsi a una sentinella senza la parola d’ordine significa rischiare di farsi sparare addosso, finché il brigadiere Le Meheu torna indietro alla ricerca di qualcuno che conosca la maledetta parola e la pattuglia si rifugia intanto ad attenderlo in una scuderia.

Prima che i corazzieri entrino nella scuderia, dalle finestre in alto viene però rovesciata più volte dell’urina (probabilmente di cavallo) sul povero Ferdinand ancora in borghese perché ‘volevano che io ne fossi ben temprato, che venissi battezzato seriamente’.

Finalmente i corazzieri si mettono al riparo nella grande scuderia, piena ovviamente di cavalli: sono fradici di pioggia e il custode, occupato colla paglia e col letame, li apostrofa chiedendo col solito rude piglio dei militari ‘cosa venite a fottere qui? A smerdarmi ancora di più!’.

Di fronte agli inattesi ospiti, il custode non perde comunque l’occasione per lanciarsi in una lunga serie di lamentele ‘a proposito di questa dannata guardia, di questa scuderia impossibile con tutti i cavalli agitati’ mentre i corazzieri si sistemano in un angolo stretti, scomodi e impediti da tutti i loro elmi, corazze, lance, speroni e da tutta la ferraglia di cui sono ricoperti: sono finalmente all’asciutto e al caldo, ma ancora bagnati e stipati l’uno sull’altro, mentre ‘il puzzo del letame è terribile, così acre che vi raspa la gola’.

La sete si fa così presto sentire ed è Ferdinand che deve pagare il fiasco che il custode non è affatto intenzionato a offrire gratuitamente: le bevute continuano (sempre a spese di Ferdinand) finché il custode esce alla ricerca di altro vino, i cavalli si agitano mettendo sottosopra la scuderia e infine escono anche loro nel buio e nella pioggia.

Proprio in quel momento Le Meheu ritorna senza aver trovato la parola d’ordine, presto arriva anche un capitano e il parapiglia cresce: quando il disordine è ormai al massimo, arriva infine anche il comandante le Rancotte, ‘gola tonante con la sua pattuglia al culo’.

Nel mondo militare il comandante è sempre colui che mette le cose a posto, ma anche quello di fronte al quale le situazioni si mostrano in tutta la loro complicazione e (perché no?) comicità: il custode della scuderia viene subito punito per abbandono del posto, Le Meheu scivola e capitombola tutto ricoperto d’acciaio sui suoi uomini accucciati e seminascosti in un angolo, le Rancotte, che non si era ancora accorto di loro, ora li scopre tutti e otto e incredulo ‘si stropiccia gli occhi … non crede ai propri sensi’ e fa rientrare tutti nel puzzolente corpo di guardia (‘c’era un gran tanfo, da non crederci, da svenire, di topo morto, uovo marcio e vecchia urina’) per fare il punto della situazione.

Quando le Rancotte scopre infine che nessuna guardia alla polveriera ha avuto il cambio da dieci ore, perde definitivamente le staffe: tutti si agitano all’inutile ricerca della parola d’ordine, solo con grandi secchiate d’acqua riescono a svegliare un piantone in completo deliquio … ma intanto la notte sta finendo, Ferdinand è zuppo (‘la mia giacca era da strizzare dalla pioggia e dal colaticcio’), la tromba suona la sveglia e la caserma si anima: ‘tutto intorno a noi sono usciti come degli occhi … delle cose dalla bruma … mille finestre … che vi guardavano’.

Più che un romanzetto ‘Casse-pipe’ sembra uno spettacolo teatrale comico ed effettivamente tutti i suoi personaggi sono delle caricature e le scene sono grottesche e paradossali: tutti sono carichi di quel senso di esagerazione e di esasperazione che li rende, appunto, piacevoli e divertenti.

Il paradosso trionfa, ma Céline ha semplicemente accentuato le tinte della vera vita militare, dove tutto dovrebbe essere perfettamente ordinato e meticolosamente organizzato, mentre nella realtà si deve continuamente improvvisare per salvare le apparenze e tenere in piedi l’istituzione, nonostante le mille complicate cavillosità che paralizzano l’azione e che, per essere rimediate, costringono a continui piccoli/grandi ripieghi, sotterfugi, menzogne, inganni e dissimulazioni.

Tutti scattano sull’attenti, battono i tacchi, gridano invece di parlare, sono burberi e autoritari, pretendono obbedienza completa, mostrano la massima efficienza e prontezza … mentre invece si devono sempre arrabattare per risolvere i continui inciampi e si rischia costantemente la paralisi per un nonnulla: tutto questo sembra assurdo, ma fa ridere solo chi è fuori dall’ambiente militare.

 

Dunque Casse-pipe è solo l’inizio delle impressioni di una recluta al suo arrivo nel glorioso battaglione nel 12eme Régiment Cuirassiers (12° Reggimento Corazzieri) di stanza a Rambouillet, nel dipartimento degli Yvelines nella regione dell’Île-de-France. Il 12eme “Cuir” era un’unità scelta, con una lunga tradizione militare risalente al 1668: creato da Luigi XIV per suo figlio quale Régiment “Dauphin-Cavallerie”, fu rinominato 12° Reggimento di Cavalleria nel 1791 dopo la Rivoluzione Francese. Il reparto si distinse in numerose battaglie: dalle Campagne del Re Sole alle Guerre della Rivoluzione, subordinato all’Armata del Reno; da Austerlitz, Jena e Waterloo a Solferino, alla disastrosa guerra franco-prussiana del 1870-1871.

 

I primi tempi di servizio presso il 12° ben difficilmente potevano ricordare al giovane Louis queste antiche glorie, preso come doveva essere, da buona recluta, a spalare letame, strigliare il pelo dei cavalli e centellinare i pochi spiccioli della diaria, vessato dalla disciplina di ferro dei sottuff’ di carriera, come ricordato d’altronde da lui stesso in Casse-Pipe!

Sarà proprio questa guerra che apre gli occhi a Céline su quanto sia delicata ed impotente la vita umana. La guerra, oltre a segni fisici, gli lascerà anche segni mentali: soffrirà d’insonnia per il resto della sua vita e le sue orecchie non si libereranno mai di alcuni fischi. L’angoscia su quello che è l’esistenza non lo lascerà mai più. Così racconta in una lettera a casa la sua esperienza dei primi combattimenti sul Lys e di Ypres:

Cari genitori: l’ordine di mobilitazione è arrivato partiamo domani mattina alle 9 h 12 per Étain nelle pianure della Voevre non credo che entreremo in azione prima di qualche giorno […] è una sensazione unica che pochi possono vantarsi di aver provato […] Ognuno è al suo posto sicuro e tranquillo tuttavia l’eccitazione dei primi momenti ha fatto posto a un silenzio di morte che è il segno di una brusca sorpresa. Quanto a me farò il mio dovere sino in fondo e se per fatalità non dovessi tornare… siate sicuri per attenuare la vostra sofferenza che muoio contento, e ringraziandovi dal profondo del cuore. Vostro figlio”.

 

Il 12°, al comando del Colonnello Blacque-Belair, e facente parte della 7ª Divisione di Cavalleria, condurrà numerose missioni di ricognizione tra la Wöevre, la Mosa e l’Argonne nell’agosto e settembre 1914: il terreno dove opererà, boscoso, con campi cintati da muretti a secco tagliati da fossi e canali, è inadatto all’impiego della cavalleria, men che meno quella pesante. La guerra del ’14 inizia a mostrarsi per quello che è: niente eroiche cariche di cavalieri, ma un cieco tritacarne. Louis scriverà allora a casa lettere di ben altro tono rispetto a quelle precedenti; l’assurdità della guerra inizia a far nascere in lui lo scrittore che sceglierà lo pseudonimo di Louis Ferdinand Céline:

 

“La lotta s’impegna formidabile, mai ne ho visto e ne vedrò di così tanto orrore, noi camminiamo lungo questo spettacolo quasi incoscienti per l’assuefazione al pericolo e soprattutto per la fatica schiacciante che subiamo da un mese; davanti alla coscienza si para una specie di velo, dormiamo appena tre ore per notte e marciamo quasi come automi mossi dalla volontà istintiva di vincere o morire Nessuna nuova sul campo di battaglia quasi sulla stessa linea del fuoco da 3 giorni i morti sono rimpiazzati continuamente dai vivi a tal punto che formano dei monticelli che bruciamo e in certi punti si può attraversare la Mosa a piè fermo sui corpi tedeschi di quelli che tentano di passare e che la nostra artiglieria inghiotte senza posa. La battaglia lascia l’impressione di una vasta fornace dove s’inghiottono le forze vive delle due nazioni e dove la più fornita delle due sarà la vincitrice”.

Ad ottobre il Reggimento è inviato nelle Fiandre, partecipando a duri combattimenti assieme ad alcune unità di fanteria nel settore tra Ypres e Poelkapelle; il 27 ottobre, quest’ultima località è battuta incessantemente dal tiro dell’artiglieria e delle mitragliatrici tedesche, tanto che sembra impossibile garantire con staffette le comunicazioni tra il 125° e il 66° Reggimento di fanteria, che stanno cercando di strappare l’abitato di Poelkapelle al nemico. È in questo momento che il Maresciallo d’alloggio Destouches, comandato presso il Comando di Reggimento, si fa avanti, dandosi volontario per questa missione quasi suicida. Louis riuscirà a condurre a termine il pericoloso compito, ma al ritorno, intorno alle ore 18, è ferito gravemente al braccio destro. Dopo essersi ricongiunto alla sua unità, data la mancanza di posti disponibili nelle ambulanze o tende-ospedale a causa del gran numero di feriti e moribondi, dovrà raggiungere a piedi, camminando per sette chilometri, un ospedale da campo presso Ypres. Sarà poi da lì evacuato a Hazebrouck, dove sarà operata la frattura del braccio, e poi ricoverato in degenza all’ospedale militare Val-de-Grâce a Parigi, dove subirà un secondo intervento chirurgico il 19 gennaio 1915. Dichiarato inabile al servizio a causa della sua ferita, viene riformato il 2 settembre 1915: finisce così il servizio attivo di Louis Destouches nell’Armée.

Per l’eroismo dimostrato sul campo sarà citato nell’ordine del giorno del 29 ottobre del Reggimento, insignito della Medaglia Militare il 24 novembre 1914 e della Croce di Guerra con Stella d’Argento.

La rivista L’Illustré National del dicembre 1914 dedicherà al fatto d’arme che lo vide protagonista una tavola a colori a tutta pagina.

Louis-Ferdinand Céline la mostrerà sempre con orgoglio a ogni suo visitatore nell’eremo di Meudon, tanti anni e tante vite più tardi.