Distacco, isolamento, meditazione per lo scrittore invisibile

The catcher in the rye è il titolo originale del romanzo Il giovane Holden e. nell’originale, la traduzione corretta sarebbe “Il prenditore nella segale”; The catcher in the rye, infatti, è il risultato della storpiatura da parte di Holden di un verso di una poesia attribuita a Robert Burns (1759-1796) e si riferisce a quello che il protagonista dice di voler fare da grande: “quello che salva i bambini, afferrandoli un attimo prima che cadano nel burrone, mentre giocano in un campo di segale”, come egli confessa alla sorellina Phoebe.  E’ l’unico romanzo di Jerome D. Salinger (1919-2010), uno scrittore americano eccezionalmente schivo, oggi considerato uno dei più importanti autori americani del ventesimo secolo. Pubblicato nel 1951 e tradotto in Italia per la prima volta nel 1961, è ormai un “long-seller”, cioè un libro che continua ad avere buone vendite malgrado il passare degli anni, ed è considerato un classico novecentesco della letteratura giovanile. Al suo interno vengano trattati la solitudine, il cinismo, l’ipocrisia e la difficoltà di affrontare il mondo, che riconducono quest’opera al genere del “romanzo di formazione”, che in tedesco, Bildungsroman, è un’opera che pone al centro un protagonista giovane che, superando alcune prove di carattere iniziatico, deve guadagnarsi l’accesso al mondo degli adulti. Si tratta di uno dei generi romanzeschi di maggior successo nella letteratura occidentale degli ultimi tre secoli.

 

La storia è ambientata negli Stati Uniti degli anni Cinquanta. Holden Caulfield è il narratore e ha sedici anni. La storia comincia un sabato: Holden è stato appena espulso dal college di Pencey perché ha sostenuto un numero insufficiente di esami e deve tornare a casa, a New York, il mercoledì successivo. L’incontro d’addio con Spencer, suo professore di storia che lo rimprovera per il suo atteggiamento immaturo, lo irrita profondamente, così come lo infastidiscono alcuni suoi compagni al dormitorio, al punto che Holden arriva alle mani con uno di loro, Stradlater, che esce con Jane, una ragazza di cui Holden è molto geloso (più avanti nel romanzo racconterà come lui e la ragazza si sono incontrati). Il protagonista decide allora di recarsi in anticipo a New York, ma, invece di avvertire i genitori, si ferma all’Edmont Hotel alcuni giorni prima di tornare a casa. Nel treno che lo porta in città e, successivamente, in albergo fa svariati incontri (la madre di un compagno, un tassista scocciato, un travestito, una coppia di amanti dalle abitudini singolari) e ne manca altri, come quello con Faith Cavendish, un’ex spogliarellista.

All’albergo, piuttosto sordido e malfamato, Holden conosce tre ragazze più grandi di lui in sala da ballo, che però poi lo lasciano da solo. Holden, in cerca di alcolici pur essendo minorenne, si sposta quindi nel jazz club di Ernie, dove incontra Lillian, l’ex ragazza di suo fratello, con cui intrattiene una conversazione vuota e superficiale, sospettando che lei lo stia solo usando per suoi fini personali. Holden fa ritorno dunque in albergo dove, con la complicità di Maurice, addetto all’ascensore, conosce Sunny, una prostituta. I due hanno un incontro in camera che Holden, alla fine, si rifiuta di portare a termine. Sorgono così problemi col pagamento di Sunny: Maurice, che vuole altri soldi, viene coinvolto e la scena termina con una scazzottata tra lui e Holden.

La mattina successiva seguono svariati incontri tra le strade di New York mentre il protagonista si reca in stazione per riporvi le sue valigie: Holden organizza un appuntamento con Sally, una fiamma del passato, per andare insieme a uno spettacolo a Broadway ma, quando le propone di scappare insieme per vivere in uno chalet in montagna, Sally rifiuta drasticamente. La ragazza, dopo alcuni scambi di battute poco amichevoli con il protagonista, si irrita fino a piangere. Holden, dopo un altro incontro fallito con Carl, suo ex tutor che gli consiglia una cura psichiatrica, si ubriaca, vaga senza meta per Central Park e in seguito si introduce furtivamente a casa dei suoi genitori, dove confesserà alla sorellina Phoebe di essere stato espulso dal college. Quando i genitori rientrano, Holden si nasconde in un armadio e poi esce di casa senza essere visto, per recarsi dal prof. Antolini, un suo stimato docente di Letteratura inglese da cui il protagonista spera di trovare ospitalità per la notte. Giunto da lui, Holden ha una lunga conversazione con l’uomo e poi si addormenta. Tuttavia, nel corso della notte si sveglia mentre Antolini è intento a pettinargli i capelli. Sconcertato e confuso, Holden abbandona l’abitazione e torna a vagare per New York City. Il giorno successivo, il protagonista incontra di nuovo Phoebe, cui vuole confessare il proprio progetto di abbandonare la città. La ragazza, che ha già compreso le intenzioni del fratello, arriva all’incontro con una valigia, ma Holden rifiuta categoricamente di portarla con sé. I due si riappacificano quando, a Central Park, il protagonista le compra il biglietto per una giostra. Holden, quasi commosso e felice, osserva Phoebe divertirsi sotto la pioggia.

Le ultime parole della voce narrante non svelano cosa sia capitato ad Holden in seguito: si accenna solo alla tubercolosi che lo ha colpito e che lo ha spinto a ricoverarsi per un periodo in un sanatorio e alla sua decisione, per l’anno seguente, di riprendere gli studi.

 

Phony ricorre per almeno trenta volte all’interno del romanzo. In inglese indica tutto ciò che è falso, posticcio, menzognero ed ha dunque una valenza assolutamente negativa. Come ha recentemente scritto Matteo Colombo, il traduttore della nuova edizione italiana del Giovane Holden Motti, la precedente traduttrice, la traduce in modi diversi: finto, pallone gonfiato, sbruffone, ma per un ragazzo che divide il modo fra bene e malee tutto quel che è male è phonyserviva una parola unica, quasi ipnotica”. E la parola “ipnotica” scelta da Colombo per la sua traduzione è ipocrita. È infatti l’ipocrisia il grande nemico di Holden Caulfield, soprattutto quella degli adulti.

Tuttavia, ne Il giovane Holden il confine tra età giovanile ed età adulta non è varcato per scelta – non si sa quanto consapevolmente – del protagonista stesso, che ritiene l’età adulta falsa e pretenziosa. Di conseguenza, Holden ammanta la propria incapacità psicologica di crescere con una presunzione morale che funziona come una barriera protettiva: il vuoto di valore che Holden trova intorno a sé può essere anche interpretato come uno specchio della propria tormentata condizione interiore. Il distacco, misto spesso a disprezzo e cinismo, che egli prova per il mondo degli adulti – ma di cui lui stesso è spesso corresponsabile – ha il suo contraltare nellesaltazione dell’innocenza, un altro tema molto caro alla letteratura americana, impersonato in particolar modo da Phoebe.

Holden Caulfield è uno di quei personaggi della letteratura moderna che suscita nei lettori una reazione bipolare, amato o scartato: chi lo ama, l’ha considerato l’antesignano di un’adolescenza incazzata e ribelle; perché Holden è il ritratto più che fedele del tipico adolescente maschio: sedicenne, egocentrico, centro portante del mondo, disilluso dalla società, a cui non vorrebbe mai uniformarsi, ma a cui è già uniformato; incompreso, vede negli adulti il bersaglio su cui sfogare le sue manie di persecuzione. Generazioni di adolescenti si sono rivisti nei suoi infiniti sproloqui, nei suoi intercalari sarcastici, nel suo finto distacco, a tal punto da imitarlo, da recitare la parte di Holden Caulfield. “Sono il peggior bugiardo che vi sia capitato di vedere…è terribile”. Proprio come un adolescente qualsiasi, Holden è uno che recita molto, che usa le bugie per tenere fuori dal proprio mondo tutte quelle persone che, secondo lui, non vogliono o non riescono a capirlo. Ma quelle di Holden non sono le bugie di un ragazzino tipo, le sue menzogne sono spesso gratuite e non necessarie, quasi involontarie, dette senza remore e con disinvoltura. Che si tratti di piccolezze o che debba fingersi affetto da un tumore al cervello, per lui non fa differenza. È tranquillo, rilassato, sicuro di sé quando, su un treno per New York, Holden incontra la madre del suo compagno di classe Ernest, la signora Morrow. È affabile e intrattiene una conversazione che si potrebbe ritenere quasi normale se non fosse per le bugie che, di tanto in tanto, sparpaglia qua e là. Poi, però, la signora Morrow si dimostra maternamente interessata al perché un ragazzino della sua età stia viaggiando solo, su un treno, a sera inoltrata. È questo il punto in cui Holden, con spirito manipolativo e senza rimorso, raggiunge l’apoteosi della patologia, tirando fuori un tumore al cervello come motivo del suo ritorno a New York. La relazione interpersonale che si sta creando diventa insostenibile e le bugie affiorano in quanto necessarie: ci sono dei confini che vanno protetti e l’attenzione verso di sé, verso la sua persona, comincia a farsi troppo insistente per essere sopportata. Ma, d’altro canto, gli piace sentirsi al centro dell’attenzione ed essere ascoltato, quindi deve trovare un modo per parlare e farsi conoscersi pur senza mostrarsi. Ne avrebbe di storie – vere – da raccontare per suscitare la compassione, ma Holden e la sua misera vita non vuole che si conoscano. Raccontare della morte per leucemia di suo fratello Allie o di quella volta che ha visto un suo compagno di classe suicidarsi con addosso il suo maglioncino, significherebbe ricalcare emotivamente quegli avvenimenti, essere consapevole delle proprie emozioni, di uno stato d’animo che non riesce più a sentire suo a causa di quell’instabilità e apatia emotiva che gli shock gli hanno procurato. E allora Holden trova un solo modo per far convivere questa sua incapacità con la necessità di un normale adolescente di voler essere visto ed ascoltato, di essere preso in considerazione dai suoi amici, di essere ritenuto interessante agli occhi di quel mondo che lui tanto disprezza ma di cui tanto vorrebbe far parte: mentire, sparandole davvero grosse.

L’autore di questo celeberrimo personaggio è lo scrittore statunitense Jerome David Salinger, nato a New York il primo gennaio del 1919, che giunse al successo internazionale proprio e solo con il dissacrante romanzo-scandalo “Il giovane Holden“, pubblicato nel 1951. Della sua vita non sappiamo molto; schivo e riservato, dopo la partecipazione alla seconda guerra mondiale con lo sbarco in Normandia, dopo la terrificante esperienza vissuta in un campo di concentramento tedesco, un matrimonio durato poco più di dieci anni e poche opere in cui emerge il suo disagio esistenziale, Salinger lasciò New York nel 1953 e si trasferì in una villetta isolata a Cornish, nel New Hampshire, ritirandosi gradualmente in un ostinato silenzio, lontano dai riflettori e concludendo la sua vita nello stesso paesino il 27 gennaio del 2010. In una delle lettere esposte alla Morgan Library di New York si legge: «E comunque, la maggior parte delle cose più vere è meglio lasciarle non dette».

La villa in cui Salinger visse dal 1953 fino alla sua morte.

Decisamente l’esperienza vissuta nel lager nazista dovette lasciargli dentro delle ferite mai cicatrizzate che lo scrittore stesso, restio a parlare di sé, ben sintetizzò in modo lapidario in una frase: «È impossibile non sentire più l’odore dei corpi bruciati, non importa quanto a lungo tu viva». Da quella misteriosa ritrosia di Salinger, molti sono stati i tentativi di dipanare la complessità del suo animo. Forse basterebbe leggere il romanzo, che lo ha reso noto in tutto il mondo, per comprendere la grandezza di un uomo incapace di adattarsi alla società e alla sue stucchevoli regole e ipocrisie. La parola ipocrisia si ripete infatti spesso in quel libro da cui si può trarre la visione della vita del nostro scrittore. Chi prende la decisione di tagliare ogni ponte di collegamento con la società, deve evidentemente esserne stato ferito interiormente, in modo talmente grave, da non riuscire più a gestire quel dolore irrimediabilmente incancrenitosi in lui. E dalla remota oscurità di ciò che è riposto nell’esperienza di Salinger, dall’esperienza distruttiva della guerra, sorge la vena creativa dello scrittore che, dopo aver pubblicato quel romanzo e aver ottenuto il successo, si ritira a vita privata, pur tuttavia continuando a scrivere, senza però avvertire la necessità di pubblicare e di ottenere gratificazioni da parte di chi lo legge. Scrive per meditare e decide di vivere in una villetta priva di acqua calda e di elettricità. L’isolamento e la scrittura sono riusciti forse a curare il tormento di quest’uomo,  hanno sottratto la sua presenza ad un mondo che non sembrava  donargli quella pace di cui necessitava e da cui sfuggì, accostandosi con decisione a quel misticismo orientale in grado di dare un significato alla sua esistenza.

Se fosse stato un europeo e avesse conosciuto la filosofia greca, non ci sarebbe stato bisogno della filosofia orientale, avrebbe sposato l’ imperativo categorico del filosofo greco del lV-lll secolo a.C., Epicuro: Làthe biòsas – vivi nascosto, l’atarassia si raggiunge eliminando dolori, turbamenti, l’intralcio ciarliero e inutile della gente, gli impegni politici, sociali, militari, la ricchezza perfettamente inutile e gran causa di turbamento; le onorificenze sociali e politiche, altro spreco inutile e ostacolo all’assoluta serenità: in una vita ridotta alla semplicità assoluta, con pochi amici fedeli, vivi nascosto, evita il dolore e questo ti dona l’Edoné, il piacere di essere in sintonia con la natura e in pace con te stesso.

Invece, per comprendere Salinger, oltre alla lettura de “Il giovane Holden“, bisognerebbe conoscer un libro, “The Gospel of Sri Ramakrishna“, che sicuramente contribuì all’autoesilio da un mondo del tutto materializzato. Molte lettere, rese pubbliche da pochi anni,  testimoniano la fitta e assidua corrispondenza dello scrittore con il centro “Ramakrishna e Vivekananda” di New York. E proprio in quelle lettere, Salinger afferma senza esitazione, che quel Gospel è da ritenersi una delle opere più significative del secolo, che ha contribuito a mutare radicalmente la sua visione della vita: diffonde la filosofia del Vêdânta in Occidente, una filosofia complessa, che trae ispirazione da alcuni testi sacri induisti e buddhisti e indica l’unico cammino per giungere a Dio, che può compiersi solamente distaccandosi dalle cose materiali e ritirandosi in solitudine meditativa. Una vita da eremita che Salinger abbracciò senza più volgere il suo sguardo indietro.,

In un romanzo ( che, per la verità, divenne la somma di due racconti) poco noto, “Franny e Zooey“, pubblicato nel 1961,  la crisi spirituale della giovane Franny sembra condensare in questo piccolo capolavoro tutta la fragilità umana e la ricerca continua di risposte nella vita. Anche qui il personaggio principale è giovane, forse perché, solamente quando non si è ancora entrati nel mondo “maturo”, nascono quegli interrogativi, abbandonati poi per strada e si entra nel mondo di adulti dove non “si ha più tempo” per certe speculazioni esistenziali. Spiritualità e altre simili riflessioni vengono sopraffatte da una routine quotidiana che la protagonista già presagisce e, nelle fitte conversazioni con il fratello Zooey, con cui sfoga la propria ribellione alla mediocrità da cui è circondata, riceve una risposta che la invita a quel distacco, che non si traduce in indifferenza o rinuncia all’azione, tema centrale delle filosofie orientali: «Puoi dire la preghiera a Gesù da adesso fino al giorno del giudizio, ma se non riesci a capire che nella vita religiosa l’unica cosa che conta è il distacco non vedo proprio come potresti andare avanti anche di un solo centimetro. Distacco, sorellina, nient’altro che distacco. Assenza di desideri. “Astensione da ogni brama”».    Così si comprende l’eremitaggio di Salinger e quel misticismo laico che lo accompagnarono fino alla morte.

 

La storia de “Il giovane Holden“, romanzo di ribellione nei confronti della società borghese, osservata spietatamente dal protagonista adolescente che tenderà a distaccarsene, senza lasciarsi influenzare dal putridume e dall’assenza di valori che la caratterizzano, è ben nota a tutti. E quella famosa domanda esistenziale rivolta ad un tassista «Mi saprebbe dire per caso dove vanno le anitre quando il lago gela?», domanda che tormenta quel giovane disorientato, che in quel lago gelato sembra vedere la situazione immobile di un presente asfittico, si è prestata ad innumerevoli interpretazioni. Quella domanda senza risposta lo induce a provare le esperienze degradanti più svariate nella spasmodica ricerca di quel luogo sconosciuto in cui si rifugiano le anatre, metafora di un futuro, ai suoi occhi, nebbioso e angosciante.

Romanzo cult per numerose generazioni di giovani, si distingue per uno stile sferzante e sarcastico e un linguaggio scurrile che, nel periodo in cui viene pubblicato, suscitò scandalo tra i perbenisti; per molti anni la lettura de “Il giovane Holden” fu proibita in molti paesi e scuole statunitensi. La New York descritta da Salinger è disperatamente triste, i personaggi che ruotano intorno al giovane Holden, sedicenne angosciato e insofferente che mira alla fuga, sono senza tempo nel loro stagnante conformismo che schiaccia chi osa calpestarne le loro retrive regole.

Ancora oggi attuale, il romanzo di Salinger si può considerare un capolavoro della letteratura moderna, oggi più di ieri, visto il quadro desolante che circonda tutti coloro che, adolescenti e no, mal riescono ad adattarsi ad una società dove il denaro e l’apparenza dominano incontrastati.

Holden Caulfield narra la propria storia con una voce genuina e antiletteraria, condita da espressioni colloquiali e giovanili del tempo. Confuso e complesso, fuma e beve alcolici fino alla nausea, si dà arie da uomo vissuto e non riesce difficile identificarsi con lui: siamo stati un po’ tutti dei giovani Holden alla ricerca del nostro posto in questo mondo. 

Salinger in un’intervista rilasciata prima del suo ritiro definitivo dalla scena, non esitò ad ammettere che lui stesso era il giovane Holden e che la sua adolescenza era stata molto simile a quella del giovane protagonista, non nascondendo il sollievo provato nell’averne parlato alla gente.

Ma dopo altre opere tra cui, a “Franny e Zooey”, bisogna anche ricordare “Nove racconti“, “Alzate l’architrave, carpentieri e “Hapworth 16, 1924, il silenzio definitivo in cui lo scrittore si chiude appare un modo più che palese di innalzare una barriera nei confronti di un mondo che lo mette a disagio. Forse Salinger è sempre rimasto quell’irriverente giovane Holden disorientato e sopraffatto da una realtà fasulla, che non è mai riuscito a sopportare e il suo posto nel mondo lo trova lontano dal clamore della vita di società. Forse non riesce a lasciarsi alle spalle le inquietudine giovanili e la banalità del mondo continua ad infastidirlo, preferendo così allontanarsene definitivamente.

Michela Tartaglia
Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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