Una pagina buia degli “Italiani brava gente”

Giustamente lo storico Angelo Del Boca mette un punto interrogativo dopo il virgolettato, nel suo libro edito nel 2005 da Neri Pozza, dimostrando ancora una volta che il mito che gli italiani siano brava gente, incapaci di crudeli atrocità, è duro a morire, nonostante sia indubitabilmente falso. Negli anni antecedenti la seconda guerra mondiale hanno compiuto crimini, rapine, eccidi e stermini da togliere ad ognuno di noi la fierezza di far parte di questo popolo. Pochi giorni fa, commentando la prontezza con cui l’Italia ricorda la Shoah e le Foibe e il Genocidio degli Armeni da parte dei Turchi, l’instancabile Del Boca ha detto:

Concetto Marchesi, deputato della Costituente e grande latinista, era solito ricordare che la storia è fatta di una pasta diversa da quella del salame. La storia, diceva, non la puoi tagliare a fette per scegliere la fetta che ti piace di più. Devi prenderla – coglierla – tutta intera, nella sua complessità, nella sua concatenazione precisa di cause e conseguenze.”

Il chiodo, su cui da decenni lo storico batte e ribatte, è la vera storia dei misfatti fascisti nell’Africa orientale, di veri e atroci massacri che nessuna autorità istituzionale italiana e religiosa- cioè i Papi e la Chiesa Cattolica- ha finora riconosciuto con un dovuto mea culpa nei confronti dei popoli africani, umiliati e ben più che offesi dal nostro imperialismo di cartone.

“Mi sono sbagliato: è andata anche peggio“, si corregge Angelo Del Boca a proposito del massacro di Debrè Libanòs (Etiopia). Ricerche recenti fanno triplicare il numero dei monaci vittime dell’ira del maresciallo Graziani: probabilmente da 1.600 a oltre 2.000, se si comprendono novizi e fedeli accorsi al santuario copto. Accadde 81 anni fa. Ricorre in questo mese di febbraio l’anniversario dell’attentato che fece da detonatore all’episodio più sanguinario di tutta la storia coloniale in Africa.

Del Boca aveva descritto l’assassinio di 449 monaci, preti e diaconi copti, ma non aveva immaginato, negli anni della sua prima ricerca, che le vittime potessero essere molte di più, uccise dalle mitragliatrici del generale Maletti sulla scarpata che precipita verso il Nilo Azzurro. Oggi è la ricerca, cocciuta e meticolosa, di due storici, l’inglese Ian L. Campbell e l’etiopico Degife Kabré Sadik, a rivelare tutto l’orrore di quell’episodio. Il libro chiave è di Ian Campbell, edito nel 2014, The Addis Ababa Massacre/ Italy’s National Shame, dove “shame” significa “vergogna”.

 

Fu un eccidio, una strage premeditata e ingiustificata, il crimine peggiore commesso dal fascismo italiano in Africa. “Nessuno ha mai osato tanto; nessuna potenza coloniale, nella storia pur tragica del colonialismo, si è mai macchiata di una simile colpa”: Angelo Del Boca, lo storico che, con grande puntiglio, ha svelato e fatto conoscere a tutti le vicende del colonialismo italiano, non nasconde certo la sua indignazione. I suoi libri (Gli italiani in Africa Orientale, pubblicati una prima volta da Laterza e poi ristampati negli Oscar Mondadori) avevano già denunciato il massacro del monastero di Debrè Libanòs, l’uccisione di tutti i monaci copti del più importante centro religioso dell’Etiopia, avvenuta nel maggio del 1937 ad opera del generale Pietro Maletti su ordine del viceré dell’Africa Orientale Italiana, Rodolfo Graziani; ma nemmeno Del Boca aveva osato pensare che quel crimine fosse stato molto più grave e spietato di quanto risultasse dai documenti pubblici.

Il generale Pietro Maletti                                                  Il maresciallo Rodolfo Graziani

                                                                   

 

L’antefatto

Era il febbraio del 1937 e l’Italia, da meno di un anno, aveva debellato la resistenza etiopica e conquistato l’antico impero dei negus. La guerra di aggressione dell’Italia all’unico stato indipendente dell’Africa subsahariana era finita. Vano e inutile era stato l’appello di Hailè Selassié alla Società delle Nazioni: Mussolini, dal balcone di piazza Venezia, aveva annunciato, a maggio del 1936, la caduta di Addis Abeba e la nascita dell’Africa Orientale Italiana. Ma la resistenza etiopica non era certo stata vinta, ras fedeli al negus stavano organizzando una micidiale guerriglia, le campagne dell’altopiano erano terre insicure per i soldati italiani.

Il maresciallo Rodolfo Graziani, “il macellaio di Fezzan”, (che aveva riconquistato la Libia usando senza pietà iprite e altri gas venefici nei suoi ordigni, in barba al divieto, deciso dalla Convenzione di Ginevra del 1925),  aveva sostituito Pietro Badoglio sul trono di viceré di Addis Abeba. E Graziani aveva deciso, il 19 febbraio del 1937, di compiere un gesto rassicurante, una prova spettacolare della pax italiana. “Sì, il viceré doveva dimostrare la “generosità” degli italiani e rompere la cappa di insicurezza che regnava sulla capitale etiopica – dice Del Boca– Per questo decise di distribuire, nel giorno nel quale i copti celebrano la Purificazione della Vergine, la somma di cinquemila talleri ai poveri della città”. E ancora: “A Graziani non sembra vero: quei diktat asciutti del suo duce gli danno di fatto carta bianca e permettono di comportarsi come gli viene meglio. Ovvero con la sua abituale ferocia che dopo l’ attentato si fa parossistica, paranoica, davvero sanguinaria”.

Graziani voleva festeggiare soprattutto la nascita di Vittorio Emanuele lV, principe ereditario della dinastia Savoia. La cerimonia si svolse sui gradini del Piccolo Ghebì, la vecchia residenza di Hailè Selassié, oggi sede dell’Università di Addis Abeba.

Il contesto in cui maturò l’attentato lo descrive bene Angelo Del Boca: “Ad appena nove mesi da quando Rodolfo Graziani era stato nominato da Mussolini viceré d’Etiopia, il clima a Addis Abeba era particolarmente pesante e l’atmosfera di insicurezza era palpabile. C’erano, nella capitale, alcune migliaia di etiopici che piangevano i loro cari uccisi durante le operazioni di grande polizia coloniale. C’erano molti altri in ansia per la scomparsa dei loro congiunti, probabilmente finiti nelle carceri italiane. Continuava, inesorabile, la caccia ai cadetti della Scuola militare di Olettà e dei giovani che si erano laureati all’estero, per i quali, sin dal 3 maggio 1936, Mussolini aveva emesso questa sentenza: ‘Siano fucilati sommariamente tutti i cosiddetti giovani, etiopici, barbari crudeli e pretenziosi, autori morali dei saccheggi’. Infine, dalle regioni vicine, dove era attiva la resistenza degli arbegnuoc, dei partigiani, giungevano notizie di scontri, di eccidi, di razzie, di incendi di villaggi”.

La resistenza etiopica decise di colpire proprio in quell’occasione. L’attentato era stato concepito da due giovani studenti di origine eritrea, Abraham Debotch e Mogus Asghedom, con la complicità del tassista hararino Semeon Adefres (che li fece fuggire) e del capo ribelle Ficrè Mariam. Non pare che vi fosse una rete cospirativa più vasta. Mentre gli attentatori riuscirono ad eclissarsi (solo Semeon Adefres fu successivamente arrestato e torturato fino alla morte), Mussolini, da Roma, ordinò un “radicale ripulisti”. Il federale di Addis Abeba, Guido Cortese, in prima persona, scatenò una terribile “caccia ai neri”, una rappresaglia feroce e senza pietà contro la popolazione civile.

Rappresaglia in Etiopia

 “tutti i civili che si trovano in Addis Abeba hanno assunto il compito della vendetta, condotta fulmineamente coi sistemi del più autentico squadrismo fascista. – scrive il giornalista Ciro Poggiali – Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in istrada. […] vedo un autista che, dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza, gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta. Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara e innocente”.

Dice Del Boca: “Per tre giorni soldati italiani, bande armate di fascisti, ascari eritrei ebbero mano libera. Rastrellarono i quartieri più poveri di Addis Abeba: bruciarono i tucul con la benzina, usarono le bombe a mano contro chi cercava di sfuggire ai roghi”. Venne data alle fiamme, davanti agli occhi di Cortese, anche la chiesa di San Giorgio.

Raccontò il vercellese Alfredo Godio: «Fra le macerie c’erano cumuli di cadaveri bruciacchiati. Più tardi, sulla strada per Ambò, vidi passare molti autocarri “634” sui quali erano stati accatastati, in un orribile groviglio, decine di corpi di abissini uccisi». «Per ogni abissino in vista non ci fu scampo in quei terribili tre giorni», ricordava l’attore Dante Galeazzi: «In Addis Abeba, città di africani, per un pezzo non si vide più un africano».

Terribile il bilancio della vendetta italiana: 6.000 morti, secondo Del Boca; 30 mila, a leggere le fonti etiopiche. Ma il massacro fu senza fine: Graziani decise di eliminare tutta l’intellighenzia etiopica. I tribunali militari diventarono macchine di morte: tra febbraio e giugno, furono fucilati alti funzionari governativi, notabili del negus, intellettuali, giovani etiopici che avevano studiato all’estero.

A marzo, Graziani ordinò lo sterminio degli indovini e dei cantastorie che stavano annunciando, nelle loro profezie, la fine dell’occupazione italiana. Il comandante dei carabinieri in Etiopia, Azolino Hazon, tenne una tragica contabilità: il 2 giugno del 1937 annotò nelle sue statistiche che, solo i carabinieri, avevano passato per le armi “2.509 indigeni“.

“Non è finita. Graziani vuole catturare i due attentatori – rivela Del Boca. Le indagini militari italiane avvertono il viceré che i due eritrei si sarebbero addestrati al lancio delle bombe nella città sacra di Debrè Libanòs. Graziani non ha una sola esitazione: ordina al generale Maletti di occupare il monastero più importante dell’Etiopia”.

Debrè Libanòs, città conventuale, tremila tucul e due grandi chiese in muratura, a un passo dai canyon del Nilo Azzurro, nel cuore della regione dello Shoa, era il centro del potere della religione copta: il convento era stato fondato, nel XIII secolo, da Tekle Haymanot, l’evangelizzatore cristiano degli altopiani. Per secoli il potente superiore dei monaci di Etiopia era sempre stato scelto fra i religiosi di Debrè Libanòs. “Graziani ordina a freddo un’autentica, spietata razzia – osserva Del Boca. Vuole far sparire la città sacra dei copti, vuole distruggere il Vaticano degli etiopici.

Maletti occupò Debre Libanos il 19 maggio del ’37 e, subito dopo, ricevette un messaggio da Graziani: “Abbiamo le prove della colpevolezza dei monaci“. Il viceré ordinò: “Passi per le armi tutti i monaci indistintamente, compreso il vicepriore“.

A fornire copertura al “macellaio” ci fu l’indagine sommaria appena sfornata dall’ avvocato militare Oliveri che – senza prove – parlava di grande complotto, di tutti che sapevano, dell’aiuto inglese e, anche, di Debrà Libanòs, nel cuore dello Scioà, una zona a nord di Addis che faceva ancora paura. L’ avvocato Oliveri ne era sicuro: Lì, tra quei monaci, c’erano i mandanti; lì i due attentatori si erano addestrati a tirar bombe; lì andava fatta pulizia. Spiega del Boca: “Il loro era un appoggio morale alla resistenza, di sicuro non logistico”. Ma la condanna della Città santa era stata pronunciata.

L’ esecuzione fu affidata al generale Pietro Maletti, che, per garantirsi la ferocia belluina senza crisi di coscienza tra i soldati cattolici, chiamati a massacrare i cristiani di una Chiesa etiope che aveva 17 secoli, spiega Angelo del Boca, rinunciò «a servirsi dei battaglioni eritrei, composti in gran parte da cristiani, e si affidò a quell’orda di ascari libici e somali, di fede musulmana, e soprattutto — parole sue —ai feroci eviratori della banda Mohamed Sultan”, messi a disposizione da Graziani.

I monaci copti in attesa della morte

Sono gli storici Campbell e Sadik, a questo punto, a scoprire i particolari di questa tremenda esecuzione: hanno raccolto testimonianze, ascoltato i racconti dei superstiti, hanno soggiornato a lungo nel convento. I due storici sono scesi fra le rocce del crepaccio di Zega Weden: hanno trovato ancora le ossa di quei monaci sventurati, hanno raccolto le prove di quel lontano massacro che l’Italia ha dimenticato.

Lungo quei 150 chilometri che da Addis portano alla città–convento, obiettivo della rappresaglia, senza alcun ordine o provocazione, giusto come antipasto al vero obiettivo, Maletti e i suoi incendiarono 115.422 tucul, tre chiese, un convento, uccisero 2.523 ribelli. La macabra contabilità è nel rapporto del Maletti.

Il 18 maggio giunsero a Debrà Libanòs dove intanto, per la festa di San Michele e di San Tekle Haymanot, erano affluiti moltissimi fedeli, che avrebbero condiviso la stessa sorte dei monaci. Il 19 il villaggio era occupato quasi per intero, quando arrivò un telegramma di Graziani che parlava di prova assoluta della correità dei monaci con gli attentatori e ordinava: “Passi, pertanto, per le armi tutti i monaci indistintamente, compreso il vicepriore“.  Retate, i fedeli sbarrati in chiesa con i preti e i diaconi, pestaggi, incendi, saccheggi di oggetti sacri e preziosi…   e, visto l’ordine del viceré, cercarono il posto giusto per la mattanza. La scelta cadde sulla piana di Laga Wolde, ai cui limiti si inabissa un burrone.

Il 20 maggio, con una quarantina di carichi di camion- e, con 40 persone per ogni carico, si arriva subito al totale di almeno 1.600- trasportarono i condannati e li fecero allineare lungo il baratro, scrivono gli storici Ian L. Campbell e Degife Gabre-Tsadik; poi gli ascari presero un lungo telone «e lo stesero sui prigionieri come una stretta tenda, formando un cappuccio sopra la testa di ognuno di loro». Infine, la mitragliatrice entrò in azione. «E mentre un ufficiale italiano provvedeva a sparare il colpo di grazia alla testa, vicino all’orecchio, gli ascari toglievano il telone nero dai cadaveri per utilizzarlo per il successivo gruppo». Ordine eseguito, comunicò Maletti nel pomeriggio: giustiziati 297 monaci incluso il vice-priore e 23 laici. «Sono stati risparmiati i giovani diaconi, i maestri e altro personale». «Fucilate anche loro», cambiò idea tre giorni dopo Graziani. E Maletti, ligio agli ordini più infami, eseguì. Conta finale: 449 assassinati. Numero che Campbell e Gabre-Tsadik contestano: furono tra i 1423 e i 2033. Il doppio o il triplo di quanti saranno trucidati dai nazisti a Marzabotto.

129 giovani diaconi, risparmiati sei giorni prima, furono passati per le armi, forse in un altro luogo isolato, a Debre Berhan.

Fin qui, tutto era, più o meno, già certificato, a vergogna di quei modi di raccontare – con faccette nere e italiani brava gente – le nostre avventure coloniali in Etiopia, l’impero africano più antico, l’unico che fino a Mussolini era riuscito a mantenersi indipendente, mito e terra santa per i neri di tutto il mondo.

Campbell e Sadik sono riusciti a ritrovare un ragazzo che scampò all’eccidio: è Ato Zewede Geberu, oggi ultranovantenne: “All’epoca avevo 15 anni. Non ho visto il massacro. Ma l’ho sentito. Ho sentito i colpi della mitragliatrice. Abbiamo avuto paura, siamo rimasti nascosti nel nostro villaggio. Dopo due-tre giorni sono andato a vedere. C’erano ancora i cadaveri, centinaia di morti, forse 600, 700. E gli animali cominciavano a mangiarli”. Il vecchio di oggi non può dimenticare quanto accadde in quel tragico giorno.

Ancora sei mesi dopo la mattanza, i parenti non riuscirono a riconoscere e recuperare nessuna delle vittime: la catasta aggrovigliata di morti era pasto esclusivo di avvoltoi e orde di animali selvatici, che le smembravano a pezzi e bocconi e spesso facevano cadere i cadaveri spolpati nel fiume sottostante.

Graziani, dopo il massacro, non ebbe un solo ripensamento, nemmeno un dubbio: l’eccidio dei preti e dei diaconi di Debrè Libanòs fu, per il viceré italiano, un “romano esempio di pronto, inflessibile rigore. É stato sicuramente opportuno e salutare“.       E ancora: “Non è millanteria la mia quella di rivendicare la completa responsabilità della tremenda lezione data al clero intero dell’Etiopia con la chiusura del convento di Debrè Libanòs“.

Non ci furono colpevoli, il solo Graziani, processato e condannato per l’uso dei gas velenosi, uscì dal carcere dopo tre mesi.

Spiega Del Boca: “Il merito di queste nuove verità – ottenute incrociando tutte le testimonianze raccolte in quattro anni di interviste – è di aver quadruplicato la cifra delle vittime che conoscevamo. E’ una delle pagine più vergognose, di una guerra di per sé vergognosa: ai 1600 giustiziati di Debrà Libanòs vanno sommati centinaia di altri religiosi, i più fortunati, che finirono all’ inferno di Danane, il nostro campo di concentramento in Somalia dove più di un prigioniero su due, dei 5500 che vi furono imprigionati, morì di stenti e malattie”. Su quest’ eccidio, a far da grottesca lapide, le parole di Graziani: “Un romano esempio di pronto, inflessibile rigore“. Del Boca questo rapporto di Campbell e Tsadik – che uscì integrale sulla rivista di storia da lui fondata, Studi Piacentini – lo aspettava da tempo. Glielo aveva segnalato, da Addis Abeba, Richard Pankhurst, figlio di quella Silvia Pankhurst che fu l’ unica allora, nel ’37, a scrivere della strage dei religiosi, senza però suscitare le reazioni che si aspettava. La politica, si sa, è politica… E la notizia del massacro arrivò fuori tempo, quando ormai Roma e Londra cercavano possibili nuove intese. E silenzio grave anche dalla Chiesa cattolica di Roma. “Non poteva non sapere!” accusa oggi Del Boca e prevede: “Dagli archivi vaticani prima o poi verrà fuori la verità“. Al seguito delle truppe fasciste c’erano 200 cappellani cattolici. Subito dopo arrivarono i vescovi con il compito di strappare fedeli alla religione copta e all’ animismo del grande Sud, e riportarli nella fede giusta… Anche il Vaticano, forse, aveva i suoi motivi per star zitto: il fascismo, in Etiopia, aveva tagliato d’imperio la sudditanza dei copti d’ Etiopia dal patriarca di Alessandria, dandole autonomia e isolandola però dal resto della comunità copta, l’aveva resa più vulnerabile alle lusinghe della Chiesa di Roma… Tasselli che ancora mancano alla terribile storia italiana in Africa Orientale. Che qualcuno, ancora oggi, finga di non conoscerla, sembra assurdo. Eppure è così.

Finalmente, un primo spiraglio: il 21 e il 22 maggio del 2016, sul TG di TV2000,  è trasmesso il docu-film “Debrè Libanòs”, “ il più grande massacro di cristiani in Africa”, realizzato da Antonello Carvigliani. In anteprima era stato proiettato in Vaticano qualche giorno prima; il quotidiano Avvenire ha ripreso l’argomento e il docu-film, a suo modo clamoroso, si trova su Youtube: ora che il velo spesso di silenzio è stato rimosso, ora che ne hanno scritto sulle maggiori testate giornalistiche nazionali, gli “italiani brava gente” in maggioranza ne sanno quanto prima: niente. Perché le cariche più alte della nostra repubblica e il Papa, ai quali tocca l’ingrato ma inderogabile compito di denunciare a voce alta quei crimini, di cui si resero colpevoli i fascisti appartenenti al popolo italiano, tacciono.

L’eccidio di Debrè Libanòs fu il detonatore della rivolta etiopica: nell’estate del 1937 la ribellione contro l’occupazione italiana divenne generale. A novembre Graziani fu sostituito con Amedeo d’Aosta. Ma la seconda guerra mondiale era alle porte, l’impero africano del fascismo italiano stava per crollare: i cantastorie per una volta almeno ci avevano visto giusto. L’obelisco collocato in Addis Abeba in memoria dell’eccidio aspetta che da parte degli italiani si chieda perdono, si faccia un sincero mea culpa.

Obelisco della strage ad Addis Abeba

Michela Tartaglia
Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.