La Spagnola

 La pandemia più catastrofica nella storia dell’umanità

“Che cos’hanno in comune Walt Disney e Guillaume Apollinaire, Edvard Munch e Franklin Delano Roosevelt? Il pittore dello scandalo Egon Schiele e Leopoldo Torlonia, sindaco di Roma deposto per le sue simpatie papiste? Il padre dell’atomica Leó Szilárd e Sophie, la figlia perduta di Freud? In apparenza poco o nulla. Eppure, una cosa li unisce: le loro vite vengono tutte attraversate dalla febbre spagnola, la terribile epidemia che infuria nel mondo tra il 1918 e il 1920, facendo più vittime della prima guerra mondiale. Il virus non fa distinzioni di merito e stato sociale: colpisce alla cieca, cambiando in modo imprevedibile i destini individuali e, a volte, collettivi. Con o senza Spagnola, la Grande guerra sarebbe finita certo nello stesso modo, ma è lecito domandarsi che cosa sarebbe accaduto se il presidente americano Woodrow Wilson non fosse stato annebbiato dalla febbre durante i negoziati di pace di Parigi, o se il suo successore Roosevelt fosse morto prima di conquistare la Casa Bianca e varare il New Deal, o se Szilárd non fosse sopravvissuto al contagio, venendo così meno al suo ruolo fondamentale nella costruzione della bomba atomica statunitense.”( Riccardo Chiaberge)

“Tra il primo caso registrato – il 4 marzo 1918 – e l’ultimo – nel marzo 1920 – uccise tra cinquanta e cento milioni di persone, vale a dire tra il 2,5 % e il 5% della popolazione mondiale (…) Eppure, se svolgiamo il nastro del Novecento, vediamo due guerre mondiali. L’ascesa e il declino del comunismo, alcuni drammatici episodi della decolonizzazione, ma non l’evento più sconvolgente di tutti, anche se è proprio davanti ai nostri occhi. Quando si chiede qual è stato il principale disastro del XX secolo, quasi nessuno risponde «L’influenza spagnola»” (p. 12).( Laura Spinney)

 

Questi sono solo due brani dei molti libri appena pubblicati, anno 2018, su un unico drammatico argomento: la “spagnola” a cent’anni esatti della sua comparsa: primavera 1918.

La febbre o influenza “Spagnola”, la “Grande Influenza”, è il nome dell’ epidemia influenzale diffusasi fra il 1918 e il 1920 e che è considerata la più grave forma di pandemia della storia dell’umanità.

Una pandemia è una epidemia diffusa in intere nazioni e continenti, la cui espansione interessa più aree geografiche del mondo, con una trasmissione e diffusione rapida tra uomo a uomo ed una mortalità elevata. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) le caratteristiche della pandemia sono, in primo luogo, la comparsa di un nuovo agente patogeno; la capacità di tale agente di colpire gli uomini, creando gravi patologie; ed, infine, la capacità di tale agente di diffondersi rapidamente per contagio.

La gravità di una pandemia è difficile da stabilire. Dipende dalla facilità con cui un particolare virus si diffonde, da quale gruppo di età colpisce maggiormente, dalla gravità dei sintomi e dal numero di decessi che causa.

È passata da poco l’alba dell’8 marzo 1918, quando il sergente Albert Gitchell, capocuoco di Camp Funston, a Fort Riley, nel Kansas, si alza dalla sua branda dopo una notte d’inferno. La testa gli pulsa come un tamburo, ha la gola in fiamme e le ossa rotte. Al diavolo il breakfast per i 26mila soldati, raccolti al campo, in attesa di essere spediti in Europa, nella fornace della grande guerra. Gitchell si affretta verso l’infermeria. Con 39 e mezzo di febbre e una tosse incessante, gli dicono di ricoverarsi nell’ospedale del campo. Il cuoco si alza dalla sedia e s’avvia verso la morte e verso la storia. Il decesso viene registrato 4 giorni dopo, l’11 marzo e il suo è il primo caso ufficialmente registrato di “spagnola”, l’epidemia più devastante mai sofferta dall’umanità. Virus anomalo, l’agente della spagnola è parente stretto – il più stretto possibile, dicono gli scienziati – del virus dell’aviaria, di cui spiamo sempre le mosse, nell’angoscia che riesca a fare il salto che lo porti ad aggredire l’uomo. Cent’anni fa, quel salto il virus lo fece e, nel giro di un anno, causò più morti dei quattro anni di “peste nera”, a metà del ‘300. La missione dei soldati che s’addestravano a Camp Funston per la guerra era portare la morte: si dimostreranno assai più efficienti di quanto potessero pensare. Nel grande macello della Prima guerra mondiale, morranno poco meno di 10 milioni di soldati. Ma il virus che i militari americani porteranno dal Kansas colpirà un miliardo di persone, metà della popolazione di allora e ucciderà, secondo il Bullettin of Medical History, fra 50 e 100 milioni di malati, il grosso in tre mesi terribili, fra il settembre e il dicembre del 1918. Nessun paese, nessun continente sarà risparmiato: l’unico posto abitato in cui non furono registrati casi di spagnola è l’isola di Marajò, alle foci del Rio delle Amazzoni, in Brasile.

Nella strabordante letteratura mondiale sulla Grande Guerra c’è da credere ad una congiura del silenzio sulla Spagnola; ai primi di febbraio 1918 l’agenzia di stampa spagnola FABRA aveva trasmesso il seguente comunicato: “Una strana forma di malattia a carattere epidemico è comparsa a Madrid … l’epidemia è di carattere benigno non essendo risultati casi mortali”. Il morbo iniziava con sintomi generici: due giorni di incubazione con tosse, quindi insorgevano dolori in varie parti del corpo, dietro agli occhi ed alle orecchie, nella regione lombare. Seguiva uno stato di torpore mentre la febbre iniziava a salire sino ai 40° C. La lingua si ricopriva di una densa patina giallastra e l’ammalato, prostrato era costretto a letto, da dove non si rialzava se non dopo tre giorni, completamente guarito. Definita pertanto “la strana febbre dei tre giorni”, la malattia venne solo tardivamente riconosciuta dai medici come una variante grave dell’influenza. Nasceva così un nome che sparse il panico in tutto il mondo. Anche se “benigna” l’epidemia aveva colpito la penisola iberica, mettendo a letto otto milioni di spagnoli. Inizialmente la responsabilità dell’epidemia fu addossata alle carenze del servizio sanitario spagnolo, provocando furibonde proteste da parte dei collegi medici iberici. In realtà, prima che l’infezione colpisse Madrid, circa 1.100 soldati americani erano stati costretti a letto a fort Riley nel Texas, l’11 marzo 1918. Tuttavia, con buona pace degli spagnoli, il nome della malattia diffuso dagli organi di stampa rimase quello di febbre “Spagnola”.

Chicago – soccorsi per infetti da Spagnola

Nessuno se l’aspettava. Ormai la prima guerra mondiale era agli sgoccioli  e il mondo – stanco di tanti morti, fame, lutti e carestie – già pregustava le dolci gioie della pace. E invece, incurante delle legittime aspettative dell’umanità, il virus dell’influenza, che nessuno aveva mai “veduto” e del quale non esisteva ancora traccia nei testi di microbiologia, scatenò un putiferio quale non si ricordava  a memoria d’uomo.

Sulle prima, appunto nella primavera, nessuno ci fece caso, tanto la cosa sembrò banale: qualche centinaio di casi in Cina e nel Kansas. Poi nell’agosto del 1918 l’influenza gettò la maschera, mostrando il suo vero volto e divenendo ben presto una vera e propria calamità. La chiamarono  impropriamente “spagnola” sia perché la prima a parlarne fu la stampa iberica, essendo la Spagna neutrale durante la prima guerra mondiale, la sua stampa non era soggetta alla censura di guerra, sia perché uno dei primi colpiti fu il Re di Spagna Alfonso XIII.

Negli altri paesi il violento diffondersi dell’influenza venne tenuto nascosto dai mezzi d’informazione, che tendevano a parlarne come di un’epidemia circoscritta alla Spagna. E l’epidemia dilagò mietendo cataste di vittime, senza riguardo per l’età, la razza, la latitudine e sbarcò in Europa al seguito delle truppe americane.

La devastante epidemia infuriò da marzo 1918 al giugno 1920, contagiò circa 500 milioni di persone, il 30% della popolazione mondiale, che allora era 1 miliardo e 600 milioni, e ne uccise tra i 50 e 100 milioni. Quando nel 1919, dopo una breve attenuazione e un ultimo colpo di coda, l’epidemia cessò definitivamente, si contarono in tutto il mondo molti più morti di quanti ne avesse fatto la guerra.

I sintomi classici erano febbre e vomito, ma ben presto, poi, il corpo reagiva riempiendo i polmoni di sangue, seguivano sanguinamenti dalla bocca, dalle orecchie o dal naso, la pelle assumeva un colore bluastro, e la morte, inderogabile e repentina, sopraggiungeva nel giro di un paio di giorni. Proprio in quell’evento gli scienziati si sentirono impotenti dinnanzi ad un flagello del genere. Non vi erano cure per l’influenza, e, per quanto riguardava le misure di prevenzione, le si poteva definire risibili.

Solo 14 anni dopo, nel 1933, giunse da Londra una notizia insperata: 3 ricercatori del National Medical Research Farm Laboratory, Smith, Andreves e Laidlaw, annunciarono di aver scoperto – nel furetto – il virus dell’influenza. Un’osservazione presto confermata da Burnet a Melbourne in Australia. La prova definitiva, al di là di ogni conferma di laboratorio, venne quando uno degli addetti ai lavori, Charles Stuart-Harris, si ammalò di influenza, dopo che un furetto infettato gli aveva starnutito in faccia.

Questo virus dell’influenza venne denominato “tipo A”, mentre quello scoperto nel 1940 negli Stati Uniti da Francis, fu indicato come “tipo B”. Il “tipo C” fu isolato da Taylor nel 1950. Nel decennio successivo, ciascuno dei ricercatori che avevano partecipato alla scoperta del virus influenzale, cercò di mettere a punto un vaccino efficiente contro la malattia. Così nel 1943 Francis, assistito da Davenport e Salk, realizzò, per conto dell’esercito statunitense, un vaccino a base di virus A e B inattivati con formalina: gli studi controllati su reclute esposte al contagio, dimostrarono che il vaccino inoculato sottocute aveva protetto il 75% dei soggetti durante un’improvvisa epidemia di influenza di tipo A. Presto però ci si rese conto che i virus dell’influenza subivano rapide e profonde modificazioni nella loro struttura.

Nel 1947 fecero per la prima volta la loro comparsa i ceppi A1, la prima delle 3 variazioni più note per il tipo A, contro i quali i vaccini allora disponibili si mostrarono imprevedibilmente del tutto inefficaci. Nel 1957 e nel 1968 comparvero poi i ceppi che si resero, rispettivamente, responsabili dell’influenza asiatica e Hong Kong (i nomi erano in rapporto alle aree nelle quali erano stati segnalati i primi casi). Ma già nel 1948 si era costituito a Londra il World Influenza Center, con il preciso compito di sorvegliare le variazioni del virus influenzale e adeguare, di conseguenza, i ceppi da utilizzare nel vaccino.

La “spagnola” è sicuramente la più nota e catastrofica tra le epidemie influenzali che si sono susseguite nel corso dei secoli e si diffuse in due ondate successive. La prima, primaverile, all’inizio di marzo 1918, aveva caratteristiche abbastanza attenuate e relativamente benigne, ma era molto contagiosa e mieté vittime tra i più robusti. Ma quella più letale e sconvolgente fu la seconda ondata, quella autunnale, a partire da agosto. Era certamente la stessa influenza, perché chi aveva superato la prima ne risultò immune, ma il ceppo era mutato in forma più micidiale, con un tasso di letalità decuplicato.

Non esistevano ancora gli antibiotici, perciò si poté fare davvero ben poco per curare i sintomi dell’influenza spagnola. Il modo in cui poi la malattia non venne capita, e il fatto che al virus si sommarono infezioni contratte a causa delle basse difese immunitarie del fisico ammalato, fecero sì che l’influenza colpisse oltre 1 miliardo di persone uccidendone, tra i 50 e 100 milioni.

Nella storia, le sole pandemie paragonabili alla spagnola, e delle quali è possibile presumere il numero delle vittime, erano state la “peste di Giustiniano”, con epicentro a Bisanzio, iniziata nel 542 d.C. ed estinta solo 50 anni dopo, con un bottino di un centinaio di milioni di vittime; “la Morte nera” (1347-1350) che uccise  37 milioni di persone nell’Est asiatico e 25 milioni in Europa e la famosa peste, di manzoniana memoria, del 1630-31, che aveva ridotto la popolazione Italiana di un quarto, con almeno un milione di morti sui quattro milioni di abitanti di allora. Sono ovviamente stime approssimative, ma attendibili e indicano anche che, negli ultimi 400 anni, l’influenza è ricorsa in forma epidemica ogni 1-3 anni; tra il 1173 e il 1875 si sarebbero verificate 300 epidemie di influenza, una ogni 1,4 anni, la peggiore delle quali risulta sempre la “spagnola”.

Negli Stati Uniti, il silenzio fu tombale e questo ha alimentato teorie agghiaccianti, se ve ne fosse la conferma. Nel 1948 Heinrich Mueller, già capo della Gestapo, disse durante alcuni interrogatori condotti dalla CIA, che la pandemia dell’influenza, chiamata “Spagnola”, era parte di un’arma batteriologica dell’esercito americano che in qualche modo infettò i soldati del Camp Riley KS nel marzo del 1918 e si diffuse in tutto il mondo, dopo che era diventata incontrollabile.  Ad una conferenza sulla guerra batteriologica indetta dai nazisti nel 1944 a Berlino, il generale Walter Schreiber, Capo dei Medici Militari dell’esercito tedesco, disse a Mueller che nel 1927 aveva passato due mesi in America, consultandosi con i suoi omologhi. Questi gli dissero che il cosiddetto “virus colpo doppio” (Influenza Spagnola) era stato sviluppato ed usato durante la guerra del 1914-18. “Ma -secondo Mueller- sfuggì loro di mano ed invece di uccidere i tedeschi, che a quel punto si erano già arresi, si ritorse contro essi stessi e quasi tutti gli altri” (Gregory Douglas: Gestapo Chief, the 1948 Interrogation of Heinrich Müller, Vol. 2, p. 106).    L’interrogante, James Kronthal, capo agente CIA stazionato a Berna, USA, chiese a Mueller di spiegare il termine “colpo doppio”. Disse Mueller: “Non sono dottore, sapete, ma “il colpo doppio” riferito ad un virus, o veramente ad un paio di virus, funzionava come un campione di pugilato. Il primo colpo attaccava il sistema immunitario e rendeva la vittima fatalmente suscettibile al secondo colpo, cioè ad una forma di polmonite. [mi disse Schreiber] è stato uno scienziato inglese a svilupparlo. Ora sapete perché queste cose sono pazzesche. Sono virus che possono mutare e, ciò che era stato previsto per un fine, potrebbe cambiare in qualcos’altro di veramente terribile”.

Dobbiamo credere a Mueller? Gregory Douglas è lo pseudonimo di suo nipote a cui Mueller ha lasciato le sue carte. In genere, una bufala non arriva a migliaia di pagine. L’interrogatorio prende 800 pagine. Le memorie 250 pagine. L’archivio di microfilm sembra coprire addirittura 850.000 pagine.

Credere alla teoria complottista americana? Questa rimane un punto interrogativo tra gli altri.

Il caso degli sconosciuti agenti patogeni era rimasto aperto per molti decenni, e si affievoliva la speranza di gettare nuova luce nel giallo che avvolgeva una delle più grandi epidemie della storia: invece, nel 2005 ricercatori statunitensi  comunicano, tramite un articolo scientifico  pubblicato su Nature, di aver sequenziato il patrimonio genetico  del  virus responsabile della pandemia, usando frammenti di codice genetico del virus isolati dal tessuto polmonare di alcune  vittime della “spagnola”  rinvenute nel permafrost (terreno perennemente ghiacciato) della Groenlandia. Il virus si dimostrò essere un antenato del virus influenzale “aviario” (H1N1).  Nel 2008  dei ricercatori giapponesi delle Università di Kobe e Tokyo, hanno scoperto 3 geni che avrebbero permesso al virus di attaccare i polmoni e  renderlo capace di provocare le polmoniti fatali. Spiegano i ricercatori che, a tenere in vita il suddetto virus, riprodurlo e propagarlo nei polmoni sono stati 3 geni, chiamati PA, PB1 e PB2, assieme ad una versione 1918 della nucleoproteina o gene NP. Tale scoperta giapponese fu pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences e pare mettere il punto almeno sui microscopici autori della Spagnola.

Munch dopo la guarigione

Alcuni nomi celebri di sommersi e di salvati dalla Spagnola:

Edmond Rostand, l’autore di Cyrano De Bergerac; il suo funerale si celebrò lo stesso giorno di quello di Apollinaire, il cui decesso nell’attico parigino fu scoperto dal nostro Ungaretti. Egon Schiele e la moglie incinta di sei mesi morirono a tre giorni di distanza l’una dall’altro; l’attore americano trentenne, all’apice della fama, Harold Lockwood; lo scrittore Thomas Clayton Wolfe; Sverdlov, il braccio destro di Lenin.

Ne guarirono Edvard Munch e il giovanissimo Walt Disney, bloccato a letto dalla Spagnola mentre smaniava per andare al fronte; due presidenti americani, Woodrow Wilson e il suo futuro successore Franklin Delano Roosevelt; la più grande diva del cinema muto, Mary Pickford.

Hemingway, Fitzgerald, Faulkner hanno tutti incrociato la Spagnola, senza mai scriverne. John Dos Passos, che ha attraversato l’Atlantico con i soldati che morivano intorno a lui come mosche, ne accenna solo nella novella “1919” e nelle finte memorie “Tre soldati”. Non tutte le morti, evidentemente, sono uguali.

Silenzio tombale allora sulla Spagnola e fanfare incalcolabili dopo, esattamente, cento anni.

 

 

 

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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