Diversamente madre

Antonella Salamone

 

L’Italia del terzo millennio, da sempre diversa e divisa tra nord e sud, adesso in parte sembra unificata da problemi comuni e soluzioni forzatamente analoghe. Il benessere e l’ascesa sociale, conseguiti con gli studi, erano una realtà nel secolo scorso, dagli anni ‘60 ai primi anni ’90. Terminati gli studi, da qualunque ceto sociale si provenisse, subito si trovava il lavoro adatto alle proprie conoscenze e competenze professionali, spesso nel luogo natio o un po’ più in là. Le famiglie d’origine erano gratificate dai figli diplomati e laureati e consideravano una regola che questi subito dopo si sposassero e mettessero su famiglia. Dunque, nonni giovani di tanti nipotini e spesso zii e zie ancora adolescenti o già sposati con prole.

Poi tutto si è inceppato, con un cambiamento epocale e gravi conseguenze per tutte le fasce d’età: terminati gli studi, i figli non trovavano lavoro né subito né dopo tanti concorsi defatiganti e inutili, né nei luoghi d’origine e neppure percorrendo la penisola dal sud al nord. E se lo si trovava, spesso aveva poco a che vedere con gli studi fatti e per giunta era precario. Scoraggiati, molti sono tornati alle famiglie d’origine, altri non vi si sono mai allontanati e intanto vivevano frustrati una specie di prolungata adolescenza, con genitori che ormai erano in pensione e di fatto sopperivano a tutti i loro bisogni. Sono crollati i matrimoni, sono aumentate giocoforza le convivenze e, soprattutto, nascevano e nascono pochi bambini. La denatalità era dovuta all’attesa di una posizione lavorativa ed economica accettabilmente stabile della coppia, ma anche agli impegni lavorativi della donna, che spostava, per la carriera o per un’attività con molti spostamenti, ad un tempo più opportuno una maternità o non la metteva neppure in conto.

E questo è ancora il quadro dell’Italia oggi, la gratificante ascesa sociale non solo si è fermata, ma le nuove generazioni hanno molte meno probabilità di avere lo stesso tenore di vita dei genitori; di conseguenza, si sposano sempre più tardi e avere un figlio diventa o difficile o non desiderato.

In questo contesto si inserisce il racconto autobiografico di Antonella Salamone, “Diversamente madre”, pubblicato dalla casa editrice di Zafferana Etnea, ALGRA – 2017.  L’autrice, che nel libro dice di avere 33 anni e di essere nubile e fidanzata, fa una disanima profonda e minuziosa della figura della zia senza figli, zia di due nipotini senza cugini, generati dal fratello maggiore Fulvio. Siamo in Sicilia, ad Augusta, una famiglia tipo, composta da genitori giovanili, due figlie ultratrentenni che vivono con loro, il figlio maggiore sposato e divenuto padre di Francesca. Questo evento, come un tornado, ha sconvolto i vecchi assetti familiari, una vera rivoluzione copernicana, che vede tutti i membri della famiglia ruotare, ovviamente ciascuno col proprio ruolo, intorno a questo piccolo sole, una nuova vita che porta con sé una ventata di “vita nova” che si riverbera su tutti. Antonella è la più piccola dei tre fratelli e per lei, vedere il visetto della neonata, prenderla tra le braccia, fu amore totale e per sempre. Evidentemente la bimba veniva affidata per vari giorni alla settimana alla nonna e Antonella, che lavorava da casa col computer, instaurò con la piccola e poi col fratellino nato un paio di anni dopo, Giulio,  un rapporto esclusivo di amore e fiducia e complicità, dati e ricevuti in egual misura. E la zia, adulta e vaccinata, cominciò a farsi piccola per entrare nei loro cuori, piano piano tirò fuori la bimba che era stata e che se ne stava nascosta in un cantuccio della memoria, tanto che i nipotini accolsero Antonella tra i “piccoli”, anche se sapevano bene che apparteneva alla fascia degli adulti.

La loro è una convivenza intensa, gratificante, serena e non è affatto comune una situazione del genere: ci sono mamme-tigri che difendono i loro piccoli con unghie e zanne dal solo contatto dei parenti, soprattutto suocere e cognate; mamme che temono di essere dimidiate nel loro ruolo se qualche parente ama, ricambiato, i bambini, che in questo caso sono vissuti come possesso esclusivo e non come individui che hanno il diritto di ricevere e dare tutta la variegata scala degli affetti. Per fortuna, non è il caso di Antonella, che evidentemente ha con la cognata un rapporto di armonia e rispetto dei ruoli, sì da potersi porre poi tutte le domande e trovare le risposte che formano il libro in questione. In ogni caso, è un quadro di rapporti armoniosi assolutamente non comune, perché in genere ci si rivolge a suocere e cognate come baby sitter, affidabili e soprattutto gratuite.

Invece in casa di Antonella è tutto un rutilare di giochi e rituali esclusivi del terzetto, segnali intesi solo tra loro, parole frasi e occhiate quasi da setta segreta, custoditi e taciuti agli altri; tre braccialetti che significano “per sempre nel tempo e nello spazio”, e nessuna invasione di campo o sovrapposizione di ruoli: la mamma è la mamma, i genitori sono mamma e papà, i nonni sono i nonni, e però Antonella, davvero spiazzata da questa esperienza che sente importante e fondamentale nella sua vita, cerca di capire fino in fondo che significa essere “zia senza figli, di nipoti senza cugini”. Deve partire spesso, e lo fa col cuore grosso e quasi con sensi di colpa per aver lasciato i piccoli; ma torna sempre, come ha sempre promesso, e i nipoti si fidano e aspettano fiduciosi la zia e i regali che porterà di sicuro ai suoi “amici”. Sì, perché Francesca solennemente le ha detto che la considera tra le sue migliori amiche, e pure che la zia è come un lunapark. Insieme sognano, fanno progetti che non esistono, creano mondi e storie con estro e fantasia, in cui volano felici, sempre assecondati e accompagnati dalla fatina-zia, dalla fata madrina:

 “Per tutte queste ragioni, quando penso al mio essere zia, sento di essere una fata madrina che, sebbene non possa offrire particolari poteri magici, può regalare ai propri nipoti un piccolo scorcio di “possibilità”, un angolo in cui, se non è possibile realizzare i sogni, è già importante ritrovare la libertà di possederli. Uno spazio in cui tutto può essere, un cantuccio in cui sorvolare sulle norme educative, che restringono il campo delle eventualità e, spesso, delle potenzialità. Perché, se è vero che tali norme si apprendono per la maggior parte dai genitori, con la loro funzione educativa che riporta alla realtà, è anche vero che è sano, secondo me, ritagliarsi e ritagliare delle piccole nicchie in cui il sogno è libero di avverarsi. Anche solo per un breve istante.”

 

Antonella ha preso molto sul serio l’indagine del suo ruolo; sulla tipologia, cui lei appartiene, non esiste in Italia una letteratura d’alcun genere, quindi si aiuta in tutti i modi, interrogando conoscenti che, come lei, sono zii senza figli di nipoti senza cugini.

Quello che ho capito è maturato col tempo. Confesso che, quando ho iniziato a scrivere le mie riflessioni, il sentimento che predominava in me era la rabbia. Ho iniziato in un momento in cui stavo vivendo una crisi di “ruoli”, in cui cercavo aiuto in qualcuno che avesse più esperienza di me e mi dettasse in qualche modo delle regole da seguire, per essere una brava zia e, soprattutto, per stare al posto che, da quando sono nati i miei nipoti, mi spetta.

Il non trovare nulla in rete e in libreria mi ha fatto sentire ancora più sola di fronte a questo ruolo importante che la vita mi ha dato, e ho cominciato a mettere su carta i miei pensieri, per capire in realtà come la pensavo veramente sulla questione che dentro di me avevo sollevato. Sono arrivate riflessioni che non avrei mai immaginato, ho cominciato a parlare con tante zie e ho sentito la voglia condivisa di approfondire questo argomento. Come se, in un certo senso, ognuna di loro mi chiedesse in parte di raccontare la sua storia. Più scrivevo e più la rabbia spariva. Ho cercato riscontro nella pedagogia e nei libri dedicati ai genitori e ai nonni e sapevo già che essere una zia non equivale ad essere una mamma.

Ma ho anche capito che lo sbaglio che si fa, a volte, è di mettere sulla stessa bilancia entrambe le posizioni e cominciare a ponderare il peso di un ruolo e successivamente il peso dell’altro. Chi fa meglio, la mamma o la zia? Quasi sempre si arriva a queste considerazioni successivamente a un conflitto in famiglia, quando si vorrebbe essere partecipi, ma si vive la paura di mettere i piedi in un campo che appartiene solo in parte, quando non appare abbastanza chiaro il ruolo che svolgono le figure secondarie della famiglia nello sviluppo di una continuità educativa tra genitori e ciò che sta all’esterno. Continuità che si identifica con la figura dei nonni e degli zii e con la loro casa, in una sorta di corresponsabilità, che ha al centro sempre il benessere del bambino.

Spesso, andando a prendere mia nipote alle lezioni di danza, mi sono trovata in mezzo a madri che, pur parlando il mio stesso linguaggio e condividendo i miei stessi pensieri, mi trattavano come un fantasma, senza voce in capitolo e senza esperienza per poter capire cosa significa davvero crescere un bambino. Come se fossi una figura inferiore, da trattare con distacco alla ricerca di una continua conferma, da parte di alcune madri, della propria superiorità di ruolo, in un contesto dove le due figure non possono neanche essere messe a confronto, perché diverse per natura.

Di sicuro io non “sto crescendo” i miei nipoti, ma sto contribuendo alla crescita delle loro sicurezze e soprattutto allo sviluppo di quella parte di personalità che si incontrerà con il mondo.

E questa è una consapevolezza che si è fatta strada dentro di me, riga dopo riga.

Nel corso delle mie chiacchierate con le zie senza figli, ho anche incontrato zie che vivono il loro rapporto con i nipoti come una prima maternità, come una sorta di prove generali per quando toccherà a loro. Si immedesimano nell’essere le madri che saranno, per poter capire che tipo di educazione sceglieranno successivamente per i loro figli. Mi rendo conto che io non vivo questo tipo di zialità, ma non posso negare che l’arrivo di un nipote sia spesso l’embrione del desiderio di essere una mamma.

Sono cambiati i nostri ruoli nella società, perché ne sono cambiati i tempi e questo ha fatto sì che la figura dello zio e della zia cominciasse a ricoprire un ruolo più significativo rispetto al passato, quando i figli si facevano in età più giovane e le zie erano già quasi tutte madri. Quando le donne lavoravano meno e avevano la possibilità di viversi i propri figli. Anche adesso, a causa degli alti tassi di disoccupazione si lavora meno, ma è anche a causa di questi stessi tassi che si rimanda il pensiero di creare una famiglia e di avere dei figli. In una società liquida, sono diventati liquidi i confini e i ruoli e, se mi guardo attorno, vedo tantissime zie senza figli, che vivono i loro nipoti come forse non li hanno mai vissuti in passato. Cerchiamo delle certezze nel futuro e tenerezze negli sguardi dei bambini per un comune desiderio di chiudere gli occhi per tornare a come eravamo.

E in questo contesto il fenomeno delle zie senza figli, che si dedicano anima e corpo ai propri nipoti, è abbastanza nuovo e a tratti spiazzante, perché impone di rivedere certe dinamiche familiari che adesso prevedono il delinearsi di una figura più forte e predominante nell’educazione dei piccoli. Una figura che non può ancora avere la letteratura che meriterebbe perché nuova, nei termini in cui si sta diffondendo.

Ho cominciato a scrivere le mie riflessioni per rabbia e le sto terminando piena di riconoscenza.

E se prima pensavo che le mie parole potessero solo servire a qualcuno che sente i propri nipoti così come li sento io, mi rendo conto che forse la motivazione più profonda delle mie parole sta nella memoria e nel mio desiderio di lasciare una traccia dell’infanzia dei miei nipoti e una traccia di me, alle prese con questioni e domande che mi sono posta per la prima volta e che mi fanno capire che il senso di responsabilità ha bussato alla mia porta, imponendomi idee che prima mi sembravano assurde. Perché i bambini toccano di noi tante corde, soprattutto quelle che non sapevamo neanche di avere e ci costringono a rimodellarci, a piegarci e a guardare più da vicino i dettagli di un mondo che ormai siamo abituati a vedere solo da una certa altezza, altezza da cui mi sono abbassata solo grazie a Giulio e Francesca.

Ai miei nipoti, il mio tutto.”

 

QUELLO CHE LE ZIE POSSONO

SECONDO UNA ZIA

 

        •  Le zie possono educare all’amore i propri nipoti

       •   Le zie possono scegliere insieme ai nipoti le parole con cui costruire una parte di mondo

  • Le zie possono aiutare i nipoti a parlare di sé
  • Le zie possono dare ai nipoti quel sorriso in più che può aiutarli a crescere più sereni
  • Le zie possono aiutare i nipoti a sentirsi ascoltati
  • Le zie possono essere adulti da guardare negli occhi
  • Le zie possono passare ai nipoti la serenità del non essere genitori
  • Le zie posso essere più libere nel mostrare ai bambini le proprie  emozioni come la tristezza
  • Le zie possono insegnare la coerenza
  • Le zie possono custodire la storia dei loro nipoti e raccontargliela
  • Le zie possono raccontare ai nipoti i bambini che i loro genitori sono stati
  • Le zie possono essere per i nipoti una possibilità
  • Le zie possono dare il tempo ai nipoti per crescere.

Quando a Maggio Antonella si sposerà e avrà la sua famiglia e il lavoro, non ad Augusta, credo a Milano, il discidium ci sarà, ma nulla di ciò che ha dato e ricevuto scomparirà: la scuola, gli amichetti porteranno con naturalezza i bimbi ad ampliare il loro orizzonte, così come la zia vivrà un’altra e diversa fase nel suo cammino. Avrà forse anche lei figli suoi, ma nulla, neppure se il cielo si riversasse sulla terra e questa sprofondasse nel mare, nulla scolorerà il magnifico piccolo paradiso, creato dal reciproco limpido amore. Soprattutto i nipotini, crescendo, scopriranno quanto hanno inconsciamente assorbito dalla loro diversamente mamma nei gesti, nelle reazioni, nel linguaggio, nel comportamento. E’ così, e il tempo galantuomo si incaricherà di dimostrarlo.

Piuttosto, per noi che siamo venuti a conoscenza di queste intelligenti e sensibili riflessioni, frutto di uno scandaglio meticoloso e coraggioso del vissuto, che è tutto il libro, sarebbe interessante sapere come saranno i rapporti e i sentimenti con i due nipoti nel nuovo ruolo, di zia, eventualmente con figlio, di nipoti che avrebbero un cuginetto. L’analisi della “zialità” continuerà e ci dirà come si è evoluta, da parte della zia e da quella di Francesca e Giulio? Ce lo auguriamo di cuore e aspetteremo la seconda parte di una storia bella e coinvolgente.

Michela Tartaglia