Tre taverne

                      Un conto salato e l’avventore soddisfatto  

 

L(ucius) Calidius Eroticus / sibi et Fanniae Voluptati v(ivus) f(ecit). /Copo computemus! Habes vini (sextarium) I, pani(s) / a(ssem) I, pulmentar(ii) a(sses) II. Convenit. Puell(am) / a(sses) VIII. Et hoc convenit. Faenum / mulo a(sses) II. Iste mulus me ad factum / dabit

Lucio Calidio Erotico da vivo fece per sé e per Fannia Voluttà.

-Oste, facciamo i conti!

Hai di vino 1 sestario,

di pane 1 asse,

2 assi di pulmentario (companatico).

-Giusto.

Per la ragazza, 8 assi.

-E pure questo è giusto!

Di fieno per il mulo 2 assi.

-Questo mulo mi manderà in rovina.

 

Questa è l’iscrizione isernina di L. Calidio Erotico, che ha ancora non pochi punti irrisolti: benché ci sia giunta in buone condizioni di leggibilità, non sappiamo se è iscrizione funeraria o pubblicitaria; inoltre, le circostanze precise della scoperta del reperto non sono definibili. Nel marzo 1901 l’epigrafe di Isernia entrò a far parte delle collezioni del Musée du Louvre, dove il reperto è conservato nella riserva del Dipartimento AGER e non è esposto fra le collezioni accessibili al pubblico. Scartando l’ipotesi dell’iscrizione funeraria, senza reali prove, si propongono come siti del rinvenimento due “taverne” attive fino all’Ottocento e i cui ruderi sarebbero visibili ancora oggi, sorte su siti di altri «alberghi» più remoti, localizzate entrambe su un’antica diramazione della via Latina – che collegava Roma a Benevento, il Lazio con la Campania – tra Venafro e Isernia. Le epigrafi, fonti primarie di informazione sulla mentalità e i comportamenti degli antichi, sono legami visibili tra la vita e la morte, canovacci di storie personali che riprendono vigore ad ogni lettura. Il tempo più prolifico in assoluto per la produzione di tituli va dal I sec a.C. alla fine del II sec d.C. quando, con l’aumento delle ricchezze, dovuto alla scelta di una politica espansionistica da parte dei Romani, emergevano nuovi ceti burocratici e imprenditoriali, che sentivano la necessità di affermarsi nella società e che avevano individuato nelle iscrizioni un modo efficace per esaltare il loro orgoglio e conservare la loro memoria. Pertanto la memoria epigrafica non fu una prerogativa della gente benestante: tutti, per quanto potevano, cercavano di lasciare un segno indelebile del loro passaggio terreno, anche i liberti e gli schiavi. La diffusione della lingua latina, causa ed esito della vasta produzione epigrafica, fu anche un innegabile mezzo di unificazione culturale. Risalta la “modicità” dei prezzi per i servizi offerti dall’esercizio di Eroticus: il fatto è che nelle cauponae e nelle tabernae non albergavano viaggiatori abbienti, ospiti quasi sempre di amici ugualmente benestanti, bensì viatores di modeste condizioni, che potevano però garantirsi anche una stalla per gli animali da soma usati negli spostamenti. Dunque, l’epigrafe è un rapido conto dei consumi di un avventore che ha sostato nella caupona di Calidio Erotico, il quale – ancora in vita, specifica quel «vivus fecit» – fece l’epigrafe-ricordo per sé e per la sua compar e socia in affari Fannia Voluttà. Nella parte inferiore in rozzo bassorilievo si stagliano nettamente tre personaggi: due esseri umani e un mulo sellato con cavezza. Il Mommsen, senza aver visto direttamente l’epigrafe, individuò correttamente il viandante, coperto da un mantello pesante (paenula viatoria) dotato di cappuccio di cuoio o di lana (cucullus), data anche la vicinanza al suo mezzo di trasporto, ma forse sbagliava nell’avallare l’identificazione dell’altra figura a sinistra con un personaggio femminile, l’ostessa. La statura inferiore del personaggio posto a sinistra può non essere indice di femminilità, ma del poco spazio che restava sulla superficie da incidere.   Il taglio pesante del corpo, nonché la forma tozza del collo, ne confermerebbero la mascolinità. Il testo, poi, riporta chiaramente il termine maschile «copo» e, se fosse stata una donna ad interloquire con il viandante, avremmo dovuto trovare copa o caupona, «ostessa». Ma i due cognomina Erotico e Voluttà sono tutto un programma e sembrano tagliati ad hoc per l’insegna di una taverna dove – secondo un uso universale – oltre al vitto e all’alloggio è possibile per i viatores trovare la compagnia di una «asella», una prostituta più o meno occasionale. Ad onta di tutti i dubbi espressi e di quelli omessi, resta certa una cosa straordinaria: nell’antico Samnium, un uomo – diciotto/diciannove secoli fa – Lucio Calidio Erotico, cercò con esito positivo di immortalare la sua memoria e quella della sua compar, inviando un messaggio di pietra attraverso la profondità di un futuro sconfinato.

…e taverne sgarrupate, dove due celebri poeti vanno pure in bianco!!!

Ho riservato molto spazio all’epigrafe molisana, cui aggiungerò due postille ben più note, una tratta dall’Iter Siculum di Gaio Lucilio e l’altra dall’Iter Brundisium di Orazio. L’elemento che accomuna i tre scritti è la taberna, luogo di sosta serale e notturna, che fornisce alloggio, cibo e-non sempre-compagnia femminile. E’ andata bene al viator ospitato da Calidio, su tutti i fronti; non altrettanto accade ai due poeti: entrambi cenano male, malissimo e in più, dopo una promessa di convegno, che crea logiche e fisiologiche aspettative, entrambi vanno in bianco, entrambi anche con lo strascico di un’umiliante, quasi adolescenziale, polluzione notturna.

n°1 LUCILIO

Il libro III delle Satire del cavaliere romano Gaio Lucilio conteneva, nella for­ma di una lettera a un amico, l’Iter Siculum, il racconto di un viaggio dell’autore in Sicilia compiuto nel 126 a.C. in cui erano descritte le attrazioni turistiche, ma anche le difficoltà e i disagi del viaggio, spesso con una bella vis comica. Non mancavano le occasioni per prendersi bonariamente gioco dei personaggi incontrati lungo la strada e durante le soste nelle osterie. Le motivazioni del viaggio furono principalmente due: le condizioni critiche in cui versava il suo fattore siciliano Simmaco, e la confusione e lo scontro politico a Roma, i torbidi dei Gracchi, i continui tumulti e l’assenza di un uomo autorevole, come l’amico e protettore Scipione. Allontanarsi per quel lungo viaggio avrebbe rasserenato il suo animo e dare anche un’occhiata alle sue proprietà non avrebbe fatto male a nessuno. La prima parte del viaggio fu agevole, i problemi cominciarono quando giunsero in territorio di Sezze; da Pozzuoli per mare e a forza di remi arrivarono a Capo Palinuro verso mezzanotte e lì decisero di fermarsi, per riposare dalle fatiche passate e prepararsi a quelle venture; trovarono un alberghetto di pescatori dove tutti dormivano, ma, dopo che i viaggiatori bussarono insistentemente, un’ostessa, Sira, si alzò “e subito lo zoccolo riveste i suoi piedi graziosi” e andò ad aprire. I viaggiatori vogliono mangiare, l’ostessa chiama i servi e li incita a raccogliere legna per il fuoco, ma il vero problema è che, nonostante si affaccendino esageratamente servi e padrona, non c’è niente di buono da mangiare: “non c’erano ostriche, né porpore né peloridi; non c’erano asparagi; perché in quei paesi un piatto sporco di gambi di ruta sembra una cosa magnifica”. La fame induce a mangiare quel cibo “traendo dal petto rutti acidi e tutti insieme noi alziamo la mascella e andiamo avanti a morsi”, forse per masticare pane duro e verdure mal cotte. Visto il trattamento, si accingono a ripartire, ma poi del vino e due attori di Atellana, che mettono su uno spettacolino di lazzi e frizzi, li trattengono nella locanda. Lo spettacolo li ha divertiti e nel frattempo Lucilio ha tenuto d’occhio l’ostessa, alla quale avrà fatto delle proposte che lei ha finto di accettare, sicché Lucilio va a letto, ma aspetta invano, “il supplizio di Tantalo era meno terribile e Tantalo di sicuro si sentiva meno disgraziato” di lui; e finisce col “perminxi lectum, imposui pede pellibus labes”, più o meno “bagnai il letto, col piede spalmai l’umore viscoso sulle pelli che facevano da materasso”.

n°2  ORAZIO

Orazio riprende molto da vicino la satira di Lucilio, ma spiccano alcune differenze: Lucilio fa il viaggio per motivi suoi ed è accompagnato solo da servi; Orazio fa il vero turista accompagnato da amici; se il quadro è lo stesso, la cornice è molto diversa, basti pensare alle giustificazioni che del viaggio fa Lucilio e invece Orazio entra subito in medias res, accennando appena ai motivi politico-diplomatici del viaggio. Sono i ricordi e le impressioni del viaggio compiuto nella primavera del 37 a.C. da Roma a Brindisi, con lo scopo politico di ricomporre i dissidi tra Ottaviano e Antonio e rinsaldare l’operato dei triumviri. Orazio viaggia in compagnia di Mecenate e Cocceio Nerva, inviati del primo, e con Fonteio Capitone, longa manus del secondo. Il motivo politico appare però solo di sfuggita nella satira, che diventa il resoconto fedele di quanto succede alla comitiva durante le due settimane impiegate per giungere a destinazione. L’esperienza obbligata delle taverne è per due volte sgradevolissima: in una squallida taverna di Benevento l’oste, girando sul fuoco magri tordi, provocò un incendio che lambiva il tetto e gli illustri clienti affamati e i servi impauriti cercavano di mettere in salvo i tordi e tutti insieme cercavano di spegnere il fuoco. Quando arrivano nell’Apulia, in un casale vicino a Trevico, pieno di fumo provocato dalla combustione di ramaglie e foglie umide,

Lí sono tanto sciocco (stultissimus) da aspettare sino a mezzanotte una ragazza bugiarda; poi il sonno mi coglie assorto nelle voglie d’amore e le visioni lascive di un sogno mi fanno bagnare supino la tunica da notte e il ventre”

E’ proprio il caso di dire, allora, che, a conti fatti, se Lucilio e Orazio si fossero imbattuti in persone simili al “copo Calidio” e alla seducente “compar”Fannia Voluttà, cioè in locande non così sgarrupate e locandieri che offrivano correttamente quanto promesso, non avremmo avuto questi brani magnifici, sostituiti nei libri di testo dei nostri licei con una miriade di puntini sospensivi, che, o passavano inosservati ai più, o stuzzicavano la pruderie di qualche alunno, spingendolo ad indagare situazioni proibite e per questo affascinanti.

Michela Tartaglia
Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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