Lo strepitoso triangolo epistolare del 1926: Pasternak, Cvetaeva, Rilke

Marina

“Marina Cvetaeva lasciò la Russia nel 1922 per vivere a Praga con suo marito, Sergei Efron, in esilio e scampato alla rivoluzione russa parecchi anni prima. Quello stesso anno, Pasternak a Mosca lesse la sua raccolta di poesie “Versts” e le scrisse immediatamente per esprimere la profonda ammirazione che provava nei confronti della sua opera. Fu la scintilla che diede il via a un’intensa relazione sentimentale che si espresse in lettere traboccanti di poesia, passione, dubbi e gelosie. I due giovani poeti ben presto scoprirono di avere in comune molte cose: l’età, il fatto di essere cresciuti a Mosca, i padri insegnanti e le madri pianiste. Inoltre, tutti e due avevano visitato la Germania in più occasioni e condividevano la passione per la letteratura tedesca. Nella primavera del 1926 Boris Pasternak aveva 36 anni e attraversava un periodo di profonda insoddisfazione artistica; prese addirittura in considerazione l’idea di abbandonare la letteratura e fu solo grazie al sostegno e allo incoraggiamento di Marina che riuscì a ultimare il suo importante poemetto “L’anno 1905”. Poco dopo, in uno stesso giorno accaddero due avvenimenti importanti che lo riempirono di rinnovata speranza ed energia. Il primo fu la lettura del “Poema della fine” della Cvetaeva, in cui si riconobbe. Pasternak le scrisse: “Tu sei mia e sei sempre stata mia. Tu sei tutta la mia vita …”. Il secondo evento fu una lettera che ricevette da suo padre, che gli comunicava che Rilke aveva letto alcune delle sue poesie in un giornale parigino ed aveva espresso elogi lusinghieri, e ciò lo stupì e lo rallegrò allo stesso tempo. Il nome di Rainer Maria Rilke era ripetutamente comparso nello scambio epistolare tra Pasternak e Cvetaeva dal 1922 al 1925. Alla fine della primavera del 1926, più precisamente in maggio, il poeta austriaco di origine boema aggiunse la sua voce alla loro corrispondenza, poiché Pasternak scrisse a Rilke per ringraziarlo e Rilke gli inviò i“Sonetti a Orfeo” e le “Elegie duinesi”. Nella cordiale lettera di ringraziamento, Pasternak citò Marina, definendo la trentaquattrenne amica un’importante poetessa con una forte passione per le composizioni di Rilke. Su richiesta di Pasternak, Rilke inviò dunque alla Cvetaeva i suoi ultimi libri con dedica e lei immediatamente rispose: “Lei è l’incarnazione stessa della poesia”.  Rilke, cinquantunenne, si trovava nel sanatorio di Val-Mont in Svizzera, per curare disturbi che riteneva fastidiosi ma non gravi, e che invece erano i sintomi della leucemia che a fine anno l’avrebbe ucciso. Pertanto, la corrispondenza in lingua tedesca tra i tre poeti fu breve, ma molto intensa. Ciascuno di loro doveva fare fronte a una forma tutta sua di angoscia –  la morte imminente, l’esilio, l’alienazione – e i loro scambi epistolari divennero un modo per sottrarsi alla solitudine e rifugiarsi nell’atmosfera rarefatta e fortemente elitaria della poesia e della passione letteraria.

I vertici di questo triangolo epistolare uniscono tre luoghi emblematici della condizione del poeta nel nostro tempo: il castello e il sanatorio in cui Rilke si avviava in ostinata solitudine verso la morte; il piccolo e rumoroso appartamento della Mosca postrivoluzionaria in cui Pasternak cercava l’isolamento per chiarire la sua lacerata posizione di fronte alla storia e all’arte; il villaggio di pescatori nel sud della Francia dove Marina Cvetaeva viveva la sua tragica condizione di emigrata ed emarginata. L’intera corrispondenza si annoda vorticosamente e si scioglie con fatale istantaneità in un solo anno: il 1926. Vero e proprio, seppure involontario, romanzo epistolare, questo straordinario documento riflette una vicenda di amori non avverati, di incontri sempre programmati e mai realizzati; è ancora un folgorante diario dei tempi della poesia, dove il grande «orfismo» novecentesco vive uno dei suoi culmini e insieme il suo grandioso, torturato declino.

L’epistolario è forse tra i più brevi del secolo scorso. L’entusiasmo di Marina divenne una straordinaria forza coinvolgente, che attirò Rilke in un vortice di disarmo e nudità. “Rainer Maria Rilke! Posso chiamarla così? Lei, incarnazione della Poesia, dovrebbe sapere che il Suo stesso nome è una poesia. Rainer Maria ha una risonanza religiosa, e infantile, e cavalleresca. Il suo nome non si intona coi tempi d’oggi, viene dal prima o dal dopo-o dal sempre”. Tra i due non avvenne alcun punto di contatto al di fuori di quello epistolare: non mancavano, tra una lettera e l’altra, di programmare un incontro in Francia, tacitamente d’accordo però a farlo rimanere puro espediente letterario. Il patto segretamente e intimamente stretto tra i due poeti riguardava un duplice annullamento: sin dall’inizio della loro corrispondenza sapevano che non preferivano la “vista” alle “visioni”, e che il loro sogno sarebbe rimasto monologo di nostalgia, senza farsi dialogo di incontro (Il sogno è raramente dialogo, o sono io ad evocare l’altro nel sogno oppure è l’altro ad entrare nel mio sogno. E’ faccenda di uno solo, non di due -Marina-). Sono perfetti, Rainer e Marina, nel duetto per voce sola e, anche quando lei pregava e lui prometteva, l’approdo alla terra delle labbra e delle mani congiunte rimase Itaca d’utopia (“il lui del mio amore che non è mai esistito al di fuori del mio amore”). Entrambi sapevano  di “viaggiare la vita” nell’- e con l’ Amore, ma quel viaggio non contemplava il punto di incontro tra due barche, solo la bellezza del loro cammino dentro l’acqua.

Tra lacerazioni e graffianti frizioni, per temperamento dominante, Marina partecipò più attivamente all’origine del suo amore. Rainer, al contrario, fisicamente e caratterialmente più debole, si abbandonò quasi ad una volontà divina e si prestò ad una metamorfosi che era calma distesa e serena. Stilisticamente, classicismo tedesco ed espressionismo russo sono le barche che solcano il mare dell’epistolario.

“Rainer ieri sera sono uscita a ritirare il bucato, stava per piovere. E ho accolto fra le braccia tutto il vento, anzi, tutto il nord. E aveva il Tuo nome. (Domani sarà il sud!). Non l’ho accolto in casa, se n’è rimasto sulla soglia. Non è entrato in casa, ma mi ha portato con sé sul mare, appena mi sono addormentata. E comunque tutto ciò non significa altro se non: Ti Amo. Marina.”

“Che cosa voglio da Te Rainer? Nulla. Tutto. Che tu mi conceda di sollevare lo sguardo verso di Te ogni istante della mia vita, come verso un monte che mi protegge (un angelo custode di pietra!). Finché non ti conoscevo, potevo farne a meno, ora che ti conosco mi è necessario un Tuo permesso”.

“Rainer Maria Rilke, Marina Cvetaeva e Boris Pasternak si trovano stretti e intrappolati nella morsa epistolare che dura sei mesi, solo parole, versi, senza mai incontrarsi, con la promessa e la paura di farlo. Si amano, si odiano, si cercano, si tradiscono, sempre con il timore di non ritrovarsi, e con la segreta e sofferta speranza di perdersi. Forse perché l’incontrarsi, il contatto dei corpi, avrebbe tolto loro quella comunione di anime, quello sfiorare e accarezzare l’Io più nascosto dell’altro.”(M.Labagnara)

“Nel sanatorio svizzero nel quale Rilke è ricoverato i giorni scivolano lenti, in attesa di quelle lettere: “Il treno, Marina, quel treno (con la Tua lettera precedente) di cui poi non ti sei fidata, è giunto fino a me senza fiato; la cassetta delle lettere poco rassicurante era vecchia, […]. Sì, Sì e ancora Sì, Marina, tutti i Sì possibili per tutto ciò che vuoi e sei, così grandi che presi insieme sono come il Sì della vita stessa…ma nel quale ci sono anche quei diecimila imprevedibili No…” (id)

“E Marina, in esilio nel sud della Francia: “Rainer, si fa sera, ti amo. Ulula un treno. I treni sono lupi, i lupi sono la Russia. Non un treno, la Russia intera sta ululando verso di te.”

“La voglia e la paura di Marina di bruciare in un interminabile “istante”, la ossessiva ricerca della “verità ” si scontrano con la dolce e dolorosa rinuncia di Rainer, ormai minato dalla malattia, spaventato.”(id)

“E a Boris Pasternak, che vive chiuso nel suo piccolo appartamento nella Russia post rivoluzionaria, Marina scrive: “Quando penso all’ ora della mia morte penso sempre: la mano di chi prenderò nella mia? e: soltanto la tua mano! Non voglio né sacerdoti né poeti, voglio chi per me soltanto conosce le parole (…). Voglio le tue parole, Boris, da portare in quella vita! “

A Pasternak che le scrive: “Che versi stupendi scrivete! Voi siete un poeta scandalosamente grande. Oh, come vi amo, Marina! Proprio come piace all’ anima… E poi verrà l’ estate del nostro incontro”

…Lei risponde: “Sarò paziente e attenderò l’ incontro come la morte. Oh, non dovete temere le mie parole smisurate. Quanto alla vita con voi, come si fa a vivere con un’anima in un appartamento?”

“La forza trainante è Marina che travolge i due, che si stimano profondamente, in un rapporto senza fiato, dove la lirica, la passione e l’erotismo si intrecciano in un nodo doloroso. Ardente, avida, ribelle, gelosa. In Marina tutto è passione. Una passione feroce per l’arte, la politica, la vita. Si innamora di  artisti, di poeti, di  sconosciuti, senza averli mai incontrati. E, in quei momenti, lei ama, ama così disperatamente da distruggersi.”(Mariella Labagnara)

Continuano a scriversi fino ad agosto, quando Rilke estenuato dalla malattia, tace e Marina, esule in Francia, gli invia una laconica cartolina. Apprende con due giorni di ritardo della morte dell’amico, avvenuta il 29 dicembre.

Si può capire dunque il rifiuto di Marina di scrivere un saggio su Rilke all’indomani della sua morte: “Non ho voglia di parlare di lui, ho voglia di parlare a lui. Non a loro di lui, a lui rendo lui stesso. Poiché lui è proprio quello che gli voglio dire.”

Come una ninna nanna è l’ultima lettera di Marina, incredula, schiantata, a Rilke:

“L’anno finisce con la tua morte? fine? inizio! sei tu a te stesso l’anno più nuovo.  –  caro, lo so, tu mi stai leggendo ancora prima che io scriva – Rainer, ecco, sto piangendo, sei tu che mi sgorghi dagli occhi. Caro, se tu sei morto – vuol dire che non esiste nessuna morte (o nessuna vita!). Non voglio rileggere le tue lettere, altrimenti mi verrà voglia di raggiungerti, di venire là – e non oso volerlo: tu sai bene che cosa è legato a questo “volere”.   Rainer, ti sento immancabilmente dietro la mia spalla destra. Hai mai pensato a me? – sì, sì, sì –   Domani è l’anno nuovo, Rainer – il 1927…come sono infelice ma non devo affliggermi! stanotte, a mezzanotte, brinderò con te  – tu sai come, colpirò il tuo bicchiere piano piano ! – Caro, fai in modo che io ti sogni spesso – anzi, no, non è giusto: vivi nel mio sogno. Adesso hai il diritto di desiderare e di fare. Io e te non abbiamo mai creduto nel nostro incontro qui sulla terra – come non abbiamo mai creduto in questa vita, non è vero? Tu mi hai preceduto  – è stato più bello! –  e per accogliermi bene mi hai prenotato non una stanza, non una casa, ma un intero paesaggio. Ti bacio sulle labbra? sulle tempie? sulla fronte? naturalmente – sulle labbra, veramente, come un vivo. Caro, amami più forte e diversamente da tutto. Non arrabbiarti – ti devi abituare a me, a come sono. Cosa, ancora? non è vero: non sei ancora in alto e lontano, sei proprio qui accanto, la fronte sulla mia spalla. non sarai mai lontano: l’irraggiungibile non è mai alto.  Sei il mio caro ragazzo adulto.  Rainer, scrivimi! (è abbastanza stupida la mia richiesta, vero?).  Ti auguro buon anno e uno splendido paesaggio celeste! Marina”

Bellevue 31 dicembre 1926 – 10 di sera.  Rainer, sei ancora sulla terra, non è ancora passato un giorno intero.”

Nel 1980 in Italia da Editori Riuniti fu pubblicato Il Settimo Sogno-lettere 1926, in cui veniva presentato questo romanzo epistolare, uno dei più viscerali, passionali scritti sulla poesia, l’amore e il dolore. I tre grandi poeti, attraverso la scrittura,  sognavano un immenso sogno: incontrarsi, mentre affondavano in una vita quotidiana – in sanatorio Rilke, in Russia l’uno, in esilio l’altra – senza speranza, senza spazio, senza fiato. Chiave di volta delle lettere scambiate dai tre poeti è l’amore folle per la vita, una febbrile, delirante sete di vivere.  Dagli anni Novanta l’operetta non è più stampata, in compenso attualmente ci sono diverse pubblicazioni sul carteggio Rilke-Cvetaeva e Pasternak-Cvetaeva.

“Marina Cvetaeva e Boris Pasternak avevano continuato a scriversi per altri nove anni, ma il loro scambio epistolare aveva perso di intensità e il loro sentimento amoroso era sbiadito, soprattutto dopo che Marina aveva saputo che Pasternak aveva lasciato la moglie per un’altra donna. I due poeti riuscirono infine a incontrarsi nel 1935, quando Stalin costrinse Pasternak a prendere parte a Parigi al “Convegno internazionale degli scrittori in difesa della cultura” su ispirazione dei sovietici.  Pasternak era sull’orlo di un esaurimento nervoso e il suo incontro con Marina fu un deprimente siparietto. Malgrado la straordinaria intimità letteraria protrattasi per così tanti anni, i due furono incapaci di trovare un linguaggio comune. Quell’amore che oggi diremmo “virtuale” o platonico per avverse condizioni,  non divenne realtà. Eppure, il “sogno” non riusciva a morire. Pasternak amava e stimava moltissimo la Cvetaeva per il suo coraggio, in un clima difficile, di dichiararsi avversa alla Rivoluzione d’ottobre. In qualche modo Marina dava voce ai dubbi storici che lo tormentavano. Amava in lei la forza, la coerenza, la voglia di risorgere, nonostante i lutti dolorosi e la vita di stenti che conduceva da controrivoluzionaria. Era un amore idealizzato con le radici nel sogno, che non poté né volle misurarsi con la quotidianità.” (id) 
La scintilla in verità non scattò, pur dopo quasi 200 lettere di conversazioni molto sincere su arte, poesia e vita privata.

Quando la donna gli chiese quali possibilità avesse di ritornare in Russia, Pasternak le disse: “Adorerai le aziende agricole collettive” (kolkhoz). Marina non riuscì ad afferrare tutto il sarcasmo del suo commento e in una lettera all’amica poetessa Anna Teskova scrisse: “[L’incontro] c’è stato e… che non-incontro si è rivelato!”. In seguito accusò anche Pasternak di essere un “debole e un codardo” perché non si era rifiutato di obbedire e aveva preso parte al convegno. Il loro rapporto letterario e sentimentale era giunto chiaramente alla fine e la più bella storia d’amore, la più appassionata, la più intensa tra i due più grandi scrittori russi del Novecento, non ebbe un lieto fine, anzi!

I due poeti si incontrarono ancora, ma in ben tristi circostanze, quando Pasternak fece il possibile per aiutare la poetessa, il cui marito e la cui figlia erano stati arrestati dall’NKVD per spionaggio, non appena lei nel 1939 aveva messo piede in Russia, soprattutto per accontentare l’adolescente amatissimo figlio Mur che voleva riunirsi al padre e alla sorella maggiore Alja. Neppure due anni dopo Marina, che, disperata, nello squallore degradante di Elabuga, un villaggio della Tataria in cui era stata trasferita con altri letterati per fuggire dalle armate tedesche, si era rivolta a lui (che neppure le rispose), trovò il “chiodo”che da tempo cercava (”Oggi è la festa di Giovanni Evangelista. Ho quarantotto anni. Mi faccio gli auguri. Pfù pfù pfù tocca ferro scampala! Mi faccio gli auguri per i miei quarantotto anni di anima ininterrotta… Stoviglie acqua e lacrime… Nessuno capisce, nessuno sa che già da un anno cerco con gli occhi un gancio, non ne trovo, perché ormai l’elettricità è arrivata ovunque. Non ci sono più i lampadari di una volta… E’ un anno che mi misuro addosso la morte. E’ tutto così mostruoso, così terribile …E io non voglio morire. Voglio non essere…”)   e vi si appese, la sera dell’ultima domenica di agosto 1941. Fino alla morte Pasternak si sarebbe sentito acutamente in colpa per non aver accolto il grido d’aiuto della donna che in parte vive in Lara, la poetessa oggi sì riconosciuta come la più grande del martoriato XX secolo: a lei era stato rifiutato perfino il posto di lavapiatti nella Casa degli Scrittori.

Di Pasternak sappiamo le vicende relative al travagliato romanzo Il dottor Zivago, al Nobel rifiutato per ubbidire ai diktat sovietici; tutto sommato rimase vivo e da vivo ebbe riconoscimenti per le sue opere, almeno all’estero. Il genio di Achmàtova era stato accantonato nell’epoca delle grandi purghe, colpiti e calpestati i suoi affetti, altissimo il conto pagato alla repressione – ma con le traduzioni e con l’aiuto di più o meno gratificanti legami amicali – riuscì a sopravvivere anche nella bufera del regime, e infine non le mancarono riconoscimenti. Alla Cvetaeva che già nel ’21 cantava: «Giovinezza mia! Mia estranea / giovinezza! Mia scarpina spaiata! / Giovinezza mia! Non ti richiamo indietro./ – Per me sei stata soma e fardello», non rimase che il chiodo di Elabuga e il sogno che Dio, nell’aldilà, la esonerasse dalla mansione di lavapiatti, pure richiesta e beffardamente negatale al termine della vita.

N.B. Molto dell’articolo sul triangolo epistolare è ripreso, per interi pezzi, dal bell’ articolo, Il settimo sogno, dell’autrice Mariella Labagnara, che ho virgolettato al possibile.

Michela Tartaglia
Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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