Le voci della Collina tradotte a quattro mani

 

Ci sono opere anche notissime, di cui resta però qualche lato oscuro o sfumato; di altre i particolari noti sono così tanti da poterne ricostruire ogni passo, dalla genesi alla diffusione.

Sembrava questo il caso dell’Antologia di Spoon River, pubblicata nel 1915 dal poeta americano Edgar Lee Masters(1868-1950), generoso di particolari con gli amici, autore di diverse autobiografie, che raccontava sempre di aver avuto un lampo d’ispirazione a Chicago, in una Domenica di metà Maggio 1914, durante una lunga chiacchierata fatta con la madre, durante la quale rievocarono gente e fatti dimenticati dei due villaggi dell’Illinois in cui avevano vissuto molti anni prima, Lewistown e Petersburg-Illinois. Mentre faceva l’avvocato a Chicago e si aggirava nei tribunali e frequentava la cosiddetta società, giunse alla conclusione che il banchiere, l’avvocato, il predicatore, le antitesi del bene e del male non erano diverse nella città e nel villaggio. Per la forma, l’anno prima era stato molto colpito dalla lettura dell’Elegia scritta in  un cimitero di campagna di Thomas Gray e dagli Epigrammi dell’Antologia Palatina. Così cominciò a scrivere su una città di campagna che avesse tanti fili e tessuti connettivi da diventare la storia del mondo intero: immaginare il macrocosmo, scrivendo del microcosmo. Ed ecco fiorire in un anno di pubblicazioni fitte fitte 244 personaggi di una comunità assolutamente speciale, i morti “che dormono dormono sulla collina di Spoon River”. Scriveva quando poteva, il sabato pomeriggio e la domenica. Gli argomenti, i personaggi, i drammi gli venivano in mente più in fretta di quanto li potesse scrivere. Così prese l’abitudine di annotarsi le idee, o magari scrivere le poesie, sui rovesci delle buste, sui margini dei giornali, quando era in tram o in tribunale o al ristorante. Una volta pubblicata, l’Antologia diventò un caso letterario anche molto controverso e, in ogni caso, un best seller.

La critica si divise in modo netto: da un lato c’era chi riteneva l’Antologia la raccolta poetica che aveva rifondato la letteratura americana, dall’altro, i detrattori ne parlavano come di un’opera di poco conto, la continuazione di una tendenza che a livello tematico si concentrava su argomenti più o meno bucolici. Quel che è certo è che il grande clamore suscitato in patria sarà ben presto dimenticato. Terminata la seconda guerra mondiale, la capitale culturale degli USA si spostò da Chicago a New York, si assistette ad una rivoluzione dei gusti letterari e iniziarono ad emergere nuovi scrittori, come Amy Lowell e Ezra Pound. Ma quel che era appena finito in America, stava per cominciare in Italia e ne parlerò tra poco.

Intanto, Spoon River era il luogo ideale in cui poter dar voce, in piena libertà, ad una serie di uomini e donne che potessero raccontare la loro vita con semplicità e sincerità. Dalla penna dell’autore nasce pian piano una raccolta poetica che ha dello straordinario, perché i personaggi che parlano sono, in realtà, tutti i defunti di questo villaggio, tutti coloro che ora “dormono sulla collina” e, da morti, non hanno più niente da perdere e possono raccontarci di loro, dei loro segreti, dei loro desideri e sentimenti più nascosti, così come delle più crude verità. Le poesie di Masters sono degli epitaffi, presentati ai lettori come se fossero stati presi dalle lapidi di un cimitero in un piccolo immaginario paesino del Midwest provinciale americano. L’Antologia è un inno alla libertà, una celebrazione della vita personale, di vanti, desideri e peccati di chi non c’è più. L’autore mescola sapientemente la descrizione della vita dell’uomo nella sua semplicità, ad uno spunto di riflessione profonda che ogni lettore è portato a fare in una sorta di dialogo immaginario con i personaggi delle poesie. Come se Masters ci parlasse della vita attraverso la morte, e, grazie alle voci di chi dorme sulla collina, annullasse di colpo la distanza tra la dimensione del reale e quella dell’aldilà. Il tutto con una forma in cui l’epica classica è soltanto un lontano ricordo, che lascia il verso ma ignora la rima e il ritmo.

A sfogliare il libro si potrebbe pensare di essere di fronte ad una serie di casi clinici, solo reietti della società che vivono o sono vissuti ai margini. Ma sta qui la grandezza di Masters: guardare ai morti senza compiacenza, ma con una consapevolezza fraterna del dolore di tutti. E’ come se ad ogni personaggio l’autore strappasse una confessione utile non per un sapere scientifico, ma per la sola sete di verità. La poesia si fa racconto, attualità. Ciò che riesce a fare Masters è condensare e plasmare l’intera vita di ognuno in un unico episodio che acquista un significato totale, diventa simbolo di un’esistenza. A volte gioca con l’ironia o la polemica, altre volte scolpisce ritratti di ribellione in anime stanche che non gridano e non scuotono il loro mondo, ma si fanno schiacciare o, da quel mondo, scompaiono.  Pavese dichiarò su quest’opera: «Si direbbe che per Lee Masters la morte, la fine del tempo, è l’attimo decisivo che dalla selva dei simboli personali ne ha staccato uno con violenza, e l’ha saldato, inchiodato per sempre all’anima». Ogni personaggio guarda in faccia il proprio destino attraverso il filtro della memoria, e ci regala un gesto, una situazione o una parola che di quel destino è parte e simbolo, perché completamente sua.

Masters non declama la morte e non rende omaggio alla vita, anzi l’autore scherza con queste due forze, si prende gioco dell’una e dell’altra, grazie alla semplicità della narrazione e all’assenza di rimpianto nella voce dei protagonisti. Ciò che è stato è ormai perso, ora conta solo raccontare, vincere l’intensità di speranze e desideri, di ciò che resta dell’esistenza di ognuno, facendo della soggettività dell’approccio e della lettura la vera chiave vincente di quest’opera. Non esistono risposte definitive, e qualcuno resterà pur sempre fuori dalla soluzione al vivere. La vita, col suo scorrere naturale, ha lasciato solo voci sulla collina; e sono proprio quelle voci ad aggirare la morte, restituendo alla vita la dignità della semplicità e della sincerità.

Così Pavese sulle pagine de Il Saggiatore:

“Come non riconoscere in lui [Masters] la stirpe degli Hawthorne e dei Melville, infaticati e misantropici scrutatori del cuore e dei dilemmi della vita morale? Torniamo a ripetere, caso mai ce ne fossimo scordati, che questo volume di liriche fa racconto, fa dramma. E questa è, per noi letterati, la sua attualità più scottante”.

Per l’Europa arrivò finalmente il momento di conoscere Masters. Nel 1943 Einaudi curò una prima edizione italiana dell’opera, grazie anche all’impegno della straordinaria Fernanda Pivano, che si occupò della traduzione e, a proposito della traduzione, a quel che sapevamo s’è aggiunto parecchio che sospettavamo, senza però poterlo dimostrare. E’ notissimo che Cesare Pavese fu supplente d’italiano di Fernanda Pivano a Torino, che la seguì con particolare attenzione, visto che frequentava abitualmente i suoi genitori, che se ne innamorò e che le regalò appunto quest’opera americana proibita in Italia durante il Fascismo, esortandola a tradurla. «Ero una ragazzina quando vidi per la prima volta l’Antologia di Spoon River: me l’aveva portata Cesare Pavese, una mattina che gli avevo chiesto che differenza c’è tra la lettura americana e quella inglese». I primi libri americani che Pavese portò alla Pivano, lei li guardò «con grande sospetto». Ma con l’Antologia di Spoon River fu un colpo di fulmine: «l’aprii proprio alla metà, e trovai una poesia che finiva così “mentre la baciavo con l’anima sulle labbra, l’anima d’improvviso mi fuggì”. Chissà perché questi versi mi mozzarono il fiato: è così difficile spiegare le reazioni degli adolescenti». Per un’adolescente cresciuta in un’epoca dominata dall'”epicità a tutti i costi” i versi di Masters e la loro “scarna semplicità” furono una rivelazione. Quasi per conoscere meglio i personaggi, Fernanda iniziò a tradurre in italiano le poesie, naturalmente senza dirlo a Pavese: temeva che la prendesse in giro. Ma un giorno Pavese scoprì in un cassetto il manoscritto e convinse Einaudi a pubblicarlo. Incredibilmente riuscì a evitare la censura del ministero della cultura popolare cambiando il titolo in «Antologia di S.River» e spacciandolo per una raccolta di pensieri di un quanto mai improbabile San River.

La Pivano pagò col carcere quelle traduzioni e anni più tardi dichiarò: «Era super proibito quel libro in Italia. Parlava della pace, contro la guerra, contro il capitalismo, contro in generale tutta la carica del convenzionalismo. Era tutto quello che il governo non ci permetteva di pensare […] e mi hanno messa in prigione e sono molto contenta di averlo fatto».

Per Fernanda fu l’inizio dell’attività di traduttrice di scrittori americani come Faulkner, Hemingway e tutti i poeti della  beat generation, William Burroughs, Allan Ginsberg, Jack Kerouac, Lawrence Ferlinghetti, Gregory Corso –

 

 

 

Questo sapevamo fino ad Agosto 2012: la ventinovesima edizione del Premio Cesare Pavese di Santo Stefano Belbo riservò una bella sorpresa: uno dei vincitori si chiamava Cesare Pavese, o meglio: Pavese e la traduzione che la giovanissima Fernanda Pivano fece dell’ Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, proprio quella pubblicata da Einaudi nel 1943. Una lunga popolarità, quella di Spoon River, che ancora negli anni Settanta è stata all’ origine di uno dei dischi più belli di Fabrizio De André. Adesso, per la prima volta, sulla base di una documentazione inequivocabile, conservata nel fondo Pivano della Fondazione Benetton di Milano, è emerso come lo scrittore piemontese abbia dato un contributo fondamentale alla versione dall’ inglese dell’ antologia che lui stesso aveva pensato di volgere in italiano. Lo fece sia in termini di revisioni lessicali, sia nella stessa struttura del testo. Il merito della scoperta dell’ apporto pavesiano, intuito da qualche studioso ma finora mai dimostrato carte alla mano, spetta a un giovane, Iuri Moscardi, laureato alla Statale di Milano con una tesi intitolata, per l’ appunto, Cesare Pavese e la traduzione di “Spoon River” di Fernanda Pivano, e discussa con i professori Edoardo Esposito, relatore, e Martino Marazzi, correlatore. Il suo lavoro è stato premiato dalla giuria del Pavese, presieduta da Giovanna Romanelli, con una motivazione piuttosto chiara. Si tratta, intanto, di «una disamina attenta ed accurata, esaustiva e ampiamente articolata che, con cura filologica e con documenti inoppugnabili, evidenzia il ponderoso intervento di Pavese». Ed è un intervento, peraltro, «non solo su evidenti errori di lessico, ma anche sulla struttura e sulle scelte stilistiche tanto che davvero la traduzione può essere definita “frutto di un lavoro a quattro mani”». Moscardi racconta di essersi imbattuto nel dattiloscritto dell’ Antologia di Spoon River contenente «due distinte correzioni manoscritte, quella della Pivano e quella di Pavese, al testo della traduzione delle poesie e della prefazione alla prima edizione italiana del 1943». Ciò lo ha invogliato a proseguire le indagini, fino a concludere che Pavese «influì sul testo della prima traduzione poiché molte delle sue correzioni passarono a stampa». Conclude Moscardi: «Pivano fece la parte più grossa del lavoro, traducendo tutti i testi per conto suo e poi intervenendo a correggere errori e abbagli dovuti all’imperizia; Pavese, che fin dagli anni ‘ 30 voleva farne un’ edizione italiana, intervenne su vocaboli, su intere frasi, sulla scansione degli epitaffi, non solo correggendo, ma dando un inconfondibile taglio da maestro ad una traduzione moderna, originale, assolutamente non pedissequa e letterale ». La Pivano «usufruì perciò della sistemazione del testo fatta da Pavese, ma allo stesso tempo Pavese poté finalmente coronare il suo desiderio di vedere il libro tradotto e generosamente lasciò che risultasse come traduttrice la sola Fernanda Pivano; a lui bastava che finalmente si fosse realizzato il sogno di vedere pubblicata in Italia l’amatissima Antologia».

I personaggi di cui vengono raccolte le voci sono 244, ne presento pochi come esempio, sperando di aver seminato una scia da seguire e gustare lentamente, amorevolmente.

E’ l’epitaffio che colpì al cuore la Pivano, un malatino che non aveva neppure assaggiato il nettare della vita e, al primo impatto, conobbe la fine.

FRANCIS TURNER (Un malato di cuore)

Non potevo correre o giocare

da ragazzo.

Da uomo potevo solo sorseggiare dalla coppa,

non bere

– perché la scarlattina mi aveva lasciato il cuore malato.

Ora giaccio qui

confortato da un segreto che nessuno tranne Mary conosce:

c’è un giardino di acacie,

di catalpe, e di pergole dolci di viti –

 là quel pomeriggio di giugno

al fianco di Mary –

baciandola con l’anima sulle labbra

all’improvviso questa prese il volo.

Margaret si sentiva poetessa, ma nel villaggio non c’era questa opzione: o nubile o sposata o escort- diremmo oggi. Sposò un ricco esercente, sicura che avrebbe potuto scrivere. Con otto figli, si scrive? Lavando i panni dell’ultimo nato, un ago le trafisse la mano e il tetano la portò via. Il distico finale è asciutto e ironico: chi è ambiziosa di un’affermazione personale, se ovviamente è donna, si tenga lontana dal sesso, rovina della vita.

MARGARET FULLER SLACK

Sarei stata grande come George Eliot

ma il destino non volle.

Guardate il ritratto che mi fece Penniwit,

col mento appoggiato alla mano e gli occhi fondi –

e grigi e indaganti lontano.

Ma c’era il vecchio, l’eterno problema:

celibato, matrimonio o impudicizia?

Venne il ricco esercente John Slack,

con la promessa che avrei potuto scrivere a mio agio,

e io lo sposai, misi al mondo otto figli,

e non ebbi più tempo per scrivere.

Per me, comunque, era tutto finito

quando l’ago mi trafisse la mano

mentre lavavo i panni del bambino,

e morii di tetano, un’ironica morte.

Anime ambiziose, ascoltate,

il sesso è la rovina della vita.

 

L’adultera Sarah, il corpo sepolto sotto il pino, nuota felice nell’aria, solo anima e luce eterna; pietosa, ammonisce l’amante che è assurdo e inutile piangere un corpo vuoto, piuttosto porti il suo messaggio al marito dal cuore buono, doppiamente sofferente per la perdita di moglie e amore: Sarah ha amato marito e amante, ha forgiato con l’amore il suo destino ed ha superato un percorso difficile, da carne a spirito, da spirito a pace; in cielo non ci sono matrimoni, in cielo c’è solo amore.

 

SARAH BROWN

Maurizio, non piangere, non sono qui sotto il pino.

L’aria profumata della primavera bisbiglia nell’erba dolce,

le stelle scintillano, la civetta chiama,

ma tu ti affliggi, e la mia anima si estasia

nel nirvana beato della luce eterna!

Va’ dal cuore buono che è mio marito,

che medita su ciò che lui chiama la nostra colpa d’amore:

– digli che il mio amore per te, e così il mio amore per lui,

hanno foggiato il mio destino –

che attraverso la carne raggiunsi lo spirito e attraverso lo spirito, pace

 Non ci sono matrimoni in cielo, ma c’è l’amore.

L’ultimo epitaffio l’ho proposto diverse volte come tema in classe a liceali degli anni Novanta, e sempre avevo la sorpresa di gustare componimenti intelligenti e talvolta fortemente lirici. E’ l’Uomo che parla a tu per tu con Dio, gli riconosce le meraviglie del creato, ma anche gli elenca orgogliosamente le “sue” meraviglie, che lo mettono al livello del Creatore. Ma…….

Sholfield Huxley

Dio! non chiedermi di elencare le tue meraviglie,

ti riconosco le stelle e i soli

e gli innumerevoli mondi.

Ma ne ho misurato le distanze

e li ho pesati e ne ho scoperto la sostanza.

Ho inventato ali per l’aria,

e chiglie per l’acqua,

e cavalli di ferro per la terra.

Ho accresciuto la vista che mi hai dato milioni di volte,

e l’udito che mi hai dato milioni di volte,

ho varcato lo spazio con la parola,

e ricavato dall’aria il fuoco per avere luce.

Ho costruito grandi città e perforato colline,

e gettato ponti sopra acque maestose.

Ho scritto l’Iliade e Amleto;

e ho esplorato i tuoi misteri,

e ti ho cercato senza posa,

e ti ho ritrovato dopo averti perduto

in ore di stanchezza—

e ti chiedo:

ti piacerebbe creare un sole

e l’indomani trovarti i vermi

che ti sgusciano fra le dita?