LA CACCIA AL LUPO – Giovanni Verga

Nella vasta produzione letteraria di Giovanni Verga, escludendo le opere giovanili e i romanzi tardo- romantici del periodo fiorentino e bohémienne-milanese (Storia di una capinera, Eva, Eros, Tigre reale), notiamo non un percorso chiaro verso una qualche direzione, bensì un andirivieni formale e contenutistico-un apparente ripensamento-  che Asor Rosa definì felicemente “a spina di pesce”: compare dal 1874 la materia siciliana nelle novelle, ma non scompare l’argomento “borghese”oggetto di tutta la produzione precedente, come il romanzo “Il marito di Elena”; seguono le novelle di Vita de’ campi, i due romanzi dell’incompleto Ciclo dei Vinti, le Novelle Rusticane che sostanzialmente chiudono la materia degli umili, anzi dei vinti siciliani. E subito l’autore riprende a scrivere di borghesia guasta e viziosa, cui affianca sguardi acidi o appena pietosi sul popolino delle periferie milanesi. In una stagione letteraria breve di tre lustri, Giovanni Verga aveva scritto opere di respiro europeo in perfetta solitudine, e aveva però consumato amaramente il suo ideale straordinario: un amore appassionato per la sua terra natale, la piana di Catania, e per tutta l’isola vista come ultimo eden morale, spazzato via  dalla delusione cocente della ben diversa realtà. E’ il Verga formalmente verista, ma tenero e affettuoso verso la piccola  gente come padron ‘Ntoni, Maruzza, Mena, Alessi e la Nunziata, cioè i siciliani anonimi, poveri, ma gran lavoratori, solidali, da ammirare e portare ad esempio, con le loro stimmate di un destino immutabile accettato serenamente come legge di vita. Queste formicuzze eroiche Verga contrapponeva, col cuore e con le opere, ai vizi e alle non qualità della borghesia cittadina italiana post unitaria. Almeno la sua Sicilia era ancora immune dal cancro devastante del progresso, della roba, della ricchezza e dell’avanzamento sociale. Così credeva, così immaginava, così testardamente  con gli occhi chiusi procedeva negli anni ’80 ad esaltare la sana gente isolana, per lui detentrice degli ultimi valori (famiglia, lavoro, sacrificio, casa, rispetto, onestà, altruismo, disinteresse) altrove scomparsi. E’ la fase dei Malavoglia e del bozzetto che lo precede, Fantasticheria. Passa poco tempo, la realtà non può essere ignorata per sempre e Verga deve riconoscere che, non solo la sua Sicilia è affetta come ogni regione dal cancro del progresso, ma la corsa alla ricchezza e all’avanzamento sociale nell’isola è così impetuosa e violenta che, tutto sommato-dice l’autore-allora è meglio la borghesia, con la sua foglia di fico dell’educazione formale. La Sicilia dei padron ‘Ntoni è stata sostituita da quella dei Mazzarò, di Brasi e Lucia (Pane nero) e dei miserrimi, sgradevoli, odiosi protagonisti del brano che presento, La caccia al lupo. Verga ne fece anche una versione teatrale, in cui cambiò qualcosa nel finale rispetto alla novella, in tandem-contrasto con l’altra pièce teatrale, La caccia alla volpe. Due quadri apparentemente diversi, la caccia al lupo rusticana e quella alla volpe d’ambiente nobiliare, che invece, come in un “alfa ed omega” fulmineo, rivelano le disilluse conclusioni dello scrittore: è tutto uguale, dovunque, a qualunque livello sociale, dal nord al sud, per il lungo e per il largo della penisola unificata. Come potrebbe allora meravigliare il grande silenzio di Verga, dal suo ritorno a inizio Novecento a Catania  fino al 1922, anno della morte? La desolazione del grande disilluso poteva avere come espressione unica l’ostinato silenzio del dissenso, dello sconcerto, dell’aristocratico rifiuto dei tempi meschini e totalmente desacralizzati in cui si chiudeva la sua esistenza.

 

Del brano che presento, non voglio anticipare nulla, salvo sottolineare lo sguardo astioso, corrosivo dello scrittore verso una materia umana squallida, senza ideali, senz’amore, né valori d’alcun genere. Non si salva nessuno, neppure gli animali crudelmente usati come metafora animata, la povera agnella impaurita e il lupo “minchione”atterrito dalla morte che sente sul collo.

 

 

La caccia al lupo

 

Una sera di vento e pioggia, vero tempo da lupi, Lollo capitò all’improvviso a casa sua, come la mala nuova. Picchiò prima pian piano, sporse dall’uscio la faccetta inquieta, e infine si decise ad entrare, giallo al par dello zafferano, e tutto grondante d’acqua. Fuori l’ira di Dio, lui con quella faccia, e a quell’ora insolita: sua moglie, poveretta, cominciò a tremare come una foglia, ed ebbe appena il fiato di biascicare: – Che fu?… Che avvenne? … – Ma Lollo non rispose nemmeno – Crepa -. Uomo di poche chiacchiere, specie quando aveva le lune a rovescio. Masticò sa lui che parole tra i denti, e seguitò a guardare intorno cogli occhietti torbidi. Il lume era sulla tavola, il letto bell’e rifatto, tanto di stanga all’uscio di cucina, dove polli e galline, spaventati anch’essi pel temporale, certo, facevano un gran schiamazzo, tanto che la donna diveniva sempre più smorta, e non osava guardare in faccia il marito. – Va bene, – disse lui. – In un momento mi sbrigo -. Appese a un chiodo lo scapolare, posò sulla tavola l’agnella che ci aveva sotto, così legata per le quattro zampe, e sedé a gambe larghe, curvo, colle mani ciondoloni fra le cosce, senza dir altro. La moglie intanto gli metteva dinanzi pane, vino, e la pipa carica anche, che non sapeva più quel che si facesse, in quel turbamento. – A che pensi? Dove hai la testa? – brontolò Lollo. – Una cosa alla volta, bestia! – Masticava adagio, facendo i bocconi grossi, colle spalle al muro e il naso sulla grazia di Dio. Di tanto in tanto volgeva il capo, e dava un’occhiata all’agnella, che cercava di liberarsi, belando, e picchiava della testa sulla tavola . – Chetati, chetati! – brontolò Lollo infine. – Chetati, che ancora c’è tempo. – Ma che volete fare? Parlate almeno! – Egli la guardò quasi non avesse udito, con quegli occhietti spenti che non dicevano nulla, accendendo la pipa tranquillamente, tanto che la povera donna smarrivasi sempre più, e a un tratto si buttò ginocchioni per slacciargli le ciocie fradice. – No, – disse lui, respingendola col piede. – No, torno ad uscire. – Con questo tempo? – sospirò lei, tirando un gran respiro. – Non importa il tempo… Anzi!… Anzi!… – Quando parlava così, con quella faccia squallida, e gli occhi falsi che vi fuggivano, quell’omettino magro e rattrappito faceva proprio paura – in quella solitudine – con quel tempaccio che non si sarebbe udito «Cristo aiutami!». La moglie sparecchiava, in silenzio. Lui fumava e sputacchiava di qua e di là. A un tratto la gallina nera si mise a chiocciare, malaugurosa. – S’è visto oggi Michelangelo? – domandò Lollo. – No… no… – balbettò la moglie, che fu ad un pelo di lasciarsi cader di mano la grazia di Dio. – Gli ho detto di scavare la fossa… Una bella fossa grande… L’avrà già fatto. – Oh, Gesummaria! Perché?… perché?… – C’è un lupo… qui vicino… Voglio pigliarlo -. Ella istintivamente volse una rapida occhiata all’uscio della cucina, e fissò gli occhi smarriti in volto al marito, che non la guardava neppure, chino sulla sua pipa, assaporandola, quasi assaporasse già il piacere di cogliere la mala bestia. Ella, facendosi sempre più pallida, colle labbra tremanti, mormorava: – Gesù!… Gesù!… – Non aver paura. Voglio pigliarlo in trappola… senza rischiarci la pelle… Ah, no! Sarebbe bella!… con chi viene a rubarvi il fatto vostro… rischiarci la pelle anche! Ho già avvisato Zango e Buonocore. Ci hanno il loro interesse pure -. Fosse il vinetto che gli scioglieva la lingua, o provasse gusto a rimasticare pian piano la bile che doveva averci dentro, non la finiva più, grattandosi il mento rugoso, appisolandosi quasi sulla pipa, ciarlando come una vecchia gazza. – Vuoi sapere come si fa?… Ecco: gli si prepara il suo bravo trabocchetto… un bel letto sprimacciato di frasche e foglie… l’agnella legata là sopra… che lo tira la carne fresca, il mariolo!… E se ne viene come a nozze, al sentire il belato e la carne fresca… Col muso al vento, se ne viene, e gli occhi lucenti di voglia… Ma appena cade nella trappola, poi, diventa un minchione, che chi gliene può fare, gliene fa: sassi, legnate, acqua bollente! – L’agnella, come se capisse il discorso, ricominciò a belare, con una voce tremola che sembrava il pianto di un bambino, e toccava il cuore. Sobbalzava di nuovo a scosse, rizzando il capo, e tornava a batterlo sulla tavola come un martello. – Basta! basta, per carità! – esclamò la donna, giungendo le mani, quasi fuori di sé. – No, l’agnella non la tocca neppure, appena si trova preso in trappola con essa… Le gira intorno, nella buca… gira e rigira… tutta la notte, per cercar di fuggirla anche… la tentazione… Come capisse che è finita, e bisogna domandar perdono a Dio e agli uomini… Bisogna vederlo, appena spunta il giorno, con quella faccia rivolta in su, che aspetta i cani e i cacciatori, con gli occhi che ardono come due tizzoni… – Si alzò finalmente, adagio adagio, e si mise a girondolare per la stanza, come un fantasma, strascicando le ciocie fradice, frucacchiando qua e là, col lume in mano. – Ma che cercate? Che volete? – chiese la povera moglie, annaspandogli dietro affannata. Egli rispose con una specie di grugnito, e cacciò il lume sotto il letto. – Ecco, ecco, l’ho trovato -. Il turbine in quel momento parve portarsi via la casa. Uno scompiglio in cucina: la donna che strillava, attaccata all’uscio: una ventata soffiò sul lume a un tratto, e buona notte. – Santa Barbara! Santa Barbara!… Aspettate… Cerco gli zolfanelli… Dove siete? Dove andate? Rispondete almeno! – Zitta – disse Lollo ch’era corso a stangare la porta di casa. – Zitta, non ti muovere, tu! – E si diede a battere l’acciarino sull’esca, verde come lo zolfanello che aveva acceso, tanto che alla povera moglie tremava il lume in mano. Egli tornò a girondolare, cheto cheto. Prese un bastoncello di rovere, lo intaccò da un capo e vi legò una funicella di pelo di capra. La moglie, che le erano tornati gli spiriti vitali al veder dileguarsi il temporale, e mostrava di stare attenta anzi a quel lavoro, coi gomiti sulla tavola, e il mento fra le mani, volle sapere: – Che è questo? – Questo?… Che è questo? – mugolò lui, soffiando e fischettando. – Questo è il biscotto per chiuder la bocca la lupo… Ce ne vorrebbe un altro per te, ce ne vorrebbe! Ah, ah!… Ridi adesso?… T’è tornato il rossetto in viso?… Voi altre donne avete sette spiriti, come i gatti… – Essa lo guardava fisso fisso, per indovinare quel che covasse sotto quel ghigno: gli si strusciava addosso, proprio come una gatta, col seno palpitante, e il sorriso pallido in bocca. – Sta ferma, sta ferma, che fai versare l’olio… L’olio porta disgrazia… – Sì, che porta disgrazia! – proruppe lei. – Ma che avete infine? Parlate! – Tò! Tò! Ecco che vai in collera ora!… Le sai tutte, le sai!… Vuoi sapere anche come si fa a pigliarlo? Ecco qua: gli si cala questo gingillo nella buca; il lupo, sciocco, l’addenta; allora, lesto, gli si passa la funicella all’altro capo del bastone, e si lega dietro la testa. L’affare è fatto. Dopo, il lupo potete prenderlo e tirarlo su, che non fa più male… E ne fate quel che volete… Ma bisogna aspettare a giorno chiaro… Ora vo a preparare la trappola… – V’aspetto adunque? Tornate? – Lollo andò a staccare lo scapolare grugnendo: – Uhm!… uhm!… – E tornò a prendere l’agnella: – Vedremo… Il gusto è a vederlo in trappola… che ne fate poi quel che volete… senza dar conto a nessuno… Anzi vi danno il premio al municipio!… Tu sta cheta, sta cheta – ripeté mettendosi l’agnella sotto il braccio. – Sta cheta che il lupo non ti tocca. Ha da pensare ai casi suoi, piuttosto -. Uscì così dicendo, senza dar retta alla moglie, e chiuse l’uscio di fuori. – Che mi chiudete a chiave? – strillò la donna picchiando dietro l’uscio. – Eh? Che fate? – Lollo non rispose, e si allontanò fra l’acqua e il vento. – Oh Vergine santissima! – esclamò la poveretta aggirandosi per la stanza colle mani nei capelli. S’aprì invece l’uscio della cucina e comparve Michelangelo, pallido come un morto, che non si reggeva in piedi. – Presi!… Siamo presi! – balbettò lei con un filo di voce. – Ci ha chiusi a catenaccio! – Lui da prima voleva fare il bravo. Tirò su i calzoni per la cintola, incrocicchiò le braccia sul petto, tentò di balbettare qualche cosa per far animo alla povera donna: – Va bene!… son qui… t’aspetto!… – Poi, tutt’a un tratto, fosse il naturale suo proprio che lo vincesse, o il nervoso che gli metteva addosso il va e vieni di lei che pareva proprio una bestia presa in gabbia, scappò a correre anche lui all’impazzata, di qua e di là per la stanza, in punta di piedi, pallido, stralunato, tentò e ritentò la porta, scosse l’inferriata della finestra, s’arrampicò sulla tavola e sul letto per dar la scalata al tetto annaspando colle braccia tremanti, cieco di paura e di rabbia. Infine s’arrese, trafelato, guardando bieco la complice, accusandola d’averlo attirato nel precipizio. – Ah! – scattò allora su lei, colle mani ai fianchi. – È questa la ricompensa? – Zitta! – esclamò lui spaventato, chiudendole la bocca colla mano. – Zitta!… Non vedi che abbiamo la morte sul collo? – Doveva cogliermi un accidente, quando mi siete venuto fra i piedi! – seguitò a sbraitare la donna. – Doveva cogliermi una febbre maligna! – Ssss!… – fece lui colle mani e la voce stizzosa. – Ssss! -. Si udiva solo il vento, e l’acqua che scrosciava sul tetto. Lei si teneva il capo fra le mani, e lui stava a guardarla, inebetito. – Ma che disse? Che fece? – biascicò infine. – Alle volte… Ci è parso perché siamo in sospetto… – No! – rispose la moglie di Lollo. – È certo! È certo che sapeva!… – E allora?… allora?… – scattò su Michelangelo, tornando ad alzarsi come fuori di sé. Il lume, a cui mancava l’olio, cominciava a spegnersi. Egli furioso scuoteva di nuovo porta e finestra, rompendosi le unghie per scalzar l’intonaco, mugolando come una bestia presa al laccio. – Ave Maria, aiutatemi voi! – supplicava invece la donna. – Prima dovevi dire le avemarie… prima!… – esclamò infine lui. E cominciò a sfogarsi dicendole ogni sorta d’improperi.

 

Michela Tartaglia
Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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