Lontano da dove: il cuore straziato di Melibeo

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Chi, dopo aver letto e un po’ memorizzato la prima ecloga delle Bucoliche di Virgilio, ha potuto poi scordare l’inizio del dialogo, che denuncia con frasi apparentemente normali la drammatica situazione di cui tratta l’ecloga? C’è un pastore che suona il suo flauto agreste e l’altro pone in contrasto questa serena quotidianità con i suoi verbi tutti improntati dal movimento e dallo stordimento incredulo e purtroppo reale. L’apertura ex abrupto, in esametri, con la voce di Melibeo, contadino e pastore fino a poco tempo prima, ora privato di tutti i suoi pur modesti averi e avviato col cuore affranto chissà dove, delinea l’esilio che non ha mappe e istruzioni per arrivarci; Melibeo, spingendo innanzi il suo minuscolo gregge, deve lasciare indietro una capretta che, su una dura pietra fra macchie di cornioli, nel trambusto generale ha partorito due capretti morti. Lo sguardo indugia sui campi ben coltivati, che ora andranno in premio ad un soldato ignaro di agricoltura; la povera casa, le piante, gli alberi, i ricordi delle api al lavoro indisturbate e delle capre spericolate in bilico sulle rocce, pencolanti sul vuoto. C’è poco da farsi coraggio, o nutrire  una sia pur esile speranza: in poco tempo il nuovo padrone, inesperto e non capace di amare quei posti e quel lavoro, vanificherà quanto fatto finora e quel piccolo eden, accogliente riparo dalla fame, sarà ridotto a un mare di rovi, a un appezzamento arido e incolto.

L’interlocutore fortunato è Titiro, che, sdraiato sotto l’ombra di un ampio faggio, modula con la fistula canti d’amore per la sua bella. A lui è andata meglio: a Roma, la grande Roma, ha avuto la fortuna di conoscere un dio, che gli ha assicurato la continuità del suo lavoro nella sua proprietà. Niente esproprio, niente esilio; eterna gratitudine per questo giovane potentissimo benefattore e sicuramente un po’ di vergogna e di senso di colpa per il destino diverso dell’amico Melibeo, tanto che, osservando che è quasi sera, lo invita a rifocillarsi e trascorrere la notte da lui, mentre si allungano le ombre dei monti e dai comignoli esce il fumo della legna accesa per cucinare e riscaldarsi.

Questa  raccolta di dieci canti pastorali di contenuto diverso e fra loro autonomi, in esametri, sono la prima opera del giovane Virgilio.

Il modello greco di Teocrito, che aveva inventato il genere dei quadretti di ambiente pastorale, viene profondamente rivisto in un’ottica più soggettiva e drammatica, che non esclude richiami storici concreti, mettendo in contrasto ambiente sereno e contesti dolorosi e laceranti.

Se i nomi dei pastori di Virgilio sono greci ed espliciti i richiami all’Arcadia, il paesaggio è invece del tutto italico, se non addirittura mantovano. Forte è anche l’influenza del De rerum natura di Lucrezio e il sottile richiamo a sensibilità epicuree, conseguenza degli studi napoletani presso la scuola del filosofo epicureo Sirone.

Nelle Bucoliche il sogno di regressione nelle melanconiche e armoniche atmosfere naturali sembra proporre il tentativo di allontanare da sé i ricordi amari delle guerre civili, di vivere nascosto, lontano dagli scenari di morte e violenza, di ricercare nel privato quella consolazione che la vita civile e politica non sa più offrire.

Ma se Virgilio avesse proposto solo un idillico ritiro a vita privata e il lieto zufolare di pastori estraniati dal loro tempo storico, non avrebbe avuto tanto successo né tanto ascolto.

Proprio la I Bucolica invece parte con il lamento di Melibeo “ noi lasciamo le terre della patria e i dolci campi, noi fuggiamo la patria”, nos patriae fines et dulcia linquimus arva;/ nos patriam fugimus”.

Titiro subito ammette che, se a lui non è capitata in sorte una simile sventura, è grazie a un “dio” che gli ha donato la pace.

Melibeo non lo invidia, ma è stupito che, mentre tutto attorno è disordine e morte, Titiro possa vivere sereno: “Non equidem invideo, miror magis: undique totis/ usque adeo turbatur agris”.

Melibeo trascina a stento una capra che per la fatica del viaggio si è sgravata di una coppia di capretti morti e abbandonati sulle pietre.

Titiro racconta allora di essere stato a Roma dove ha conosciuto il giovane divino ( Augusto ) che lo ha aiutato.

Melibeo ascolta e saluta il vecchio fortunato, contento per la sua fortuna, mentre ricorda che lui invece sarà costretto a non rivedere mai più le sue terre lavorate invano per un soldato, definito come empio e barbaro, che se le godrà, senza avere mai faticato per raccoglierne i frutti.

“ En quo discordia cives/ produxit miseros: his nos consevimus agros!”ecco dove  la discordia ha condotto i miseri cittadini, noi abbiamo coltivato i campi per costoro!”.

Titiro impietosito invita Melibeo a fermarsi nella sua casa la notte, gli offre ospitalità, mentre dall’alto dei monti già scendono le ombre della sera “ cadunt altis de montibus umbrae”. 

Proprio il duo Titiro e Melibeo rivela la capacità virgiliana di aderire alle doppie ragioni dell’uno e dell’altro, e forse questa potrebbe essere la vera cifra umana e poetica di Virgilio. Si tratta di quella pietas che farà scrivere a Virgilio le pagine memorabili di Didone suicida per amore di Enea, o l’agonia sconvolgente e terribile dei cavalli nella moria della pestilenza del Norico, quella capacità tutta virgiliana di sentire dentro di sé le ragioni dei vinti, degli altri, ragioni avvertite come proprie.

La guerra civile ha interiorizzato il conflitto, lo ha reso tutto soggettivo, doloroso, intimo, impossibile da conciliare se non attraverso l’ascolto, il dialogo e la pietas.

Titiro e Melibeo sono i due volti di Virgilio da subito, la sua lacerazione è posta in relazione grazie alla difficile alchimia di una reciprocità che è accoglienza dell’altro da sé, delle ragioni del vinto accanto a quelle del vincitore.

Se Virgilio, pur essendo il più augusteo e convinto degli autori di questo secolo, non è mai retorico o inautentico, è per questa disposizione dell’animo, per l’inquietudine che non gli ha mai fatto dimenticare la complessità delle sorti umane, di chi si innalza e di chi cade, di chi macina successi e di chi ne viene strangolato.

Virgilio inoltre non ama il potere, lo comprende, lo giustifica storicamente e ne sente la necessità, ma la sua indole lo porta a preferire le dimensioni appartate, semplici, sobrie, quiete.

Patriam fugimus: Virgilio vorrebbe una patria ben diversa, apre a tensioni utopiche, non dentro le mura della grande città, ma nel piccolo ambiente domestico di una casa dove ci si può proteggere, non solo simbolicamente, dalle ombre della notte.

Il forte richiamo iniziale che coinvolge il nome Titiro ed i relativi pronomi, definiscono l’opposizione tra le sorti dei due amici. Le diverse condizioni vengono rimarcate per tutta l’ecloga, mediante l’utilizzo di verbi di stato quando si parla di Titiro, e verbi di moto per Melibeo. Questa differenza si accentua nella terza sequenza, in cui si profila l’esilio di Melibeo (“tua rura manebunt”, opposto a “ibimus e veniemus”). L’ecloga è, nel suo complesso, semplice ma sorvegliata: evita i toni bassi, e la suggestione che provoca nel lettore è affidata alla frequente aggettivazione, e a frequenti giochi fonici, spesso in funzione onomatopeica. Non manca, comunque, il tratto colloquiale: nello scambio dialogico compaiono, ma con misura, espressioni tipiche del parlato. Lo stile si innalza nella sequenza del deus pastorale, evocato sullo sfondo della città e designato attraverso il dimostrativo enfatico “ille” (vv. 7-9). Il motivo encomiastico porta con sé uno stile più elevato, sempre però mantenuto nell’ambito del registro bucolico, come nella similitudine ai vv. 24-25.

Del carme veniva proposta già dagli antichi un’interpretazione in chiave allegorica, giustificata per altro dalle convenzioni stesse del genere bucolico: anche Teocrito infatti aveva raffigurato in qualche caso sotto le maschere dei pastori se stesso e altri personaggi reali. È possibile dunque leggere l’intero componimento posto in apertura alla raccolta servendoci dell’interpretazione allegorica, mediante la quale sotto le maschere del pastore Titiro si celerebbe lo stesso Virgilio, minacciato nei suoi possedimenti mantovani dalle distribuzioni di terre ai veterani, e reintegrato nel possesso del suo fondo da Ottaviano, personificato dal giovane deus celebrato nell’ecloga. Ma non si tratta in realtà di una identificazione totale, poiché Titiro è un senex (v.46), mentre il poeta nel 41 a. C. doveva avere appena trent’anni. Si tratta dunque di una allegoria non sistematica e non legata ad un unico personaggio, perché in realtà notiamo che Virgilio parla per bocca di entrambi i personaggi, esprimendo per mezzo di  Titiro l’ammirazione e la gratitudine per il potente benefattore, e per mezzo di Melibeo l’amarezza sua e dei suoi compatrioti per le dolorose espropriazioni, conseguenze funeste delle guerre civili. Si tratta “di una allegoria intermittente”, dal momento che di norma l’allegoria dovrebbe essere una semplice sostituzione del nome, mantenendo i caratteri di base.

Melibeo e Titiro, però pur essendo entrambi rappresentanti del mondo pastorale, sono espressioni di due tempi e spazi differenti: il tempo di Melibeo è quello della storia, provvisto di un passato felice, di un presente turbato da un movimento e di un futuro costituito da un mondo altro; il tempo di Titiro invece è l’eterno presente, è il tempo dell’eterna primavera, dell’aurea aetas, un tempo divino, reso tale dal legame che egli ha istaurato con il suo deus, lo iuvenis.

Mediante l’interpretazione allegorica dell’ecloga è possibile dunque intravedere il dramma privato e pubblico che Virgilio intende rappresentare servendosi dei protagonisti del suo componimento bucolico.

Il contesto storico dell’ecloga si riferisce al periodo compreso tra il 42 e il 41 a.C., durante il quale le terre agricole di Cremona e di Mantova furono espropriate ai legittimi proprietari e distribuite in premio ai veterani di Ottaviano, che a Filippi avevano combattuto e vinto i Cesaricidi. Numerosi pastori e agricoltori si erano visti con  prepotenza privati dei propri beni, proprio come il Melibeo dell’ecloga. Il fortunato Titiro invece ha conservato le sue terre.

Dietro la persona di Titiro vi sarebbe dunque lo stesso Virgilio, che in una prima fase avrebbe conservato il suo podere mantovano per l’interessamento di Asinio Pollione presso Ottaviano, il deus iuvenis dell’ecloga, per perderlo dopo non molto in un’altra fase di spartizione.

Tutta l’atmosfera è malinconica, umbratile; il presente è grigio e triste; soffrono gli uomini, soffrono gli animali, non soffrono più i due caprettini, graziati dalla morte. La natura è gentile, opulenta e luminosa, ma restituisce solo quello che ha ricevute: fiori e abbondanza di prodotti se coltivata con fatica e amore; invece caos di piante inselvatichite e rovi, se la si considera solo un limone da spremere.

 

 

 

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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