L’epicedio di Cornelia, “regina elegiarum”

ghirigori

CinthiaHostia,  chiamata da Properzio “Cinthia”

L’elegia romana è un componimento poetico costituito da strofe di due distici, con la successione di un esametro e un pentametro ed esprime, tramite una complessa rete di convenzioni letterarie e di situazioni topiche, un’esperienza fortemente soggettiva, che passa attraverso una serie di tappe: l’innamoramento, la gelosia, il litigio, il discidium, la riappacificazione, il distacco definitivo, il sogno.

Al centro del racconto elegiaco c’è l’amore, non felice, invece turbolento, tormentato, che tramuta l’uomo in schiavo, una schiavitù da cui è pressoché impossibile liberarsi perché è un amore che rende l’uomo succube della sua passione. La donna, in particolare, è padrona di sentimenti dell’uomo e del suo cuore, ma viene idealizzata come irraggiungibile oggetto d’amore e anche insultata (nei momenti di distacco) come avida e del tutto incapace di apprezzare sentimenti profondi e quindi non in grado di ricambiare l’amore del poeta. Al centro di ogni raccolta di elegie c’è sempre un nome di donna (Licoride per Gallo, Delia e Nemesi per Tibullo, Cinzia per Properzio) a cui sarebbe vano, oltre che inutile, dare identità anagrafica.

La donna viene da un lato mitizzata ed estremamente idealizzata come irraggiungibile oggetto d’amore, dall’altro insultata come incostante, avida, fedifraga, del tutto incapace di capire e apprezzare sentimenti profondi. In Catullo, per esempio come oggetto del canto non troviamo una donna  concreta, quanto la ricerca, sempre delusa, di un’ ideale figura femminile capace di incarnare un concetto d’amore altissimo, sublime, che abbia come termine di confronto il mito. Per questo i momenti di maggior ricchezza lirica, sia in Catullo sia nei poeti elegiaci, si raggiungono quando la donna viene contemplata in absentia, mentre è lontana, o dopo il discidium, o addirittura dopo la morte, quando è divenuta un sogno sull’onda dei ricordi e della nostalgia, fantasma che non teme confronti con la realtà, perché è pura creazione della fantasia e del sentimento e finalmente coincide in pieno con l’immagine idealizzata che, in vita, il poeta ne aveva fatto.

Si tratta di figure che, benché affondino le radici in un’esperienza reale, vivono entro una ben più complessa esperienza letteraria. Al contrario, però sarebbe completamente errato considerare le elegie di Tibullo o di Properzio in chiave strettamente autobiografica. E’ infatti un rapporto che viene essenzialmente idealizzato nel sogno e nella fantasia del poeta. Nonostante ciò, non si pensi che questi poeti non siano sinceri o che non esprimano sentimenti veri, anzi Tibullo e Properzio nelle loro poesie rimandano ad una visione della vita filosofica, simile a quella dei poeti nuovi (totale e totalizzante), piuttosto che ad una descrizione cronologica di avvenimenti e fatti amorosi.

La presenza dell’amore è accompagnata da alcuni luoghi comuni:

            *        La bellezza della donna, che cambia a seconda degli autori; in Tibullo semplice e non artefatta. In Properzio aggressiva e sensuale; codificata in una puntuale precettistica in Ovidio.

             *       L’infedeltà al patto amoroso, da cui scaturisce uno dei sentimenti più ricchi di drammaticità e di pathos, la gelosia, che si esprime nelle forme del lamento, del rimprovero, accorato o dell’invettiva. Il patto – foedus/sacra fides – è un legame sacro ed inviolabile ed è per questo motivo che nelle liriche scaturiscono i sentimenti sopra citati.

               *     Il discidium (distacco) a causa dell’incostanza della donna che lascia l’amante, offrendo così l’occasione per tutta un’altra serie di situazioni topiche.

E’ necessario comunque operare una netta distinzione fra la rappresentazione dell’amore in Tibullo e in Properzio da un lato e in Ovidio dall’altro: nei primi la convenzionalità della vicenda è riscattata dal profondo coinvolgimento emotivo del poeta che analizza il proprio cuore, nel secondo l’amore è spogliato dei suoi risvolti più coinvolgenti e si riduce a gioco e a passatempo.

Il modello elegiaco in definitiva si propone, oltre che come codice letterario, anche come modello etico alternativo a quello augusteo, centrato sull’amore -passione e non sul dovere civico, sulla ricerca della felicità personale e non sui valori collettivi, sull’esaltazione di una vita tranquilla e non della virtus che sa imporre la pace con le armi. Rispetto ai poeti novi, gli elegiaci hanno abbandonato certamente gli atteggiamenti più apertamente provocatori, ma sono ugualmente decisi nell’affermazione di un tipo di poesia e insieme di un modello di vita centrati sull’individualismo, sull’otium, sul disimpegno.

Giungere da Assisi a Roma nel 30 a.C, per seguire il percorso di studi canonico per i rampolli di buone e facoltose famiglie, diritto e retorica, per un quasi ventenne fu l’inizio di una vita dorata ma anche molto dolorosa: Sesto Properzio da subito si dedicò alla poesia elegiaca, suscitando l’interesse di Mecenate, che ben presto lo accolse nel suo circolo, tra i poeti mitici del tempo, Virgilio, Orazio, Cornelio Gallo, Ovidio. Ma fu l’incontro con la stupenda Hostia a portare il giovane su nell’empireo della passione amorosa. Secondo l’uso dei poeti elegiaci, egli le cambiò il nome in Cinthia e ne fu avviluppato probabilmente fino alla morte della donna ed anche oltre. Bella, colta, elegante, disinvolta, abituata al lusso, forse la fulva Cinthia dagli occhi neri, cortigiana raffinatissima, più grande di Properzio, aveva amanti importanti per sostenere l’alto tenore di vita. E’ ovvio che il giovane, innamorato perso, all’inizio accettasse qualunque situazione, pur di avere Cinthia, poi cominciò a volerla solo per sé, diversa da come realmente era, modellata dalla mente del poeta su un modello personale astratto. Tra i due comunque ci fu una relazione durata almeno 5 anni; dei quattro libri di elegie -92 in tutto – il primo pubblicato nel 28, era quasi interamente dedicato a Cinthia e all’amore per lei ed ebbe il titolo greco di Monobyblos. La storia di Properzio non differisce molto da quella di Catullo, Tibullo e forse pure Cornelio Gallo: giovani ricchi, provinciali, che restano irretiti dal fascino mondano delle splendide cortigiane romane, annoiate, libere e spregiudicate; in ogni caso all’inizio s’accendono relazioni appassionate, che si spengono quando le donne si stancano o passano ad altri amori. Di solito a soffrire restano i giovani poeti, abbandonati, respinti, traditi quando pretendono un rapporto esclusivo o chiedono apertamente alla donna di non essere quella che è.

Cinzia è innanzitutto splendida presenza fatta di carne, che ossessiona la fantasia e il ricordo e alimenta la gelosia di Properzio per quella donna che pure, teneramente nella mente del poeta, da sola costituiva “la sua casa, i suoi genitori”, ogni possibilità di gioia per la sua vita. Ma raramente in lui,  l’amore è appunto gioia e tenerezza, quasi sempre è dolore: egli vive questo sentimento in modo drammatico, come una tormentosa passione che lo sfianca.

Ma, mentre gli altri elegiaci continuano a scrivere nel solco tracciato inizialmente, in Properzio si allarga l’orizzonte dei temi trattati; non solo –alla maniera alessandrina e callimachea – vita vissuta e miti; nel secondo libro, in corrispondenza con l’incrinarsi del suo rapporto amoroso con Cinzia, si fanno più frequenti i temi celebrativi e nel quarto appaiono le “elegie romane”. L’adesione e il contatto con il circolo di Mecenate portò Properzio ad accostarsi ai temi civili, secondo le indicazioni culturali suggerite dal regime augusteo. Con il IV libro anche le altre elegie risultano frutto di maggiore estensione e di maggiore impegno rispetto a tutte le precedenti, ma ci sono anche due elegie dedicate all’amore coniugale: in particolare, l’XI, che la tradizione ha eletto “regina elegiarum”, che è una celebrazione delle antiche virtù delle matrone romane, nelle nobili parole che, dopo la morte, Cornelia rivolge al marito Emilio Paolo.

Dunque il tempo per Properzio non era passato invano: ci saremmo aspettati l’epicedio di Cinthia  a chiudere in cerchio perfetto la sua produzione poetica. Invece un componimento straordinario, fortemente orientato verso l’esaltazione del mos maiorum, dei valori dell’amore coniugale, dell’orgoglio dei figli, della infinita tristezza del distacco di una matrona dalla famiglia più che dalla vita, elevano Properzio tra i delicati conoscitori della psiche muliebre fin nelle pieghe più riposte. L’epicedio di Cornelia è un vero e proprio messaggio dal mondo dei defunti, sussurrato al marito amatissimo, che indugia a piangere ancora e inutilmente sul suo sepolcro.

 

L’epicedio di Cornelia

 L’epicedio di Cornelia, figlia di Cornelio Scipione e sposa di Lucio Emilio Paolo Lepido, console nel 34 e censore nel 22 a.C., è considerata la “regina” delle elegie, per la sua bellezza formale, la profondità dei sentimenti che esprime e l’ampio affresco che tratteggia dei valori familiari dell’antica Roma.

La poesia si sviluppa come un lungo e vibrante monologo pronunciato dalla defunta e si articola in tre momenti ideali:

*      nel primo, Cornelia si abbandona a un accorato lamento sull’ineluttabilità della morte, contro la quale a nulla valgono l’amore coniugale e la gloria della stirpe;

*    nel secondo, supplica la misericordia degli dei degli Inferi, evocando i propri meriti di moglie e di madre;

*     nel terzo – forse il più vicino alla nostra sensibilità – affida la cura dei figli al marito, con accenti che, per ispirazione poetica e finezza psicologica, segnano un vertice espressivo fra i più potenti della letteratura di ogni tempo. Tutti i valori fondamentali per una donna di quella lontana civiltà vengono riaffermati nel ricordo di una vita vissuta nella purezza e nella dignità: l’amore tenero e fedele; la condotta etica degna degli avi; la fecondità come fonte di gioia nell’oggi e sola via d’immortalità; la consolazione di non aver mai dovuto piangere la morte di un figlio; la speranza, quasi sussurrata, di poter restare per Paolo l’unica sposa mai amata, ma anche l’affettuoso e realistico auspicio che i figli, un giorno, sappiano accettare l’arrivo di una «prudente matrigna».

Nello sviluppo complessivo, sempre teso e sublime, alcuni versi trapassano il cuore come saette di rara bellezza e verità: «Volentieri io salpo sulla barca, perché in tanti dei miei si prolungherà il mio destino»; «A tormentarti per me ti bastino, Paolo, le notti e i sogni in cui crederai spesso di ravvisare il mio volto»; e quello forse più lapidario e commovente, che dall’esito della cremazione ormai avvenuta trae un amaro insegnamento sulla nostra piccolezza e caducità: «Et sum, quod digitis quinque legatur, onus», «Questo sono io ora: un peso leggero, che sta in una mano».

ghirigori

Properzio, Elegiae IV, XI

Smetti, Paolo, di far forza con le lacrime al mio sepolcro:

a nessuna preghiera s’apre la nera porta;

una volta che i morti sono passati sotto le leggi degli Inferi,

da inesorabile acciaio è sbarrata la via.

Se anche oda le tue preghiere il dio della reggia notturna,

sii certo, sordi i lidi berranno le tue lacrime.

I voti inteneriscono solo i celesti:

quando il nocchiero ha avuto il suo obolo,

la livida porta rinserra gli erbosi sepolcri.

Così squillarono meste le trombe,

quando la torcia nemica, posta sotto il feretro,

consumava il mio capo.

Che mi giovarono l’unione con te, Paolo,

i trionfi degli avi e i pegni preziosi della mia fama?

Non meno inesorabili trovò Cornelia le Parche,

e questo sono io ora:

un peso leggero, che sta in una mano.

Tristi notti di strazio e voi acque lente,

paludi, e ogni onda che impaccia i miei piedi,

innanzi tempo, sì, ma incolpevole qui son venuta:

mite legge il Padre di quaggiù accordi alla mia ombra…

Io stessa peroro la mia causa: se mento,

l’urna funesta gravi le mie spalle.

Se fu di onore ad alcuno la fama degli aviti trionfi,

l’Africa parla dei miei avi, a cui Numanzia diede il suo nome;

e un’altra schiera di antenati dà eguale lustro ai materni Liboni,

e l’una e l’altra casa si regge su titoli di gloria.

Poi, quando cedetti alle fiaccole nuziali

e un’altra benda avvolse le mie chiome,

mi unii, Paolo, al tuo letto che sì presto dovevo lasciare:

su questa pietra si legga che fui sposa a uno solo.

Chiamo testimoni le ceneri degli avi che tu veneri,

Roma, sotto la cui gloria, o Africa, percossa tu giaci;

e Perseo, che a gloria stimolava il suo cuore degno dell’avo Achille…

ch’io non attentai al rigore della legge censoria,

né il vostro focolare arrossì di alcuna mia colpa.

A così gloriosi trofei non recò infamia Cornelia:

anzi, della grande famiglia fu anch’essa un membro esemplare.

La mia vita non mutò mai, è tutta immune da macchia:

irreprensibile io vissi dall’una all’altra fiaccola.

La natura mi dettò leggi attinte al mio stesso sangue:

per timore di giudici non avrei potuto essere migliore.

Qualunque tribunale faccia di me rigoroso giudizio,

nessuna donna dovrà vergognarsi di sedere al mio fianco…

Sono lodi per me le lacrime della madre

e il cordoglio dei cittadini…

Meritai la veste che è insigne emblema di fecondità,

né fui rapita dalla morte a una casa priva di figli.

Tu, Lepido, e tu, Paolo, figli miei, mio conforto dopo la morte,

nel vostro abbraccio io chiusi gli occhi…

E tu, figlia, che nascesti ornamento della magistratura paterna,

fa’ di tenere un solo marito, imitando il mio esempio.

Con la discendenza date sostegno alla stirpe:

volentieri io salpo sulla barca,

perché in tanti dei miei si prolungherà il mio destino…

Ora a te io raccomando il dono comune dei figli:

quest’ansia vive inconsunta nelle mie ceneri.

Fa’ loro anche da madre, tu che sei padre:

la mia frotta di figli ora dovrai portarla tutta al collo tu solo.

Quando li bacerai piangenti, aggiungi i baci della madre:

il peso di tutta la casa d’ora in poi graverà su te solo.

E se avrai voglia di piangere, fallo quando sono lontani!

Quando verranno, con asciutte guance illudi i loro baci!

A tormentarti per me ti bastino, Paolo,

le notti e i sogni in cui crederai spesso di ravvisare il mio volto;

e quando nel segreto parlerai alla mia immagine,

parlami come s’io potessi risponderti.

Se però la casa vedrà un nuovo letto

e una prudente matrigna si assiderà nel mio talamo,

approvate, figli, e accettate le nozze del padre:

essa s’arrenderà vinta dalla vostra dolcezza.

Non lodate troppo la madre:

confrontata alla prima, essa vedrà un’offesa

nelle vostre imprudenti parole.

Ma se, nel ricordo di me, egli resterà fedele alla mia ombra

e penserà che di tanto sian degne le mie ceneri,

fin d’ora imparate ad accorgervi della vecchiaia che per lui giunge:

per l’uomo che è solo nessuna via resti aperta agli affanni…

Va tutto bene: mai, come madre, io ebbi a prendere il lutto:

alle mie esequie è venuta tutta la schiera dei miei figli.

È perorata la mia causa.

Alzatevi voi che mi piangete, testimoni,

mentre grata la terra mi rende il compenso per la mia vita.

Alla mia virtù s’aperse anche il cielo:

ch’io sia degna, per i miei meriti,

che la mia ombra navighi sulle acque dei pii.

 ghirigori

 

 

Michela Tartaglia
Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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