“siamo entrambi una sola pietra”(ein stein=una pietra)

In memoria di una grande donna, Mileva Maric-Einstein

 

Quando varcò i cancelli del Politecnico di Zurigo, nel 1896, Mileva Maric era soltanto la quinta donna ad essere stata ammessa in quell’Istituto. Non era già più una giovinetta: nata a Titel, in Vojvodina (Serbia) alla vigilia di Natale del 1875, aveva già quasi ventun anni. Non era assolutamente facile in quegli anni per le donne frequentare gli istituti universitari, e la giovane serba aveva optato per Zurigo proprio perché erano pochissime le università europee che accettavano donne tra i loro studenti. Inoltre, come suddita dell’impero asburgico, che non consentiva alle donne di conseguire un diploma di scuola superiore,  Mileva, fiera e indomita, con l’appoggio del padre,  appena diciottenne si era recata da sola a Zurigo per conseguire il diploma di maturità, che le consentisse poi l’accesso agli studi universitari. Ancora va aggiunto che il Politecnico, diversamente dall’Università di Zurigo, non rilasciava attestati di laurea, bensì diplomi. Pur essendo storicamente la quinta, a frequentare Fisica all’Istituto Mileva non aveva nessuna compagna con cui instaurare una qualche complicità femminile: nel 1896 fu l’unica donna del suo corso di studi. Del resto, la sua classe non era certo molto frequentata: gli studenti erano poco numerosi, e uno di loro era un ragazzino tedesco di diciassette anni appena, che come lei aveva la famiglia lontana, tra Milano e Pavia, in Italia. Anzi, il ragazzino aveva rinunciato alla cittadinanza tedesca, non era ancora cittadino svizzero, e non sembrava essere destinato ad un avvenire brillante. Qualche tempo prima aveva fallito l’esame di ammissione all’ETH (che aveva tentato in anticipo sui tempi, grazie ad una speciale dispensa), ed aveva ripiegato andando a studiare in un liceo di Aarau per preparare un secondo tentativo, quello che ebbe poi miglior esito proprio nel 1896. Tra i pochi studenti della sua classe non appariva come il più dotato, non certo quanto Marcel Grossmann ad esempio, giovane ungherese solo di un anno più vecchio, che già palesava tutti i sintomi d’una grande mente matematica. Ma quel ragazzino si chiamava Albert Einstein.

C’è uno strano miscuglio di moderno e d’antico in questa storia di inizio ventesimo secolo: Mileva viaggia come una giovane donna dei nostri tempi, attraversando mezza Europa alla ricerca della migliore università: viene spontaneo considerarla dotata e intraprendente, giudizi che si concedono ancor oggi a fanciulle disposte a vivere da sole in terra straniera pur di costruirsi una formazione adeguata. Di famiglia non ricca, ma comunque appartenente alla borghesia serba, giunse a Zurigo dove presumibilmente era ancora considerato una stranezza, un segno dei tempi, vederla sedere in gonna lunga e crinoline nei banchi popolati quasi esclusivamente dai maschi. Ancora quattro anni più tardi, in Germania, Emmy Noether avrebbe avuto ben maggiori difficoltà solo per ottenere il permesso di assistere alle lezioni dell’università di Erlangen, senza neanche ottenere lo status di “studente”. Mileva affrontò un primo anno di studi a Zurigo in maniera molto brillante, tanto da ottenere per l’anno successivo un semestre di studio ad Heidelberg. Una brillante carriera al femminile sembrava aprirsi per la giovane serba: ma un essere umano è un sistema complesso e complicato, con fragilità impreviste. Mileva era claudicante dalla nascita, e, nonostante una indiscutibile fierezza negli occhi tramandataci dalle sue foto dell’epoca, non era una bellezza classica. Era circondata da pochi compagni di classe tutti più giovani di lei, e forse si sentiva fragile anche per essere di qualche anno più vecchia di loro. Forse per bisogno di vincere le sue paure, forse per innata fragilità, forse per pura passione e affinità elettive, Mileva si ritrovò ad imbastire una storia d’amore con quel compagno di classe di quattro anni più giovane. Nel 1899 Albert Einstein aveva vent’anni, Mileva Maric ventiquattro, si frequentavano con assiduità e le rispettive famiglie erano al corrente della loro relazione. Forse perché poco fiduciosi nel fascino femminile di Mileva, forse perché ventiquattro anni non erano a quei tempi considerati troppo pochi per un matrimonio, non sembra che la famiglia Maric si sia mai opposta alla relazione tra i due studenti dell’ETH. Furono invece Hermann e Pauline Einstein, da Milano, che si opposero vigorosamente: Mileva era troppo vecchia per Albert, era zoppa e, per quel che poteva contare, non era neanche ebrea. Non era quanto avevano sognato come nuora, non era la persona giusta per quel figlio che viveva da solo a Zurigo. In qualche modo, la relazione sembra influisse anche sul rendimento di entrambi: Albert era sempre stato uno studente anomalo, molto brillante in alcune materie e del tutto apatico in altre, ma Mileva aveva sempre raggiunto un buon profitto; eppure, forse a causa dell’innamoramento, forse a causa delle difficoltà che esso comportava, forse per altre cause del tutto inconoscibili, gli esami che entrambi affrontarono nel 1900 ebbero esiti abbastanza disastrosi. Albert arrivò ad una media di 4,91 su 6,00; Mileva si fermò a 4,00. Gli esiti finali respinsero Mileva, che non riuscì mai più ad ottenere il diploma, mentre Albert riuscì ad ottenere l’ambito riconoscimento, ma senza particolari meriti: di tutti i diplomati della sua classe, fu l’unico a cui non venne offerto direttamente un lavoro. Contava molto anche il pessimo rapporto che, col suo comportamento ai limiti della strafottenza, Albert aveva avuto con i suoi professori. Nessuno si spese per dargli delle credenziali, più di uno remò ferocemente contro. Così il nuovo secolo iniziava in maniera non esaltante, per la coppia: Albert cercava un impiego, e negli archivi dell’ETH è ancora conservato un suo annuncio in cui si offriva come insegnante per lezioni private; per buona parte del 1901 tornò presso la famiglia a Milano, mentre Mileva non lasciò Zurigo. Nella tarda primavera, a Maggio, i due riuscirono a incontrarsi per qualche giorno sul lago di Como; è probabile che le loro preoccupazioni principali fossero, in quel periodo, la necessità di ritentare per la seconda e ultima volta l’esame all’ETH per Mileva, per non dilapidare anni di studi, e un posto di lavoro per Albert, ancora apolide, e il conseguimento della cittadinanza svizzera era un’altra ragione di cruccio. Dopo quei pochi giorni di vacanza lacustre, si aggiunse un altro elemento di preoccupazione: qualche tempo dopo essere rientrata a Zurigo, Mileva si accorse di essere incinta. La scoperta non dovette essere delle più rasserenanti: l’estate e gli esami di fine corso erano alle porte, e Mileva fallì clamorosamente di nuovo il conseguimento del diploma. Gli amici svizzeri della coppia si prodigarono per far ottenere un posto di lavoro e un reddito sicuro ad Albert, anche perché la famiglia Einstein continuava a non vedere di buon occhio la relazione tra i due giovani. I buoni uffici di Marcel Grossmann riuscirono alla fine, nel 1902, ad aprire ad Einstein le porte dell’Ufficio Brevetti di Berna, ma non abbastanza in fretta per addolcire la gravidanza di Mileva. Sola, non maritata, incinta, in terra straniera, con famiglia e compagno lontano, rattristata dal secondo fallimento consecutivo agli esami dell’ETH, è difficile che la giovane promessa della scienza serba abbia trascorso una serena attesa del suo primogenito. Decise infine di tornare in Serbia, a Novi Sad, dove avrebbe avuto accanto almeno la famiglia al momento del parto: ed  a Novi Sad  vide la luce Lieserl, a fine Gennaio. Non è davvero facile immaginare che cosa deve essere passato per la mente di Albert Einstein e di Mileva Maric in quei primi giorni del 1902. La necessità d’un lavoro, la precaria condizione professionale di Albert, la più che precaria condizione generale di Mileva, i difficili rapporti con le famiglie. Non era una situazione sostenibile, in qualche maniera Lieserl doveva uscire dalla vita della coppia, e ne uscì, infatti. Non si sa con certezza neppure quale sia stato il suo destino, se sia deceduta in tenerissima età per un attacco di scarlattina o se, come sembra più probabile, sia stata affidata in adozione a qualche famiglia di Novi Sad. Sia come sia, Lieserl Einstein perse la vita o cambiò cognome senza che suo padre, a quanto sembra, sia mai andato a vederla. Quello stesso anno si chiuse  però in maniera migliore di come era iniziato: quando Albert trovò lavoro e casa a Berna, Mileva poté raggiungerlo e nella capitale svizzera, nel giorno dell’Epifania del 1903, i due si sposarono, finalmente Hermann in punto di morte aveva dato la sua benedizione. Cominciò per entrambi quella che sembrava sarebbe stata una vita normale d’una normale coppia piccolo-borghese. Nel 1904 nacque Hans Albert, mentre il padre, approfittando del tempo libero che gli lasciava il lavoro non troppo impegnativo all’Ufficio Brevetti, cominciò a pubblicare qualche articolo scientifico, senza però suscitare troppo clamore. Ma dopo il 1904 arrivò il 1905, l’annus mirabilis che, senza parere, avrebbe rivoluzionato il mondo scientifico. E non solo quello scientifico. Occorse del tempo affinché i colpi delle pubblicazioni einsteiniane del 1905 venissero assorbiti, ma nella vita di Einstein quell’anno rimase comunque come uno spartiacque indelebile. Ci vollero altri dieci anni per arrivare alla Relatività Generale del 1916, ne dovettero passare ancora quattro prima che il suo nome diventasse abbastanza famoso da potersi dimettere dall’Ufficio Brevetti nel 1909 e andare ad occupare cattedre accademiche: Zurigo prima, poi Praga per una breve parentesi, poi ancora Zurigo. Più avanti, non ebbe che da scegliere: non ci fu istituzione che non gli avrebbe fatto ponti d’oro per averlo. Dal mero punto di vista della produzione scientifica significativa e rivoluzionaria, comunque, quasi tutto quel che di Einstein rimane è racchiuso tra il 1905 e il 1919; dopo il 1919, Einstein si dedicò quasi esclusivamente alla Teoria del Campo Unificato, senza ottenere però risultati realmente significativi. Dopo il 1905, tutti i suoi sforzi furono indirizzati al grandioso lavoro di integrazione delle forze gravitazionali nei principi della Relatività Speciale, al fine di partorire la Relatività Generale. L’esplosione creativa del 1905, che dal nulla sembra aver di fatto “cambiato tutta la fisica”, resta brillante e misteriosa come l’improvvisa accensione d’una supernova nel sereno cielo d’estate. E diventa inevitabile chiedersi quale sia stato il ruolo dell’ambiente, nella generazione di una tale esplosione creativa: come sempre succede, il riconoscimento pubblico del genio avviene necessariamente in ritardo, e per Einstein la regola non venne smentita. Ma fu un riconoscimento senza precedenti nella storia moderna: si varcarono le frontiere ristrette degli ambienti accademici, si infransero le comunità degli addetti ai lavori, e il nome di Albert Einstein, specialmente negli ultimi anni della sua vita, diventò sinonimo assoluto di genio scientifico. Saltarono tutte le sfumature di grigio, perché è così che accade sempre nei processi che portano alla fama e alla celebrità: bianco o nero, e Einstein era di un bianco abbagliante. Alla fine, divenne una figura pubblica di grandissimo rilievo e non limitata all’ambito scientifico; la sua immagine diventò un bene prezioso per tutta l’umanità. Qualunque siano state le cause, forse pubbliche, forse private, forse semplicemente di salvaguardia della privacy, è un dato di fatto  che Einstein non rivelò mai le sue vicissitudini private giovanili. A Princeton, dove si trasferì dopo il 1933 dalla Germania definitivamente, visse serenamente con Elsa Löwenthal, una sua cugina sposata in seconde nozze per tre anni; morta Elsa, capì di stare meglio da scapolo e non contrasse più matrimoni, pur collezionando un numero infinito di relazioni.  Le corrispondenze e le carte che rivelarono le sue vicissitudini private con Mileva furono rese note solo molti anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1955. Sono carte che intaccano l’immagine che il mondo ha di Albert Einstein, e siccome la celebrità e il mito implicano anche oneri, oltre che onori, sono molti i curiosi che hanno indagato sui contenuti e sui fatti privati della coppia. Tutte le carte einsteiniane furono affidate dal fisico alla segretaria Helen Dukas e a Otto Nathan, che le protessero a lungo dalla curiosità sia degli scienziati che della gente comune. Riuscirono ad evitare la pubblicazione di un libro di Frieda, moglie di Hans Albert Einstein, e nuora dello scienziato. Anche a causa della volontà di Einstein di destinare ogni suo scritto alla Hebrew University, anche un progetto di pubblicazione della Princeton Press (CPAE- Collected Papers of Albert Einstein) fu ostacolato. Infine, l’editore del CPAE scoprì l’esistenza di lettere personali di Einstein e raggiunse Evelyn Einstein, figlia di Frieda e Hans Albert, che aveva ancora il manoscritto inedito della madre, ma non le lettere originali. Messisi alla ricerca, l’editore e la nipote di Einstein alla fine trovarono in una cassetta di sicurezza quattrocento lettere di famiglia e poterono ricostruire la storia di Mileva. Nel 1987 e poi ancora negli anni seguenti, le lettere furono pubblicate in libri della Princeton Press. Il matrimonio tra Albert e Mileva non era entrato subito in crisi, dopo il 1905, ma non godeva di vita serena. Non sembra ci fossero troppe ombre fino al 1909, e nel 1910 nacque un altro figlio della coppia, Eduard. Dal 1912, la crisi familiare andò in crescendo, fino a raggiungere l’acme nel 1914, quando Albert stabilì un durissimo regolamento che Mileva avrebbe dovuto rispettare, per restare insieme per il bene dei figli. Ma erano regole così dure e umilianti per Mileva, in qualità di donna e di moglie e di scienziata, che Mileva non sopportò a lungo; con i bambini lasciò il marito a Berlino e se ne tornò per sempre a Zurigo. Albert frequentava già Elsa, e nel 1916 chiese il divorzio. Per parte sua, Mileva aveva visto crollare sostanzialmente ogni suo sogno: il matrimonio era fallito, aveva due figli ancora piccoli a cui badare e, come se non bastasse, Eduard, l’ultimogenito, palesava già qualche sintomo di confusione, forse già un prodromo di quella che, in età adulta, si sarebbe rivelata una forma di schizofrenia. Circondata anche da altre serie difficoltà familiari (una sorella, anche lei con disturbi psichici, costretta a lunghi ricoveri ospedalieri, l’aveva raggiunta a Zurigo), alla fine si arrese al divorzio, accettando la proposta di Albert, che le avrebbe dato i soldi del Nobel che prevedeva di vincere di lì a qualche anno. Nel 1921, Albert mantenne fede all’impegno e consegnò integralmente a Mileva il denaro del premio della Reale Accademia di Svezia. Fatto questo, per Einstein fu come liberarsi di un incubo: brutti e ingenerosi i giudizi sull’ex moglie e anche sui figli che lei, novella Medea, gli avrebbe messo contro; difetti fisici e caratteriali denunciati e irrisi con scarsa generosità; ma c’è un ambito in cui Einstein, con tutto il suo carisma, non ha scampo: il figlio minore, Eduard, gentile, fine, molto dotato per la musica e la poesia, dopo la lettura delle opere di Freud aveva deciso di seguirne le orme; ventenne, appena iscritto a Medicina, cominciò a manifestare i sintomi della schizofrenia in modo sempre più violento. Quando Mileva, che si era caricata da sola della croce, fu aggredita dal figlio, capì che le sue cure amorevoli non bastavano a salvare il ragazzo, che fu allora internato nel Burgholzli Mental Hospital Zurich e, tranne brevi periodi trascorsi a casa, non ne uscì fino alla morte nel 1965. Albert per tutto il tempo era stato a Berlino; quando Hitler andò al potere, nel 1933 ottenne il permesso di andare in America, per fuggire dalla persecuzione nazista, e per la prima e unica volta si recò nell’istituto da Eduard per convincerlo a seguirlo; ebbe un no reciso e sprezzante, dopo di che sul figlio e sul suo destino Einstein fece calare il silenzio totale. Eduard però aveva ben chiaro quanto difficile fosse per lui avere per padre il genio Einstein e quanta sofferenza questo comportava. Col tempo anche il fratello Hans Albert si stabilì negli USA, e vicino ad Eduard rimase sempre e solo Mileva, a Zurigo, dove morì e venne sepolta nel 1948.

Quando la sua storia fu resa pubblica, furono in molti a voler indagare e scavare nelle vite private dei due, estraendo anche con un filo di perversa e soddisfatta indignazione gli aneddoti più tristi e cupi che hanno accompagnato la crisi del matrimonio dello scienziato più famoso del mondo. Particolari anche molto imbarazzanti furono pubblicati e si procedette con soddisfazione al tentativo di distruggere un mito,  attività certo non meno divertente di quella di costruirlo. Quando il clamore scandalistico si placò, agli storici della scienza restò comunque più di un interrogativo aperto: Mileva Maric Einstein aveva per certo la formazione d’una fisica, e altrettanto per certo finì con l’abbandonare le sue ambizioni accademiche e di ricerca scientifica a causa della sua relazione e del suo matrimonio con Albert Einstein. È ben difficile immaginare che due compagni di studi universitari, innamorati e conviventi, non parlassero e non condividessero idee e opinioni durante la stesura da parte di uno dei due dei più importanti articoli di fisica del secolo; è ancora più difficile cercare di capire in quale misura un partner possa aver attivamente contribuito alla creazione scientifica dell’altro. Finché si resta nell’opinabile, tutto lo spettro delle possibilità rimane aperto: esistono partigiani dell’immagine di Albert Einstein come scienziato unico e solitario, per i quali al massimo Mileva può aver contribuito alla correzione delle bozze delle memorie, e forse neanche a quella. Esistono partiti che più si sentono vicini alla figura tragica di Mileva, come alcune associazioni femministe o alcuni enti che difendono la cultura e la scienza nazionale serba, che invece arrivano a sostenere che il vero autore della Teoria della Relatività sia Mileva Maric, relegando Einstein a bieco profittatore delle capacità della coniuge. Una posizione intermedia che raccoglie diversi consensi è quella che immagina Mileva incaricata dei controlli e degli sviluppi della matematica presente negli articoli, cavalcando la ben nota immagine di un Einstein profondamente “fisico e concettuale”, ma con qualche difficoltà nel districarsi nel formalismo matematico. Le carte della coppia vengono passate al setaccio, e da una parte e dall’altra si punta l’attenzione su singoli passi: un aggettivo possessivo plurale invece che singolare, se riferito alla parola “lavoro”, scatena dibattiti a non finire. Da una parte, c’è l’immagine sacra del genio solitario del ventesimo secolo che è assai difficile da scalfire, dall’altra c’è la curiosità puntuale e un certo desiderio di giustizia storica da rivendicare. La maggior parte degli esperti oggi conclude che non c’è prova certa che Mileva Maric abbia, in grado maggiore o minore, fornito contributi originali alla Teoria della Relatività e alle altre memorie del 1905: una sorta di sospensione del giudizio, insomma, accompagnata dalla constatazione (o “concessione”) che non era insolito, a quei tempi, che una moglie si dedicasse interamente e oscuramente a curare famiglia e interessi del marito, lasciando i posteri nella totale impossibilità di separare i suoi eventuali contribuiti originali da quelli del coniuge. Perché “siamo entrambi Einstein – ein stein=una pietra”, una frase che Mileva Maric, modello indiscusso di antesignana della donna moderna, purtroppo ha detto e scritto davvero, pagando, col duro esempio della sua parabola di donna e intellettuale, la tangente dovuta al maschilismo becero d’inizio Novecento.

 

Michela Tartaglia
Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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