Il poligrafo “tagliaborse de principi”

Pietro Aretino

Cinico per lo più, tenerissimo con le figlie, con la penna seminava veleno o miele, geniale, amante degli eccessi, beffardo verso ogni accademismo- e il Cinquecento ne era infarcito a iosa-, moderno; maestro dell’erotismo, scrive però la più bella tragedia del secolo, l’Orazia: tutto questo è Pietro Aretino. Definito “divino” dall’Ariosto o “masnadiero della penna” dal Cantù, Pietro è uno di quei personaggi che suscitano odio o amore e  nessun’altra via di mezzo. Peccato che, tra le vittime della sua lingua avvelenata, ci fu anche la più grande poetessa del Cinquecento, Gaspara Stampa.

Era gravida Monna Berniciglia,

e vide un cazzo dalla sua finestra

colla testa si grossa, che somiglia

ad un grosso bolzon d’una balestra;

lei, che voglia n’avea lo prese a briglia;

tutta giojosa colla sua man destra,

e se lo pose in bocca con gran furia.

Peccò costei di gola o di lussuria?

dubbio Xlll

Di umili origini, in una società in cui soltanto i “potenti” valevano, subito invaso dall’astio del proprio stato e dalla volontà di progredire e di primeggiare, puntando su innegabili “qualità” naturali, l’autore di un notevole corpus di scritti in volgare, incriminato, relegato frettolosamente fra le cose turpi della nostra letteratura, è invece un personaggio che rappresenta in maniera lucidissima lo spaccato del suo tempo. Oggi si può almeno discutere senza scandalo dell’Aretino come di una figura rappresentativa, tipica e anche importante;  un “grosso” scrittore, che avrebbe potuto essere ancora più grande se avesse avuto meno fretta di scrivere e l’umiltà di acquisire una base umanistica. Ma a spingerlo, era la fame di cose e di risultati, di successi mondani pubblicamente elargiti; la brama di accumulare e primeggiare, seguendo gli esempi del tempo. Di qui il suo rapido operare, per ottenere visibilità e lucro, come operano ai nostri giorni i più tenaci arrampicatori sociali. E perseguiva il successo in vista della  potenza che dà il successo; la potenza inebriante di una conquista effettiva, che è la rivalsa sul destino anonimo a cui la nascita, assolutamente irrilevante, lo aveva destinato.

Temuto dai “grandi” per la sfacciata e perfida penna intinta nel curaro, li sferza ma li ammira; si lascia corrompere sfruttando la loro debolezza, accarezzando con arte l’ambiguità della loro natura, corrotta e presuntuosa, debole ma arrogante. Feroce nell’attacco, anche rozzo e sbrigativo, sa essere più sottile e fine, più brillante e spregiudicato quando esercita l’arte della finzione (“adulazione e finzione son la pincia di grandi”, cioè il regalo più amabile, il dolce rustico, a base di pane, più antico di Venezia). È ben consapevole della posizione di prestigio e di preminenza pubblica che si è assicurato con la penna; ne valuta fino in fondo il valore commerciale;  si è reso conto dell’enorme efficacia che ha la divulgazione pubblica di un episodio o di avvenimenti intimi e scabrosi che toccano la vita dei grandi personaggi.

Eppure questa penna “infernale” non si trasforma in un ricattatore calunnioso o fantasioso; non inventa; egli non fa che “propalare scandali accertati”; è scrupoloso nel verificare la fondatezza e il dettaglio delle notizie che vuol strumentalizzare (“la bugia, pane quotidiano de i gran maestri, non è cibo de la mia bocca”). Queste due intuizioni originali e in un certo senso fondamentali dell’efficacia della divulgazione “contrattata” dell’aneddotica storica o privata, e della necessaria veridicità della notizia o delle serie di notizie che si pubblicano, testimoniano e confermano, al di fuori di un giudizio morale, o piuttosto moralistico, la genialità dell’autore e la sua modernità; sicché alcuni lo vedono e lo videro come un precursore, o il precursore, del giornalismo moderno.

Per controllare le notizie, i riferimenti, le allusioni velate e tanto più pungenti contenute nei suoi libelli, autentici regnanti o solenni personaggi pubblici e politici compivano le azioni più umilianti nei riguardi dell’autore: dalla minaccia alla corruzione, dalla lusinga alla preghiera, all’adulazione. Questo “tagliaborse de’ principi”, dopo vario peregrinare, da Roma a Mantova, Ferrara, Reggio, Urbino, trovò a Venezia la sede più adatta per le sue scorrerie letterarie; nessun’altra città al mondo poteva assicurargli l’impunità che gli era accordata a Venezia. Lì infatti trovò l’opulenza del vivere e il piacere glorioso nella frequentazione di personaggi come Tiziano e Sansovino; era protetto dagli assalti furtivi dei killers di professione dalla liberalità interessata della Repubblica, che, mentre lo proteggeva, se ne difendeva.

Andiamo in ordine con la sua biografia.

Figlio di Luca del Buta, ciabattino, e Margherita Bonci, appartenente a una distinta famiglia decaduta, o, secondo alcuni, una cortigiana, l’Aretino nasce la notte tra il 19 e il 20 aprile 1492, ad Arezzo, nei pressi della chiesa di San Pier Piccolo. Quando il futuro scrittore e le sorelle sono ancora bambini, il padre abbandona la famiglia per arruolarsi come soldato di ventura e la madre viene accolta dal nobile Luigi Bacci. L’abbandono provoca nel futuro letterato un rancore talmente radicato che, una volta cresciuto, decide di farsi chiamare Aretino, pur di non usare il cognome paterno.

La vena letteraria si manifesta precocemente: ancora adolescente, Pietro scrive un sonetto polemico sulla vendita delle indulgenze da parte di papa Leone X. La cosa non passa inosservata, tanto che il Bacci, per timore della Santa Inquisizione, decide di far riparare il ragazzo a Perugia. In terra umbra il giovane lavora come rilegatore di libri, sviluppa la passione per la letteratura e la pittura e non manca anche qui di creare scandali: l’impudente è costretto a fuggire a Siena da dove, nel 1517, con in mano una lettera di presentazione per il banchiere Agostino Chigi, raggiunge Roma.

Nella città eterna l’Aretino lavora come domestico e pubblica una prima raccolta di opere varie. Con il tempo entra nella grazie del Chigi, anche grazie all’attrazione che il padrone sente verso di lui, che è furbescamente ricambiata. Non è un mistero infatti che, almeno nella fase giovanile della sua vita, Pietro preferisse la compagnia degli uomini a quella delle donne, come del resto era abbastanza di moda nel Rinascimento, specie negli ambienti frequentati da nobili e artisti.

Intanto cerca di farsi largo scrivendo cose varie: conquista una buona notorietà scrivendo delle pasquinate tra il 1521 e il 1522.  Le pasquinate dell’Aretino sono eccellenti, perché l’Aretino ha grandi doti di scrittore satirico; ma solo a Roma si ha questa occasione di scrivere cose da appiccicare alla statua di Pasquino. Con il nuovo papa Adriano VI, l’Aretino non sente tirare aria buona e se ne va in giro tra Bologna, Arezzo, Firenze, Mantova, Reggio nell’Emilia; ora comincia ad avere dei protettori: il cardinale Giulio de’ Medici, il capitano di ventura Giovanni dalle Bande Nere.

Torna a Roma nel 1523 e fa un passo avanti: dopo le pasquinate che gli avevano dato i primi successi, si butta sul filone erotico. L’erotismo, nella letteratura italiana di questi anni, non è merce né rara né clandestina. Ma Pietro Aretino fa qualcosa di più, scrive sedici sonetti a commento di sedici incisioni che Marcantonio Raimondi ha ricavato da sedici figure di Giulio Romano. Costoro sono suoi coetanei, suoi amici.

Questi sonetti sono noti con il titolo di Sonetti lussuriosi o Le Posizioni o I Modi. Il secondo titolo fa capire che costituiscono un piccolo Kama-sutra.

Mentre del Kama-sutra tutti parlano tranquillamente, c’è ancora qualcuno oggi che parla con qualche imbarazzo dei Modi dell’Aretino. Forse gli fa senso che siano scritti nella sua lingua materna. Alcuni libri di Storia della letteratura italiana non fanno menzione di quest’ opera di Pietro Aretino.

Anche nella disinvolta Roma di quegli anni, i Modi fanno comunque scandalo. Il vescovo Gian Matteo Giberti lo fa accoltellare il 28 luglio 1525, cinque fendenti andati a segno, ma Pietro se la cava. Dello stesso anno è la prima redazione di una commedia, La Cortigiana, che Pietro Aretino completerà e stamperà solo in seguito. E’ il rovescio degli ideali del Cortegiano di Baldassar Castiglione, che circola in questi anni, manoscritto.

Come nel 1517 aveva dovuto lasciare Roma per colpa delle pasquinate, così per colpa dei Modi e della Cortigiana, Pietro Aretino deve nuovamente lasciare Roma.

Ristabilitosi del tutto, il toscano si rende conto che a Roma ha troppi nemici e raggiunge di nuovo le truppe di Giovanni dalle Bande Nere. Il valoroso condottiero si sta preparando a difendere Roma dall’ira di Carlo V, che vuole punire la Santa Sede per l’alleanza con Francesco I di Francia. Durante alcuni scontri nel mantovano, il 25 novembre 1526, Giovanni viene colpito e, dopo alcuni giorni di agonia, muore. Sugli ultimi istanti di vita dell’amico, l’Aretino scriverà a Francesco degli Albizi quella che probabilmente è la più bella epistola di tutta la letteratura rinascimentale.

Ripresosi dal dolore, Pietro torna a Mantova e quindi si trasferisce in quella che sarà la sua dimora fino alla morte: Venezia. Anche in laguna, come a Roma, lo scrittore diviene l’assoluto protagonista della vita culturale e mondana. Il pittore Tiziano Vecellio e l’architetto Jacopo Sansovino diventano suoi grandi amici.

Gli anni Trenta del Cinquecento sono fertilissimi per il letterato, che pubblica La Marfisa in onore di Alfonso d’Avalos marchese del Vasto, Il Marescalco e altre celebri opere, prima fra tutte La Cortigiana, commedia in prosa la cui stesura risale al 1525.

Ha trentacinque anni. Si sistema bene, con la protezione di potenti patrizi e impianta una dinamica attività editoriale con vari stampatori, tra cui Francesco Marcolini (della cui moglie diventerà amante). Pietro Aretino per primo riconosce nella stampa uno strumento economico e politico. E’ il primo manager dell’industria culturale. Fa stampare opere proprie, scrive opere proprie in funzione della loro pubblicazione a stampa, e scrive cose diverse a seconda dei momenti, cercando di indovinare i gusti del pubblico e tenendo conto dell’aria che tira a livello politico.  I suoi scritti vanno dalla letteratura erotica a quella religiosa o agiografica. Tocca tutte le forme: sonetti e versi vari, commedie, tragedie, poemi cavallereschi, dialoghi, lettere.

Per le lettere, inventa qualcosa di nuovo: raccoglie in volumi lettere che scrive e lettere che riceve, come un editorialista d’oggi. E’ una corrispondenza che coinvolge tutti i personaggi illustri del suo tempo, papi, imperatori e re. Pietro Aretino definisce se stesso “segretario del mondo”, perché sa adulare ma anche minacciare e ricattare personaggi come Francesco I e Carlo V.

Nel campo delle arti conosce tutti e intrattiene rapporti eccellenti con Tiziano, che gli fa un ritratto meraviglioso, esposto agli Uffizi di Firenze. La casa di Pietro Aretino a Venezia è un centro di potere. E’ una casa bella, luminosa, allegra, piena di donne e di figli di Pietro Aretino e di amici fidati, che entrano ed escono, come entra ed esce, a fiumi, il denaro. La casa sta sul Canal Grande, fra rio di San Grisostomo e rio dei Santi Apostoli; dalle finestre si vede il ponte di Rialto, non quello che vediamo noi oggi, che sarà costruito tra il 1588 e il 1592; ma quello in legno che si vede nel celebre dipinto di Vittore Carpaccio (alle Gallerie dell’Accademia).

Pietro Aretino, vede, quando si affaccia alla finestra:

mille persone e altrettante gondole su l’hora dei mercati. Le piazze del mio occhio dritto sono le beccarie e la pescaria, e il campo del mancino, il ponte e il fondaco dei Tedeschi, a l’incontro di tutti e due ho il Rialto, calcato d’huomini da faccende. Sonvi le vigne ne i burchi, le caccie e l’uccellagioni nelle botteghe, gli orti nello spazzo, né mi curo di veder rivi, che irrighino prati, quando a l’alba miro l’acqua coperta d’ogni ragion di cosa, che si trova nelle sue stagioni.

Nel 1551 trasloca a Palazzo Dandolo, sempre sul Canal Grande, poco lontano dal Palazzo di Pietro Bembo.

Accanto a quello di scrittore, sul Canal Grande l’Aretino sviluppa il mestiere del mercante d’arte, aiutando il giovane Tiziano a piazzare e valorizzare i suoi dipinti presso tutte le corti d’Europa. Un’altra trovata che lo rende celebre è quella dei Pronostici: il poeta, alla fine di ogni anno, si diverte a indovinare gli avvenimenti che sarebbero accaduti l’anno seguente, infarcendoli di pettegolezzi sui personaggi citati e divenendo precursore, già nel Cinquecento, della cronaca scandalistica.

Nella Serenissima Pietro si circonda di un gruppo di ragazze, che vivono nella sua grande casa e per questo definite dalla gente “le Aretine”. Una di queste, Caterina Sandella, gli darà due figlie, Adria e Austria.

All’inizio del 1538 lo scrittore pubblica una raccolta delle lettere da lui indirizzate a papi, nobili e amici. Quest’ opera andrà a formare, assieme ad altre sei, di cui l’ultima postuma, la prima grande raccolta epistolare della letteratura italiana.

In ambito sentimentale gli anni Trenta e Quaranta del XVI secolo sono caratterizzati da momenti di gioia alternati ad altri di sconforto. Pietro si innamora morbosamente di Perina, figlia di Marietta (un’altra delle sue “Aretine”), più giovane di oltre trent’anni. Il suo sentimento non verrà mai ricambiato, visto che la fanciulla considererà sempre il letterato come un padre. Nel 1540 la ragazza, cagionevole di salute, viene mandata a curarsi a spese di Pietro fuori Venezia. Con gli anni si ammala di tisi e, nonostante le premurose cure dell’Aretino, nel 1545 muore.

Gli ultimi anni di vita lo scrittore li passa in compagnia degli amici di sempre, preoccupandosi fino alla fine di aiutare le sorelle che vivevano ad Arezzo e dare un avvenire sicuro alle figlie Adria ed Austria.

Nel 1550, Giulio III gli conferisce il prestigioso titolo di Cavaliere di San Pietro, il Comune di Arezzo lo nomina Gonfaloniere. Il poeta compie in questi anni anche brevi viaggi a Urbino, Roma e Arezzo. Ovunque è osannato. La sua produzione letteraria è costante fino alla morte, che lo coglie d’improvviso nel 1556 a Venezia, mentre è a tavola.

Due anni dopo, l’Inquisizione mette al bando tutte le sue opere e per secoli una continua campagna diffamatoria relega Pietro Aretino nel girone degli scrittori privi di valore e valori. L’artista, tanto celebrato in vita, riceve le più vergognose critiche anche da personaggi culturalmente influenti, e solo alla fine del Settecento c’è chi inizia a riabilitare la sua figura di geniale precursore dei tempi.

La piena redenzione si compie nel Novecento e oggi lo scrittore è considerato all’unanimità un personaggio simbolo della letteratura rinascimentale, una figura che, nei pregi e nei difetti, ha rappresentato nel miglior modo possibile un momento irripetibile della storia.

Un uomo, un artista che, come scrisse un gran critico, aveva la logica del male e la vanità del bene. Un uomo tuttavia che “amando se stesso fino ad esser ebbro di sé, desiderava piuttosto la gioia che il dolore degli altri”.

Opere principali

Vita di santa Caterina vergine e martire, 1536.

  16  Sonetti lussuriosi

Dubbi amorosi

           Lettere

Ragionamenti della Nanna e dell’Antonia fatti a Roma sotto una ficaia (1534)

Dialogo nel quale la Nanna insegna alla Pippa sua figliuola (1536)

Ragionamento delle corti (1538)

Orlandino (1540)

Le carte parlanti (1543)

Commedie: Farza – La Cortigiana – Il Marescalco – La talanta –

                      Lo ipocrito – Il filosofo

Tragedie:   Orazia

 

 

 

 

 

Michela Tartaglia
Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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