il “matto” Dino Campana

 

“Come stai?” “Come vuoi che stia? Come uno che sta in manicomio”. Solita la domanda della madre, solita la risposta del figlio internato nello splendido maniero Pulci adibito a manicomio. Ma l’ombra che proietta un matto è forse più lunga e più nera di quella di un uomo normale? E allora, perché tanta paura, tanta reticenza  e tanta incuria per gli scritti autografi di Dino Campana, uno dei quali sepolto nel ciarpame della soffitta di casa per un tempo incredibilmente lungo dopo la morte del poeta? El mat, lo chiamavano nel suo paese, Marradi, nei pressi di Firenze, il pazzo maledetto. Studi disordinati, fughe in quantità, ricoveri in manicomi italiani e perfino in Belgio; odiato e sbeffeggiato dai compaesani, temuto come la peste dalla famiglia, inseguito e sempre preso dalla polizia, espulso, rimpatriato: una giostra impazzita, dalla quale Dino Campana, “nevrastenico”, scenderà solo morto. Un viaggio, come ogni vita, ma affannosa e in perenne fuga da tutto e tutti. Manoscritti che si perdono sempre, come il prezioso autografo consegnato a Papini e Soffici per la rivista fiorentina Lacerba, smarrito in un trasloco intorno al 1914 e scoperto nel 1971 nella soffitta di Soffici e che, dalla casa d’aste Christie’s, partirebbe da € 200.000.  Dino Campana- pare ancora di vederlo con quel suo cappello rotondo, di feltro, e il giacchettone dalle tasche ampie, piene di fogli di carta, di libretti, un contadinotto – sentì questa superficialità incredibile come un tradimento, tuttavia tentò disperatamente di ricostruire i brani smarriti, con l’aiuto della instabile e ingannevole memoria, mentre il suo disagio psichico si aggravava ed esplodeva in vagabondaggi da barbone alcolizzato, risse, scoppi d’ira e tolleranza zero da parte di tutti gli altri “normali”: come un leone in trappola, uno contro troppi, pur sicuramente destinato alla sconfitta, non cessò mai di battersi e protestare per affermare le sue idee sulla poesia, decisamente fuori dal coro giolittiano-benpensante-perbenista dell’Italietta anni ’16. Ed ecco, arriva come un ciclone una donna fuori da ogni schema, quarantenne, con clamorose relazioni alle spalle, Sibilla Aleramo: pochi incontri tempestosi e una tempesta di lettere, per due anni. Per Campana è la fine: dal ’18 al ’32 in manicomio, senza spiragli, e infine la morte, forse per la pregressa sifilide diagnosticata nel ’15 o per una setticemia, sopravvenuta dopo che si era ferito, tentando di scavalcare la rete di recinzione del manicomio. Fuga sempre e ora, fuga per sempre. Ma, mentre il poeta era seppellito vivo, i giovani avevano scoperto i suoi versi che, in perfetta  e allucinata solitudine, precorrevano la nascente poesia ermetica. L’Italia ufficiale, invece, guardava all’uomo e al mondo solo in superficie, un monolite senz’anima  e tanta ipocrisia. E il grumo di sangue, umori e visioni, che sono l’essenza intima dell’uomo? E il mistero che lo circonda e a cui solo la poesia, con intuizioni improvvise e  illuminazioni-analogie, riesce ad avvicinarsi e talvolta a decifrare? Il bel giovane dai capelli ricci biondo-tiziano esce sconfitto come uomo; come poeta, precorse i più fortunati Ungaretti e Montale.

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Il matto è autore di un monobiblos in prosimetri,  I Canti Orfici.

Per Sibilla

In un momento

Sono sfiorite le rose

I petali caduti

Perché io non potevo dimenticare le rose

Le cercavamo insieme

Abbiamo trovato delle rose

Erano le sue rose erano le mie rose

Questo viaggio chiamavamo amore

Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose

Che brillavano un momento al sole del mattino

Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi

Le rose che non erano le nostre rose

Le mie rose le sue rose

P.S. E così dimenticammo le rose.

I Canti Orfici possiedono una suggestiva potenza visionaria , musicale e cromatica (il poeta dipingeva come istintivo impressionista), sono un ‘ampia sinfonia sontuosa e colma di mistero, con immagini-suoni che sembrano scaturire intrecciati come inscindibili siamesi.

Il titolo Canti riconduce alla tradizione di Leopardi, il riferimento a Orfeo però esprime la natura divina e misteriosa della poesia, come la poetica dei Simbolisti: per risalire alla propria identità smarrita e riconciliarsi con la natura, egli associa le esperienze concrete con le rivelazioni dell’inconscio e del sogno; la sintassi ne esce sconvolta e disarticolata, anche per la mescolanza di varie lingue; resistono forti legami e richiami costanti ai classici. Il periodare è ridotto all’ essenziale  con poche voci verbali; il verso è libero e il lessico si presenta spesso arduo, difficile, “visionario” , distante dalla compostezza della tradizione: ma gli effetti, sul piano di suoni colori ed emozioni, sono davvero straordinari.

Il concerto dei Canti Orfici di Carmelo Bene nel 1982 aiutò a scoprire, proprio nella disomogeneità, nello stesso flusso ininterrotto delle varianti – che la recitazione mima con la stessa straziante fatica – la sua vena più preziosa, come «poesia nel suo svolgersi.»

Come la vita, che si vive tormentosamente e faticosamente solo e solamente nel suo svolgersi e ben pochi sanno dipanarla oltre la nuda realtà.

Il profeta matto, il solo contro tutti, dalle finestre con le sbarre, ha visto l’oltre dentro la mente, il coacervo inestricabile all’”uomo cha va sicuro/ e l’ombra sua non cura/ che la canicola stampa/ su uno scalcinato muro.”(Montale)

 

Dino Campana (1885-1932)

 

 

 

Michela Tartaglia
Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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