IL MAL CONOSCIUTO FRATELLO MINORE DI KAFKA

Federigo Tozzi

Tutta la sua vita sembrava chiusa dentro un sacco, da cui non c’era modo di metter fuori la testa”.

Una manciata scarna di raccolte poetiche sulla scia dannunziana, poi la decisa sterzata verso la prosa, quattro romanzi relativamente noti e raccolte di racconti: poco o molto, dipende da come si osservano i fatti. Pochi per uno scrittore votato al romanzo fin dalla giovinezza; oppure una produzione notevole se si considerano gli anni fertili per la scrittura, iniziata dopo la liberazione dal padre violento materialista rozzo e ossessionato dall’accumulo della roba e la morte avvenuta a soli 37 anni. Infanzia e adolescenza all’ombra troppo ingombrante, paralizzante del padre, unico figlio rimasto in vita dopo sei fratelli morti ancora infanti, la mamma buona e tenera, ma debole e malaticcia e totalmente succube del marito: Morì quando il ragazzo aveva 12 anni, ben presto rimpiazzata da una matrigna. L’ambiente di formazione è la provincia senese, l’osteria che il padre gestiva abilmente e due poderi acquistati orgogliosamente dal mercante. Si nasce deboli o sensibilità e intelligenza ti vengono rinfacciati in modo continuo e sprezzante come debolezza, incapacità a far nulla? E l’abulia è un connotato genetico o non piuttosto una forma di protesta muta e di difesa? Se allora sei considerato, marchiato come un inetto, un buono a nulla, un incapace, dal quale non ci si aspetta niente di buono, come può la scuola interessarti, anzi le varie scuole, che puntualmente ti espellono, fino a che rinunci perfino ad andarci? Poi entri per caso nella Biblioteca di Siena, cominci a leggere svogliatamente e pian piano s’accende la luce: scrittori italiani, scrittori russi, i primi pionieri della psicologia del primo decennio del Novecento. Finora sei sopravvissuto procedendo alla cieca, con gli occhi chiusi; d’ora in poi li spalanchi per guardare intorno a te e soprattutto dentro il tuo vasto mondo sconosciuto, ancora vergine e tutto da esplorare.

Certo, Federigo Tozzi, della provincia senese, con un corso di studi irregolare e totalmente fallimentare, con letture numerose tra autori veterosenesi, italiani contemporanei, letteratura russa e approcci alla prima psicanalisi, nel migliore dei casi, appare come il gemello (1883-stesso anno di nascita) campagnolo del raffinato e tormentato Kafka, a lui sconosciuto. Per lungo tempo ignorato o liquidato come un naturalista tardivo, Federigo Tozzi è stato rivalutato solo molti anni dopo la sua scomparsa ed oggi è considerato uno dei più importanti narratori italiani del Novecento, oggetto di attenzione da parte della critica, ma, per motivi inerenti ai contenuti spesso sgradevoli dei suoi romanzi e alla forma ostica e volutamente oscura, non ha conquistato una vasta platea di lettori. Ma il nucleo di lettori indefessi lo conosce bene, lo ama, eppure ogni volta che affronta una sua opera, ne esce smarrito, perplesso e stanco della fatica che richiede aprire gli occhi su Tozzi. E tuttavia, nonostante la materia a volte crudele, i personaggi repellenti senza scusanti, lo stesso autore che vi trasfonde i suoi ricordi angosciosi di formazione, chi lo ha letto non ne dimentica nessun punto e virgola, sì, il punto e virgola, caratteristica saliente del suo stile paratattico e apparentemente semplice.

Nella sua opera la modernità si scontra con la vita della provincia, in cui l’antica società contadina si intreccia con l’ambiente artigiano e piccolo borghese. La sua scrittura scaturisce da una base autobiografica con una visione del mondo di tipo naturalistico; tuttavia, diversamente dal verismo e dal naturalismo, Tozzi osserva nella realtà un’essenza misteriosa e carica di odio, di cui non dà spiegazioni e della quale non si comprende l’origine.

Dal frammentismo vociano, alla netta presa di distanza dalle vecchie sirene dannunziane, all’influsso verghiano e verista, giunge sino alla sperimentazione di una scrittura deformante ed espressionista che, a partire dai molti e fondamentali spunti autobiografici, tratta i temi dell’abulia, dello smarrimento esistenziale, dell’inettitudine, dell’inconscio e della frantumazione dell’io. Allora, per capire l’uomo e lo scrittore, bisogna restare fortemente ancorati alla sua biografia, soprattutto all’influsso fortemente determinante dell’infanzia e dei rapporti con la sua famiglia e con l’ambiente in cui nacque, crebbe e caoticamente, senza nessun apporto culturale di studi regolari, si ritrovò, un mondo ostile, bestiale, senza capirci nulla, salvo che avrebbe voluto procedere con gli occhi chiusi. Non solo fisicamente, ma soprattutto psicologicamente e irrazionalmente.

Federigo Tozzi

Nasce a Siena il 1º gennaio 1883, da Federico (detto Ghigo) e Annunziata Automi, donna molto mite e gentile, ma affetta da epilessia. Il padre, di origini contadine, possiede la locanda il Sasso presso l’Arco dei Rossi e in seguito acquista due poderi nei dintorni di Siena. È un uomo molto abile negli affari ma piuttosto rude: i suoi momenti di collera e il suo disprezzo verso la cultura, provocano molti traumi a Federigo, dotato di una forte sensibilità. E’ straordinario come, fatte le debite distanze e ridotto all’osso, sia simile il rapporto impossibile e crudele tra il piccolo Kafka e il padre, che condizionò l’intera esistenza dello scrittore.

I contatti del ragazzo con la scuola si rivelano subito difficili. Tozzi frequenta la scuola elementare in seminario e in seguito nel Collegio Arcivescovile di Provenzano, dal quale è allontanato per cattiva condotta nel 1895, anno in cui muore la madre. Si iscrive allora alla scuola di Belle Arti, dove trascorre tre anni piuttosto burrascosi e ne viene espulso. Si iscrive in seguito alle scuole tecniche e ne frequenta i corsi a Siena e a Firenze, ma con scarso profitto. Pur studiando in modo saltuario e molto disordinato, sviluppa un grande amore per la lettura. Inizia a frequentare la biblioteca comunale di Siena, dove inizialmente studiò i grandi poeti toscani del Trecento, si avvicinò poi ai narratori dell’Ottocento ed in particolare a Poe. Conosciute le teorie di Darwin, si accostò anche a Zola e per un momento si sentì socialista, ma a modo suo, dichiarando: “odio i preti, i potenti e i soldati…”. Successivamente lesse i poeti simbolisti e D’Annunzio, tornò quindi ad interessarsi degli scrittori veristi e a Verga in maniera particolare. Scoprì infine i grandi narratori russi leggendo Tolstoj, Dostoevskij e Cechov, nello stesso tempo approfondendo le sue conoscenze di filosofia con la lettura di James, una cultura aperta ai più diversi influssi, soprattutto a quelli della moderna psicologia.

Nel 1902, rimandato in alcune materie per l’ammissione alla terza classe, abbandona per sempre gli studi regolari. Intanto, nel 1900, il padre si risposa, e Tozzi trasporrà la matrigna in Luigia, personaggio de Il podere. Nel 1901 si iscrive al Partito Socialista degli Italiani e stringe amicizia con l’intellettuale Domenico Giuliotti. L’interesse politico si spegnerà nel 1904, in coincidenza della guarigione da una cecità durata diversi mesi e ovviamente traumatizzante, dovuta a una malattia venerea. Al 1902 risale l’inizio dello scambio epistolare con una Annalena. La pubblicazione del volume Novale, una raccolta di epistole data alle stampe postuma, dimostrerà che dietro questo senhal si nasconde quella che sarà la futura moglie di Tozzi, Emma Palagi, conosciuta tramite una corrispondenza nata su un giornale. Sempre in questi anni inizia il suo rapporto con una contadina alle dipendenze di famiglia, Isola, la cui personalità verrà trasposta nella Ghìsola di Con gli occhi chiusi.

L’opera di esordio di Tozzi è il poema La città della Vergine. In seguito ha curato alcune antologie di antichi scrittori senesi. Volendosi allontanare da Siena, nel 1907 inizia a lavorare nelle Ferrovie, a Pontedera e a Firenze: da questa esperienza nasce un “diario”, Ricordi di un giovane impiegato, poi pubblicato da Borgese con il titolo Ricordi di un impiegato.

Alla morte del padre nel 1908 torna a Siena, e da allora inizia a scrivere le novelle di Bestie e i suoi romanzi più famosi: Con gli occhi chiusi e Il podere. Nello stesso anno sposa Emma Palagi e insieme a lei inizia un’attività letteraria più intensa: del 1911 sono le liriche di La zampogna verde, nel 1913, fonda insieme all’amico Domenico Giuliotti la rivista quindicinale La Torre di carattere cattolico e nazionalista. La nascita della testata coincide con la sua conversione al cattolicesimo, che contribuisce al carattere religioso delle sue opere. Di fondamentale importanza nel suo percorso di fede è la scoperta dei due santi più noti a Siena, Santa Caterina e San Bernardino. Nel 1914 Tozzi si trasferisce a Roma con la moglie e il figlio Glauco, e comincia a collaborare a diversi giornali e a varie riviste letterarie. Nel 1915 pubblica Bestie per i tipi di Treves, già editore di D’Annunzio. Nello stesso anno, a causa della guerra, Tozzi decide di lavorare presso l’ufficio stampa della Croce Rossa, dove rimarrà per parecchi anni, qui conosce Marino Moretti e da lui viene presentato all’editore Treves.

In questo periodo riesce ad affermarsi e a entrare in contatto con i maggiori scrittori e intellettuali dell’epoca (da Alfredo Panzini a Luigi Pirandello, a Giuseppe Antonio Borgese). Nel 1919 Tozzi pubblica Con gli occhi chiusi, che viene però messo in ombra da Tre croci del 1920, anno in cui viene pubblicato anche Gli egoisti, un romanzo autobiografico imperniato sull’ambiente letterario romano, e Giovani una raccolta di novelle sempre per i tipi di Treves. Con gli occhi chiusi viene considerato come uno dei romanzi maggiormente espressivi del primo dopoguerra. Tozzi infine raggiunge la notorietà quando Borgese definisce come un capolavoro del realismo il suo ultimo libro, Tre croci. È l’inizio del 1920: poco tempo dopo, il 21 marzo, lo scrittore è colpito dall’influenza spagnola, che gli causa una violenta forma di polmonite.

Tozzi lascia le sue opere per lo più inedite, oppure disperse tra giornali e riviste. Spetterà al figlio Glauco riordinare il materiale, che in parte verrà pubblicato postumo: Il podere vede la luce nel 1921, Gli egoisti nel 1923 e Ricordi di un impiegato nel 1927.

Le esperienze fondamentali devono essere considerate quelle italiane. Tozzi stesso in un suo articolo intitolato “Verga e noi” ebbe a scrivere: “D’Annunzio è stato per la nostra consistenza e per la nostra serietà umana soltanto una indispensabile violazione, dopo la quale è stato opportuno provvedere da noi…senza D’Annunzio il Verga sarebbe stato troppo poco per la coscienza intellettuale della Nazione. Noi abbiamo avuto bisogno dell’uno e dell’altro”. L’autore però non è riducibile ad esse sole. Egli esprime un’ansia di moralismo e di autobiografismo che si spiegano, la prima, considerando la situazione culturale dell’Italia del momento, e la seconda un malessere interiore dello scrittore, sia per il mondo che lo circondava, sia per la sua maniera di porsi di fronte ad esso.

I suoi romanzi pertanto registrano due costanti: la minuziosa descrizione del mondo reale, cui sottostà la visione del mondo dello scrittore, e una ancora più minuziosa analisi del mondo interiore dei personaggi, generata da una non accettazione della prima. La visione del mondo di Tozzi è fortemente pessimistica. Egli accetta il fatto che a muovere tutto il meccanismo della società sia fondamentalmente il fattore economico, come Verga, dal quale si distacca tuttavia sia a livello stilistico, perché non accetta il canone della impersonalità dell’opera d’arte, ché anzi continuamente interviene a commentare gli eventi travasando nei suoi romanzi una quantità di esperienze personali; sia a livello ideologico, perché, se è vero che Verga mantenne nei confronti dei suoi personaggi un certo superiore distacco, Tozzi invece si lascia coinvolgere completamente. Ma la differenza maggiore tra i due sta anche nella visione della Storia. Se Verga  poté negare l’azione e la presenza in essa della divina Provvidenza, Tozzi invece, erede in questo di Manzoni, non la nega, ma neppure ne avverte la presenza.

. Del Cristianesimo Tozzi si serve come di una lente attraverso la quale osservare e giudicare la realtà del mondo che lo circonda. Nella sua opera non troviamo elementi di teologia, né egli ci fornisce modelli di un vivere cristiano, come aveva fatto Manzoni, piuttosto egli denuncia il fallimento del Cristianesimo in quanto incapace di attecchire nel cuore degli uomini, fatte salve poche eccezioni, tanto che nel mondo gli sembra dominare il male. Un breve accenno al vivere cristiano troviamo in “Con gli occhi chiusi” relativamente alla figura di Domenico il quale riesce ad angariare i suoi dipendenti, ma poi “tutti i sabati…faceva l’elemosina dei pezzi di pane avanzati agli avventori”: questa forma di solidarietà è condannata come ipocrita, visto che Domenico negli altri giorni della settimana tiene ben altro atteggiamento nei confronti dei suoi dipendenti.

Nelle diverse opere emergono poi chiaramente gli orientamenti politici dello scrittore, che condanna lo sfruttamento della classe operaia, lamenta la mancanza di una legislazione sociale avanzata, critica il prevalere nella società dei valori della borghesia imprenditoriale. Il quadro politico che Tozzi disegna dell’Italia del suo tempo corrisponde a quello di una società poco umana, profondamente ingiusta, dominata dalla legge del profitto e dell’accumulo capitalistico a danno delle classi subalterne. A ciò si deve aggiungere la visione pessimistica nei confronti della stessa natura umana, per la quale le pulsioni negative, la disposizione a fare il male, prevalgono su quelle positive volte al bene. In una situazione del genere lo scrittore intravede, ad esempio ne “L’incalco”, una sola possibile soluzione: il rifugio nella Fede. Occorre aggiungere però che per Tozzi la condizione di infelicità dell’individuo non è riconducibile a particolari situazioni socio politiche, non appare caratteristica di uno specifico momento storico, né è esclusiva di un ceto sociale in particolare. Il suo è un pessimismo radicale, che non arriva ad individuare le origini di questa infelicità, ma ne avverte tuttavia un legame con un ordine superiore.

Apparirà chiaro a questo punto che Tozzi della letteratura ebbe una visione estremamente impegnata. Se per un verso infatti egli se ne servì per denunciare le ingiustizie di una società storicamente determinata, per un altro essa fu volta ad illustrare il mistero del cuore umano. Così egli non si rivolse ad un pubblico omogeneo, ma al più vasto possibile, pur rimanendo il ceto borghese il destinatario privilegiato del suo scrivere. Conseguentemente egli si indirizzò verso il genere letterario del romanzo e adottò uno stile particolare. La sua lingua infatti ha una certa patina toscana che si manifesta in scelte lessicali ed ortografiche, ed il fraseggiare inclina verso la paratassi, rendendo il periodare scorrevole e senza complicazioni sintattiche. Si è poi notato come anche l’uso della punteggiatura sia particolare, soprattutto in riferimento al punto e virgola al quale egli spesso fa ricorso allo scopo di evidenziare e mettere in risalto quanto espresso nella parte terminale del periodo che lo segue. Da notare infine l’estremo equilibrio esistente tra le parti dialogate e quelle narrative.

Il paesaggio in Tozzi non serve più, come avveniva con Manzoni, ad introdurre un evento, a creare un’atmosfera; non è più romanticamente sentito come vibrante all’unisono con il cuore del personaggio; né è fuggevole e poco sottolineato come per lo più nella narrativa verista. Esso esprime un’angoscia esistenziale ed è colto negli aspetti deprimenti, nella sua desolazione, soprattutto nelle descrizioni di Siena che appare città dalle case antiche fatiscenti, dalle morte memorie, dai molti stemmi di grandi famiglie ormai estinte, oppure un insieme di case e di viuzze contorte che non si sa dove conducano e dalle quali solo in lontananza si intravede uno sprazzo di campagna o uno spicchio di cielo. Ambito chiuso e ristretto, opprimente come una prigione.

La prima impressione che si può trarre delle letture delle opere tozziane è sicuramente quella di trovarsi di fronte ad uno scrittore molto difficile, contraddistinto da un’esperienza personale davvero problematica. La vita, nella bellissima e cupa Siena che ci descrive, si riflette nei suoi romanzi in termini di difficoltà formative in un ambiente complesso e condizionante. Tutta la sua scrittura così ostica dipende proprio dai temi ardui e tormentati che intende rappresentarci.

Almeno due delle opere di Tozzi (Con gli occhi chiusi e Il podere) si possono catalogare all’interno del genere “romanzo di formazione”. Gli esiti di entrambi sono fallimentari e pessimistici: il tutto in accordo con la visione aspra del mondo e delle relazioni umane, fondate sull’egoismo, sull’odio degli umili verso i ricchi e sull’atteggiamento sprezzante di questi verso i subalterni. Il senso di disgregazione che permea la scrittura franta e dissociata di questo scrittore è pertanto il riflesso della dissociazione che lo stesso “uomo” vuole raccontarci. La sua sintassi “ridotta all’osso”, apparentemente lineare e paratattica, spesso implicitamente suggerita dall’interpunzione, rivela l’espressionismo deformante del Tozzi “scrittore”: le vicende autobiografiche e lo stile narrativo procedono su binari paralleli, uniti in un vincolo inscindibile.

I protagonisti dei romanzi come quelli delle novelle si rivelano, per lo più, come identità a brandelli: uomini dalla volontà annientata e dai gesti incontrollati, permeabili a tutte le istanze esterne e, al tempo stesso, stretti nella morsa dei moti discontinui del proprio inconscio. Incapaci di dare continuità al proprio agire, di saldare le intermittenze della psiche e del cuore, di dare un qualche senso alle proprie vite, essi si tormentano, dolorosamente, in un susseguirsi d’istanti slegati e di pulsioni incontrollate.

Tozzi rappresenta il reale come un’indecifrabile congerie di attimi irrelati e dettagli sconnessi,  perché il suo è un mondo integralmente tragico, che non contempla alcuna totalità, nessuna concezione organicistica, nessuna ipotesi cosmografica o salvifica, nessuna costruzione ideologica rassicurante. Solo quadri frammentari e incerti, se non ridotti in frantumi e schegge, tanto più laceranti quanto meno ricomponibili in un qualche insieme ordinato.

In questo mondo cose, uomini e bestie (tutti tendenzialmente posti sullo stesso piano) cozzano e lottano in maniera convulsa e irragionevole; smarriti o sbalestrati nel mezzo di una realtà che si dà sempre come parziale e incongrua. E che tale appare, anche perché solitamente colta in tralice, deformata o accesa espressionisticamente da soggetti che a loro volta sono esseri perturbati e scissi.

Molto evidente, infatti, è l’analogia fisico-psichica tra l’inettitudine, il torpore dell’anima di molti dei personaggi dei romanzi di Tozzi (primo fra tutti Pietro, il protagonista di Con gli occhi chiusi) e la descrizione di alcuni scorci di Siena, raffigurata spesso come tutta raccolta in sé e inaccostabile. La realtà provinciale in cui si muovono i personaggi fa da sfondo al loro destino di solitudine e cecità.

Tuttavia, le “cose” descritte da Tozzi non sono mai statiche e prive di vita, anzi, partecipano attivamente alle azioni diventandone parte integrante in quanto «gli elementi della realtà sono compartecipi del vivere umano, in un sodalizio intimo che li definisce attori a pieno titolo dell’evento»