Gli alter ego di Federigo: Pietro, Leopoldo e Remigio

Fatalmente, nello stesso anno in cui nasceva Federigo Tozzi, il 1883, a Praga vedeva la luce uno dei più grandi scrittori del Novecento: Franz Kafka. Le analogie fra Tozzi e Kafka non si riducono certo all’anno di nascita, e su questo fecondo parallelismo scrisse pagine importanti il critico Giacomo Debenedetti, il quale sottolineò per primo che Tozzi fu uno dei pochi italiani a «lavorare in sincronismo involontario, inconsapevole con gli artisti, tutti stranieri, se si eccettua Pirandello, che stavano compiendo, quasi tutti senza una parola d’ordine e senza mutue intese, una rivoluzione nell’arte occidentale».

Almeno tre romanzi di Federigo Tozzi sono legati da un solo protagonista, lo stesso Federigo, che si rappresenta in diverse fasi della sua breve vita: Pietro, il giovane che procede con gli occhi chiusi; Leopoldo, carico di noluntas come una pagliuzza al vento, di I ricordi di un impiegato e infine Remigio de Il Podere, che è in sostanza un Pietro adulto, con gli occhi aperti, cui non sfugge niente e questo è il dramma peggiore: vedere, capire e non essere in grado di spostare di un millimetro il girone infernale, l’incubo kafkiano in cui s’è cacciato, pur con le migliori intenzioni da parte sua.

Il meno tozziano dei romanzi fu dichiarato da Borgese un capolavoro del realismo, ma esula completamente dai temi caratteristici di Tozzi: egli riprese un fatto di cronaca senese, la triste vicenda dei fratelli Torrini al momento in cui la tragedia soffia sul loro collo, provocata da loro e pagata a prezzo pieno.

Poiché il discorso è incentrato sulla figura dell’abulico, dell’inetto, dell’uomo frantumato nella psiche, è ovvio che tratterò i tre romanzi citati in apertura.

 

Con gli occhi chiusi

 

Scrive nella prefazione al romanzo Geno Pampaloni: “ Senza mai perdere un contatto vitale con la realtà terragna, popolare e passionale in cui affondava le sue radici, è riuscito a trasformare la sua realtà in una figura della crisi europea con cui si apre il Novecento. Anticipò d’istinto certi affioramenti improvvisi e dolorosi dell’io profondo che sono studiati dalla psicanalisi, da lui appena conosciuta. Espresse in modo originale, con personalissimo accento, l’angoscia del vivere che assedia il personaggio – uomo novecentesco.”

Dei romanzi, risulta essere il più ardito e direi totalmente autobiografico; scritto nel 1913, fu pubblicato nel 1919. Domenico Rosi gestisce la trattoria Il pesce azzurro insieme con la moglie Anna affetta da disturbi nervosi, e il piccolo podere di Poggio a’ Meli nella campagna senese. Il figlio Pietro, figlio unico, è un adolescente con problemi relazionali, costretto a subire la violenza – fisica e psicologica – del padre. Nella tenuta abitano anche gli assalariati, fra cui Rebecca, abbandonata dal suo seduttore che le ha dato un figlio, i genitori di lei, Giacco e Masa, due poveri vecchi che conducono una vita modesta e desolata, e la nipote Ghìsola.

La prorompente vitalità di Domenico, il padre padrone, spicca nella scena della castrazione degli animali, che simboleggia la sua prevaricazione sugli altri maschi (a cominciare dal figlio) che vivono nel suo podere. Proprio in questa scena, apparentemente secondaria, Giacomo Debenedetti ha intravisto il cardine di tutto il romanzo con una suggestiva interpretazione. Secondo Debenedetti, si ripete simbolicamente in Pietro il gesto di Edipo, l’autoaccecamento: nel mito greco Edipo si acceca per espiare l’uccisione del padre e il matrimonio incestuoso con la madre; accecandosi, Edipo perpetra su se stesso, con le proprie mani, la mutilazione inflittagli dal padre quando lo ha destinato a vivere tra i pastori, inconsapevole delle sue origini regali. Nel caso di Pietro, la mutilazione consiste nell’inettitudine, esibita in ogni manifestazione della vita pratica, come negazione dei valori paterni: Pietro «offre al padre il triste, irritante, sconcertante spettacolo della propria vita mutilata, incapace, impotente, proprio per vendicarsi, per fargli scontare la mutilazione a cui è stato sottoposto». Pietro, dunque, punisce il padre subendo tutto «con gli occhi chiusi»; altrettanto avviene, con involontario sincronismo, nei romanzi e nei racconti di Franz Kafka, i cui personaggi sono vittime di un potere prevaricante e oscuro. Nel mondo di Kafka, l’oggetto principale delle angosce persecutorie è la figura paterna, come è dimostrato dalla celebre Lettera al Padre, che, secondo Debenedetti, sta all’opera kafkiana come la scena della castrazione sta al romanzo Con gli occhi chiusi, riscontrandosi, in ciascuno dei due testi, la confessione di un complesso edipico. Allora l’episodio della castrazione degli animali non è un pezzo di bravura letteraria, una scena di vita rustica superflua nell’economia del romanzo, ma, viceversa, è l’episodio centrale, perché in esso si manifesta pienamente l’atteggiamento castrante di Domenico (materialmente, nei confronti degli animali, psichicamente nei confronti del figlio). Identificandosi inconsciamente con gli animali offesi, Pietro non apre gli occhi perché è paralizzato dal padre: psicologicamente, ha subìto la lesione che il cane Toppa e i gatti e il maialino, hanno subìto materialmente. L’interpretazione psicoanalitica di Debendetti ha un grande fascino e costituisce tuttora l’obbligatorio punto di partenza per ogni analisi del romanzo.

Tornando alla trama, nei confronti di Ghisola Pietro prova un affetto confuso e torbido, al quale la ragazza, pur conservando un atteggiamento evasivo, dimostra di corrispondere. Ma i colloqui dei due ragazzi consistono «in parole senza senso, convenzionali, che capivano loro due soltanto». Pietro è incapace di manifestarle a parole ciò che sente, e in più di un’occasione non resiste all’istinto di aggredirla. Ma indifferente e cinica, Ghisola, in una scena memorabile, davanti al sensibile Pietro, afferrò due uccellini, gli torse il collo e “li cosse”.

Un giorno Pietro viene a sapere che Ghìsola è tornata a Radda dalla sua famiglia. L’allontanamento è stato disposto da Domenico, che ha subodorato una relazione sconveniente tra i due. Dopo la morte della madre Anna, in seguito alle convulsioni epilettiche di cui soffriva, Pietro si chiude sempre più in sé stesso e nei propri studi. «Bestemmiava, perché non voleva avere i pregiudizi dei preti. E Domenico ne dava tutta la colpa a quei maledetti libri della scuola.» Trascorsi tre anni, Pietro riesce a conseguire la licenza tecnica. Il sentimento per Ghìsola non si è ancora spento, e Pietro chiede a Masa di mostrargli la fotografia che la ragazza ha mandato qualche tempo prima a Poggio a’ Meli. Rivedendo Ghìsola, Pietro comprende di amarla ancora. Il rapporto di Pietro col padre è freddo e conflittuale: Domenico non approva le scelte del figlio e non si capacita di come egli abbia potuto abbracciare la causa socialista.

Nel frattempo, ricongiuntasi alla famiglia e alle sorelle senza riuscire a intessere una relazione di autentico affetto, Ghìsola è stata sedotta da un amico di famiglia, Borio di Sandro, e dal suo fattore. A diciassette anni si è trasferita alla Castellina, a poca distanza da Radda. In paese si sono diffuse dicerie poco lusinghiere sui suoi costumi. In breve tempo Ghìsola ha ottenuto l’appoggio di un commerciante, il signor Alberto, di cui è divenuta amante, e si è stabilita «in una sua casetta nei dintorni di Badia a Ripoli».

Pietro va a trovarla e lascia trapelare le proprie intenzioni. Alla domanda se abbia mai avuto altri uomini, Ghìsola risponde di no, simulando un’ingenuità che in realtà ha perduto per sempre. Concerta poi con il signor Alberto di sposare Pietro, per trarre profitto dal matrimonio, e di concedersi a lui in modo tale che il giovane consideri suo il figlio che potrebbe nascere da una relazione di Ghìsola con l’amante.

Pietro e Ghìsola continuano a frequentarsi: all’amore incondizionato di Pietro, che non vuole unirsi a lei prima di averla fatta sua moglie, fa riscontro la doppiezza di Ghìsola, che è legata a lui da un affetto discontinuo e poco convinto. Su insistenza di Pietro, la ragazza fa ritorno a Poggio a’ Meli: si comincia a vociferare di un imminente matrimonio tra il figlio del trattore e la nipote degli assalariati. Pietro non sa spiegarsi «certi odii di Ghìsola» contro i parenti, da lei giustificati come una reazione all’ostilità di Domenico e al clima inospitale di Poggio a’ Meli. Dopo diversi giorni Ghìsola si trasferisce di nuovo a Radda in Chianti, presso la famiglia: lì Pietro andrà a trovarla alla fine dell’estate.

L’atteggiamento di Ghìsola non è mutato: «ella sentiva che doveva ingannarlo, perché egli non la umiliasse. Più grande e folle era quell’amore e più ella si trovava nella necessità di difendersi. […] Le lettere di Pietro le facevano l’effetto ch’egli le pensasse per qualche fidanzata ingenua e buona. E lo compativa, sorridendo.»

I due si rivedono a Firenze, dove Pietro torna col pretesto degli esami di riparazione, mentre Ghìsola – a sua insaputa – ha trovato un impiego in una casa di malaffare. È il loro ultimo incontro, prima che Pietro torni a Siena. Mentre si trova a Poggio a’ Meli, Pietro riceve una lettera anonima che lo disillude e lo mette in guardia: «Ghìsola lo tradisce. Se vuole averne la prova, vada in via della Pergola…»

Ottenuti da Rebecca i soldi per il viaggio, profondamente turbato ma non ancora privo di speranze, Pietro si reca a Firenze e ritrova Ghìsola all’ultimo piano del bordello. La ragazza accampa delle confuse giustificazioni e cerca di nascondere il proprio ventre gravido; ma è un tentativo disperato: riavutosi dalla «vertigine violenta che l’aveva abbattuto ai piedi di Ghìsola», Pietro sente all’improvviso di non amarla più.

Inizialmente l’autore pensava al titolo Ghisola, che passò in secondo piano dopo Pietro. La spiegazione del titolo descrive un resoconto della patologia di Pietro; significherebbe, quindi, il suo processo dentro l’incoscienza, a tastoni e inconsapevolmente, oppresso da un malessere misterioso che non si spiega (e che l’autore non vuole spiegare). Il tutto diventa un “andare con gli occhi chiusi” procedendo nell’abisso. E gli “occhi chiusi” sarebbero gli occhi dell’inconsapevolezza e dell’impotenza in senso lato. In quest’ottica è possibile che il finale, molto elaborato e modernamente sospeso, rappresenti l’apertura degli occhi; il momento formativo di risveglio verso la realtà e la maturità. Il testo è diviso in paragrafi di diversa lunghezza: siamo di fronte all’accostamento di singole scene, più che a un racconto consequenziale, per richiamare la vulnerabile condizione alogica di Pietro. Anche nella sintassi, sull’ipotassi prevale nettamente la paratassi: sia le singole frasi nel periodo, sia i singoli fatti nella narrazione sono collegati fra loro non da nessi logici di dipendenza, ma da un semplice rapporto di vicinanza.

Le relazioni fra le cose e i motivi del comportamento dei personaggi non sono evidenziati dall’autore, né si desumono dal contesto della narrazione: in questo modo, gli atti dei personaggi non sono spiegabili razionalmente e restano “misteriosi”. La vista si offusca, gli occhi quasi si chiudono di fronte al reale che per via di durezze e «misteriosi atti nostri» (così Tozzi in una sua celebre dichiarazione di poetica, Come leggo io, del 1919) già veicola il tragico, l’insospettato e l’inesplicabile. La cattiveria della vita e la sua assurda crudeltà si impongono come banco di prova per chi affida alla scrittura la sua ricerca della verità.

Di conseguenza il rapporto dei personaggi col mondo che li circonda appare diafano, indistintamente compromesso: in Con gli occhi chiusi siamo nel mondo dell’”inconscio”, un mondo di immagini non sempre spiegabili razionalmente. Lo sfaldamento dell’Io domina il legame con il mondo reale, spingendo i protagonisti ad un lento declino verso l’abisso, dove trionfano le afasiche non relazioni.

Ricordi di un impiegato

Ricordi di un impiegato è la rielaborazione di un diario autobiografico del 1910-11 (pubblicato postumo nel 1927) sull’esperienza compiuta dall’autore come impiegato delle ferrovie a Pontedera. Ma quello scritto giovanile diventa storia di un personaggio oggettivo, Leopoldo. Questi vorrebbe sposarsi con la fidanzata, Attilia, ma i genitori si oppongono. La proibizione è particolarmente forte da parte della madre, che sta per avere un’altra figlia. In realtà Leopoldo teme il matrimonio: non riesce mai a guardare in faccia una donna e appare sempre incapace di un comportamento maturo. Insomma, è un altro inetto della galleria tozziana. Alla fine la morte della fidanzata gli permette di tornare nell’ordine familiare, dopo uno strano patto con la madre: questa metterà alla figlia che ha appena partorito il nome della ragazza morta e Leopoldo in cambio non si interesserà più a nessun’altra donna. Il protagonista accetta, insomma, di restare per sempre «giovane». La giovinezza, per Tozzi, è infatti una sorta di malattia, coincidente con l’inettitudine, con l’incapacità di decidere e con l’impossibilità di distinguere i fantasmi della mente dalla realtà oggettiva.
Di fatto, Leopoldo vive in un mondo tutto suo: fatica ad aprirsi con i colleghi – che interpretano la sua riservatezza come spocchia –, è impacciato sul lavoro e conduce una vita appartata, senza amici né confidenti. Unica valvola di sfogo è il fitto scambio epistolare con Attilia, la quale però si ammala gravemente ed è costretta a dettare le sue lettere ad un’amica. Leopoldo vive con imbarazzo questa intrusione, soprattutto quando si rende conto di provare attrazione per questa seconda persona. Egli, in sostanza, si rifiuta di accettare che l’unica cosa che aveva creduto pura e incontaminata – l’amore per Attilia – possa deteriorarsi. E finisce per chiudersi ancora di più in se stesso. L’autentica vita di Leopoldo è quindi quella interiore: una vita che può essere contemplata solo ad occhi chiusi, in ideale separazione da tutto il resto del mondo. Siccome la realtà esterna non è altro che persecuzione e malvagità, tanto vale farsi da parte e osservare, con ironico e al contempo compiaciuto distacco, la vita degli altri:

Sono io, dunque, che ho voluto restare lontano da questa realtà così dolce! E perché? Sono io che ho chiuso la mia anima per sempre; come quando, da ragazzo, volevo stare solo e mi mettevo a guardar dall’uscio socchiuso quelli che dentro la stanza parlavano.

Il rapporto con la solitudine è pertanto ambivalente: da un lato è una scelta consapevole ed obbligata (ed è evidente che, in questa scelta, Tozzi individua l’essenza della sua natura di scrittore, il quale altro non è che un osservatore discreto – che guarda «dall’uscio socchiuso» – della vita altrui); ma, dall’altro, è a lungo andare insostenibile, giacché impone la contemplazione di quanto v’è di più angosciante: la morte. Di nuovo Tozzi recupera l’immagine della doppia vista:

Allora mi par di sfuggire alla morte, nascondendomi in me stesso; con una paura che mi mozza il respiro. Mentre negli spazi della mia esistenza passa la sua ombra; e io chiudo gli occhi per non vederla. E, qualche volta, ho paura di non riaprirli più.

Chiudere gli occhi dinanzi alla vita per aprirli di fronte alla morte: questo sembra essere, in sostanza, il destino di Leopoldo (e di Pietro; e di Remigio). Ma la morte, in definitiva, non è osservabile: essa rappresenta l’implosione di ogni senso, e non può offrire conforto a chi va in cerca di una ragione valida per sopportare il dolore. Ancora una volta, diventa inevitabile chiudere gli occhi. Col risultato che, nel limbo di un’esistenza interiore, a metà strada tra la vita vissuta e la contemplazione dell’aldilà, tutto diventa crudele ed insignificante.

Il podere

Pubblicato postumo nel 1921, ha come protagonista Remigio Selmi, un giovane che, per i continui screzi col padre, si è allontanato da casa- un podere nella campagna senese- e lavora come impiegato alle Ferrovie. Torna ad assistere il padre agonizzante per un piede andato in cancrena. Dopo la sua morte, Remigio eredita il podere, ma scopre di essere del tutto incapace di gestire la proprietà.

Questo scatena una lotta in cui i vari personaggi (la matrigna, che teme di essere allontanata dalla proprietà; la giovane amante del padre che rivendica un debito inesistente; gli assalariati che non lo rispettano) prendono tutti posizione contro il protagonista, sfruttando la sua inesperienza e la sua scarsa autorevolezza. Con l’aggravarsi della situazione Remigio cade in una spirale di prestiti, carte bollate e cambiali, notai e avvocati; nel frattempo i contadini e i sensali approfittano della sua inettitudine per rubare frutta, ortaggi e fieno.

Remigio è incapace di comunicare con gli altri e non sa farsi rispettare. Inoltre la proprietà del podere è per lui simbolo della figura paterna, autoritaria e dispotica, del quale si è sempre sentito rivale. Dunque non riesce a concludere niente, a portare a termine nessuna iniziativa decisa, a far valere nessuna autorità, e proprio per questo si fa odiare da tutti. Il podere va in rovina: con il raccolto distrutto e i debiti da pagare, Remigio decide infine di ipotecare la proprietà. Esasperato dall’odio e dalla rabbia, Berto, uno dei suoi contadini, lo uccide con un colpo di accetta sulla nuca e questa volta la natura concorre alla tragedia: una violenta grandinata mitraglia e distrugge i numerosi filari di viti. Tozzi fa muovere i personaggi in un mondo cupo e violento. Il romanzo è ambientato in campagna, eppure la natura non offre immagini di grazia e di dolcezza: Remigio, timido e inesperto, appare subito spaesato in questo nuovo mondo, incapace di gestire la situazione; fin dall’inizio subisce l’ostilità dei contadini, che non gli dimostrano né stima né simpatia. Inutili i suoi tentativi di costruire delle relazioni significative: Remigio, estraneo a tutti «si sentì pieno d’ombra come la campagna. Guardò il podere, giù lungo la Tressa; e dove c’era già buio; e gli parve che la morte fosse lì; che poteva venire fino a lui, come il vento che faceva cigolare i cipressi». E poco oltre, visualizzando il suo incubo: «Tutta la sua vita sembrava chiusa dentro un sacco, da cui non c’era modo di metter fuori la testa».

Nell’ideale galleria di personaggi tozziani, Remigio è il fratello maggiore di Pietro, come lui segnato dalla «cronica inabilità del soggetto alla vita ‘normale’, la malattia della cecità». Nella natura compaiono segni di morte:

Un uccello nero svolazzava sopra la casa; senza avvicinarcisi mai. Un calabrone, con le ali di un nero luccicante e turchino, cadde nell’acqua; facendo lo stesso rumore di una pietruzza; una delle anatre accorse nuotando e lo inghiottì; poi scosse il becco goccioloso. Egli pensò, come se sognasse: ‘Sono giovane!’. L’ammissione di “giovinezza” equivale qui all’inettitudine del protagonista e appare come lo specchio rovesciato della “senilità” sveviana; si tratta di “giovani-vecchi”, amaramente consapevoli della propria estraneità. Questo brano si presta bene a mostrare altri caratteri dello stile tozziano:  sul piano della sintassi, già nel primo periodo, il punto e virgola è impiegato al posto della virgola, in modo da isolare l’ultima parte della frase, dandole maggior risalto. Altri punti e virgola anomali compaiono anche nei periodi successivi. Si osservi anche la mancanza di nessi causali. Il regime sintattico è anche qui rigorosamente paratattico. Tutto è posto sullo stesso piano; sparisce ogni gerarchia narrativa. Sul piano della rappresentazione psicologica, sono molto importanti la mobilità e la varietà estreme dei sentimenti di Remigio. All’inizio sta per piangere; poi, vedendo un bel sole, si sente meglio; subito dopo scorge l’uccello nero, il calabrone e l’anatra che lo ingoia e pensa trasognato di essere ancora giovane. Si tratta di una constatazione e, insieme, di un presagio di morte: il «giovane» è tale perché non sa affrontare la vita; è un inetto, incapace di vivere. Tale incapacità lo induce all’idea di morte, d’altronde confermata dall’uccello nero, indizio di sventura, e dalla scena di crudeltà e violenza quotidiana fra animali che ricalca la cattiveria esistente fra gli uomini. Con la battuta finale torna dunque a prevalere l’angosciosa tristezza da cui per un attimo il giovane si era liberato. È questa una condizione soffocante che il protagonista non riesce mai a comprendere, pur dibattendosi all’interno di essa; la crescente assenza di vie d’uscita, la sensazione di trappola, acquistano ben presto la dimensione di una tragedia che può solo precipitare verso l’inesorabile finale. In Remigio la figura di proprietario entra in conflitto con quella di inetto, e questa contraddizione inconciliabile viene risolta dalla società solo eliminandolo. Ciononostante, le vaghe prese di posizione e i falliti tentativi di dare un ordine al mondo valgono se non altro a porre Remigio su di un piano più alto rispetto a Pietro: il tentativo nevrotico di risollevare con qualunque mezzo le proprie sorti (Remigio passa da avvocato ad avvocato; parla con tutti cercando soluzioni; si arrischia in scelte errate; insomma: si mette in gioco) lo distacca dalla staticità inesorabile di Pietro, protagonista de Con gli occhi chiusi. Ne Il podere, inoltre, ritorna insistentemente la dialettica tra “sguardo” e “occhi chiusi”, già fil rouge del primo romanzo giovanile di Tozzi. In entrambe le opere, però, non viene dichiarato da cosa Tozzi voglia “far togliere lo sguardo” ai suoi personaggi; nemmeno viene enunciato il perché si debba volgere altrove la vista o, addirittura, serrare gli occhi, escludendo la possibilità di vedere. Una possibile interpretazione viene suggerita dallo stesso Tozzi, però, in un altro capolavoro del periodo romano, Ricordi di un impiegato, anch’esso costruito su materiale autobiografico.

 

Federigo Tozzi è un autore complesso sia per i contenuti contorti che per lo stile arido, secco e, di tanto in tanto, costellato da espressioni toscane arcaiche e popolari. Romanzi e racconti sono quasi tutti ambientati nella città natale, Siena, o nel paesaggio agreste circostante, luoghi che fungono da sfondo ad un’umanità frustrata, inappagata, delusa, priva di illusioni e consolazioni. Questa interiorità tanto gravante si affianca ad una costante ricerca di dettagli amari e sgradevoli nell’aspetto fisico dei protagonisti, che si presentano deformi, ripugnanti e spesso oppressi da malattie psichiche. I personaggi di Tozzi corrispondono tutti a proiezioni autobiografiche che incarnano perfettamente la figura dell’ “inetto”, cioè eroi negativi che spesso danno vita ad un fallimento finale. In prospettiva europea Tozzi viene associato a Franz Kafka, autore che esaminò il malessere della condizione umana. Così come Tozzi, infatti, anche Kafka visse il difficile rapporto con un padre duro e autoritario che lo costrinse a vivere in una regolare incapacità di riscatto . I personaggi tozziani vedono i propri limiti: in questo consiste la loro terribile condizione. Sanno di essere decaduti, riescono a percepire che il loro protagonismo è ormai soltanto la cenere di un’illusione. Altro non possono fare che vivere e morire insieme con la loro epoca, rientrando nell’ordine o uscendone con dolore. E anzi afferrano anche di più: questo vuoto storicismo epocale li condanna nello stesso momento ad un ottenebramento globale di ciò che li circonda e non può (non vuole?) toglier loro il paraocchi che limita la loro tentazione di guardare al di là delle rovine e del dissolvimento. Seduzione, questa, che sottilmente riapre, tra le macerie dell’esistenza e del mondo, una via verso l’inganno della salvezza. Pietro, Remigio e Leopoldo hanno smarrito sia il senso del destino che era loro imposto sia la posizione che credevano di occupare nello spazio: si muovono in un universo dove ogni sicurezza è finita, compresa la sicurezza di questa fine.

 

 

 

 

Michela Tartaglia
Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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