“Io non ho mai sentito tanto di vivere quanto amando…” Leopardi tra Fanny e Aspasia

Amare appassionatamente e per sempre Leopardi, dal primo impatto verso i diciott’anni, e avere il privilegio di studiarlo alla Sapienza con il rivoluzionario professor Walter Binni, e poi accostarsi trepidante ai suoi scritti, alla sua tristissima vita ogni anno per spiegarlo agli alunni dell’ultimo anno del liceo e ogni volta un passo in più per me e nuovi commossi proseliti per lui…è accaduto a tanti, tantissimi, ma credo che a pochi abbia cambiato e influenzato pesantemente la vita, come è accaduto a me. Cominciò con “virtù non luce in disadorno ammanto” de L’ultimo canto di Saffo e si consolidò in modo permanente dopo Il ciclo di Aspasia. L’ineffabile violavestita Fanny, che usò Leopardi come schiavetto adorante per accrescere la sua collezione di autografi celebri, fu la prima donna vera, in carne e ossa, di cui Leopardi si innamorò perdutamente, mente e corpo, anima e desiderio impellente. Ma, come per Saffo la felicità tra gli umani era appannaggio dei belli, così per la svampita Fanny, tutta corteggiatori, amanti e velleità pseudopoetiche, avere presso di sé il favoloso Leopardi si risolse in un’annoiata ripulsa: a Matilde Serao, che l’interrogava sul suo rifiuto verso il poeta, rispose secca “Mia cara, puzzava!” e con Ranieri, «io m’inquietavo, e non volevo, né anco credevo vere certe cose, come non le credo ancora…». Pochi mesi dopo la morte di Leopardi, nel 1837, scriveva a Ranieri giurando di non aver mai dato la «minima lusinga a quel povero uomo», che si sarebbe sentita colpevole a deridere «un infelice e un brav’uomo come lui» e sperava così di risparmiarsi la pena di credersi responsabile, «senza volerlo», di un affronto a una «persona così disgraziata».

Le parole in grassetto sono un capolavoro di crudele superficialità femminile, propria di chi ha avuto la fortuna immeritata di incontrare un genio assoluto, che l’ha pure amata e corteggiata e idoleggiata, e non ha percepito neppure un atomo del profumo eterno di ambrosia che avvolgeva il nostro poeta.

Di qui il terrore in me di imbattermi in un novello Leopardi e non riconoscerne le stupende qualità, la dolcezza infinita e l’infinito bisogno d’amore, occultati sotto povere spoglie di disadorno ammanto. Poi la grande lezione del poeta, quando la passione per Fanny fu polverizzata dalla inevitabile presa di coscienza della verità: in lui coesisteva da sempre il dualismo reale/ideale e quella che aveva amato era la proiezione dell’incantevole fantasma forgiato dalla sua mente. Appunto, aveva sovrapposto a Fanny l’immagine incomparabile di Aspasia, l’etera maestra d’arte e d’amore del V secolo a.C., che aveva fulminato Pericle con le sue qualità ed è giunta fino a noi grazie anche alla canzone di Leopardi. Questa canzone rimane senza ombra di dubbio la scudisciata più violenta, l’espressione sarcastica più urente che mai amante rifiutato, deluso e rinsavito abbia scritto alla persona un tempo amata. Quanto a me, il Leopardi nascosto sotto povere spoglie non si è mai rivelato ed io ho sempre e solo amato lui nei rospi che s’atteggiavano a principi.

La passione e la successiva delusione amorosa di Leopardi si articolano in cinque testi composti tra il 1831 e il 1834, appunto etichettati come “Il ciclo di Aspasia”, in cui il poeta descrive il sentimento come un’esperienza totalizzante, che riempie ed arricchisce l’animo dell’uomo e mostra la mediocrità del mondo circostante o di coloro che non ne sono toccati. A ciò fa ovviamente da contraltare l’acuta e profonda disillusione, che spinge Leopardi a svelare l’inganno dei sentimenti e la condizione di infelicità umana, valutando salvifica la morte come fuga dalla infinita vanità del mondo.

Il pensiero dominante è il primo testo del “ciclo”, e sviluppa il tema dall’assolutezza della passione, che modifica radicalmente l’animo umano e lo spinge ad azioni memorabili e degne. In Amore e morte emerge già la componente distruttiva della passione e delle sue illusioni, che possono essere messe a tacere solo dalla morte, intesa come fine dei dolori terreni. Consalvo è invece una breve novella in versi in cui il protagonista svela il proprio amore all’amata Elvira solo in punto di morte.

Il tema della “infinita vanità del tutto” torna anche in Aspasia (primavera 1834), penultimo testo del “ciclo”, che canta la dolorosa disillusione del poeta e la sua consapevolezza che anche l’amore è solo un inganno.

Se l’amore nel suo momento apicale era stato cantato nel Pensiero dominante e in Amore e morte – ma si era già a più riprese affacciato, con recupero memoriale, nei “grandi idilli”, oltre che nella splendida conclusione della Storia del genere umano e in altre operette  successive – con A se stesso il poeta si appresta a congedarsi dall’illusione “eterna”, senza più assumere contegni agonistici, ma affidando a frasi dal forte valore assertivo una resa alla morte delle illusioni e a un fato maligno dietro cui si intravede il profilo di Arimane. Questo commiato dalle illusioni non coincide ancora con la progettazione di una reazione dignitosa e ferma davanti alla Natura – e cioè una reazione che si spinga ad abbracciare una ragione illuministicamente intesa e a concepire una società pronta ad aggregarsi in “social catena” – come accadrà con La ginestra. E non coincide nemmeno con un rinnovato bisogno di contemplazione del vero (si ricordino a tal proposito i versi finali dell’Epistola al conte Carlo Pepoli: “che conosciuto, ancor che tristo, | ha suoi diletti il vero”, vv. 146-147). In A se stesso vi è solo una riduzione del sistema dell’universo a un male personificato e a una morte incombente e inevitabile, senza che si scorgano spiragli di nessun genere.

           ASPASIA

Torna dinanzi al mio pensier talora

Il tuo sembiante, Aspasia. O fuggitivo

Per abitati lochi a me lampeggia

In altri volti; o per deserti campi,

Al dì sereno, alle tacenti stelle,

Da soave armonia quasi ridesta,

Nell’alma a sgomentarsi ancor vicina

Quella superba vision risorge.

Quanto adorata, o numi, e quale un giorno

Mia delizia ed erinni! E mai non sento

Mover profumo di fiorita piaggia,

Nè di fiori olezzar vie cittadine,

Ch’io non ti vegga ancor qual eri il giorno

Che ne’ vezzosi appartamenti accolta,

Tutti odorati de’ novelli fiori

Di primavera, del color vestita

Della bruna viola, a me si offerse

L’angelica tua forma, inchino il fianco

Sovra nitide pelli, e circonfusa

D’arcana voluttà; quando tu, dotta

Allettatrice, fervidi sonanti

Baci scoccavi nelle curve labbra

De’ tuoi bambini, il niveo collo intanto

Porgendo, e lor di tue cagioni ignari

Con la man leggiadrissima stringevi

Al seno ascoso e desiato. Apparve

Novo ciel, nova terra, e quasi un raggio

Divino al pensier mio. Così nel fianco

Non punto inerme a viva forza impresse

Il tuo braccio lo stral, che poscia fitto

Ululando portai finch’a quel giorno

Si fu due volte ricondotto il sole.

Raggio divino al mio pensiero apparve,

Donna, la tua beltà. Simile effetto

Fan la bellezza e i musicali accordi,

Ch’alto mistero d’ignorati Elisi

Paion sovente rivelar. Vagheggia

Il piagato mortal quindi la figlia

Della sua mente, l’amorosa idea,

Che gran parte d’Olimpo in se racchiude,

Tutta al volto ai costumi alla favella,

Pari alla donna che il rapito amante

Vagheggiare ed amar confuso estima.

Or questa egli non già, ma quella, ancora

Nei corporali amplessi, inchina ed ama.

Alfin l’errore e gli scambiati oggetti

Conoscendo, s’adira; e spesso incolpa

La donna a torto. A quella eccelsa imago

Sorge di rado il femminile ingegno;

E ciò che inspira ai generosi amanti

La sua stessa beltà, donna non pensa,

Nè comprender potria. Non cape in quelle

Anguste fronti ugual concetto. E male

Al vivo sfolgorar di quegli sguardi

Spera l’uomo ingannato, e mal richiede

Sensi profondi, sconosciuti, e molto

Più che virili, in chi dell’uomo, al tutto

Da natura è minor. Che se più molli

E più tenui le membra, essa la mente

Men capace e men forte anco riceve.

Nè tu finor giammai quel che tu stessa

Inspirasti alcun tempo al mio pensiero,

Potesti, Aspasia, immaginar. Non sai

Che smisurato amor, che affanni intensi,

Che indicibili moti e che deliri

Movesti in me; nè verrà tempo alcuno

Che tu l’intenda. In simil guisa ignora

Esecutor di musici concenti

Quel ch’ei con mano o con la voce adopra

In chi l’ascolta. Or quell’Aspasia è morta

Che tanto amai. Giace per sempre, oggetto

Della mia vita un dì: se non se quanto,

Pur come cara larva, ad ora ad ora

Tornar costuma e disparir. Tu vivi,

Bella non solo ancor, ma bella tanto,

Al parer mio, che tutte l’altre avanzi.

Pur quell’ardor che da te nacque è spento:

Perch’io te non amai, ma quella Diva

Che già vita, or sepolcro, ha nel mio core.

Quella adorai gran tempo; e sì mi piacque

Sua celeste beltà, ch’io, per insino

Già dal principio conoscente e chiaro

Dell’esser tuo, dell’arti e delle frodi,

Pur ne’ tuoi contemplando i suoi begli occhi,

Cupido ti seguii finch’ella visse,

Ingannato non già, ma dal piacere

Di quella dolce somiglianza, un lungo

Servaggio ed aspro a tollerar condotto.

Or ti vanta, che il puoi. Narra che sola

Sei del tuo sesso a cui piegar sostenni

L’altero capo, a cui spontaneo porsi

L’indomito mio cor. Narra che prima,

E spero ultima certo, il ciglio mio

Supplichevol vedesti, a te dinanzi

Me timido, tremante (ardo in ridirlo

Di sdegno e di rossor), me di me privo,

Ogni tua voglia, ogni parola, ogni atto

Spiar sommessamente, a’ tuoi superbi

Fastidi impallidir, brillare in volto

Ad un segno cortese, ad ogni sguardo

Mutar forma e color. Cadde l’incanto,

E spezzato con esso, a terra sparso

Il giogo: onde m’allegro. E sebben pieni

Di tedio, alfin dopo il servire e dopo

Un lungo vaneggiar, contento abbraccio

Senno con libertà. Che se d’affetti

Orba la vita, e di gentili errori,

E’ notte senza stelle a mezzo il verno,

Già del fato mortale a me bastante

E conforto e vendetta è che su l’erba

Qui neghittoso immobile giacendo,

Il mar la terra e il ciel miro e sorrido.

«… questa è la prima donna moderna che appare nella poesia italiana»: così Luigi Russo sulla Aspasia di Giacomo Leopardi.  Aspasia è un nome recuperato dall’età d’oro di Atene, dall’etèra amica di Pericle, bella e dotta. In realtà Russo insiste sulla componente “filosofica”, sull’Aspasia dotta più che sull’allettatrice. Parecchi lettori sono spiazzati dall’ambientazione del canto di Leopardi, dai «vezzosi appartamenti», dai vestiti color «della bruna viola»; sono impressionati dal «seno ascoso e desiato», dalla dichiarazione – tutta al presente e priva del velo della rimembranza o del vago – che Aspasia è «bella non solo ancor, ma bella tanto, / al parer mio, che tutte l’altre avanzi».

In Leopardi la figura femminile oscilla sempre fra eros carnale e platonizzazione: nella donna che irraggia richiami erotici, anzi, nella stessa conquista erotica, l’amante di Leopardi ama un’altra, anche nei «corporali amplessi» desidera e ama l’«amorosa idea», la donna ideale, quella la cui beltà è un «raggio divino», che ha gli effetti della «bellezza» e dei «musicali accordi», quella che è ancora una «figlia della sua mente» e trova solo una maschera in prestito nel «volto», nei «costumi», nella «favella» della donna reale.

Per tornare ad Aspasia, la “donna fatale”, in questo caso Fanny Targioni Tozzetti nascosta sotto il senhal, è in Leopardi il punto di incontro fra l’idea platonica e la donna reale; prevalgono in tale incontro le contraddizioni; dualità, inconciliabilità e ambiguità di idea e realtà della donna sono componenti decisive per iscrivere la Targioni Tozzetti insieme alle altre figure femminili di Leopardi nella schiera che annovera le eroine del mito, della Bibbia, delle opere letterarie italiane e dei libri romantici, ma, dal ciclo di Aspasia in poi, Leopardi pare ormai muoversi oltre il Romanticismo.

«Io non ho mai sentito tanto di vivere quanto amando, 

benché tutto il resto del mondo fosse per me come morto». 

Amare significava fantasticare sull’amore, delirare nelle stanze notturne, sognare ed evitare il contatto con la realtà: «Più volte ho evitato per parecchi giorni di incontrare l’oggetto che mi aveva affascinato dentro un sogno delizioso». In una lettera del 1880 Antonio Ranieri racconta:«… i suoi amori erano quasi tutti unilaterali, ed inavvertiti dalla persona amata».

Prima di Fanny-Aspasia – ma è chiaro che interessa, al di là delle vicende biografiche, la trasfigurazione letteraria – Leopardi si innamora nel 1826, a Bologna, di Teresa Carniani Malvezzi. Teresa «conosceva un linguaggio della lusinga che egli aveva sino allora contemplato come un alfabeto di geroglifici. Parlava da poetessa e si muoveva come una dama, con il brio, i capricci e la delicatezza delle eroine letterarie sulle quali si modellava… Leopardi restò invischiato nella sua rete come il più ingenuo degli innamorati» (così Rolando Damiani, biografo di Leopardi). Giunge perfino a perorare con l’editore Stella la pubblicazione della traduzione fatta dalla Malvezzi sul Somnium Scipionis di Cicerone, salvo poi ritirarsi imbarazzato. Leopardi non amava certe frequentazioni femminili basate sulla lettura di versi di queste ultime, né le donne che avevano verso di lui atteggiamenti pietosi o materni (ad esempio Adelaide Maestri gli risulterà noiosissima e odiosa per le «troppe cure assidue insistenti»).

Ma ecco che negli ambienti letterari e mondani di Bologna si sparla molto del sodalizio Malvezzi-Leopardi, si diffondono dicerie pesanti. «Un aneddoto feroce, che assomiglia alla favola di Aristotele cavalcato dalla bella Fillide, narrava per il divertimento di chi lo conosceva che il conte, sgraziato nel fisico ma ammirato per la sua dottrina, si era genuflesso davanti all’amata per dirle che l’adorava e la belle dame sans merci aveva suonato il campanello per ordinare al cameriere di portare un bicchiere d’acqua al suo ospite ardente» (Rolando Damiani).

Infine è la Malvezzi ad allontanarlo, gli fa sapere che le loro conversazioni le appaiono noiose. Leopardi la pregherà di riammetterlo con alcune brevi lettere, nonostante la freddezza esibita dalla donna. Dopo il soggiorno a Recanati tra fine 1826 e inizio 1827, Leopardi torna a Bologna in aprile: la contessa Malvezzi lo tiene lontano, e anzi diffonde altre dicerie contro di lui. Pietro Giordani, preoccupato, si informa da Brighenti se sia vero che Leopardi si è ripresentato da lei, «spregevolissima e fastidiosissima, non bella non brava non buona». Alla fine Giacomo Leopardi fu durissimo, la delusione lo spinse a confidarsi con l’amico Papadoli con questi toni: «Come ti può capire in mente che io continui d’andare da quella puttana della Malvezzi? Voglio che mi caschi il naso, se da che ho saputo le ciarle che ha fatto di me, ci sono tornato, o sono per tornarci mai; e se non dico di lei tutto il male che posso. L’altro giorno, incontrandola, voltai la faccia al muro per non vederla».

Nel luglio del 1830 Leopardi conosce Fanny Targioni Tozzetti. Gli ambienti letterari e mondani, molto pettegoli, le attribuiscono una lunga serie di amanti. Ecco uno stralcio di lettera di Alessandro Poerio a Antonio Ranieri: «Leopardi e Niccolini dicono essere ella non solo bellissima e cortese di modi, ma eccellente oltre al solito delle donne nella pittura, nelle lingue moderne ed in altri pregi. La Targioni […] è ormai fatta tutta letteratura e signoria. Dicesi che Carlo Torrigiani sia attualmente il suo favorito. Altri nominarono Luigi Mannelli. C’è pure chi pretende che Gherardo Lenzoni e il marchese Lucchesini di tempo in tempo facciano incursioni sull’antico dominio. Io non posso indurmi a credere di sì prudente donna così licenziose novelle e credo che de’ quattro amanti almeno due siano favolosi».

Quando ormai la vicenda biografica e letteraria sarà conclusa, nel 1835, Fanny Targioni Tozzetti scriverà all’amico di Leopardi, Antonio Ranieri – i tre hanno condotto uno strano ménage a trois, negli anni fra il ’30 e il ’33  : «E di Leopardi che n’è? io sono già nella sua disgrazia, non è vero? “ed il grand’amore si convertì in ira”: ciò mi è accaduto sovente, perché nella filza dei miei adoratori ho avuto certi camorri da far paura; e perché con quelli che non erano in questa categoria non ho potuto mai spogliarmi da quel maledetto e brutto pensar volgare del quale mi avete sempre accusata».

Fanny, all’epoca ventinovenne, moglie del professor Antonio Targioni Tozzetti, botanico e medico, è donna di lettere e colleziona autografi di letterati famosi. Leopardi scrive numerosi biglietti per procurargliene, con una insistenza davvero inusuale, dimostrandosi subito fin dai primi incontri un suo suddito. È, scrive, «bellissima e gentilissima (anzi l’amabilità e la gentilezza stessa)» e la ammira come una «dea». È verso il maggio del ’31 che le avventure si complicano. L’amico Ranieri è vinto dall’amore per un’attrice, sposata, che segue per l’Italia nella sua tournée. Leopardi, a Firenze, tiene i contatti fra la Tozzetti e lo stesso Ranieri. Vive di riflesso le furiose avventure galanti del giovane amico. Ma non si tratta solo di questo. Ranieri – fatte le dovute tare alla sua attendibilità di testimone – racconta nelle sue memorie di un abbandono di Leopardi a «vani e inavvertiti soliloquii d’amore» che travalicavano «i confini imposti alla dignità». Queste allucinazioni erotiche, che si adattano all’immagine stravagante dell’autobiografia di Ranieri che la compilò da vecchio, datano all’estate del 1831. Ma tali furie notturne non sono del tutto nuove, è lo stesso Leopardi che le ha già raccontate, a proposito del suo amore giovanile per Gertrude Cassi. Sono con ogni probabilità i mesi della composizione de Il pensiero dominante. Amore è «dolcissimo, possente / dominator… terribile, ma caro / dono del ciel»; amore ha una natura «arcana».

È della figura della donna fatale la venatura funebre, oscura, cupa, onnipotente: c’è nell’amore il volto terribile e arcano del male, dell’Arimane a cui Leopardi in questo periodo dedica un importante abbozzo di canto. L’amore non lascia niente attorno a sé: «gli altri pensieri miei / tutti si dileguàr».

La donna fatale, pur tollerata da un’età moderna tutta rivolta al progresso e all’utile, le è contraria. Distoglie il maschio dalle sue occupazioni – l’accumulo, l’industria, la fiducia nella tecnologia e nel progresso – dal suo esercizio del potere, dalla guerra, come Marte abbracciato a Venere, come Rinaldo vinto da Armida:

«Che intollerabil noia / gli ozi, i commerci usati…»,

«Di questa età superba, / che di vote speranze si nutrica, / vaga di ciance, e di virtù nemica; / stolta, che l’util chiede, / e inutile la vita / quindi più sempre divenir non vede; / maggior mi sento…».

Amore, «prepotente signore», fa ancora sognare Leopardi:

«tutto quanto il ver pongo in obblio!»,

amore è «sogno e palese error»,

mentre «cresce quel gran diletto / cresce quel gran delirio, ond’io respiro».

In toni stilnovistici, Fanny è qui ancora il positivo motore del ritorno di un sogno, «angelica sembianza». Nell’inverno fra il 1831 e il 1832 Leopardi è a Roma, per accompagnare Ranieri nella folle avventura d’amore di quest’ultimo con l’amica attrice. Pur malato, scrive lettere a “Madama Targioni” molto attente e tutte rivolte a farsi ricordare da lei. Nel 1832 è di nuovo a Firenze e frequenta costantemente casa Targioni. Il ruolo di Leopardi è però quello del tramite fra la donna e Ranieri: la Targioni avrebbe probabilmente allontanato da sé Leopardi, non fosse stato per questo. E quando si dovrà spiegare sarà chiaro ciò che pensava davvero.  Quando Leopardi accennava cose d’amore, sosteneva la Targioni con Ranieri, «io m’inquietavo, e non volevo, né anco credevo vere certe cose, come non le credo ancora…». Pochi mesi dopo la morte di Leopardi, nel 1837, scriveva a Ranieri giurando di non aver mai dato la «minima lusinga a quel povero uomo», che si sarebbe sentita colpevole a deridere «un infelice e un brav’uomo come lui» e sperava così di risparmiarsi la pena di credersi responsabile, «senza volerlo», di un affronto a una «persona così disgraziata». Quel «senza volerlo» è un capolavoro di femminilità crudele. Non c’è definizione di Leopardi data dalla Targioni Tozzetti che non suoni oltraggiosa. Le parole finali, da parte sua, su questa storia, sono quelle riferite da una conversazione con Matilde Serao, che le aveva chiesto del rifiuto opposto a Leopardi: «Mia cara, puzzava» sentenziò “Madama Targioni”.

Ben altro da parte di Leopardi, ed è in effetti la vicenda letteraria che ci interessa di più. Aveva scritto le riflessioni di Amore e morte, i sogni positivi di Consalvo. In Amore e morte c’è un senso di isolamento dell’innamorato, che non patisce più solo la pena d’amore, o la separazione dal resto delle occupazioni della sua vita, ma vede con chiarezza la «procella» che «mugghiando, intorno intorno oscura». L’amante sottostà al sadismo della natura: «il villanello ignaro, / la tenera donzella / con la man violenta / pongon le membra giovanili in terra. / Ride ai lor casi il mondo…». Con tale consapevolezza non si può che attendere la virginea morte, così simile all’amore, ma «erta la fronte, armato / e renitente al fato».

Se la fine dell’amore è nel canto A se stesso, la vendetta e la liberazione sono nel ritratto impietoso di Aspasia.

Leopardi costruisce una figura di femme fatale secondo i vulgati particolari di un topos letterario ben noto.  Per questo sceglie la figura dell’etèra ateniese.  Leopardi ricorda in una nota dello Zibaldone del 1823 l’Aspasia dotta, maestra di retorica e di discorsi commemorativi, quella dell’ «orazione funebre recitata da Socrate in persona d’Aspasia nel Menesseno di Platone». Ma il Leopardi lettore di Plutarco conosceva anche altri lati:  «Aspasia dicono che conquistò l’affetto di Pericle con la sua non comune saggezza. Socrate stesso andava talvolta a trovarla in compagnia dei suoi discepoli, e i suoi amici intimi vi conducevano ad ascoltarla anche le mogli, benché attendesse a un mestiere punto decoroso né onesto, quale quello di allevare giovani cortigiane… I commediografi invece la chiamavano “novella Onfale”, “Deianira” e persino “Era”… Cratino nei suoi versi la definì senza tanti giri di parole “concubina”… Aspasia fu citata in tribunale per miscredenza su accusa del commediografo Ermippo, che l’accusava pure di ricevere abitualmente in casa signore di buona famiglia per il piacere di Pericle».

Siamo, nei versi di Aspasia, in un interno borghese: i particolari sono scarni, ma la novità di tale ambientazione nella poesia non solo di Leopardi è davvero rilevante. Aspasia appare «del color vestita / della bruna viola», un colore funebre, decadente, «circonfusa d’arcana voluttà». La «dotta allettatrice», ecco i due termini che la definiscono, è fissata mentre «baci scoccavi nelle curve labbra / de’ tuoi bambini». Tutto è innocente finché non è toccato dalla donna fatale, è il suo contatto a portare l’ambiguità. Il gesto di coccolare i bambini le fa scoprire «il niveo collo» e invidiare l’astante per la stretta dei piccoli «al seno ascoso e desiato».

La misoginia tocca livelli inusitati: «ciò che inspira ai generosi amanti / la sua stessa beltà, donna non pensa, / né comprender potrìa. Non cape in quelle / anguste fronti ugual concetto». L’uomo è ingannato, sì, ma dalla bellezza di chi «dell’uomo al tutto / da natura è minor». Ma l’inganno è vinto: «Cadde l’incanto, / e spezzato con esso, a terra sparso / il giogo, onde m’allegro».

La poetica dei Canti di Leopardi muta radicalmente in questo periodo. Non più vaghe indefinitezze, ma precisione ed energia verbale; non più paesaggi cari ed evocativi, né idilli, ma interni, oppure deserti scabri e realismo; non più simboli rarefatti ma allegorie. Oppure l’altra soluzione, quella comica e satirica dei Paralipomeni della Batracomiomachia. Insomma, il sogno di Aspasia e il successivo superamento corrispondono anche al superamento della poetica del Leopardi idillico e sentimentale, forse addirittura del Romanticismo tout court.  Aspasia, insomma, oltre che essere la femme fatale, è anche la figura del superamento di un’età letteraria. È in questo senso, soprattutto, che si può essere d’accordo con il Russo quando scrive che «… questa è la prima donna moderna che appare nella poesia italiana».

Aspasia di Mileto

                                             Aspasia di Mileto

Aspasia era considerata una figura di donna incantevole e saggia. Ad Atene le donne che potevano disporre con libertà del loro corpo e del loro tempo erano soltanto le etere. Non è del tutto corretto definirle prostitute, poiché avevano facoltà di scegliere il loro uomo e vivere con lui in libertà. Il termine ‘etera’, nel significato più semplice e immediato significa ‘compagna’, con un rapporto paritario rispetto all’uomo che ha al suo fianco.

Il grado infimo di prostituzione era invece quello delle pornai, che in realtà non decidevano sul loro destino poiché tutte le nate potenzialmente potevano divenirlo. Infatti, un figlio maschio lo allevava anche il povero, ma una figlia femmina la esponeva anche chi era ricco. Se rimaneva zitella, era un peso per il bilancio di casa. Ma, mentre si faceva ritorno verso la propria abitazione, ci si poteva imbattere in un dono simile: una schiava in fasce, da avviare, appena possibile, ai lavori domestici, al proprio letto o alla prostituzione.

Le etere però non vivevano in postriboli o lupanari e pare che non fossero soltanto belle, ma anche colte ed Aspasia era una di loro. Da ricerche accurate risulterebbe che  Aspasia –sebbene da sempre individuata come etera- era una metèca proveniente da una ricca famiglia di Mileto che si imparentò con gli Alcmeonidi, a cui Pericle apparteneva. Era nata nel 470 circa a Mileto e ricevette fin dall’infanzia un’istruzione di altissimo livello. La tesi è di Peter J. Bicknell e pare più attendibile di quelle che la ritengono una schiava proveniente da una regione occidentale della Turchia, la Caria. Incontrò Pericle quando era una ventenne, da poco trasferitasi da Mileto al seguito del cognato, Alcibiade il Vecchio, e della sua famiglia, probabilmente dopo la morte del padre.

Connesso al nome di Aspasia è quello di Pericle, la cui moglie dapprima aveva sposato Ipponico –da cui ebbe un figlio, Callia- e in seguito il grande statista, suo stretto parente per perpetuare la discendenza delle casate. A Pericle diede due figli, Santippo e Paralo. Nel 445 avvenne il divorzio, quando la relazione tra Pericle e Aspasia era già di pubblico dominio e forse era già nato il figlio, Pericle il Giovane.

I figli legittimi sembra avessero in odio sia Aspasia sia il padre, nonostante questi soffrì molto alla morte dei due -durante la peste ad Atene, in cui egli stesso perse la vita- tanto da ottenere dal popolo una deroga sulla legge riguardante il diritto di cittadinanza che era stato ristretto da Pericle stesso con le leggi del 451-450, e riservato ai figli di genitori entrambi ateniesi,  per consentire all’unico suo discendente -Pericle il Giovane, per l’appunto- di essere iscritto nelle liste delle fratrìe, divenendo legittimo.

Le etere erano per lo più compagne di uomini influenti e dunque spesso erano oggetto di vendette trasversali. Noti sono i processi contro Neera, contro Frine e ancora più famoso quello contro Aspasia, trascinata in giudizio, dietro denuncia del commediografo Ermippo, per rispondere al reato di empietà e di corruzione di donne oneste. Fu difesa dallo stesso Pericle che riuscì a salvarle la vita. Molti cittadini erano convinti che Aspasia fosse non soltanto la compagna di Pericle ma anche sua consigliera e che addirittura influenzasse di molto le decisioni dello statista.

La spedizione militare ateniese del 440 contro Samo, antica rivale di Mileto si dice sia stata fatta per compiacere Aspasia, la quale era stata portavoce dei suoi concittadini. Le due città si contendevano il possesso di Priene. Nel 439 lo stratega ottenne la vittoria definitiva, fece abbattere le mura di cinta, s’impossessò della flotta navale e ordinò alla cittadinanza di pagare forti ammende. Si macchiò poi di atti di una crudeltà inaudita, dietro ai quali si vedeva ovviamente l’ombra funesta e vendicativa di Aspasia.

Non è finita. Aspasia è paragonata dai commediografi dell’epoca – Cratilo ed Eupoli- alla bella Elena. La guerra del Peloponneso divamperebbe, infatti, anche a causa dell’etera più famosa di Atene, stando ai versi del commediografo Aristofane, indirettamente confermati dalle ombre sulle cause dello scontro su cui ancora gli storici dibattono.

Pericle morì nel 429 e Aspasia, dopo pochi mesi dalla sua morte, aveva già trovato un corteggiatore di suo gradimento, con il quale ebbe una relazione brevissima, ma intensa e dal quale ebbe un altro figlio.

Pericle il Giovane diventò uno stratega apprezzato e nel 406 combatté alle Arginuse contro la flotta spartana. Fu vittima, però, della ben nota denuncia riferita da Socrate nell’Apologia. Pur essendo vittorioso, insieme con cinque strateghi fu accusato per non aver raccolto i naufraghi durante la battaglia, poiché era scoppiata la tempesta. Condannato a morte, Socrate fu l’unico a opporsi al verdetto, ma la condanna fu eseguita. La dinastia di Pericle così si estinse e Aspasia con molta probabilità morì prima del 399, anno dell’uccisione di Socrate.

Seguendo le tracce di Aspasia in Senofonte, Eschine di Sfetto, Antistene Socratico e Sinesio di Cirene, apprendiamo che  la donna era considerata maestra in economia e in arte erotica, che Socrate in realtà era stato introdotto «nelle cose dell’amore» (Simposio, 201d) non da Diotima di Mantinea ma proprio da Aspasia. Così riusciamo a immaginare i due salotti in cui Aspasia si rivolgeva agli ospiti spiegando e intrattenendoli con la sua sapienza.

 

 

 

 

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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