Affinità elettive: “il giovane favoloso” e la principessa

Charlotte Bonaparte (col vestito azzurro)

  Il giovane favoloso scrisse

                                       a Charlotte Bonaparte:

                  ” non scrivo, non leggo, non penso”-                                  

17 maggio 1833

Fu un anno quasi tutto da dimenticare il 1833 per Leopardi che, dopo “sedici mesi di notte orribile“, aveva lasciato Recanati da tre anni e sembrava avesse trovato a Firenze un nuovo fervore, grazie all’ aiuto di anonimi benefattori. Ma l’illusione di una ripresa fisica e psicologica durò poco. “Ho perduto tutto– aprile 1831- sono un tronco che sente e pena”. Il definitivo colpo di grazia arrivò nell’ estate del ’33, con la disillusione feroce per Fanny Targioni Tozzetti, l’ Aspasia degli omonimi Ciclo e Canzone.

Eppure è proprio di Leopardi, datata 17 maggio 1833, la lunga lettera in francese, indirizzata alla principessa Charlotte Bonaparte a Londra. “Non scrivo, non leggo, non penso“, così Leopardi si confessava alla nipote di Napoleone, nella lettera più lunga e affettuosa che scrisse in quell’anno infelice. La lettera fu acquistata nel giugno 1993 in un’asta parigina dalla casa editrice francese Allia, per 33 mila franchi, quasi 9 milioni di lire. Le edizioni Allia, dirette da Gèrard Berreby e Gianfranco Sanguinetti, stavano pubblicando tutte le opere di Leopardi, che la Francia per anni aveva pressoché ignorato. Il manoscritto, con il corredo di uno studio critico e filologico, è stato ceduto al Centro nazionale di Studi leopardiani di Recanati. Si tratta di un documento fino ad allora sconosciuto, la cui scoperta fu per molti versi eccezionale: da oltre cinquant’ anni, infatti, non accadeva che fosse ritrovato un autografo leopardiano di tale importanza. Gli esperti non ebbero dubbi sul valore culturale del documento, considerato di grande rilievo per una più completa ricostruzione degli ultimi anni di vita del poeta. Dopo l’ edizione dell’ Epistolario in sette volumi apparsa negli anni Trenta da Le Monnier e quella del 1949 stampata da Mondadori, la corrispondenza leopardiana era stata arricchita solo sporadicamente dalla scoperta di nuovi documenti, in genere biglietti o brevi missive, appartenenti in gran parte agli anni giovanili. Il testo inviato nel 1833 a Charlotte Bonaparte era invece notevole: “La lettera è lunga – spiegava il professor Panizza in una scheda di presentazione – Leopardi vi parla apertamente di sé, e con una corrispondente dalla biografia affascinante. Il testo riguarda un episodio già noto della storia di Leopardi, ma consente per la prima volta di documentarlo con una ricca testimonianza autografa”.

La destinataria è la figlia di uno dei fratelli di Napoleone, Giuseppe, re di Napoli e poi di Spagna, in seguito esiliato negli Stati Uniti. Nata a Parigi nel 1802, sposata con il cugino Napoleone Luigi, Charlotte rimase vedova nel 1831 e da allora si trasferì a Firenze, a Palazzo Serristori. Donna vivace, “ricca, dotata e intelligente”, secondo la testimonianza di un contemporaneo, non bella per alcuni, decisamente brutta per altri, Charlotte era amica di Giordani e Capponi e teneva uno dei più animati salotti letterari fiorentini, che Leopardi frequentò assiduamente nel 1831 e 1832. Tra il poeta e Charlotte non ci fu un rapporto amoroso, ma nemmeno una relazione formale: fra di loro s’ instaurò una certa confidenza, testimoniata, prima di questa scoperta, da due lettere di Charlotte a Leopardi. Nelle tre cartelle fitte scritte in francese e indirizzate a Charlotte, Giacomo si scusa, con galanteria, per avere risposto con ritardo alla lettera della donna: “Non imiterò, Madame, la Vostra modestia, la quale Vi fa dire che la vostra lettera è lunga, sebbene a me sia parsa molto corta. Converrò sul fatto che questa mia lettera non è lunga, sebbene essa lo possa sembrare: dirò di più che il piacere di intrattenermi con Voi mi porterebbe ben lontano nella mia laconicità, se i miei occhi non ricusassero inesorabilmente il loro ministero”. Ma le parti più interessanti della lettera sono quelle in cui il poeta si sofferma sullo stato di salute cui era ridotto, sull’impossibilità di svolgere qualunque attività, sul disinteresse per ogni argomento sociale e soprattutto le grandi speranze per gli umani progressi, che non condivideva. “Quanto a me, Voi sapete che lo stato di progresso della società non mi riguarda affatto. Il mio, se non è retrogrado, è eminentemente stazionario. Sempre le mie occupazioni consistono a cercare di perdere tutto il mio tempo; non scrivo, non leggo, e faccio ogni sforzo per pensare meno che posso; una oftalmia molto ostinata, che mi rende assolutamente impossibile qualsiasi specie di occupazione, è giunta a perfezionarmi nella nullità della mia maniera di essere”. Una semplice amicizia?  qualcosa di più ? Un’affinità di sentire straordinaria. Di certo si sa che Leopardi la conobbe il 14 giugno 1831, come conferma una lettera a Paolina spedita lo stesso giorno: “Questa sera devo essere presentato a Madame la Princesse vedova di Napoleone Bonaparte il giovane, donna di molto spirito che ha posto sossopra mezza Firenze per farmi indurre ad andare da lei”. Giacomo andò a Palazzo Serristori, ma incontrò una donna “orribile, gobba e laida”, come la descrive il Giordani, il quale mostrò non poca curiosità per la relazione tra il poeta e la Principessa. Gli altri amici si limitavano a sussurrare qualche malizia. Sull’aspetto della Principessa, del resto, neppure Giacomo oserà sbilanciarsi troppo dopo averla conosciuta personalmente. Il 2 luglio 1831, infatti, scrisse in francese alla sorella: “Charlotte Bonaparte è una persona affascinante; non bella, ma dotata di molto spirito e di gusto, e molto colta. Disegna bene e ha dei begli occhi”. Racconta poi che, alla richiesta di scrivere un “complimento” sul suo album, aveva chiesto tempo. Recuperò ben presto con una dedica che doveva suonare poco garbata, almeno quanto alle conoscenze linguistiche della signora, nonostante fosse piena di goffa galanteria: “Madame la Princesse avrei voluto dirVelo in greco: ma poiché questo non è permesso se non a condizione di tradurmi subito, è meglio che io Vi dica molto semplicemente in francese che Voi siete fatta per incantare gli spiriti e i cuori”. In effetti, il fascino di Charlotte doveva essere del tutto singolare, se un altro allievo di David, con cui la stessa Charlotte aveva studiato pittura, lo svizzero Leopoldo Robert, che la frequentò a lungo, se ne innamorò perdutamente fino a suicidarsi nel 1835, quando si ventilò la notizia di un matrimonio morganatico della principessa.

Madame sarebbe morta quattro anni dopo: scopertasi incinta di un uomo rimasto rigorosamente ignoto, si allontanò da Firenze in cerca di un luogo in cui partorire, lontano dall’ ambiente in cui era conosciuta. Si imbarcò a Civitavecchia diretta a Nizza e sbarcò a Livorno già in gravi condizioni per una fortissima emorragia. Morì di parto a Sarzana, allora in provincia di Genova, alle ore 17 del 5 marzo 1839, in una stanza della Locanda De Fornari, dove era stata ricoverata d’urgenza mentre in carrozza cercava di raggiungere la Francia. La circostanza è provata dal certificato di morte firmato da due dei canonici del capitolo diocesano di quella città. Con un intervento chirurgico qualche ora prima era stato estratto un feto premorto. Charlotte aveva trentasette anni, Leopardi era morto da due anni.

La lettera di Leopardi  ha dato modo a Franco Foschi – eminente uomo di cultura, recanatese e sindaco per un decennio della cittadina, responsabile del Centro Studi Leopardiani, come parlamentare di lungo corso riuscì a far stanziare dieci miliardi di lire per la legge “Leopardi nel mondo” come icona del terzo millennio e testimone dell’identità europea-  di raccontare in un libretto edito dal Centro nazionale di studi leopardiani (Carlotta Bonaparte e Giacomo Leopardi – ed. Centro studi leopardiani – 1996, impossibile reperirlo), la vita, breve e romantica, di una delle donne più note della famiglia Bonaparte. “Nel periodo fiorentino di Giacomo Leopardi”, scrive Foschi, “l’incontro con Carlotta fu forse più significativo di quanto finora è sembrato, anche per certa affinità nel modo di sentire e nella sensibilità culturale europea propria di una donna che, a ben vedere, è certamente la più interessante di quante il poeta conobbe”. Era gobba, la principessa Bonaparte, e non bella, come detto, ma non si può dire mancasse di fascino. Rimasta vedova giovanissima nel 1831, quando il marito partecipò ai moti della Romagna, ma morì di rosolia, cadde in una profonda depressione, da cui l’aiutò ad uscire la passione per disegno e pittura, coltivata ed esercitata per tutta la vita. Oggetto dei pettegolezzi fiorentini, poi romani, per la sua grande apertura mentale che faceva del suo salotto un luogo obbligato per artisti e patrioti di tutt’Europa, nel 1839 per la sua misteriosa gravidanza diede scandalo. Non si seppe mai chi fosse il partner e, del resto, lei era troppo orgogliosa per consegnarsi a un uomo, anche importante. “Quando si ha l’onore di chiamarsi Bonaparte, non si cambia nome”, usava dire. Sta di fatto che Carlotta, nel fiorentino Palazzo Serristori, in quel periodo aveva ospitato vari artisti e fuorusciti, soprattutto patrioti polacchi, tra cui Potocky, Zamoisky, Poniatowsky. Il suo busto, sopra la sua tomba, è in Santa Croce, a Firenze. Resta, per lei – e per noi – il saluto del grande poeta nella lettera che ne testimonia l’ammirazione: “Obbligato ad essere discreto, mi limiterò a farLe mille complimenti da parte del mio caro Ranieri (col quale mi sono ricongiunto, spero, per sempre) e a ricordarLe che sono, e sarò per tutta la vita il Suo devotissimo servitore”.

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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