La soprano del regno dei topi

Sono cinque i racconti kafkiani che hanno come protagonisti gli animali: questi, in quanto tali e non come trasformazioni di uomini, pensano, criticano ed espongono le loro meditazioni. Ciò su cui attraggono così l’attenzione è il problema della connessione negli esseri umani tra la vita organica e la riflessione. In alcune sue lettere Kafka identifica immediatamente la vita degli animali e quella dell’uomo priva di distanza rispetto alla vita stessa: nella vita immediata gli esseri umani esprimono quegli stessi atteggiamenti di protezione, di socialità, di gioco, di paura, di obbedienza, che sono espressi dagli animali privi di ragione.

Figure di topi ritornano significativamente con un ruolo di assoluto rilievo nell’ultimo racconto scritto da Kafka: Josefine la cantante, o Il popolo dei topi (1924). In questo scritto denso ed enigmatico, articolato in una serie di riflessioni e argomentazioni via via più complesse, la voce narrante – affidata ad un membro del popolo dei topi – narra la storia di Josefine, cantante che per le sue doti artistiche costituisce una singolare e problematica eccezione all’interno della specie cui appartiene. In tutto il racconto, curiosamente, non compare una sola volta la parola topo, che pure l’autore decise di inserire nel titolo in un momento successivo alla pubblicazione in rivista, motivando la sua scelta su un bigliettino che scrisse in sanatorio: “Al racconto bisognerà dare un titolo nuovo: Josefine la cantante, o Il popolo dei topi. Un titolo con ‘ovvero’ non è molto bello, ma qui avrebbe forse un significato particolare. Ricorda un po’ la bilancia”. Qualche mese prima, riferendosi allo stesso racconto, Kafka aveva utilizzato le seguenti parole, riportate da Robert Klopstock: “Credo di aver iniziato al momento giusto a studiare lo squittio degli animali”.

La raffigurazione della collettività dei topi, infine, adombrerebbe secondo alcuni esegeti la situazione del popolo ebraico e del movimento sionista: recuperando in funzione critica l’immagine dell’animale tradizionalmente associato alle epidemie (e utilizzato anche dalla propaganda antisemita), Kafka avrebbe in un certo senso anticipato l’analoga operazione compiuta alcuni decenni più tardi da Art Spiegelman in Maus (1991), romanzo a fumetti che rievoca l’orrore della Shoah ritraendo gli ebrei come topi. Giustificate che siano o meno tali letture, appare comunque emblematico l’approdo di questo percorso sulla figura del topo nell’opera di Kafka, se, dall’immagine di un animale considerato inquietante e quanto mai lontano dall’uomo, l’autore ha potuto trarre una rappresentazione che, non solo richiama genericamente l’essere umano come popolo, ma che riflette anche in modo specifico il suo animo di artista.

Che i topi cantassero è un’intuizione kafkiana nell’ultimo scritto della sua vita, proprio alla fine, quando lo scrittore non riusciva più a parlare e comunicava con bigliettini.

In un recente lavoro, Joshua Neunuebel, assistente universitario delle scienze cerebrali e psicologiche, e il suo team nel Delaware, sono riusciti ad isolare le singole vocalizzazioni tra topi in gruppo e hanno scoperto che, vocalizzazioni femminili avvenivano subito dopo un richiamo maschile. Questa coordinazione farebbe concludere che i maschi stessero inviando informazioni alle femmine con il loro canto, rientrando così perfettamente nelle normali dinamiche della selezione sessuale.

Oggi sappiamo che i topi vocalizzano quando giocano, quando difendono il territorio, quando stanno con i loro piccoli, usando gli ultrasuoni. Non fanno movimenti specifici quando decidono di canticchiare: nessuno scuotimento della testa, vibrazione del corpo o altro; i suoni prodotti da individui diversi sono praticamente indistinguibili tra loro, indipendentemente che a emetterli siano maschi o femmine di topo. L’ultimo dettaglio non trascurabile è che i topi emettono i loro ultrasuoni solo in contesti sociali, quando diversi esemplari si trovano insieme. Ci sono diversi indizi che portano a pensare che, quando un maschio canta in presenza di una femmina questa, molto spesso, risponde. Hanno scoperto che il 61% delle vocalizzazioni femminili avveniva subito dopo un richiamo maschile, che  queste vocalizzazioni sono comuni quando i topi si riproducono e che le femmine tendono a passare più tempo vicino ai maschi che cantano, rispetto a quelli che stanno in silenzio.

Maus

Maus di Art Spiegelman

La scelta di non definire o nominare direttamente l’animale rappresentato, se non per mezzo di minime descrizioni di gesti o abitudini, è comune a diversi racconti di Kafka, ed anche in questo caso contribuisce a rafforzare l’ambiguità del testo e a potenziarne il carattere allusivo e metaforico. Lo stesso nome scelto per la protagonista, Josefine, richiama il Josef K. del Processo, e assieme ad altri indizi testuali induce a leggere il racconto non solo in chiave autobiografica, ma anche come una riflessione sul ruolo dell’artista e la funzione dell’arte all’interno della società, se non addirittura come una parabola. L’associazione tra Kafka ed un topo conta poi un illustre precedente nell’eccentrico e satirico Bestiario della letteratura (1922) di Franz Blei, dove una creatura denominata “Die Kafka” è descritta in questi termini: “topo dal colore blu lunare, splendido ma difficile da vedere, che non mangia carne, nutrendosi solo di erbe amare. Il suo sguardo affascina, perché ha occhi umani”.

Le Cinque storie di animali sono gli unici racconti nell’opera kafkiana nei quali gli animali hanno sentimenti e pensieri, si esprimono o si comportano come esseri umani proprio in quanto animali. Si tratta di storie anche immediatamente connesse, in un modo o in un altro, all’ebraismo e sollevano dunque numerose domande. Perché l’ebraismo si collega, nell’immaginazione kafkiana, con molteplici forme della vita animale? Quale relazione pone Kafka tra le situazioni ebraiche e quella condizione umana cui egli guarda come scrittore che aspira a rivolgersi a tutti? Come bisogna leggere questi inquietanti racconti? Quali sono i sensi cui essi rinviano? Questo rifiuto dell’univoco si può riconoscere anche nella scrittura, dallo stile piano e insieme tortuoso, con parole semplici, asciutte, ripetute; pieno di incidentali, ritorni, sospensioni. Chiama il lettore al lavoro dell’esegeta, lo chiama a chiedersi il perché di certe formulazioni reiterate, di certe frasi lunghissime e avvolgenti, labirintiche come i corridoi e le soffitte dei suoi romanzi.

Nessuno scrittore più di Franz Kafka si è inoltrato in quel “mondo inconoscibile” che è la zona di transizione tra l’umano e il bestiale, tra la cosiddetta natura e la cosiddetta cultura, tra la inconsapevolezza e la consapevolezza. L’intera opera kafkiana si muove sotto il segno del passaggio tra animalità e umanità, in una sorta di “assalto al limite

Basterebbe ricordare il racconto La metamorfosi del 1912, per sottolineare la centralità di questo motivo. Ma, se si dà un’occhiata ai titoli dei racconti più brevi, come La tana, Giuseppina la cantante, ossia il popolo dei topi, Indagini di un cane, Relazione per un’Accademia – in cui parla una scimmia – e Piccola Favola – in cui corriamo a rotta di collo insieme con un topo, senza sapere tante cose spaventose, come non le sa il protagonista – ci si rende conto di quanti “quasi animali” affollano la letteratura kafkiana.

La favola classica, da Esopo o Ovidio a La Fontaine, pullula di personaggi del mondo animale, in ambito classico lo scambio tra uomo e animale aveva una chiara funzione didascalica: trarre la morale dalle vicende degli animali parlanti o rendersi conto di come sia facile scivolare dal rango di uomini a quello di animali. Una simile equazione, con Kafka, non è più in primo piano, ma ha lasciato il posto a  una“esplosione negativa”, caratterizzata da un intreccio  inestricabile tra l’animalesco e l’umano. In un mondo che rigetta l’uomo, e in cui il familiare appare come irraggiungibile, ecco che si afferma la possibilità dell’impossibile. Di qui il fatto stupefacente che la singolare inversione tra umano e bestiale non sbalordisca più, e che l’insolito venga vissuto in una piena atmosfera realistica

La tragedia delle situazioni kafkiane sta nella non chiusura, nel fatto cioè che le metamorfosi non sono mai complete, che il passaggio da un destinato  universo all’altro è restare incompiuto, come se il tragitto, mentre avviene, avesse dimenticato sia il suo punto di partenza sia il punto di arrivo. Gregor Samsa, non più uomo, non ancora totalmente scarafaggio è come molte figure kafkiane, cristallizzate nel loro incessante e impossibile sforzo di appartenere a qualcosa. Nella letteratura di Kafka, i contorni instabili e incerti che connotavano il volto umano sembrano quanto mai refrattari a ogni tentativo di tracciare una fisionomia lineare. In questo senso, che sia l’uomo a farsi quasi bestia o la bestia a divenire quasi uomo, è forse opportuno collocare le figure e le situazioni descritte da Kafka sotto l’epitome dello sconfinamento. Come in un procedimento di stampo surrealista, l’uomo viene scardinato dal suo tradizionale contesto, deatmosferizzato, e questo dislocamento lontano dal continente-uomo dà luogo a una interminabile ricerca di identificazione. Walter Benjamin, commentando le storie animali di Kafka, nota:

“Si possono leggere per un buon tratto le storie animali di Kafka senza avvertire che non si tratta di uomini. Quando ci s’imbatte nel nome della creatura — la scimmia, il cane o la talpa — si alzano gli occhi spaventati e ci si accorge di essere già lontanissimi dal continente dell’uomo. Ma Kafka è sempre così: egli toglie al gesto dell’uomo i sostegni tradizionali e ha così in esso un oggetto per riflessioni senza fine.” E poco dopo aggiunge una frase illuminante: “fra tutte le creature di Kafka sono senz’altro gli animali a dedicarsi alla riflessione”

In altre parole, almeno secondo Benjamin, Kafka toglie al gesto umano ogni punto di sostegno, e così per un verso fa balenare l’animale dell’uomo, ma dall’altro affida all’animale lo strumento privilegiato della riflessione. Ne La tana, che è poi una metafora del cervello, l’animale roditore è il non meglio identificato protagonista, che fruga e scava, scandagliando tutte le possibilità e impossibilità della sua disumana esistenza. Le figure animali di Kafka riflettono sul mondo, e lo vedono dalla prospettiva originale e straordinariamente umana dello straniero: sono cifre di un mondo distopico, esaltato, refrattario a essere abitato. Non si tratta allora di antifavole, quanto piuttosto di favole realizzate, portate alle estreme conseguenze.

In questa cornice si capisce forse meglio il senso di un passo di Risoluzioni, del 1912, nel quale Kafka individua la salvezza umana nel far proprio  lo sguardo dell’animale. Forse nessun altro autore lo ha eguagliato nella sua capacità di addentrarsi in quella terra di mezzo perennemente mobile che dovrebbe separare la condizione umana da quella bestiale, e di adottare una “strategia di abbassamento” in grado di abbracciare il punto di vista dell’animale non umano. Come si possono leggere le storie di Kafka -scrive Walter Benjamin-senza avvertire che non si tratta di uomini ma di animali per un bel tratto, ma ecco che poi all’improvviso compare il nome della creatura – la scimmia, il cane o la talpa – e il lettore sprovveduto alza gli occhi smarrito, scoprendosi ormai “lontanissimo dal continente dell’uomo”.

Una zampetta, una lunga codina, un muggito o uno squittio, o semplicemente uno sguardo libero denunciano questa lontananza e ragguagliano chi legge circa la natura delle creature kafkiane. In tutta la sua opera Kafka non ha mai smesso di trasformarsi in questo o in quell’altro animale non umano, assumendo le sembianze di uno sciacallo, di un cane, di una scimmia, di un gatto-agnello, di un avvoltoio, di uno scarafaggio, di un topo o di una talpa. In quest’affollatissima zoologia poetica un ruolo centrale spetta alle bestie in grado di strisciare e di sgusciare via in fretta, di entrare nel mondo sommerso. In particolare verso il topo lo scrittore praghese ha sempre nutrito un particolare sentimento misto di curiosità e di paura, se non di vero e proprio orrore. Un animale non particolarmente pregiato, abile nella fuga, capace di sparire, di sgusciare via, d’eclissarsi ma anche d’intrufolarsi ovunque, persino sotto il letto. In questi termini Kafka affidò a una serie di lettere indirizzate tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre del 1917 all’amico fraterno Max Brod una sua esternazione di lamentela sui topi che, padroni incontrastati della notte, scorrazzavano nella sua stanza di Zürau, impedendogli un sonno ristoratore. Li definì un “popolo spaventevole, muto e rumoroso”, una comunità sotterranea, padrona incontrastata delle ore notturne.

Ora guardiamo una topolina, che è anche una vera e propria “Regina della notte”,  la bestiola scelta da Kafka come protagonista del suo ultimo racconto,  Giuseppina la cantante ovvero il  popolo dei topi.

Al centro di questo enigmatico scritto del 1924 è il potentissimo ed efficacissimo canto di una “donna dei topi”, per parafrasare il titolo dato a un celebre caso clinico di Sigmund Freud, vera e propria squittente primadonna nel mondo dei roditori. Nel racconto Giuseppina è la star  incontrastata del popolo dei topi,  poco avvezzo alla musica – precisa il testo.

Il sospetto che poi quello non sia un canto, ma solo un fischio, è il nucleo del racconto kafkiano. In realtà, come oggi sappiamo dalle recenti scoperte di etologi e neuroscienziati, e come negli anni venti era appena ipotizzato, i topi non solo possiedono un linguaggio molto sviluppato, ma persino cantano, sebbene con una frequenza di ultrasuoni troppo elevata (superiore a 20 KHz) per poter essere percepita dall’orecchio umano.

Nel racconto Giuseppina possiede uno squittio particolare, forse inconfondibile e ineguagliabile, che si colloca a metà strada tra il canto e il fischio, tra il rumore e il silenzio, tra l’arte e la tecnica, tra la straordinarietà e la quotidianità, tra l’arte e l’altro dall’arte, ossia la vita. Canto, fischio, abilità artistica, talento o istinto, caso. Come si legge a un certo punto del racconto, in realtà forse il suono emesso da Giuseppina non è neanche un fischio, quanto piuttosto una “peculiare manifestazione di vita”.

Questo significa che la topolina canta per passione e in questa sua attività canora ci mette l’anima. Lo squittio di Giuseppina assume alle orecchie di Kafka la tonalità drammatica della sua vicenda biografica in un periodo – quello della stesura di questo racconto kafkiano – in cui la sua voce e la sua vita stavano venendo meno per colpa della tubercolosi. Marzo 1924: Kafka era a Praga nella casa dei genitori da tre settimane. Iniziò a sentire un bruciore in gola mentre beveva. La tubercolosi stava arrivando alla laringe. La voce così si trasformò, da dolce e calda, in un bisbiglio sempre più roco e lui, ora quasi afono, che si era sempre sentito incapace di apprezzare la musica, dopo aver immaginato che perfino le Sirene non cantano, inventò Josephine, diva appena sibilante di un popolo di topi:

“La nostra cantante si chiama Giuseppina. Chi non l’ha sentita non conosce il potere del canto. Non c’è nessuno che non sia trascinato dal suo canto, e ciò ha tanto maggior valore in quanto la nostra razza in complesso non ama la musica. Pace in silenzio: ecco la musica a noi più cara; la nostra vita è difficile e anche se talvolta tentiamo di scuoterci di dosso tutti gli affanni della giornata, non sappiamo elevarci a cose tanto lontane dalla nostra solita vita come la musica. Ma non ce ne rammarichiamo gran che; non giungiamo nemmeno a questo; una certa furberia pratica, della quale d’altronde abbiamo anche estremo e urgente bisogno, è secondo noi il nostro massimo privilegio…”

“Tra tutti i topi Josephine è l’unica a cantare e, quando lo fa, ogni animale si ferma ad ascoltare. In realtà Josephine, convinta di cantare, semplicemente fischia, come tutti gli altri topi, anzi, forse persino peggio, ma solo lei, forse perché matta o arrogante, folle o geniale, si separa dalla miseria, consacrando tutta se stessa al suo flebile canto indisponente. Il suo allora diventa un fischio che scioglie le catene del quotidiano e consente al popolo dei topi un’esperienza liberata dalla fatica del sudore, del pane e della sopravvivenza. Non importa che sia una topolina arrogante, faccia le scene, crei persino pericoli per i suoi simili… Arte o natura? Caducità o eternità? Piattezza o elevazione?  o non piuttosto che il popolo, nella sua saggezza, abbia collocato il canto di Josephine così in alto proprio perché in tal modo non potesse andar perduto?”

Il 3 giugno lo scrittore morì nel sanatorio di Kierling, vicino a Vienna. Il racconto della topina cantante, con gli altri scritti dell’ultimo periodo, fu dato da Dora all’amico più caro dello scrittore, Max Brod e pubblicato da lui solo nel 1931, ma il racconto era comparso tra l’altro anche nella rivista Prager Presse del 20 aprile 1924, ancora vivo l’autore.

Giuseppina la cantante ovvero il popolo dei topi, è dunque la storia della dispotica e orgogliosa Giuseppina, forse troppo vecchia per cantare, e del  rapporto col suo pubblico che impotente la ascolta e la protegge, pur non riconoscendo la sua arte: è questo il tema intorno al quale si sviluppa il racconto ed il punto di vista di un suo simile, che esamina la vicenda, apportando anche prove del suo canto indisponente. Che sia forse la sua capacità di far sognare, o forse di prolungare la giovinezza, che loro, in quanto razza assai prolifera, non conoscono, essendo veloce il passaggio dalla nascita alla vita adulta, non è possibile stabilirlo, ma è certo che, tra tanti, lei si distingue.

Ma non è alle sole doti di una topolina ambiziosa che l’autore vuole dedicarsi: ad una lettura più attenta, è l’arte, la figura d’artista presunta e come tutto questo venga percepito ed interpretato dall’esterno, ciò su cui egli sembra voler catturare l’attenzione ed indurre alla riflessione. Senza mancare, al contempo, di rendere omaggio alla musica e all’arte dei suoni in generale, rispetto alle quali è forte la sua sensibilità e l’interesse, tanto da riversarne le peculiarità di ritmicità ed espressività evocativa nei suoi scritti e nel modo di concepire il linguaggio e la letteratura.

Al termine, senza evidenti  motivi, Giuseppina si sottrae alle scene e scompare distruggendo da sola “il potere che si era conquistata sugli animi”. Di lei, così, si perde ogni traccia, ma non altrettanto accadrà del suo canto di cui si continuerà a serbare il ricordo. E allora: “che il popolo, nella sua saggezza, abbia collocato il canto di Josephine così in alto proprio perché in tal modo non potesse andar perduto?”.

Potrebbe essere, chissà, una parodia sull’arte da una parte, che poi può non essere vera arte, ma pretesa come tale,  e l’accettazione da parte del popolo dall’altra, che, così facendo,  crea i miti necessari a superare le proprie frustrazioni.  A questi, poi, attribuisce quelle qualità che mancano al grigiore di esistenze omologate e piatte, soprassedendo, per edificarli, ad evidenti barriere e limiti. Alla fine, in fondo, non è importante chi ha creato il mito, ma il mito stesso, assunto ad ideale, che fa da faro nell’oscurità in cui versa la condizione umana. L’arte è “l’eccezione non eccezionale”, che può sorgere ovunque, in qualunque momento, articolata a partire da differenze minime oppure anche dispiegando massime intensità.

La Josephine di Kafka  e’ una topolina orgogliosa e testarda, che si propone come una specie di ”star cantante”. Tutti i topi sanno solo fischiare e nulla più. Anche Josephine è come tutti e fischia, ma è convinta che il suo fischio sia più bello di quello degli altri, un canto armonioso. La sua convinzione, sostenuta con aristocratica determinazione, finisce col convincere il popolo dei topi, che accettano di osannarla e di farne un mito. Essi trovano, attraverso Josephine, la possibilità di uscire e sollevarsi dalla loro mediocrità. Il senso”psicologico”del racconto è abbastanza chiaro. Quando si è mediocri, quando si è in clima di decadenza, si ha il bisogno assoluto di potersi identificare con qualcuno o qualcosa che ci ”riporti in alto” e ci ridia la speranza che la vita abbia un senso. In questo clima, se emerge qualcuno che, convinto di essere eccezionale, riesce ad offrirci una immagine onnipotente di sé, tutti siamo disposti a farne un mito per potere nuovamente osare di sentirci vivi.  E’ così che, spesso, nascono i falsi profeti. Magari essi sono individui mediocri come tutti, ma, con la loro abilità di proporsi come personaggi eccezionali, riescono a convincere gli altri di essere”maestri” condottieri e ”profeti”. In ogni caso, nella versione kafkiana del mito, il silenzio delle sirene è persino più mortale dei loro canti e in Josephine non è tanto il suo canto che ammalia l’ascoltatore, quanto il silenzio solenne che avvolge la sua sottile voce.

Oppure, nel nuovo mondo del tutto reificato, dove conta chi e che cosa produci, forse la soluzione è la poesia. Nella ressa di messaggi, nella confusione di voci che strepitano, urlano, nella moltitudine di informazioni che giungono dalle nostre sofisticate macchine elettroniche, possiamo ascoltare ancora l’unica voce consolatrice: la poesia. Potrebbe essere questa una gnome di Josephine la cantante?

La letteratura è canto, ma è difficile riconoscerlo in un’epoca nella quale le voci si confondono. La letteratura è presentata come dilemma, ma dilemma della modernità, perché “nei tempi antichi il nostro popolo cantava, ne parlano le leggende, e si sono perfino conservate canzoni, che nessuno però sa più cantare“. Alle leggende era affidata la memoria dei popoli, ma nel tempo della scrittura i miti perdono il loro carattere di verità inconfutabile, si perdono tra le righe impresse d’inchiostro. E soprattutto vanno smarriti allorché narrare diviene un mestiere. Bisogna vendere la merce. Questa la regola del capitalismo, del consumismo. Non c’è tempo di stare alla finestra e sognare. Anche la letteratura deve sottostare a questa regola.

Josephine è personaggio ambiguo, perché, se da un lato sembra disegnare l’artista occupata soltanto dalla sua arte, dall’altro pare configurare l’esperto nello sfruttare gli umori del pubblico: “D’altronde lei è sempre così; ogni inezia, ogni caso fortuito, ogni renitenza, uno scricchiolio in platea, uno stridere di denti, un guasto nell’illuminazione le offre il destro di aumentare l’effetto del suo canto“. Giuseppina è anche presa dalla sua arte. Ma bisogna pur vivere:”Già da molto tempo, forse dal principio della sua carriera d’artista, Josephine lotta per essere dispensata da ogni lavoro in considerazione del suo canto…

Sappiamo quanto Kafka abbia sofferto la sua duplice esistenza, quella giornaliera di impiegato e quella notturna di scrittore, ma anche se lo scrittore praghese abbia inteso parlare della propria scrittura, o meglio se anche questa fosse stata la sua intenzione, si deve sempre considerare il fatto che i grandi narratori rivelano verità universali. Le considerazioni esposte, se pure nell’intenzione di Kafka fossero state limitate alle sue opere, vanno estese a tutta la letteratura del Novecento, e forse esse sono più valide oggi che nel 1924, in un’era che appare più kafkiana di quella di Kafka, nel nostro tempo strepitante del chiasso dei giornali, della televisione, della radio, di internet, poiché si rischia di scambiare un canto per un sibilo e un sibilo fastidioso per un canto. Non più ascoltiamo le verità dei miti, intenti e silenziosi intorno ad un uomo sapiente, non più ascoltiamo il messaggio di colui che conosceva, ma da soli leggiamo e cerchiamo fra le righe, ascoltiamo mille e mille voci e le confondiamo e soprattutto ci confondiamo.

L’ultimo atto dell’intima logica di Giuseppina è quello di sottoporre il proprio canto a un’inesorabile autoriduzione sino all’annullamento nel silenzio. In esso si può ravvisare il destino che Kafka attribuisce all’arte e all’artista: «sospinta dal suo destino, che nel nostro mondo può essere soltanto tristissimo, si sottrae da sé al canto, da sé distrugge il potere che ha acquistato sugli animi. Ma come ha potuto conquistare il potere se questi animi li conosce così poco? Si nasconde e non canta, ma il popolo, calmo, senza visibile delusione, quasi altezzoso, massa compatta che, se anche le apparenze suggeriscono il contrario, può, si direbbe, soltanto offrire doni, non mai accettarne, nemmeno da Giuseppina, questo popolo prosegue per la sua strada. Giuseppina invece è in declino. Presto verrà il momento in cui squillerà e ammutolirà il suo fischio. Ella è un breve episodio nella perenne memoria del nostro popolo e il popolo si rassegnerà alla perdita … e presto, dato che noi non registriamo la storia, in una redenzione superiore sarà dimenticata come tutti i suoi fratelli»

In quest’ultimo racconto, dove si raggrumano moltissimi temi della sua opera, sembra tornare ancora una volta, come in filigrana, quel ricordo lontano, il teatro e la sua importanza vitale per la musica, per Praga,  per lo scrittore: in certi gesti di Josephine nel suo rapporto insieme fondamentale e sfuggente con quella che testardamente considera arte, il teatro non è più un’utopia totalizzante, ma un sogno individuale, quasi privato – se i suoi effetti non si riverberassero misteriosamente sull’intera comunità. Il canto della protagonista è una trasparente metafora dell’attività dello scrittore; le sue difficoltà e sofferenze, quel soffio che è insieme canto e malattia, offrono una toccante proiezione autobiografica, così come il “popolo dei topi” è una trasposizione del popolo cui Kafka sentiva, in modo chiarissimo soprattutto alla fine, di appartenere.

 

 

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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