Un’autobiografia, carica di pathos e emozioni forti, su tela.

Frida Kahlo e una lettera struggente mai spedita, riportata dall’Huffington Post.

L’autrice messicana, considerata a buon diritto la più grande pittrice del Novecento, divorata dall’amore, confessa tutto il suo affetto, ma anche la sua solitudine; destinatario è il pittore Diego Rivera. Ma questa è una lunga, intricatissima storia, nella storia di Frida.

 

“La mia notte è senza luna. La mia notte ha grandi occhi che guardano fissi una luce grigia che filtra dalle finestre. La mia notte piange e il cuscino diventa umido e freddo. La mia notte è lunga e sembra tesa verso una fine incerta. La mia notte mi precipita nella tua assenza. Ti cerco, cerco il tuo corpo immenso vicino al mio, il tuo respiro, il tuo odore. La mia notte mi risponde: vuoto; la mia notte mi dà freddo e solitudine. Cerco un punto di contatto: la tua pelle. Dove sei? Dove sei? Mi giro da tutte le parti, il cuscino umido, la mia guancia vi si appiccica, i capelli bagnati contro le tempie. Non è possibile che tu non sia qui. La mie mente vaga, i miei pensieri vanno, vengono e si affollano, il mio corpo non può comprendere. Il mio corpo ti vorrebbe. Il mio corpo, quest’area mutilata, vorrebbe per un attimo dimenticarsi nel tuo calore, il mio corpo reclama qualche ora di serenità. La mia notte è un cuore ridotto a uno straccio. La mia notte sa che mi piacerebbe guardarti, seguire con le mani ogni curva del tuo corpo, riconoscere il tuo viso e accarezzarlo. La mia notte mi soffoca per la tua mancanza. La mia notte palpita d’amore, quello che cerco di arginare ma che palpita nella penombra, in ogni mia fibra. La mia notte vorrebbe chiamarti ma non ha voce. Eppure vorrebbe chiamarti e trovarti e stringersi a te per un attimo e dimenticare questo tempo che massacra. Il mio corpo non può comprendere. Ha bisogno di te quanto me, può darsi che in fondo, io e il mio corpo, formiamo un tutt’uno. Il mio corpo ha bisogno di te, spesso mi hai quasi guarita. La mia notte si scava fino a non sentire più la carne e il sentimento diventa più forte, più acuto, privo della sostanza materiale. La mia notte mi brucia d’amore.”

 

 

 Frida Kahlo e Diego Rivera

 

 

Nel 1907 in un piccolo villaggio di Città del Messico chiamato Coyoacán, nasce una delle pittrici più importanti del XX secolo, Frida Kahlo (1907-1954), icona indiscussa della cultura messicana novecentesca, anticipatrice del movimento femminista, artista di grande impegno e sensibilità. Dall’altra parte del mondo, nello stesso anno, l’artista più influente del Novecento, Pablo Picasso, realizza Les demoiselles D’Avignon, dipinto Manifesto del Cubismo. Figlia di Wilhelm Kahlo e Matilde Calderon y Gonzales, padre ungherese e madre di origini messicane e indios, Frida è la più vivace di quattro fratelli, con un carattere fiero, indomito e ribelle che guiderà tutta la sua esistenza. Comincia a dipingere all’età di diciannove anni e agli intellettuali suoi amici racconta di essere nata però nel 1910, anno di inizio della Rivoluzione messicana, che si concluderà dieci anni più tardi, decretando suoi eroi Pancho Villa e Emiliano Zapata. «Sono nata – afferma – con una rivoluzione. Diciamolo. È in quel fuoco che sono nata, portata dall’impeto della rivolta fino al momento di vedere giorno. Il giorno era cocente. Mi ha infiammato per il resto della mia vita. Sono nata nel 1910. Era estate. Di lì a poco Emiliano Zapata, el Gran Insurrecto, avrebbe sollevato il sud. Ho avuto questa fortuna: il 1910 è la mia data».

Ed è proprio il fuoco della rivoluzione che anima l’arte di Frida Kahlo. Attraverso lo spirito rivoluzionario, reinterpreta il passato indigeno, le tradizioni folkloriche e i simboli della cultura popolare messicana; anche la sua stessa immagine diviene nel tempo un’icona messicana, vestita con gli abiti tradizionali e curata in ogni dettaglio. Dal Modernismo al Surrealismo, dalla Nuova Oggettività al Realismo Magico, la poetica di Frida Kahlo interseca le traiettorie dei movimenti culturali del suo tempo, giungendo a originali soluzioni stilistiche.

Diventare una pittrice non fu per Frida Kahlo una scelta immediata. Da ragazza, infatti, voleva fare il medico e per questo si iscrisse alla Scuola nazionale di Preparazione. Tuttavia, nel 1925, un terribile incidente le cambiò la vita: l’autobus su cui viaggiava impattò con un tram. Lo scontro fu talmente violento che i soccorritori la credettero morta. Grazie alle sollecitazioni del compagno Alejandro Gómez Arias, Frida fu portata in ospedale con una diagnosi gravissima, la giovane era stata trafitta da un palo dell’autobus su cui viaggiava e la prognosi era affidata alla sorte: tre fratture alla colonna vertebrale, lo schiacciamento del bacino e numerose altre lesioni agli arti inferiori. Seguiranno 32 operazioni che le permetteranno dopo anni di tornare a camminare, ma non di recuperare un normale stato di salute. Dolori lancinanti l’accompagneranno tutta la vita, e della sua sofferenza Frida farà la sua arte.

«Eravamo saliti da poco sull’autobus quando ci fu lo scontro», ricorderà la pittrice. «Prima avevo preso un altro autobus, solo che io avevo perso un ombrellino. Scendemmo a cercarlo e fu così che salimmo su quell’autobus che mi rovinò. L’incidente avvenne su un angolo, di fronte al mercato di San Juan, esattamente di fronte». Durante i mesi di immobilità Frida Kahlo decise di diventare un’artista, cominciando a dipingere il soggetto che meglio poteva osservare in quella condizione: se stessa. «Dopo l’incidente – afferma – iniziai a dipingere, e nacquero gli autoritratti. In alcuni portavo il corsetto di gesso. Mi alzavo dal letto di notte per dipingere». Grazie ad uno specchio fatto appendere dal padre al suo letto a baldacchino e a un apposito dispositivo che sorreggeva una tavola di legno, Frida Kahlo si ritrasse innumerevoli volte: «Dipingo me stessa – confessa – perché passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio». L’arte era divenuta per lei una valvola di sfogo, un mezzo per riflettere non soltanto su se stessa, ma anche sulla società e sulle vicende politiche. «Non sono morta – confidò alla madre – e, per di più, ho qualcosa per cui vivere. E questo qualcosa è la pittura».

Nel suo apprendistato artistico ebbe modo di osservare i lavori di Diego Rivera, celebre muralista messicano e artista impegnato politicamente. L’uomo, più grande di lei di quasi venti anni, la incoraggiò a tirar fuori tutto il suo talento. Fra i due nacque da subito una particolare sintonia che li porterà, in seguito, a vivere una grande storia d’amore, fatta di sentimento, passione, tradimenti e tormenti. La Kahlo in quel contesto prettamente maschile si fece strada con determinazione e bravura, realizzando tele che rivelano amore per il particolare e per i dettagli; diede prova non soltanto di incredibili qualità pittoriche, ma anche di una forte personalità. L’artista tralasciò decisamente le tematiche promosse dallo Stato e si dedicò a soggetti personali e intimi. La sua è quasi una pittura terapeutica: con metodo certosino Frida Kahlo dipinge le sue ossessioni, le sue paure e i suoi limiti; fissa sulla tela immagini di vita e di morte, di solitudine e di dolore, soli e lune, la natura dai colori rigogliosi e il suo volto dallo sguardo triste e severo. Tutto è fissato col pennello, a cominciare dal cuore, elemento presente in molti dipinti: è un riferimento puntuale alle immagini religiose delle chiese messicane, ma anche l’organo umano che sopporta i più grandi dolori. Frida Kahlo fotografa nei suoi lavori ogni evento della sua vita: gli aborti, le cicatrici delle sue 32 operazioni chirurgiche, i macchinari ortopedici, le bende e le tante lacrime versate.

 

Nonostante le avversità Frida Kahlo non rinuncia a vivere pienamente i suoi giorni, legando l’impegno di artista a quello politico: diventata attivista del partito comunista nel 1928, partecipa a manifestazioni e frequenta intellettuali e politici internazionali. «Sono molto preoccupata per la mia pittura. – scrive – Soprattutto voglio trasformarla in qualcosa di utile per il movimento rivoluzionario comunista, dato che finora ho dipinto solo l’espressione onesta di me stessa, ben lontana dall’usare la mia pittura per servire il partito. Devo lottare con tutte le mie energie affinché quel poco di positivo che la salute mi consente di fare sia nella direzione di contribuire alla rivoluzione. La sola vera ragione per vivere».

L’impegno politico di Frida Kahlo è immortalato da Diego Rivera in Distribuzione delle Armi, pannello realizzato per i muri del Ministero dell’Educazione, all’interno del più ampio ciclo Ballata della Rivoluzione proletaria del 1928. Qui la donna è ritratta mentre distribuisce le armi al popolo, insieme alla fotografa italiana Tina Modotti, a Julio Antonio Mella e David Alfaro Siqueiros, giovane rivoluzionario cubano, membri del Partito Comunista Messicano.

La distribuzione delle armi di Diego Rivera

 

Il Messico in quegli anni divenne una meta frequentata da rivoluzionari, artisti e attivisti politici. Nel 1938 Frida Kahlo ospita, a Coyoacán, Lev Trotsky e sua moglie Natalia, in fuga da Stalin. Nell’aprile dello stesso anno, anche il teorico del Surrealismo, André Breton, arriva in Messico con la moglie Jacqueline Lamba, soggiornando nella casa studio di Rivera. Insieme, Trotsky, Breton e Rivera scrivono il Manifesto per un’arte rivoluzionaria indipendente, in cui rivendicano la totale libertà del pensiero artistico. Il Manifesto è uno dei documenti più interessanti del periodo, soprattutto per il suo richiamo a Marx e Freud. Il suo effetto nel mondo dell’arte è dirompente come una bomba atomica: si afferma come la lotta per le idee rivoluzionarie in arte deve cominciare con la lotta per la verità artistica, raggiunta grazie alla fede dell’artista nel proprio io interiore e non appannaggio dei regimi. Kahlo familiarizza con le idee di Breton, che la descrive come «un nastro attorno a una bomba». L’uomo, riconoscendo nei quadri della pittrice una particolare forma di surrealismo, scrive la prefazione al catalogo della mostra che nel frattempo stavano allestendo a New York. Tuttavia nonostante la vicinanza ai surrealisti, Frida Kahlo ammetterà un anno prima di morire di non essere mai stata una surrealista: «Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni».

L’artista in poco tempo ottenne un notevole successo internazionale, esponendo in America e in Francia. Tuttavia è in Messico che Frida conserva la sua dimensione più autentica. Kahlo pur conoscendo l’arte più innovativa europea e americana, ha sempre tratto ispirazione dal suo Paese, e in particolare dalla pittura religiosa del XIX secolo: «Non so – afferma – se i miei dipinti siano surrealisti o meno, ma so che sono l’espressione più sincera di me stessa». Nel 1942 il ministro dell’Istruzione messicano la chiamò ad insegnare all’accademia La Esmeralda, garantendole l’autonomia economica per continuare a dipingere.

                                        

 

 “Ho avuto due gravi incidenti nella mia vita. Il primo fu quando un tram mi mise al tappeto, l’altro fu Diego”.

Così, con grande ironia, esordiva Frida Kahlo quando parlava del suo amore quasi carmico. Frida e Diego si incontrarono per la prima volta nel 1922. Rivera stava dipingendo un murale sotto i ponteggi della Scuola Nazionale preparatoria. A sette anni da quel giorno si sposarono. La loro storia è passata agli annali, per il reciproco scambio artistico, l’intensità e le bizzarrie. Frida Kahlo e Diego Riveva si sposarono due volte. Nel 1939 la Kahlo lo lasciò dopo aver scoperto l’ennesima sua infedeltà. Diego infatti l’aveva tradita con sua sorella Cristina. Un anno dopo si risposavano a San Francisco.

 

Se il loro fu amore a prima vista. Il loro rapporto però fu tempestoso per i reciproci tradimenti. Diego era un libertino, lei, in parte per reazione, ebbe rapporti con altri uomini e donne, tra i quali il rivoluzionario russo Lev Trotskij, il poeta Andrè Breton e la militante comunista e fotografa Tina Modotti. La stessa pittrice più volte dichiarò che, più il marito la tradiva, più lei era portata ad amarlo. La Kahlo era così: romantica, passionale, attaccata alla vita, all’amore e al suo uomo. Come se non bastasse, altri drammi resero più difficile la loro unione, come il desiderio irrealizzabile di una famiglia. Frida, a causa dell’incidente che ebbe a diciassette anni, non riusciva a portare a termine le gravidanze, e abortì tre volte. Nonostante i drammi personali, politici e i tradimenti, Diego decise di tornare dalla donna del suo cuore. Era il 1940 e alla pittrice rimanevano solo pochi altri anni di vita e poi la guerriera dell’arte avrebbe salutato per sempre il suo amato sapo-rana (rospo-rana).

 

Lui, lei, l’arte, la vera triade alla base del loro rapporto. La loro unione partiva dall’attaccamento viscerale per il loro Paese: il Messico. Le opere di entrambi si richiamano fra loro nello stile e nei temi: la vita e la morte, la rivoluzione e la religione, il realismo e il misticismo. Gli altri, le altre, in fondo, non contavano quanto il loro amore, come disse la stessa pittrice: «Perché dovrei essere così sciocca e permalosa da non capire che tutte queste lettere, avventure con donne, insegnanti di “inglese”, modelle gitane, assistenti di “buona volontà”, le allieve interessate all’ “arte della pittura” e le inviate plenipotenziarie da luoghi lontani rappresentano soltanto dei flirt? Al fondo tu e io ci amiamo profondamente e per questo siamo in grado di sopportare innumerevoli avventure, colpi alle porte, imprecazioni, insulti, reclami internazionali – eppure ci ameremo sempre… Credo che dipenda dal fatto che sono un tantino stupida, perché tutte queste cose sono successe e si sono ripetute per i sette anni che abbiamo vissuto insieme e tutte le arrabbiature da cui sono passata sono servite soltanto a farmi finalmente capire che ti amo più della mia stessa pelle e che, se anche tu non mi ami nello stesso modo, comunque in qualche modo mi ami. Non è così? Spero che sia sempre così e di tanto mi accontenterò. Amami un poco, io ti adoro, Frida» (23 luglio 1935).Agli inizi degli anni Cinquanta la salute dell’artista peggiora. La pittrice, nonostante tutto, continua a impegnarsi nel proprio lavoro. Anche dopo una brutta polmonite, Frida Kahlo prende parte a una manifestazione contro l’intervento degli Stati Uniti in Guatemala.

 

L’eredità artistica di Frida Kahlo è nota in tutto il mondo. La pittrice è un chiaro esempio di forza intellettuale, bravura professionale e impegno politico. È considerata una pittrice femminista, il cui lavoro autobiografico ha anticipato il famoso slogan degli anni Sessanta “il personale è politico”, proprio per la sua determinazione ad affermarsi in un contesto maschile, combattendo l’oppressione delle donne nella società. Fra tutti gli artisti messicani, Kahlo è la prima a vedere una sua opera, Autoritratto: la cornice, entrare nella collezione del museo parigino del Louvre. Celebrata in tutto il mondo, Frida Kahlo piace per la sua arte energica e struggente, ma anche per il suo animo allo stesso tempo delicato e risoluto; seduce perché riesce ad avvicinarsi umanamente alla sensibilità delle donne e degli uomini contemporanei, incoraggiandoli a vivere pienamente la vita che è fatta di contraddizioni, passioni, momenti di felicità e stranezze. «Ero solita pensare di essere la persona più strana del mondo – rivela l’artista – ma poi ho pensato, ci sono così tante persone al mondo, ci deve essere qualcuna proprio come me, che si sente bizzarra e difettosa nello stesso modo in cui mi sento io. Vorrei immaginarla, e immaginare che lei debba essere là fuori e che anche lei stia pensando a me. Beh, spero che, se tu sei lì fuori e dovessi leggere ciò, tu sappia che sì, è vero, sono qui e sono strana proprio come te”

 

A Frida vengono dedicate tre importanti esposizioni, la prima delle quali nel 1938 a New York. Segue l’anno successivo Parigi e nel 1953, un anno prima della morte, Città del Messico. A quest’ultima occasione, essendo impossibilitata a muoversi a causa delle sue condizioni di salute in continuo peggioramento, Frida partecipa sdraiata nel suo letto al baldacchino, su suggerimento del marito. Il 13 luglio 1954 muore a seguito di un’embolia polmonare. Le sue ceneri sono conservate nella sua casa di Azul, il “nido d’amore con Diego”, che è meta ininterrotta di visitatori innamorati della donna che riscattò, convivendoci con coraggio, le gravi disgrazie della sua vita. Non dimentichiamo che il suo calvario era cominciato dalla nascita con la spina bifida, scambiata per poliomielite ed è commovente il racconto che lei fa di quando, bimbetta, le massaggiavano la gamba più debole e gracile con unguenti e dolci nenie messicane, che la distraevano dal dolore.

Associata da molti alla corrente surrealista, Frida non amava definirsi tale pur sentendosi vicina a questo movimento artistico. Il suo stile unico è infatti un mix di elementi fantastici e simbolici atti a trasformare i propri sentimenti più profondi in arte. Un’autobiografia carica di pathos e emozioni forti: la sua vita su tela.

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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