Leggi che io mi chiamavo Marina e quanti anni avevo…

   Io mi chiamavo Marina Cvetaeva   .. Leggi – di ranuncoli  e papaveri colto un mazzetto – che io mi chiamavo Marina  e quanti anni avevo… Solo non stare così tetro, la testa china sul petto. Con leggerezza pensami, con leggerezza dimenticami.

L’opera di Marina Cvetaeva, una volta placati gli scontri ideologici, violenti protagonisti del XX secolo, è unanimemente riconosciuta come il più bel volo ad altezze vertiginose della poesia russa del Novecento, pure in un clima fervido e fertile di voci poetiche, ognuna a suo modo grande e irripetibile, da Esenin a Block, da Acmatova a Majakoskij a Pasternak, solo per citare i maggiori. Erano di nazionalità russa, la vita svoltasi dalla fine dell’Ottocento agli anni Quaranta/Cinquanta, ma parecchi di loro, di fronte agli orrori della rivoluzione sovietica, alle purghe staliniane e ai gulag, fino alla fine del secondo conflitto mondiale, tormentati, perseguitati, vilipesi o semplicemente pentiti, tolsero il disturbo precocemente ed in casi come questi, in cui l’ambiente e le circostanze sono fortemente condizionanti, ha ragione Etvushenko : “Sappiate che esistono solo omicidi. Al mondo nessuno si è mai suicidato”.

Nata nel 1892, la Cvetaeva ebbe stimoli culturali notevoli da entrambi i genitori e dal loro ambiente, così che fu precoce in tutto, anche nel manifestare un carattere indomabile e imperioso, fortemente volitivo, coerente e coraggioso fino all’eccesso. La sua passione fu la lettura e subito anche la scrittura, superando i divieti rigidi posti dalla mamma, che, pianista raffinata, avrebbe voluto per la prima figlia un percorso artistico analogo. Invece la ribelle Marina volle sfidare tempi e convenzioni: frequentò giovanissima le lezioni di poesia alla Sorbona, si tagliò i capelli, cominciò a fumare e col suo fisico “di giovane egiziano -spalle larghe, vita e fianchi snelli”–  gli occhi verde smeraldo e l’ esposizione vivace e raffinata, non passava certo inosservata né si negava relazioni bisessuali. S’innamorava perdutamente anche e soprattutto di sconosciuti, che non avrebbe mai visto di persona, per ammirazione e affinità, come il poeta Rainer Maria Rilke e Boris Pasternak; con quest’ultimo ci fu una corrispondenza epistolare con oltre 200 lettere dal 1922 al 1935, quando tutto s’interruppe bruscamente proprio perché i due innamoratissimi poeti si incontrarono vis a vis a Parigi e tra loro non scattò nessuna scintilla, anzi il loro fu definito da Marina uno straordinario “non incontro”.

Ma l’uomo cui si legò dai 18 anni fino alla morte, con cui si sposò subito ed ebbe tre figli, fu Serghei Efron, bellissimo e coetaneo, studente di filosofia e cadetto, che trascinò nella rovina, direttamente o indirettamente, la moglie e i figli, nonché se stesso. In un’epoca di profondi, terribili e drammatici sconvolgimenti storici e sociali, come la rivoluzione russa , “ in cui non sorridevano che i morti, lieti della loro pace”, Marina Cvetaeva andò fatalmente incontro al suo destino tragico, scegliendo la via più impervia e difficile, quella di donna e artista “contro”,  che combatteva la consuetudine e il gusto corrente, che cercava la via dolorosa della verità, e non della sopravvivenza, perché per non tradire se stessi  si rinuncia ad ogni facile vantaggio e comodità del vivere. Tutta la sua vita e tutta la sua poesia furono una sfida alla consuetudine, al perbenismo, alle forme accettate, un atto di rivolta e di coraggio e, spesso, di oltraggio, anche verso se stessa. Possiamo immaginare la vita di Marina come una inarrestabile fatale discesa agli inferi, in cui ogni tappa, ancorché orribile, era sempre infinitamente migliore di quella successiva. Dopo l’infanzia e l’adolescenza privilegiate, con l’assenza totale dei problemi contingenti della vita quotidiana, con cui sempre poi Marina ebbe difficoltà a confrontarsi, possiamo individuare una prima fase lunga e drammaticissima, di cinque anni, dallo scoppio della Rivoluzione d’Ottobre 1917 al 1922.

1917-1922 Il suo palazzo a Mosca era stato requisito e un’orda lacera e affamata aveva occupato e violato ogni stanza, su tutti i piani, mentre lei con le due bambine arretrava davanti alla marea di disperati, per finire nella soffitta, bruciare la scala per scaldarsi e usare una corda per scendere e issarsi. Niente più ricchezza, eleganza, profumi e balocchi; con l’inizio della rivoluzione la storia fece la voce grossa, si faceva sul serio. Marina Cvetaeva non aveva letteralmente nulla, indossava un saio di fustagno come vestito e camicia da notte, non aveva scarpe, aveva 25 anni e il suo bel marito Serghei  Efron, lo sfaccendato viziato sventato ragazzo che le rovinerà la vita, non era a Mosca, aveva raggiunto la Guardia Bianca in Crimea, votato come lei – almeno per ora – a stare dalla parte dei perdenti. In questo scenario di estrema miseria, dove si bruciava tutto per sopravvivere, ma non i libri, si aggirava Marina, viso segnato, bocca severa,  sguardo inquisitorio,  linguaggio perfetto. Non cedeva, non piegava il capo, non accettava compromessi e la sua pietà andava apertamente alla famiglia imperiale, mentre di continuo le arrivavano dalla strada gli echi delle fucilazioni sommarie. La precocissima primogenita  e prediletta Ariadna, chiamata Alja, la osservava perplessa e nel 1919 a sette anni annotava nel diario: “La mia mamma è molto strana. La mia mamma non assomiglia per niente a una mamma. Le mamme sono sempre contente della loro prole e specialmente dei bambini, però a Marina non piacciono i bambini piccoli. I suoi capelli sono rosso chiari, con dei riccioli dalle parti. Ha gli occhi verdi, il naso con una gobba e le labbra rosee. È alta, mi piacciono le sue mani. La sua festa preferita è l’Annunciazione. È triste, svelta, ama le poesie e la musica. Anche lei scrive poesie. È paziente, sopporta fino all’estremo. Si arrabbia e ama. Deve sempre correre da qualche parte. Ha un’anima grande. Una voce tenera. Cammina molto rapida. Marina ha sempre le mani con tanti anelli. Di notte Marina legge. Guarda sempre come se prendesse in giro. Non vuole che le si facciano domande stupide, altrimenti si arrabbia molto. Certe volte cammina come sperduta, ma improvvisamente si riprende come svegliandosi, comincia a parlare e di nuovo se ne va da qualche parte.”

Nel gelido inverno, a Mosca, in una casa in rovina in cui si bruciano i mobili per accendere il fuoco, non c’è da mangiare, ci sono due bambine piccole che vivono sole con la madre, Marina Cvetaeva, la poetessa “Tutto in casa si è gelato, tranne l’anima, e nulla in casa è rimasto, tranne libri”. Marina spacca la legna, accende la stufa, lava le patate nell’acqua gelida, vende tutto quello che ha, baratta il pianoforte della madre per un po’ di farina, e riempie i taccuini e i muri di versi, pensieri, lettere, annotazioni, considerazioni sull’amore e sulla bellezza della vita, sulla guerra civile. “Scriverò un giorno una Storia della vita quotidiana nella Mosca del 1919 – Non conosco altra Rivoluzione!”. E la sua prodigiosa figlia, Alja, legge, scrive, disegna e infine si rassegna a entrare, con la sorella più piccola,  nell’asilo-orfanatrofio di Kuncevo, perché a Marina hanno assicurato che lì le bambine avranno riso e cioccolata, fuoco per riscaldarsi e staranno bene.

Non era vero: Irina, la figlia minore, tre anni soltanto, gli occhi spalancati, nel febbraio del 1920 morì di inedia, con i capelli rasati e un vestito lacero addosso. La separazione a fin di bene provocava un dolore pazzo che Marina infliggeva a sé e alle figlie, fiduciosa nella vita, nella salvezza che poteva finalmente arrivare: “E’ un’avventura, è la grande Avventura della tua infanzia. Capisci, Alja?”. “Sì, Marina, e io spero di potervi mettere da parte del cibo”. “Marina! Non dovete piangere. Dovete giocare e ridere. Voi sapete che non accetterò mai una vera separazione. Oh! Andrei mai in un posto in cui non potessi scrivervi delle lettere e riceverne da Voi. Certo che no. Dove andare senza di Voi, senza il vostro leone, senza i baci. Quando la mancanza di cibo vi renderà la vita difficile, vi invierò del pane, tutto il cibo solido che daranno là. Sono pronta a farmi a pezzi, se non avete bisogno di me, se non posso aiutarvi (…) Cara Marina! Vi prego, se non volete distruggere la mia vita, dovete darmi un quaderno per l’orfanatrofio – e almeno una poesia! – Altrimenti morirò. Alja, lettera a sua madre (1919) L’arte colora la vita e la vita diventa arte, ma la fame resta fame, e la febbre e la tosse, e la morte di una bambina lontana da sua madre sono troppo dolorose per trovare consolazione nella poesia, nei versi scritti sui muri e pensati in mezzo alla tormenta (“Così tanta neve, così poco pane”).

Questi preziosi diari di Marina Cvetaeva, pubblicati da Voland, “Taccuini 1919-1921” raccontano due anni di giovinezza, esaltazione e dolore. Cvetaeva, che amava il cielo, le risate squillanti, l’amore, i quaderni, e che mai, per tutta la vita, abbracciò l’ideologia sovietica, perché preferiva i perdenti, gli offesi, i deboli, non riuscì ad amare davvero la sua bambina più piccola e debole:  Irina non parlava, si dondolava soltanto e cantava, a volte rideva, era così piccola, ma Marina voleva forse da lei poesie e risposte geniali, invece la bambina stava seduta su una sedia, aspettava l’amore di sua madre, la notte urlava e nessuno la consolava. “Do ad Alja una focaccia, a Irina una patata”, e nelle visite all’orfanatrofio attenzioni e lacrime erano per la figlia prediletta, mentre Irina si aggirava per la stanza, sola. Intense e commoventi sono le pagine in cui descrive le visite alle figlie e in cui annota pensieri relativi a Irina, affetta da un ritardo nello sviluppo, non amata da Marina, in vita, ma oggetto di laceranti sensi di colpa dopo la morte: «Irina! Com’è morta? Cosa provava? Si dondolava? Che ricordi le sfilavano davanti? Forse un angolino della casa di Borisoglebskij – Alja – me? Cantava “Ai dudu-dudu-dudu”… Capiva qualcosa? Qual è stata l’ultima cosa che ha detto? (…) Irina! Se esiste un cielo, tu sei in cielo, comprendimi e perdonami se sono stata per te una cattiva madre, che non ha saputo superare la sua avversione per la tua natura oscura e incomprensibile. – Perché sei esistita? – Per avere fame – per cantare “Ai dudu”…, per camminare sul letto, scuotere le sbarre, dondolarti (…). Strana – incomprensibile – misteriosa creatura (…)». Senza assolversi. Continuò a sognare Irina negli anni a venire e a cercare l’amore di tutti per coprire il ricordo di quella colpevole assenza d’amore. Trascorsero così cinque anni senza notizie del marito e lei fece il voto, se mai lui fosse ricomparso vivo, di “seguirlo sempre e ovunque, come un cagnolino”. E mantenne fino in fondo la promessa. “Marina – dirà Pasternak – era coraggiosa, categorica, perentoria, e la sua anima cercava distacchi veri, violenti, dolorosi, definitivi”.

1922-1939 Nel 1922 lasciò la Russia e si ricongiunse con il marito a Berlino, qui avrebbe avuto molte possibilità di pubblicare e tradurre per la folta presenza di case editrici ed esuli russi, ma fu costretta a seguire il destino del marito e la famigliola approdò in Cecoslovacchia; per tre anni avrebbe aggiogato il marito ad una carretta a mano, trascinandosi con lui e i due figli – nel ‘25 era nato l’amatissimo figlio maschio Mur – da Gornia a Dolina, Mokropsa, a Ilovisce, a Novye Dvorj, a Vsnora, a Praga, vagando sotto la pioggia per i sentieri fangosi e impraticabili della campagna ceca, da casa a casa, da radura a radura, da fosso a fosso, da strada a strada, da periferia a periferia. Chi sosteneva e accudiva la famiglia era Marina, che qui, come dal 1926 in Francia, con i proventi di traduzioni e rimesse di amiche facoltose, pagava le parcelle di Efron che curava la tubercolosi con soggiorni in costosi sanatori e per giunta aveva velleità cinematografiche, con corsi a Praga mai utilizzati. Quello che Marina racimolava era sempre poco per le necessità basilari della sopravvivenza. Nell’autunno del ‘26 la famiglia approdò in Francia e viveva soprattutto nei dintorni di Parigi in condizioni di vera indigenza. Alja confezionava berretti e pupazzetti di lana che vendeva a cinque franchi, dal ’28 al ‘30 frequentò la scuola del Museo del Louvre, e poi l’Istituto di Arte Applicata per il suo vero talento nel disegno. “Il quartiere in cui viviamo è orribile, pare uscito dal romanzo d’ appendice Il ventre di Londra. Un canale putrido, il cielo invisibile per via dei comignoli, solo fuliggine e fracasso. Impossibile passeggiare (neanche un cespuglietto). E così passeggiamo lungo il canale putrido. E se davvero si apriva un bosco, era coperto di sputi, scatole di sardine e cocci di bottiglie.” La vita quotidiana, che Marina aveva sempre detestato ferocemente, la uccideva. Non faceva altro che spazzare, prendere l’ acqua, lavare i panni, portare il carbone, accendere la stufa, mettere in pentola della pessima carne di cavallo, lavare i piatti, portare fuori la spazzatura. Non c’ erano mai soldi per niente: i conti del gas, del carbone, della luce, del lattaio, del panettiere superavano le magre risorse. Non c’era spazio. Non c’era tempo. Non c’erano scarpe con cui camminare. Tutto era sporco. “Sono eternamente in mezzo alla sporcizia, eternamente con spazzole e scopa in mano, eternamente di fretta, eternamente tra fagotti, carbone e cenere: un immondezzaio vivente!… In ginocchio faccio la serva non si sa di che cosa! Sono tutta sporca di cenere, ho le mani di un carbonaio non riesco a mandar via il nero. Non ho una persona da cui poter andare la sera, dopo essermi scrollata di dosso la giornata, qualcuno che aprendo la porta sia immancabilmente felice di vedermi, non ho nessuno a cui non dover dire preventivamente: si può? Qui non servo a nessuno.” Il rapporto con la grande comunità di esiliati russi, da freddo e distaccato, diventò carico di sospetto e rancore: in quegli anni Sergei si era accostato sempre di più all’ideologia bolscevica, mostrando chiare tendenze filosovietiche; e anche Alja, che era stata, come la madre, decisamente antisovietica, fu fortemente plagiata dal padre. Anche per questo, il rapporto intenso ed esclusivo con la madre si spezzò drammaticamente. Nel marzo del ’37 Alja, sull’onda degli ideali umanitari di giustizia e uguaglianza, sbandierati dai compagni comunisti, incoraggiata dal padre che nel frattempo era divenuto dirigente di un’associazione che favoriva il ritorno in patria degli esuli russi, partì per l’Unione Sovietica. Nel settembre dello stesso anno Sergei Efron fu coinvolto in un clamoroso caso politico-spionistico: l’uccisione del figlio di Trockij e l’assassinio di un ufficiale della GPU, la polizia politica segreta sovietica, che in Francia aveva disertato e nella cui morte Efron, da tempo passato al servizio della «patria», aveva avuto un ruolo decisivo. Poco dopo scomparve dalla Francia. Parigi era un continuo, inesausto pullulare di talenti della poesia, profughi da un’Europa tremendamente compressa tra stalinismo e atmosfere che presagivano la violenta ondata di ismi tirannici, nazismo, fascismo, franchismo, salzarismo, mostruosamente dilaganti a macchia d’olio sui destini dell’Occidente, mentre già l’universo slavo li consumava nella coazione della dittatura, un lungo crepuscolo senza luce: sulle distese d’Europa ormai cominciava a cavalcare un diabolico fantasma che fra poco avrebbe occupato spiagge e colline, pianure e montagne, senza che le vittime della Storia potessero rintracciare un solo angolo dove respirare, raccogliersi, difendere se stesse e la propria memoria. Sottoposta a un ormai violento ostracismo da parte della colonia russa, sconvolta dalle prime imprese europee del nazismo, ostinatamente fedele al ricordo del marito che qualcuno diceva trovarsi a Mosca, sollecitata dalle insistenze del figlio, la Cvetaeva lasciò la Francia nel giugno 1939. Lei era all’oscuro dell’appartenenza del marito al famigerato KGB  ed anche dei misfatti che era giunto a commettere. Alja era felice; si trovava nel suo grande paese, lavorava alla “Revue de Moscou”,  aveva conosciuto Mulja Gurevic, di cui si era innamorata; in questo periodo si incontrava spesso con Boris Pasternak, conosciuto per la prima volta nel luglio del ’35 a Parigi, dove il poeta si trovava per partecipare al primo congresso degli scrittori antifascisti imposto da Stalin. Marina, coerente con le sue idee, non voleva ritornare in quell’ orribile paradiso sovietico, che ora il figlio sognava follemente. “La Russia il paese-domani, il paese-dove-io-mai, il paese-venturo, il non-mio futuro era la morte o il carcere. Qui sono inutile. Lì impossibile.”  Ma dovette seguire il marito e la figlia. “Non c’ era scelta, non posso abbandonare una persona nella disgrazia.”

1939-1941 Nel giugno del ’39, dopo avere minuziosamente riordinato e affidato i manoscritti a persone di fiducia, chiaramente rendendosi conto di ciò che le poteva succedere, ma anche conservando la convinzione che i suoi lavori non sarebbero stati dimenticati, partì da Le Havre voltandosi indietro, come Orfeo che guardava Euridice, fissando teneramente il volto dell’ Europa che non era riuscita ad amare. “per loro disseminati nella polvere dei negozi   – ove nessuno li ha mai presi e mai li prenderà – per i miei versi, come per i vini pregiati, verrà il momento.” Quello che Marina patì in Francia sembrò presto una sciocchezza al confronto di ciò che la aspettava in Unione Sovietica. La famiglia ricomposta visse nella dacia di Bol’ševo, vicino a Mosca, per soli due mesi. Nell’ agosto Alja fu arrestata con l’accusa di complicità con il padre, ritenuto un traditore. Nella disgrazia lo straordinario rapporto madre-figlia si ricompose. Alja fu condannata ad otto anni di lager. Nell’ottobre del ’39 fu arrestato anche il padre, dichiarato nemico del popolo, o più verosimilmente uno che sapeva troppo; sarebbe stato fucilato nel ’41, senza che la moglie ne sapesse nulla. Restata sola col figlio in casa di una parente, per la prima volta questa donna coraggiosa fu presa dal terrore. Non sapeva più di esistere. Non scriveva più versi. Non riusciva ad orientarsi nello spazio. E l’ angoscia l’ assaliva soprattutto quando era sola, in una casa di campagna: un’ angoscia bestiale di annullamento e di distruzione, con i suoi pensieri lucidi, folli e profetici. Appena la compativano, lei una volta così dura, si scioglieva in lacrime. Temeva e desiderava di impiccarsi. Quando si guardava allo specchio, diceva: “Sarei io, questa?” Fece amicizia con una balia di ottantaquattro anni, e con un gatto. Con  l’ ultima fonte della sua tenerezza, ormai quasi esausta, scrisse una lettera alla figlia, prigioniera in un lager, facendole il dono assurdo di vestiti eleganti, di braccialetti d’ argento e del suo amore. Cercava disperatamente una casa, era stata dapprima in una stanzetta della cognata Lili Efron, nel vicolo Merzliakovskij, ora stava in una cameretta della casa di riposo degli scrittori, in via Gercen, ma le avevano detto che la potevano tenere solo per una settimana. Pasternak si diede da fare, andò a trovare l’allora potente scrittore Fadeev, niente da fare, Marina si rivolse al Litfond, al fondo per assistenza scrittori, niente da fare. Riuscì a trovare una stanza all’ultimo piano di una casa sul viale Pokoìrovskij, al numero 14, e subito dopo a Mosca cominciarono a esplodere le prime bombe tedesche, e le schegge dei proiettili antiaerei ricadevano sui tetti insieme alle incendiarie. Marina voleva proteggere il figlio Mur, l’unico rimastole accanto, richiese aiuto a Pasternak, che stavolta non si mosse, non fece nulla. ”Oggi è la festa di Giovanni Evangelista. Ho quarantotto anni. Mi faccio gli auguri. Pfù pfù pfù tocca ferro scampala! Mi faccio gli auguri per i miei quarantotto anni di anima ininterrotta… Stoviglie acqua e lacrime… Nessuno capisce, nessuno sa che già da un anno cerco con gli occhi un gancio, e non ne trovo, perché ormai l’elettricità è arrivata ovunque. Non ci sono più i lampadari di una volta… E’ un anno che mi misuro addosso la morte. E’ tutto così mostruoso, così terribile …E io non voglio morire. Voglio non essere…” Decise allora di partire con gli evacuati, di andare in Tataria insieme all’Unione Scrittori. Cercava ormai solo di salvare il figlio Mur e i suoi ricordi. Il 21 agosto 1941  Marina, insieme al figlio Mur, arriva a Elabuga. Va ad abitare nella casa di Michail Bredelscikov e sua moglie Anastasia, che la ricordano così: “Era alta, un po’ curva, magrissima, con i capelli bianchi…Insomma una vera strega…” E lei aveva scritto di sé, qualche anno prima: “ L’oro dei miei capelli/si sta facendo bianco a poco a poco/ Non piangetelo! Tutto è già avvenuto, / tutto s’è già composto nel mio cuore” Qualche giorno dopo, Marina va a Cistopol, una cittadina più grande, a cercare un lavoro e chiedere l’autorizzazione a risiedere nella città, perché Elabuga è un luogo davvero orrendo. Fa domanda per un posto da lavapiatti in una mensa del Fondo Letterario. “So soltanto lavare i piatti. Un tempo sapevo scrivere anche versi. Ora non più. Ma del resto a cosa serve scrivere versi. Ad eccezione dei parassiti, nei loro vari aspetti, tutti sono più importanti di noi poeti, e tuttavia io non muterei la mia con nessun’altra attività”. Il mattino del 27 agosto fu accolta da una famiglia che l’ammirava molto come poetessa. Declamò i versi che aveva scritto qualche anno prima e risplendette per l’ultima volta. I suoi occhi da gialli ritornarono verdi, il viso, grigio, segnato e gonfio, ringiovanì; e gli ascoltatori ebbero come l’impressione di essere visitati da una creatura di un altro mondo.

Ma il posto di lavapiatti le fu negato, e anche l’autorizzazione. Nessuno l’aiutava. Marina tornò a Elabuga la mattina del 28 agosto, rimase due giorni con il figlio in un mutismo ostile. Sentiva che lui la disprezzava. Il terzo giorno, i padroni di casa la lasciarono sola. Mur era uscito. Marina cercò un pezzo di corda. Prese una sedia, gettò la corda sopra un “chiodo pesante, come quelli dei gioghi, delle reti da pesca, anche se forse è un po’ basso per impiccarsi. Ma per strozzarsi va bene; è più semplice…”. E’ domenica 31 agosto 1941. Una donna capace di tempeste di passioni, che scrisse migliaia di poesie, diciassette poemi, otto drammi in versi, narrativa, saggistica, diari di memorie, lettere bellissime e tragiche, in un periodo terribile ed epico come quello della rivoluzione russa e delle due guerre mondiali. Una donna che era nata bella, intelligente, sensibile, nobile, ricca e famosa, la regina dei circoli letterari moscoviti,  morì in uno sperduto villaggio della Tataria, nella più assoluta indigenza e povertà, in una squallida stanza – stalla di una casa di contadini, sola, abbandonata e dimenticata da tutti, perfino dal figlio Georgij -Mur, che un giorno prima di morire le disse con disprezzo: “ Mamma, sembri una lercia vecchiaccia di paese”, e non andò neppure al suo funerale. Prima di morire non si era tolta neppure il grembiule con la tasca davanti, che aveva infilato per sbrigare le faccende di casa. “Vorrei essere sepolta nel cimitero degli Uomini di Dio – aveva scritto anni prima – a Tarusa, sotto un cespuglio di sambuco, in una di quelle tombe con il colombo d’argento sulla lapide, là dove crescono le fragole più rosse e più grosse di quei posti.”      

Invece, a chiudere perfettamente il cerchio, la tomba di Marina rimase sconosciuta; sotto uno di quei pini dell’antico cimitero di Elabuga la sorella di Marina, Anastasja, mise una croce con la scritta “In questo angolo del cimitero è sepolta Marina Ivanovna Cvetaeva ( 26 settembre 1892-31 agosto 1941)”. “Se è vero che Marina è morta, la colpa è mia, e quale colpa. Nessuno potrà mai perdonarmelo”,  disse Boris Pasternak quando gli fu recata la funebre notizia. Non aveva risposto all’ultima invocazione di Marina, non l’aveva dissuasa dal tornare nell’orrore che era diventata la Russia dei soviet, e chissà  per che altro gli rimordeva la coscienza.   In ogni caso, c’è qualcosa che non torna; la storia, questa storia “non conclude”: combattiva, mai doma, nonostante le durissime prove della vita; legatissima ad Alja e al marito, che credeva relegato in un gulag e ai quali eroicamente inviava pacchi di vestiario e cibo messi insieme privandosi di tutto; l’istinto fortissimo di protezione, nonostante tutto, verso l’adolescente Mur, questi motivi sono troppo deboli per collimare col suicidio della leonessa Marina. Ma da quell’immenso gulag che è stata l’URSS fino alla caduta del Muro di Berlino non giungevano altre notizie; le opere della poetessa erano state cercate, trovate e raccolte dalla figlia Alja che, per un risarcimento tardivo, volle fare quel che poté per riabilitare e diffondere il genio della mamma. Fu l’impegno di tutta la sua vita, dopo altri anni di persecuzioni, isolamento e  condanna a vita a Turuchansk in Siberia; la libertà per lei arrivò nel 1955 dopo la riabilitazione. Non aveva mai interrotto i rapporti epistolari con Pasternak, tant’è vero che lei fu la prima persona a cui lo scrittore fece leggere il manoscritto del Dottor Zivago e delle cui opinioni tenne ampiamente conto nella definitiva stesura dell’opera.

 

Poi, come Lazzaro uscito dal sepolcro, nel 1994 comparve sul Corsera un articolo da brivido: Rivelazioni. Una nuova verità sulla morte della poetessa russa Marina Cvetaeva: il rifiuto di collaborare con la polizia di Stalin e la minaccia di  internamento. Cvetaeva, il suicidio prima del gulag. E ora ricostruiamo le notizie: Marina lasciò una lettera per il figlio, in cui ci sono delle frasi sibilline:” “Murlyga! Perdonami ma andare oltre sarebbe stato peggio… Dì al papà e ad Alja, se li vedrai, che li ho amati fino all’ ultimo istante e spiega che sono finita in una via senza uscita.” Il figlio non seppe andare oltre la spiegazione delle condizioni invivibili per la madre a Elabuga. Invece….Riporterò ora integralmente la parte più esplosiva dell’articolo a firma del giornalista Vittorio Strada: “Ma ora viene alla luce una terza, clamorosa versione, che ruota attorno a un intervento della polizia politica, il famigerato KGB che allora aveva un’ altra sigla, quella di NKVD, una delle varie di cui tale istituzione si è fregiata nella sua lunga vita. Si trova questa tesi, ad esempio, nel libro documentario di Veronika Losskaja su Marina Cvetaeva, dove si riporta la voce secondo cui la polizia politica avrebbe cercato di arruolare la Cvetaeva tra i suoi “informatori”, come era diffuso costume nel periodo sovietico, promettendo di “aiutarla”, proposta che Marina, naturalmente, avrebbe respinto, pur sapendo che quel genere di rifiuto equivaleva a una condanna, a ritrovarsi, nell’ orrore di Elabuga, in una vera e propria “via senza uscita”. Un episodio impressionante, riferito dalla Losskaja, sembra suffragare questa versione. Alcuni anni fa la poetessa Bella Achmadulina ricevette da una persona di ritorno da Elabuga un libretto d’ appunti, rilegato in rosso, con sopra impresso un giglio, emblema prediletto dalla Cvetaeva, sull’ ultima pagina del quale erano scritte a matita alcune parole illeggibili; soltanto la prima parola era possibile decifrare chiaramente: “Mordovia”. L’ uomo che portò in dono all’ Achmadulina quel libretto raccontò la sua strana storia: quando egli espresse il desiderio di visitare la tomba della Cvetaeva, gli dissero che una donna voleva parlare con lui. Egli si stupì, poiché in quella città non conosceva nessuno. Nell’ incontro la donna disse che suo padre (o suo zio), che era stato falegname, nel 1941 aveva preparata la bara per “una sconosciuta che si era suicidata”. Il corpo era stato deposto nella cassa così com’ era stato tolto dal cappio e in una tasca del grembiule della morta il falegname aveva visto spuntare un libretto e l’aveva rubato. Poi si era vergognato di quel gesto e aveva pregato la figlia (o la nipote) di dare, alla prima occasione, quel taccuino a qualcuno venuto da Mosca affinché a sua volta lo desse a chi potesse esserne interessato. L’ ipotesi è la seguente: quando la Cvetaeva si recò a Cistopol, centro non lontano da Elabuga, fu convocata dalla polizia politica in un albergo, luogo consueto per simili “colloqui”, e le fu proposto di “collaborare”, cioè di diventare una delatrice, promettendole non solo “aiuto” per lei e i suoi cari in caso di assenso, ma minacciandola di internamento in un lager, in caso di rifiuto. Marina avrebbe scritto di nascosto nel suo libretto l’ essenziale di quella fatale conversazione: “Mordovia”, l’ unica parola decifrabile, era una delle zone principali dei lager sovietici. Uscita sconvolta da quel colloquio, e sapendo che la “legge” imponeva l’assoluto silenzio su di esso, anche in caso di rifiuto di collaborare, la Cvetaeva non andò neppure dagli amici coi quali aveva promesso di incontrarsi, ma pernottò in un dormitorio di Cistopol e l’indomani, tornata a Elabuga, s’ impiccò . Un altro contributo al diradamento dell’ oscurità che circonda la morte di Marina Cvetaeva viene da Irma Kudrova, il cui interessante saggio, già sostanzialmente noto in Occidente, è ora pubblicato dalla rivista russa “Novyj mir”. Siamo sempre sul piano delle tracce e delle congetture, mancando quei documenti che forse saranno trovati e pubblicati. Ma la logica indiziaria è più stringente e convincente che mai. Si parte dalla testimonianza di Kirill Chenkin, a suo tempo membro della polizia politica sovietica e poi di questa smascheratore, che parla del lavoro di arruolamento svolto a Elabuga dagli uomini del NKVD anche nei riguardi della Cvetaeva, particolarmente vulnerabile, cioè ricattabile, in quanto già il marito e la figlia erano in un lager, mentre essa temeva per il figlio, la cui “libertà ” dipendeva unicamente dall’ arbitrio della polizia. A Cistopol, anziché trovare qualche aiuto, Marina, contattata dal NKVD locale, cadde in una situazione ormai davvero “senza uscita”. Una rete malefica aveva cominciato ad avvolgere la Cvetaeva ancora in Occidente, quando il marito, accecato dalle illusioni filosovietiche, aveva collaborato con l’ NKVD in delittuose operazioni e poi aveva deciso di trasferirsi nella “patria del socialismo” (a convincere la riluttante Marina a seguire la stessa via del ritorno era stato Erenburg). A Elabuga quella rete per lei si strinse in un nodo fatale. Un vero e proprio “giallo”, si direbbe, se quest’ espressione non suonasse banale e irriverente per una tragedia che non è stata individuale soltanto, ma che ha investito un intero popolo, lacerando un’ intera epoca storica. Una tragedia di cui Marina Cvetaeva, come Serghej Esenin e Vladimir Majakovskij e, in altro modo, Aleksandr Blok e Osim Mandel’stam, fu protagonista e i cui riverberi non si sono spenti.”

 

 

 

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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