“Tu sei come una giovane/una bianca pollastra…”

UMBERTO SABA (1883-1957)

E’ così noto questo poeta del ‘900, che probabilmente non si fa più caso al cognome “Saba”, che è uno pseudonimo carico di significati: il cognome era Poli, ma il padre, Edoardo, di nobile famiglia veneziana, giovane gaio e leggero, lasciò la moglie e il figlio ancora non nato. Il bambino crebbe praticamente con Peppa Sabaz, la balia che lo amò come il figlio che aveva perduto; lasciare la balia e vivere con la madre e due zie fu per il piccolo Umberto un trauma serio. La madre era ebrea e faceva Cohen di cognome e Umberto, quando cominciò a scrivere, adottò lo pseudonimo di Saba, in ricordo di Peppa. Triestino ed ebreo italiano, in una città dell’impero asburgico, partecipò alle due guerre mondiali, nella seconda dovette nascondersi tra Roma e Firenze, portando con sé la moglie Carolina, la Lina protagonista delle poesie d’amore del Canzoniere, e la figlia Linuccia. Da ricordare l’aiuto concreto che ricevette da Montale, che a Firenze andava a trovarlo tutti i giorni. Tra precarietà e depressione, continuò a scrivere e ad amare Trieste e Lina; quando la moglie si ammalò, ebbe una crisi che lo portò a ricoverarsi in una clinica a Gorizia, da dove uscì solo per il funerale di Lina, esattamente nove mesi prima della sua stessa fine.

Con il titolo di Canzoniere è stata periodicamente raccolta e pubblicata in diverse sezioni la produzione essenziale del poeta triestino, che nel 1953 ottenne l’ambìto e raro onore di ricevere dalla Università di Roma la laurea Honoris causa. Saba in quarant’anni di attività poetica rimase fedele ai suoi ideali e, senza abbandonare i metri e i modi tradizionali, seppe restare un poeta moderno, giovane come i più giovani, con un contenuto personale e originale che lo pose all’avanguardia di ogni innovazione e di ogni conquista. Fu il poeta della malinconia, che tempera la sua naturale tristezza con il riconoscimento pacato delle esigenze della vita, e con la consapevolezza che la poesia ha il dono divino di attenuare il vano scoramento e la crudele disperazione.

Il miglior commento, e la più sicura testimonianza dell’arte di questo poeta, li offrì Saba stesso con Storia e cronistoria del Canzoniere (1948) da cui è tratto il brano seguente, che illustra e commenta la lirica più famosa, A mia  moglie. Saba qui scrive in terza persona.

“La poesia provocò, appena conosciuta, allegre risate. Pareva strano che un uomo scrivesse una poesia per paragonare sua moglie a tutti gli animali della creazione. È la sola del No­stro che abbia suscitato un po’ di scandalo; è forse a questo che si deve la sua notorietà: una noto­rietà di “contenuto”. Ma nessuna intenzione di scandalizzare, e nemmeno di sorprendere, c’era, quando la compose, in Saba. La poesia ricorda piuttosto una poesia “religiosa”; fu scritta come altri reciterebbe una preghiera. Ed oggi infatti la si può nominare o leggere in qualunque ambiente, senza la preoccupazione di suscitare il riso. Un giornale comunista disse, recentemente, che “A mia moglie” è una poesia proletaria. Noi pensiamo invece che sia una poesia “infantile”; se un bam­bino potesse sposare e scrivere una poesia per sua moglie, scriverebbe questa.

«Un pomeriggio d’estate» racconta Saba «mia moglie era uscita per recarsi in città. Rimasto solo, sedetti, per attenderne il ritorno, sui gradini del solaio. Non avevo voglia di leggere, a tutto pen­savo fuori che a scrivere una poesia. Ma una ca­gna, la “lunga cagna” della terza strofa, mi si fece vicino, e mi pose il muso sulle ginocchia, guardandomi con occhi nei quali si leggeva tan­ta dolcezza e tanta ferocia. Quando, poche ore dopo, mia moglie ritornò a casa, la poesia era fat­ta: completa, prima ancora di essere scritta, nella mia memoria. Devo averla composta in uno stato di quasi incoscienza, perché io, che quasi tutto ricordo delle mie poesie, nulla ricordo della sua gestazione. Ricordo solo che, di quando in quando, avevo come dei brividi. Né la poesia ebbe mai bisogno di ritocchi o varianti. S’intende che, ap­pena ritornata la Lina, stanca della lunga salita-si abitava a Montebello, una collina sopra Trieste- e carica di pacchi e di pacchetti, io pretesi su­bito da lei che, senza nemmeno riposarsi, ascol­tasse la poesia che avevo composta durante la sua assenza. Mi aspettavo un ringraziamento ed un elogio; con mia grande meraviglia, non ricevetti né una cosa né l’altra. Era invece rimasta male, molto male; mancò poco litigasse con me. Ma è anche vero che poca fatica durai a persuaderla che nessuna offesa ne veniva alla sua persona, che era “la mia più bella poesia”, e che la dovevo a lei.» (…) Altre più belle poesie egli scrisse, più complesse, più seducenti, forse anche più per­fette; ma in nessuna – crediamo – la nativa spon­taneità della sua vena zampillò da una sorgente più profonda. Giacomo Debenedetti parla della «sensualità quasi animalesca» colla quale sono portati i paragoni. Non si tratta di sensualità ani­malesca, forse nemmeno di sensualità, in nessun caso di sola sensualità (ma quando il Debenedetti scrisse il suo primo saggio sul Nostro era vergo­gnosamente giovane: aveva 22 o 23 anni). La poesia fa pensare piuttosto – come abbiamo detto – ad un improvviso ritorno all’infanzia; un ritorno però che non esclude la contemporanea presenza dell’uomo. Se questa fosse mancata, Saba non sa­rebbe stato Saba, ma Pascoli. Il poeta, come il fan­ciullo, ama gli animali, che, per la semplicità e nudità della loro vita, ben più degli uomini, ob­bligati da necessità sociali a continui infingimenti, «avvicinano a Dio», alle verità cioè che si possono leggere nel libro aperto della creazione. Un gior­no – e fu un bel giorno – Saba deve aver sentito con acuta gioia e tenera commozione, le identità che correvano fra la giovane donna che gli viveva accanto e gli animali della campagna dove allora abitava. La poesia, nata da questa “scoperta”, porge, in sei lunghe strofe, altrettanti e più para­goni. Il poeta ritrova la sua donna nella giovane e bianca pollastra, nella gravida giovenca, nella lunga cagna, nella pavida coniglia, nella rondine, nella provvida formica, nella pecchia, e – dice il verso finale, che può sembrare, ed è invece altra cosa – un complimento da madrigale: «in nessun’altra donna». Ad ogni animale sono attribuite, come nelle favole, qualità essenziali; i versi suonano, in così antica materia, con gravità e dolcezza.

     A mia moglie

Tu sei come una giovane

una bianca pollastra.

Le si arruffano al vento

le piume, il collo china

per bere, e in terra raspa;

ma, nell’andare, ha il lento

tuo passo di regina,

ed incede sull’erba

pettoruta e superba.

È migliore del maschio.

È come sono tutte le femmine

di tutti i sereni animali

che avvicinano a Dio.

Così, se l’occhio, se il giudizio mio

non m’inganna, fra queste hai le tue uguali,

e in nessun’altra donna.

Quando la sera assonna

le gallinelle,

mettono voci che ricordan quelle,

dolcissime, onde a volte dei tuoi mali

ti quereli, e non sai

che la tua voce ha la soave e triste

musica dei pollai.

 

Tu sei come una gravida

giovenca;

libera ancora e senza

gravezza, anzi festosa;

che, se la lisci, il collo

volge, ove tinge un rosa

tenero la tua carne.

Se l’incontri e muggire

l’odi, tanto è quel suono

lamentoso, che l’erba

strappi, per farle un dono.

È così che il mio dono

t’offro quando sei triste.

 

Tu sei come una lunga

cagna, che sempre tanta

dolcezza ha negli occhi,

e ferocia nel cuore.

Ai tuoi piedi una santa

sembra, che d’un fervore

indomabile arda,

e così ti riguarda

come il suo Dio e Signore.

Quando in casa o per via

segue, a chi solo tenti

avvicinarsi, i denti

candidissimi scopre.

Ed il suo amore soffre

di gelosia.

 

Tu sei come la pavida

coniglia. Entro l’angusta

gabbia ritta al vederti

s’alza,

e verso te gli orecchi

alti protende e fermi;

che la crusca e i radicchi

tu le porti, di cui

priva in sé si rannicchia,

cerca gli angoli bui.

Chi potrebbe quel cibo

ritoglierle? chi il pelo

che si strappa di dosso,

per aggiungerlo al nido

dove poi partorire?

Chi mai farti soffrire?

 

Tu sei come la rondine

che torna in primavera.

Ma in autunno riparte;

e tu non hai quest’arte.

 

Tu questo hai della rondine:

le movenze leggere:

questo che a me, che mi sentiva ed era

vecchio, annunciavi un’altra primavera.

 

Tu sei come la provvida

formica. Di lei, quando

escono alla campagna,

parla al bimbo la nonna

che l’accompagna.

 

E così nella pecchia

ti ritrovo, ed in tutte

le femmine di tutti

i sereni animali

che avvicinano a Dio;

e in nessun’altra donna.

 

Il Lavagetto, con un’analisi che utilizza una fitta trama di riferimenti ad altri testi di Saba, mette in evidenza come l’immagine di femminilità qui evocata sia riconducibile – sia pure attraverso una complicata serie di mediazioni – all’immagine materna.

Se un bambino potesse sposare e scrivere una poesia per sua moglie, scriverebbe questa.” È così che Saba si esprime riferendosi a questo componimento del 1911, dedicato alla moglie Lina, con la quale ebbe sempre un legame profondo. Per celebrare la moglie, una presenza frequente nel suo Canzoniere, Saba sceglie un modo insolito, singolare, poiché la paragona a vari animali: la gallina, la giovenca, la cagna, la coniglia, la rondine, la formica, l’ape, ovvero i sereni animali che avvicinano a Dio, come troviamo scritto nel componimento. E di ciascun animale coglie le migliori qualità, e quindi la moglie Lina ha il portamento eretto e superbo della gallina. Infatti scrive: ha il lento tuo passo di regina, ed incede sull’erba pettoruta e superba. Adesso ha quel sentimento materno, lieto e festoso della giovenca. Mentre della cagna ha la devozione incondizionata, un amore tenace, ma fatto anche di gelosia per il suo uomo. Come la coniglia inoltre, anche la moglie appare quasi indifesa, con la sua generosità totale, mite e inerme: Entro l’angusta gabbia ritta al vederti s’alza, e verso te gli orecchi alti protende e fermi; Lina è poi come la rondine dalle movenze leggere e che fa rifiorire la primavera nella vita triste e vecchia del poeta; ma la rondine in autunno riparte; e tu non hai quest’arte, dal momento che la moglie, al contrario dell’uccello migratore, non abbandona la propria casa, e quindi è fedele. È poi paragonata alla formica, la provvida formica, che previdente e laboriosa mette via le provviste per l’inverno e si trasforma infine nell’instancabile pecchia, l’ape.

Così si edifica, senza strappi, un piccolo sistema al centro del quale troviamo Lina che acquista spessore, si individua nei contrasti: diviene lentamente se stessa attraverso successive metamorfosi. Intorno le gravita un singolare bestiario, dove gli animali, come sempre in Saba, non sono controfigure umane né corpi di categorie morali, ma portatori di un enigma che Saba interroga nelle profondità di questi numi tutelari, di questi pazienti testimoni sprovvisti – sempre – del dono o del vizio di parlare e – sempre – legati organicamente al mondo dell’infanzia. La pollastra, la giovenca, la cagna, la coniglia, la rondine, la formica e la pecchia, «tutte le femmine di tutti i sereni animali» si sgranano davanti a noi, realizzando il miracolo della mutevole identità di Lina, che costituisce il perno della poesia: le immagini alla fine non si presentano come una serie discontinua di addendi, ma si aprono l’una dopo l’altra, l’una sull’altra, senza fratture, concentricamente; la prima è quella che rompe la superficie, la più evidenziata e accanita; le altre si dilatano intorno, con tempi variabili di apparizione, pian piano più rapide, più tenui fino a spegnersi nella totalità. Tutto il componimento è pervaso da un sentimento di intensa tenerezza e dolcezza, accentuate entrambe da un tono apparentemente ingenuo, quasi infantile: il poeta guarda al mondo della natura con occhi semplici, avvertendo in essa le migliori qualità e la condizione di maggiore vicinanza a Dio. E nel cantare l’amore per la sua donna, sceglie una strada che si discosta totalmente da quella della tradizione lirica italiana, poiché eleva a poesia ciò che è quotidiano, familiare e che dagli altri è considerato come vile, facendo uso di un linguaggio tipico della lingua parlata, fatto di toni colloquiali, con un rifiuto netto del lessico ricercato di D’Annunzio.

Saba elimina tutto ciò che è artificioso, fa un uso sporadico delle figure retoriche, mentre ricorre alla rima baciata cuore/amore/dolore disdegnata dagli altri poeti perché ritenuta obsoleta e banale.

 

Questa poesia, appartenente alla breve sezione intitolata “Casa e campagna“, composta di sole cinque poesie, fu scritta in pieno boom del Futurismo e con lo stile iperbolico dannunziano che dominava il panorama poetico italiano. In tal modo si apprezza ulteriormente il coraggio e la novità di Saba e della sua scrittura, piana e volutamente lontana da ogni artificio: non ci fu nessuno spirito di rottura con la temperie dell’epoca, ci fu invece chiaramente il percorso sulla scia di classici esplicitamente menzionati, Parini, Foscolo e Leopardi, con l’idea che il cambiamento doveva riguardare il contenuto, gli argomenti trattati e il tono, non la forma che resta impeccabilmente di un lindore classico.

Saba dice di averla scritta come in trance. Si tratta di una lirica di struggente e apparente ingenuità e nello stesso tempo di sapienza e profondità intuitiva. È certo il bambino che era in Saba che la scrisse, all’acme di una serenità soddisfatta e rapita in una situazione di idillio con la natura, di conciliazione con la vita, che furono i primi anni del matrimonio e della nascita della figlia.

Senza la Lina il Canzoniere non sarebbe il canzoniere e il Saba non sarebbe il Saba. Forse di più e di meglio, non possiamo saperlo, ma non possiamo disgiungere, da qui in avanti, questa figura di donna che a suo modo entra nella poesia, e non come vi entrò Beatrice o Laura, della cui carnalità e psicologia poco o nulla sappiamo, ma come figura attiva e insostituibile, come la sua Trieste. Scrive, con una confessione di struggente nostalgia (pur dopo tutto quello che accadde) e bellezza, in Autobiografia:

   Trieste è la città, la donna è Lina,

per cui scrissi il mio libro di più ardita

sincerità; né della sua fu fin’

ad oggi mai l’anima partita.

    Ogni altro conobbi umano amore;

ma per Lina torrei di nuovo un’altra

vita, di nuovo vorrei ricominciare.

Vi è qualcosa di ieratico, di religioso, un giuramento perentorio e non ritrattabile in quel verso “Trieste è la città, la donna è Lina”. Lina è talmente importante che, a suo modo, rappresenta anch’essa uno degli elementi sabiani di continuità con la grande poesia classica e, nello stesso tempo, un elemento di nuova poesia, una nuova visione della donna (che non solo “è vista” o resta passivo strumento nella fantasia del poeta, ma che agisce e parla in prima persona determinando in qualche modo la stessa poesia del Saba) e quindi di rinnovamento della tradizione. E, anche se il nome di Lina, dopo queste poesie, comparirà più raramente, questa straordinaria figura permea di sé, attraverso la malinconia e qualche verso allusivo del poeta, l’intero suo canto. Nulla a che fare con altre donne cantate nella letteratura, specie contemporanea al Saba, sia l’Ermione dannunziana che le signorine del Gozzano così astratte: si capisce a prima lettura che si tratta di finzioni, di proiezioni borghesi fornite di un corpo virtuale e messe in versi per il solo piacere di leggere versi. C’è un abisso di senso dunque, fra il “romanzo” sabiano e queste finzioni. E c’è anche (a costo di essere ingiusto con la poesia dei crepuscolari) un abisso di novità nel modo di far poesia che, paradossalmente, da arretrata e conservatrice come poteva sembrare, si rivelerà, in quegli anni, la vera poesia innovatrice del primo ‘900 con quella di Ungaretti e più tardi del Montale.

La scelta di paragonare la moglie ad animali comuni è una novità; come scrive il poeta stesso, egli scegli questi termini di paragone perché gli animali, “per la semplicità e la nudità della loro vita, ben più degli uomini, obbligati da necessità sociali a continui infingimenti, avvicinano a Dio, alle verità cioè che si possono leggere nel libro aperto della creazione.“.

Lunga è la tradizione letteraria in cui la figura femminile si trasforma, per metamorfosi, in nobili figure di piante o animali, partendo dal mito greco come ad esempio Dafne o Aracne, fino alla poesia di Ovidio, e poi a quella del Medioevo di Boccaccio e della canzone della metamorfosi di Petrarca (Canzoniere XXIII), per approdare in fine alla poesia del Seicento barocco.

La donna però veniva paragonata ad animali mitologici o appartenenti all’ immaginario maschile, di una femminilità alta, come uccelli pregiati e rari o felini eleganti e feroci, che assumono nel testo un carattere puramente simbolico. Una diversa sensibilità nasce nell’ Ottocento, quando, ad esempio, Verga narra dell’ animalesca e ferina protagonista della novella “La lupa“.

Con un’ iperbole naturalistica, che sposta e mescola fra loro i livelli di discorso e campi di realtà che la ragione e il gusto correnti tendono a mantenere separati, Saba paragona la vitalità femminile della moglie ad una serie di animali domestici, di campagna, come quelli che si possono trovare in qualunque aia contadina, affermando, in ordine, che la propria moglie è una pollastra, una giovenca, una cagna, una coniglia, una rondine, una formica, una pecchia, cioè un’ ape.

La similitudine con i primi quattro appare addirittura provocatoria, poiché si tratta di nomi di animali spesso usati come offesa, soprattutto se in riferimento ad una donna. La gallina è emblema di un’ intelligenza poco vivace, la giovenca di scarsa bellezza, la cagna della mancanza di pudicizia, la coniglia di poco coraggio.

Il poeta capovolge il valore negativo di questi paragoni, attribuendo alle femmine degli animali una serie di virtù che culminano con l’affermazione Avvicinano a Dio.

Se si pensa che ai primi del Novecento la forma poetica della lauda si identifica soprattutto con il genere ripreso e innalzato da D’ Annunzio, nella raccolta Alcyone, per dare voce ad una dimensione di estasi sensuale, di esaltazione erotica, si capisce come l’eros domestico e sacrale di Saba costituisca una presa di posizione forte e decisa.

La raccolta “Casa e campagna”, di cui la poesia fa parte, viene pubblicata nel pieno dell’esplosione del futurismo, che esalta il mito della macchina e della modernità. Quindi, rispetto ad un tale panorama, la lirica di Saba acquista il valore di un distacco totale e forse ironico.

Il tono è sincero, come quello di un discorso spontaneo e naturale, dotato di una semplicità immediata e profonda, di una perfezione formale tanto alta da non parere elaborata, dice lo stesso Saba, indispettito dalle letture superficiali dei suoi primi critici. Anche qui, come quasi sempre, il lessico della poesia deriva dalla lingua parlata.

 

 

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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