Il mio cane di nome Stupido e La Confraternita dell’uva

Si chiamava John Fante, un uomo bello e carismatico, americano di seconda generazione, dal carattere indubitabilmente latino, affascinante e autoritario, con le radici in Abruzzo, scrittore sfigato e maledetto peggio di Bukowski, a cominciare dalla famiglia in cui nacque, al talento di scrittore ignorato, alla necessità di adattarsi a scrivere sceneggiature per film, fino al crudele epilogo della sua vita. Dalla provincia di Chieti (Torricella Peligna, conosciuta da John solo attraverso i racconti nostalgici e il dialetto in famiglia), approdò in America Nick Fante, nel 1901, muratore, anzi scalpellino eccezionale e sposò Maria, un’immigrata italiana di seconda generazione. Nel 1909 iniziò il viaggio di John Fante nella vita, un susseguirsi di fallimenti e falsi entusiasmi, intarsiati in un talento puro e cristallino, scoperto troppo tardi e, a tutt’oggi, non ancora abbastanza valorizzato, se non dai fan più incalliti o durante le ondate di moda temporanea. La fama postuma è come se avesse camminato da sola, a partire dagli anni ’90, con un passaparola insistente, tra uno zoccolo duro di quei lettori che non si lasciano intimorire dagli ambienti sconfortanti americani e in specie californiani della prima metà del ‘900, brulicanti di nostri connazionali emigrati, poverissimi, malvisti e scansati, assimilati sbrigativamente ai bulli mafiosi, chiamati spregiativamente “dagos”  (deformazione di Diego, il termine era usato con disprezzo per indicare gli immigrati spagnoli, italiani e portoghesi) o “wop” (without passport) e invece animati dalla volontà sana e sacrosanta di riscatto. Restano impresse due cose di Fante, la condanna a scrivere scenografie, la dura legge dell’adattarsi per sopravvivere, e il dramma devastante del diabete, scoperto negli anni Cinquanta, mal curato, che lo portò  alla cecità e a diversi interventi agli arti inferiori, fino all’amputazione delle gambe. Ma la tenacia incredibile dello scrittore lo indusse, pur così malconcio, a dettare l’ultimo romanzo alla moglie Joyce, Sogni di Bunker Hill, pubblicato nel 1982, un anno prima della morte. Anch’io  ho conosciuto John Fante per caso, segnalato entusiasticamente da una lettrice impenitente peggio di me, e, dalla prima lettura, di lui non mi è sfuggito più nulla. Perché egli ricorda parecchio il sublime Steinbeck di Uomini e topi o di Pian della Tortilla, e un po’ anche il miglior Bukowski: gli scrittori che irresistibilmente ti fanno ridere amaro con i loro personaggi sgangherati, sgarrupati e tenerissimi. In particolare, anche i nomi in Fante sono vicini all’Italia, le due mini saghe parecchio autobiografiche hanno come protagonisti gli scrittori sfigati Arturo Bandini ed Henry Molise, figlio del “miglior scalpellino del mondo”(sic), l’abruzzese Nick.

Fante

la confratermita

        “La confraternita dell’uva”(o del Chianti)

“La cucina : il vero regno di mia madre, l’antro caldo della strega buona sprofondato nella terra desolata della solitudine, con pentole piene di dolci intingoli che ribollivano sul fuoco, una caverna d’erbe magiche, rosmarino e timo e salvia e origano, balsami di loto che recavano sanità ai lunatici, pace ai tormentati, letizia ai disperati. Un piccolo mondo venti-per-venti: l’altare erano i fornelli, il cerchio magico una tovaglia a quadretti dove i figli si nutrivano, quei vecchi bambini richiamati ai propri inizi, col sapore del latte di mamma che ancora ne pervadeva i ricordi, e il suo profumo nelle narici, gli occhi luccicanti, e il mondo cattivo che si perdeva in lontananza mentre la vecchia madre-strega proteggeva la sua covata dai lupi di fuori.”

Sarei tentata di dire che, se Chiedi alla polvere è il romanzo più noto, La Confraternita del Grappolo (questo è il titolo originale) è il più bello fra i libri di Fante, ma i suoi scritti sono una miniera di capolavori e, qualunque opera scegli, ti cattura per sempre. Il vino rosso rubino, bevuto dai pezzenti immigrati italiani, che faceva scordare coi fumi delle sbornie il cielo estraneo e ostile sotto cui si trovavano, dà anche il titolo ad una raccolta di tredici racconti, Dago Red.  

Ne La Confraternita, il cinquantenne Henry Molise è uno scrittore di successo, vive in una villa sull’Oceano insieme alla moglie americana protestante e quattro figli, di cui due in età da college. Le sue origini di cattolico wop sono state riscattate: la sua esistenza si svolge al sole di Los Angeles, al passo del sistema e del sogno americano. Ma anche nelle buone storie la vita tende i suoi agguati: un semplice squillo di telefono lo costringerà a tornare alle radici e a fare i conti con la propria identità. Alla cornetta il fratello Mario lo informa “che mamma e papà avevano tirato in ballo un’altra volta la faccenda del divorzio”. La madre si sta trasferendo dalla sorella, e a Henry viene chiesto di ospitare il padre nella grande casa di Redondo Beach. Sgomento, lo scrittore prova a parlarne con la moglie che, impietrita, lo obbliga ad andare a “casa” e risolvere i problemi di famiglia. C’è molta autobiografia, nella realtà il suo matrimonio con Joyce Smart, giovane poetessa laureata di Roseville, fu molto ostacolato dalla famiglia di lei, benestante, protestante e inorridita dalla commistione con gli immigrati. Tornando al romanzo, qui inizia il viaggio di Henry alla riscoperta delle proprie origini, all’interno di se stesso, faccia a faccia con la “vera” famiglia, che la prosa spoglia, febbrile e immaginifica di Fante racconta con la consueta capacità di restituire la vita nel suo svolgersi; la sua scrittura che è romanzo, racconto ispirato, pur non lo sembra, assomigliando alla cronaca diretta di eventi che accadono sotto gli occhi di chi narra. A San Elmo, Henry rivede la madre, i tre problematici fratelli e, soprattutto, Nick Molise, il vero protagonista della storia: “Lui era qualcosa di più che il capofamiglia. Era giudice, giuria e carnefice, Geova in persona”. Irriverente, alcolizzato, dispotico, volgare, ignorante, maschilista e autoproclamato “miglior scalpellino d’America”, questo è papà Molise, montanaro d’Abruzzo emigrato nelle Americhe a tirar su muri e gonfiarsi del chiaretto di Angelo Musso al Caffè Roma, tana di compari di egual rango e cultura, l’indimenticabile confraternita del titolo. Nel romanzo il luogo d’origine del padre viene definito un “misero paesino appenninico, molto simile alla Fontamara di Ignazio Silone”, un luogo che egli  conoscerà solo tramite le parole del suo amato-odiato, alcolista, irascibile, umorale genitore che, in un impeto di rabbia, Fante, nei panni di Henry Molise, definisce  anche un “ruzzolamerda”.

Se la minaccia del divorzio sfuma subito, un’altra ben più nera si abbatte sul povero Henry: al vecchio muratore è stato commissionato un affumicatoio di pietra in montagna ed egli si aspetta che il figlio gli faccia da secondo. Henry rifiuta, la sua vita è altrove. I giorni passano, gli incantesimi culinari di mamma cominciano a fare effetto, la morsa caotica dei fratelli lo incalza e Henry, non senza accese discussioni familiari, finisce per seguire il padre nell’insensata impresa: “Mio padre aveva diritto a questo ultimo ridicolo trionfo, questa piccola casa di pietra sulle Sierras”. Questo è il cuore de La Confraternita dell’Uva: il rapporto tra padre e figlio, lo scontro non solo tra due generazioni ma tra due culture, la prima contadina, emigrata, salda su pochi semplici principi; l’altra di americani di seconda generazione che si sono conquistati un posto al sole e guardano alle proprie origini con sospetto e vergogna. Come se non ne bastasse una, Fante si occupa anche della seconda famiglia, quella degli accoliti, la Confraternita, The Brotherhood of the Grape: Musso, Antrilli, Benedetti, Ramponi. Una ciurma di vecchi indimenticabili compagnoni paesani, fratelli che hanno succhiato tutti alla stessa tetta, quella del Chianti sanguigno di Angelo Musso. Non è gente fatta per starsene sola, sono un coro. Non è gente che dispensa oracoli, né consigli, si limita ai fatti accertati, “è meglio morire tra gli amici che morire tra i dottori” , sentenziano nella lucidità della sbronza. In questa, come nelle altre opere, Fante lascia il ritratto più fedele di quella prima generazione di italoamericani, guardati in maniera inorridita dagli americani, persuasi “che gli italiani fossero creature di sangue africano, che tutti gli italiani girassero col coltello e la nazione fosse ormai in mano alla mafia”. Alla fine Fante, dopo aver preso suo padre a parole come mattonate, averlo dipinto come un tirannico mandrillo costantemente tra i fumi dell’alcool e impegnato a perdere a carte tutti suoi sudatissimi guadagni, ci fa capire che tutti dovrebbero sempre avere un padre, perché lui in fondo a quel vecchio bastardo voleva un bene dell’anima. “Ero anch’io un padre, ma non volevo quel ruolo. Volevo tornare indietro nel tempo, quand’ero piccolo e mio padre girava per casa, forte e rumoroso. Fanculo la paternità. Non ci ero tagliato. Ero nato per fare il figlio.”  

Tiziano Scarpa, commentando i rapporti tra John Fante e i genitori, ha costruito una felice metafora scrivendo:«Il suo eroe è uno spermatozoo smarrito per il mondo, diviso tra l’intrufolarsi nei recessi di una donna, dove nascondersi al calduccio fra spettacolari complessi di colpa e la tentazione di ritornare all’origine: l’origine non è l’utero materno, ma i testicoli del padre…questa iraconda fabbrichetta biochimica di bestemmie, passione per il gioco, ubriachezza molesta».

In queste pagine John Fante dà una delle sue prove migliori, alternando lirismo, comicità, malinconia, sarcasmo e commozione quasi senza soluzione di continuità, in un flusso linguistico davvero ispirato. La Confraternita dell’Uva (1977) è il penultimo capitolo della saga dei Molise, composta anche da A Ovest di Roma e Un anno terribile, ed è l’ultimo scritto dall’autore prima che la cecità lo costringesse a dettare alla moglie Joyce il romanzo epilogo della saga,  Sogni di Bunker Hill.

 

In  A Ovest di Roma ci sono due mini-romanzi, il primo dei quali è l’esilarante tenerissimo crudele Il mio cane Stupido.

Che ne facciamo di quel fottutissimo cane?”. E’ questa la domanda alla base del romanzo “Il mio cane Stupido”, che piacerà a tutti quelli che amano gli animali, soprattutto nei loro comportamenti più bizzarri, e ai lettori che prediligono la scrittura   quando è corrosiva, abile e dolcissima.

“Era gennaio, faceva freddo, era buio e pioveva, ero stanco e mi sentivo malissimo, i tergicristalli non funzionavano, avevo i postumi di una lunga serata passata a bere e a parlare con un regista milionario che voleva farmi scrivere un film sui Tate Murders “tipo Bonny & Clyde”, pieno di brio e stile”. Nessun accenno ai soldi. “Saremo soci, al cinquanta per cento.” Era la terza offerta del genere che ricevevo in sei mesi, segno molto scoraggiante dei tempi”.                                                                                                                        E’ il protagonista di “My dog Stupid”, a parlare, cioè lo scrittore Henry Molise, nelle prime righe del romanzo, mentre una sera torna a casa. Ma la sua casa non è del tutto normale, per vari motivi:  il primo è che  “ha la forma di ipsilon” ed è situata su “una lingua di terra che si spingeva nel mare come una tetta in un film porno”.   Il secondo è che la casa è abitata da persone molto “mobili”: le porte si aprono e si chiudono di continuo. Vanno e vengono quattro figli dediti alla marijuana, alle fughe da casa, seguite da garantiti -e non graditissimi- ritorni; fidanzate nere già mogli dei figli e già incinte, ma i genitori non lo sanno… E come dirlo alla moglie, puritana, cattolica e bianchissima?… Farsi dare un po’ di erba dal figlio e dopo averla fumata, somministrarla anche alla moglie prima di darle la “gravissima” notizia. E’ questa, in brevi frammenti frastagliati, l’atmosfera del racconto, la sua irrequietezza, la sua velocità.

Ma in quella serata di pioggia, ecco che accade qualcosa di nuovo ed imprevedibile: un cane, un enorme e peloso cane – scambiato al principio per una pecora, ma che è probabilmente un Akita giapponese – con la sua grande testa “afflitta” e dall’aria inconsolabile, si piazza nel giardino di casa, completamente indisturbato dagli scrosci di pioggia. Niente e nessuno lo smuoverà più di lì.  Su un’altra cosa Stupido- è il nome che gli sarà dato- è inamovibile almeno quanto sulla posizione guadagnata sull’erba del giardino: la sua risoluta e spavaldamente esibita omosessualità. Ha continue erezioni, ma solo se vede un maschio – di qualsiasi specie, sia chiaro. Il fidanzato della figlia di Henry, Rick, è la prima vittima di un suo tentativo di stupro, e quindi conclude certissimo: “Quello che abbiamo qui, signore, è un cane finocchio”. I cani sono democratici – ribatte immediatamente Henry, già tentato sul “tenersi il cane”-… Scoperebbero qualsiasi cosa. Una volta ebbi un cane che scopava un albero”. Anche suo figlio è dello stesso parere di Rick. Ma la reazione di Henry non è meno deviante e “di parte” della precedente:

Anche Cesare. anche  Michelangelo.”                                                                                                        Risposta sublime. Stupido non bada a nessuno. E’ tranquillo e triste e si diletta soltanto a sfoderare ogni tanto la sua “carota”, detta anche “spada arancione”, cercando di infilzare qualcuno, perfino l’imbattuto pastore tedesco Ronner, il terrore di tutto il vicinato, che lo sfida a duello e che avrà la peggio. In quel cane, più forte di tutti gli altri, ma soprattutto diverso ed incompreso, che dal giardino passa al divano del salotto, dal divano del salotto alla camera del figlio, Henry improvvisamente vede se stesso e fantastica, attraverso lui, su tutte le sue possibili vittorie future. Ne è certo. “Era un cane, non un uomo, un animale, ma col tempo sarebbe diventato mio amico e mi avrebbe riempito la testa di orgoglio. Era più vicino a Dio di quanto io non sarei mai stato… Era un disadattato, ed io ero un disadattato. Io avevo combattuto e avevo perso, lui avrebbe combattuto e vinto.”                                                                                                                                                     Il fatto è che questo scrittore in crisi, padre distratto o forse troppo immaturamente innamorato dei suoi figli, di due cose è certo: della bellezza di Roma ( il suo sogno infinito….) e del fatto che: I CANI GLI PIACCIONO.

“La strada che conduce al cuore di un cane è la stessa che porta a quello di un uomo: in due settimane Stupido riconobbe in me la persona da cui dipendeva per il cibo, e fu mio. Avevo bisogno di un cane. Semplificava il circolo della mia vita. … Se uscivo di notte con la mia pipa e spostavo il mio sguardo da Stupido alle stelle, vedevo una connessione. Quel cane mi piaceva.”   

Ma di cani Henry già ne aveva avuti. Almeno un paio di Bull Terrier. E uno di loro, Rocco, si era anche purtroppo mangiato il gatto siamese della moglie. Tra un susseguirsi pirotecnico di minacce lanciate in aria tra Henry e la moglie- il ricatto è sempre lo stesso: “O io o lui…”-  Stupido resterà e sceglierà come padrone il figlio di Henry, Jamie. I due dormono insieme, russano insieme e se ne stanno abbracciati. Henry li osserva e pensa: “Quello che vidi mi piacque. Mi piacevano i ragazzi che dormivano con i cani. Si avvicinano a Dio. I cani fanno pensare spesso a Dio.”  Stupido è simile ad un “motore immobile”, ignaro di tutto ma molto potente. Il suo arrivo e la sua presenza agiranno come un idrante che spazzerà via i pochi, sconquassati brandelli di un equilibrio famigliare fatiscente: tutti i figli decideranno di andare via. Anche il padroncino Jamie, ma solo perché arruolato. E affinché sia chiaro a chi andrà la sua nostalgia, saluta i genitori raccomandando solo di “badare al suo cane”. Ma Stupido improvvisamente sparisce. Nel nulla. Come dal nulla era arrivato. Sarà poi ritrovato, ma per riscattarlo -insieme alla sua nuova amica, una scrofa di nome Emma (il primo essere di sesso femminile con cui Stupido ci abbia provato, ma lei lo ha “sistemato”, quindi lui si limita ora a lavarle il muso con tanto amore…)- Henry dovrà sborsare ben 600 dollari, cioè tutti quelli che ha guadagnato vendendo la “sua” Porsche (… Il suo “Bull Terrier con le ruote”) e poi: la “sua” sega elettrica, le “sue” mazze da golf, il “suo” trattore, le “sue” pistole…. E tutto questo unicamente per poter finalmente realizzare il suo sogno, cioè volare a Roma, lontano finalmente da tutto e da tutti: “Via. Torno alle mie origini, torno alla culla della civiltà, al significato del significato, all’alfa e all’omega…”. Ma no. C’è Stupido, con il maiale femmina, che Henry ribattezzerà “Maria”, perché sorride sempre, come sorrideva sempre sua madre Maria, ad attenderlo in un recinto. E come si può resistere a qualcosa che, è vero, non è un figlio pazzo e rompiscatole, ma è sempre un figlio, non è una moglie, che magari non ti ha mai capito e mai ti capirà, ma con cui hai vissuto 25 anni; e non è nemmeno una Porsche e meno che mai è “ROMA”… Ma che, però, “TI PIACE”?!  Non si può.                                                                                                                                                          Henry rimane con le “cose” che più direttamente sente “sue”: in bilico tra la tanto agognata fuga a “Roma” – sogno improbabile ma bello, sufficientemente bello per continuare ad essere sognato – e Stupido, lì, davanti ai suoi occhi che, nel recinto, si lascia cadere accanto alla sua nuova amica, contento come mai prima. Finalmente non più triste.

Tesissimo, tagliente e caldo, questo romanzo è una centrifuga di tenerezza, di strazio e di una crudezza disperante.

Se questo autore ha suscitato tanto interesse (il primo ad accorgersi di lui in Italia negli anni ’50 fu Elio Vittorini) e, come in effetti accade, una volta letta qualche riga di un suo lavoro se ne rimane conquistati, sorprende che sia rimasto praticamente sconosciuto al grande pubblico e non ebbe, ai suoi tempi, il successo che meritava. Simone Caltabellotta (della Fazi editore, una delle case editrici che, con Marcos y Marcos, Einaudi Stile Libero e Feltrinelli, pubblica Fante in Italia) sostiene che il mistero dell’insuccesso di John Fante può essere spiegato con il fatto che è venuto troppo in anticipo: anche nel 2013 le sue righe, utile o inutile l’allitterazione, non hanno una ruga.

Ed ora l’elenco di alcuni riconoscimenti, tardivi, come accade troppo spesso nel mondo dell’arte:

Nel 2003 a vent’anni dalla morte dello scrittore, per la collana I Meridiani della Mondadori è stato pubblicato Romanzi e racconti, un volume che raccoglie i quattro romanzi e una serie di racconti, curato dal critico e giornalista  Francesco Durante, uno dei maggiori conoscitori italiani di Fante.

Dal 2006 a Torricella Peligna (CH) nel mese di agosto, si svolge “Il Dio di mio padre. Festival letterario dedicato a John Fante”. L’edizione del 2013, trentennale della morte dell’autore, si è svolto per tre giorni, con due sezioni, romanzo e racconto, e un programma ricchissimo con grandi personalità della cultura e iniziative originali.

Nel maggio 2006 esce il film “Chiedi alla polvere”. Nel cast, Colin Farrell, Salma Hayek e Donald Sutherland. Il film è stato prodotto da Tom Cruise.

L’8 aprile 2010, giorno del 101º anniversario della nascita dello scrittore, è stata a lui intitolata l’intersezione tra la Fifth Street e la Grand Avenue di Los Angeles, su mozione del consiglio del governo cittadino. Nella John Fante Square, che è situata nella zona di Bunker Hill dove John Fante ha scritto e vissuto, vi è la biblioteca pubblica di Los Angeles (LAPL) che veniva frequentata da giovane dallo scrittore e dove Charles Bukowski ha scoperto Chiedi alla polvere, ha immediatamente amato Fante e si è battuto come un leone perché la sua casa editrice pubblicasse le opere di questo maestro, minacciando altrimenti di non consegnare il suo ultimo libro. Negli ultimi tempi fu suo amico e gli fu vicino nei ricoveri ospedalieri e a casa; racconta di aver chiesto a Fante-vista la forte componente autobiografica dei suoi scritti-che fine avesse fatto nella realtà Camilla, la protagonista di Chiedi alla Polvere, e Fante subito ribatté:” Quella puttana! Ed era pure lesbica…”

 

 

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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