All’alba ci mettiamo in marcia, nessuno di noi conoscerà i suoi compagni

“Il reggimento parte all’alba” di Dino Buzzati

Dino Buzzati morì 1l 28 gennaio del 1972, a 67 anni e nello stesso anno una schiera di esperti e amici dello scrittore, con l’aiuto della giovane vedova Almerina, mise mano alle carte ordinate in modo maniacale nel suo studio. Un tesoro di scritti inediti, soprattutto racconti degli anni ’70 e ’71, il periodo della consapevolezza di avere un cancro al pancreas, che non lascia scampo e di cui, tra l’altro, era morto anche il padre nel 1920.

Unico filo conduttore dei racconti presenti, è la morte, un pensiero fisso che si ritrova anche in tutti i suoi scritti precedenti, ma che essendo ora imminente anche per l’autore, si fa più insistente. Essa è rappresentata dall’autore con un simbolo preso dall’ambiente militare: “il reggimento in partenza“. Tutti appartengono ad uno degli innumerevoli reggimenti ma a nessuno è dato sapere quale sia il proprio e dove esso sia. Per questo reggimento non esistono disertori, non aspetta.

Intanto, tra i molti scritti, un gruppo di racconti era già bello e ordinato per essere pubblicato: si tratta della raccolta Il reggimento parte all’alba, che fa da titolo e prologo ad altri 40 brani, molti dei quali brevissimi, tant’è che il libro, edito da Frassinelli nel 1985, supera di poco le cento pagine.

Ora, venire a patti con la morte ha mille sfaccettature, mille e mille approcci, difese e attacchi da prendere, coscienza e incoscienza da scegliere, pesare e mescolare.

E ci vuole classe, coraggio e fortuna, per morire bene, e Dino Buzzati, a quanto pare, scelse la sua via, per miscelare i suoi ultimi anni prima della partenza: i racconti, il raccontare, lo scrivere come via per unire i mondi e cucire l’oggi, al di qua, al vicino domani, al di là.

L’idea di fondo, che si delinea limpida già nel titolo, Il reggimento parte all’alba, è ancora più dirompente, schietta, sublime, dalle prime righe, nell’introduzione qui riportata:

“Non è che lui sia militare di mestiere. a tutti senza eccezione nella sua città e anche fuori nelle campagne, valli, rive del mare, per quanto è esteso il mondo, tutti in certo modo appartengono a un reggimento e i reggimenti sono innumerevoli, nessuno sa quanti sono, e nessuno sa neanche quale sia il suo reggimento, eppure i reggimenti sono accantonati qui intorno, anche nel cuore della città, benché nessuno se ne accorga e ci pensi. Però quando un reggimento parte, chi gli appartiene, pure lui deve partire.  Altri dicono invece che si tratta di navi. Ciascuno è iscritto come passeggero di una nave, senza sapere dove sia né il nome. E sono navi strane, capaci di salpare dal centro di un arido deserto o dalla precipitosa gola di una montagna. Ma reggimento o bastimento è lo stesso, il fatto è che un bel giorno ciascuno di noi deve partire.”

E subito dopo, in quello che, più che il primo racconto, sembra il prologo, tant’è che si intitola “A tutti”, Buzzati dice:

“L’avviso arriva a tutti, con maggiore o minore anticipo, che talora è di ore, o di giorni, talora è di mesi o addirittura di anni: eccezioni non esistono. Ma  quasi nessuno se ne rende conto. Questo perché nella maggioranza dei casi l’annunzio non consiste in un modulo esplicito come la chiamata alle armi, bensì in piccoli segni che facilmente si possono scambiare per fenomeni casuali del tutto indifferenti.”

Ed è ancora più chiaro il tono e lo spirito di quello che segue se si guardano le date,1970 – 71, ovvero il biennio che precede la morte dello scrittore. Eppure non c’è, o solo di rado, malinconia, tristezza di questa sentenza universale che viene imposta ad ogni forma vivente, che abbia coscienza come gli uomini o che sembra non averne.

Ci sono tanti piccoli racconti, tracce, immagini, che vanno dai banali segnali premonitori, dagli spettri che vengono ad annunciare la morte a Tizio o a Caio, ma passano per punti di vista trasversali, del messaggero, a volte, o dell’osservatore, o esterno. C’è una prosa a tratti rabbiosa, che in Buzzati non si era mai vista, e a tratti carica, aggettivata, che non perde in semplicità ed invece è intensa e piena di colori.

E c’è tanta poesia, dentro a queste parole, che lasciano il piacere della rilettura: struggente, per esempio, il brano dedicato al “soldato” Ottaviano Sebastian, della vecchia fornace, che giunge al dialogo con la madre morta sette anni prima, che per amore, materno e immenso, vorrebbe prendere il suo posto, partire lei, morire di nuovo, se potesse.

E belli, molto belli, piccoli brani come I pescatori, con questo messaggero, che in lacrime finisce per palesarsi, pescando una trota enorme in un laghetto privato senza il coraggi di dire per chi, dei 15 soci, era il messaggio. E bellissimo il non dircelo di Buzzati, per sottolineare che non è qui, lui, per raccontarci (solo) chi muore e come e come reagisce.

Molto toccanti gli episodi come quello dello scrittore Caberlot, il regista in rovina Alex Roi, o l’immagine bellissima dei morti per strage… che passano tutti insieme, non li conosciamo, li salutiamo, “gli rovesciamo addosso grosse ceste di fiori“, forse ogni tanto qualcuno… sì… ma sono già corsi via.

L’ultima volta che comparve davanti a un grande pubblico – si presentava un suo libro-  Buzzati si dichiarò «militarista», com’era anche in gioventù. Il suo «militarismo» era amore per le discipline rigide, per le obbedienze volontarie, ma soprattutto nel suo pessimismo integrale, una forma di morale stoica: servire con devozione, con fedeltà, per attestare una dignità disperata da far brillare un attimo sulle sponde del nulla, una bandiera, una uniforme, un’impresa priva di scopo, ma dignitosa e coraggiosa. La morale dell’ultima sentinella di Pompei.

I francesi, che lo considerano il più grande scrittore italiano del Novecento, notano che Buzzati coltivò un tipo di racconto fantastico del quale non si hanno in Italia, in mezzo al realismo italiano, altri esempi in tempi vicini. Forse i suoi racconti, come talvolta accade ai veneti, avrebbero trovato nel Centro-Europa ambienti di cultura più congeniali. Purché non si torni all’assurdo paragone con Kafka. Vi sono coincidenze esteriori nei temi (l’avvenimento che si aspetta per tutta la vita e non arriva mai, l’interminabile missione che non si adempie perché non si trova la persona cercata che forse non esiste, le mille frustrazioni come nei sogni), ma non bastano a stabilire un’affinità. Kafka, che fra l’altro Buzzati non conosceva quando scrisse Il deserto dei tartari e Sette piani, ci ha dato opere di cui non si riesce a toccar fondo: come nei testi sacri, gli esegeti che si succedono non raggiungono mai una decifrazione inconfutabile. Gli incubi di Buzzati sono: l’attesa perpetuamente delusa, la vecchiaia che a tradimento arriva al posto del trionfo, lo scoprirsi diversi da ciò che avevamo creduto restando irrealizzati, la difficoltà d’essere come veramente si è, il dramma di dover morire. Dino Buzzati prende tra questi assilli un carattere tutto suo, sentimentale e insieme freddo, tragico e insieme lieve, tra il favoloso e l’arido, in una prosa priva di colori caldi che emana luccichii d’argento e di ghiaccio.

Scrisse di realtà e fiabe, ma questa fascia di fiaba non ha nulla di spiritualista, non muta nulla, non arreca sollievo e tanto meno porta una qualsiasi fede. Presto si scopre che quel mondo fantastico ripete il nostro, la sua angustia, il suo orizzonte chiuso, e non v’è altro dietro. Mentre sembra alleviarla, questo strano «aldilà» onnipresente aggrava una visione della vita senza speranze politiche o metafisiche. Se l’«aldilà» infatti è soltanto quello, puro sogno spesso affannoso, senza varchi per andare altrove, non rimane più nulla per sfuggire a noi stessi, e subito dopo si trova un muro cieco o il vuoto. Soltanto l’umorismo può darci un breve aiuto. Del grande scrittore ebbe l’abbondanza asciutta, l’invenzione continua e mai cercata apposta, la coerenza concettuale e stilistica. Disse che l’angoscia è lo stato permanente dell’uomo e tra i pensieri che il suo bisogno di soffrire subì di più, ci fu quello della morte, forza dispotica. Ne scrisse molto in gioventù, in racconti di fantasia; quando poi seppe di aver poco da vivere ne scrisse senza più finzioni, parlando di sé chiaramente. Come nella prosa inedita, avvolta di brandelli, sfilacciati come nebbia, del suo mondo fantastico, dove si mette in viaggio verso la sua vecchia casa presso Belluno per cercare un estremo colloquio con sua madre nel cimitero: questa prosa ci dà una emozione intensa. Dino visse ancora due mesi.

Nella stessa calligrafia, normale o orientata da destra a sinistra, sono stati ritrovati molti racconti inediti, conservati in modo ordinatissimo e spesso ornati di suoi disegni. Chi ha letto questi manoscritti, con sbigottimento e paura, ha constatato che Dino scrisse della sua morte finché gli fu possibile e notò che si svolgeva esattamente come aveva narrato in alcuni racconti trentacinque anni prima.

Solo nel 2010 le ceneri di Dino furono sparse sulle sue amate Dolomiti, sulla Croda da Lago.

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Il reggimento parte all’alba

 

« Ma tutti senza eccezione […], tutti in un certo modo appartengono a un reggimento e i reggimenti sono innumerevoli,

nessuno sa quanti sono, e nessuno sa neanche quale sia il suo reggimento, eppure i reggimenti sono accantonati qui intorno,

[…]. Però quando un reggimento parte, chi gli appartiene, pure lui deve partire. Altri dicono invece che si tratti di navi.

[…]Ma reggimento o bastimento è lo stesso, il fatto è che un bel giorno ciascuno di noi deve partire. »

Saluti di addio e all’ultimo momento, proprio alla partenza, non è possibile portare niente, nessun corredo, nessuna valigia (“Il corredo”). Nessuno pensa mai che morirà, gli uomini credono sempre di vivere in eterno, ma il reggimento non risparmia nessuno, neanche i bambini, come nel racconto “Nicoletto Serrantini”. La morte non fa distinzione tra giovani, anziani, commercialisti, librai o uomini d’affari, che pur essendo stati importanti dirigenti, rispettati e stimati da tutti, nel momento della morte non sono più niente, non sono più nessuno, il reggimento non fa sconti, il reggimento non aspetta (“Rodrigo Zenon, dirigente”). La morte di una persona ne cancella il ricordo negli altri, anche del più famoso dei registi (“Alex Roi, regista”). Ogni racconto, pur avendo come trama lo stesso argomento, offre sempre nuovi spunti di riflessione, così come nel racconto SA”Collettivo”, in cui si fa strada una profonda riflessione sulla guerra, sulle malattie, sulla morte: a volte possono partire tanti reggimenti, tutti insieme contemporaneamente e ciascuno molto numeroso. Accade in periodo di guerre e pestilenze e in questi casi a partire sono tristemente in particolare i giovani.

Il racconto “Stefano Caberlot, scrittore” deriva da racconti scritti molti anni prima. Stefano, che altri non è che lo stesso Buzzati, si accorge che le bugie dette dal suo medico per nascondergli la sua morte imminente, sono le stesse che egli stesso aveva fatto dire ad un medico di un suo racconto, Sette piani. I dottori minimizzano la gravità della situazione, come nei suoi libri, ma lui sa, lui è esperto del ramo e non può essere ingannato.

Accanto al “reggimento in partenza” Buzzati utilizza un altro simbolo: “l’avviso di partenza”. L’avviso è imprevedibile, nessuno pensa alla morte fino al momento in cui è destinatario del messaggio, dell’annuncio della propria partenza. L’avviso può prendere infinite e particolarissime forme. La morte può essere annunciata da un rospo già visto molte volte (“Il rospo”), da una trota gigantesca e mostruosa pescata nel lago da uno sconosciuto (“I pescatori”), da un casellante dell’autostrada che consegna i biglietti con l’avviso di partenza agli automobilisti di passaggio (“Oscar de Jana, enologo”) o da una mosca fastidiosa che con il suo ronzio avvelena la stanza (“La mosca”). Gli ultimi racconti in particolare sono brevissimi, sono pensieri, riflessioni, piccoli istanti di vita e di morte.

Edizioni

  • Dino Buzzati, Il reggimento parte all’alba, Frassinelli, 1985
  • Dino Buzzati, Il reggimento parte all’alba, in Racconti d’autore, Il Sole 24 ORE, marzo 2012.

 

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

1 Comment

  1. Mariella

    27/09/2017 at 08:44

    Magnifico quello che scrivi, come sempre.

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