Un viaggio picaresco nell’esistenza: Suttree di Cormac McCarthy

Cormac McCarthy

L’Oscar del 2008 come miglior film andò a Non è un paese per vecchi,  registi i fratelli Coen, tratto dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy, vincitore del premio Pulitzer nel 2007. Nello stesso anno dell’Oscar arrivò anche un David di Donatello, come miglior film straniero.

Intanto nel 2006 Einaudi aveva pubblicato The Road-La Strada, un romanzo postapocalittico, incredibilmente tenero e crudele, commovente e tristissimo, di Cormac McCarthy, vincitore nel 2007 del Premio Pulitzer. Anche da questo romanzo fu tratto il film The Road nel 2009, con la regia dell’australiano John Hillcoat. L’uscita in America fu un mezzo fiasco, troppo triste per gli americani, tanto che si pensò di non distribuirlo in Italia per gli stessi motivi; invece, nel 2010 la  Videa-CDE, sull’onda delle proteste degli aficionados a questo scrittore, ne acquistò i diritti e fece uscire il film nel maggio dello stesso anno. Il film, non so da quanti è stato visto, ma è un capolavoro, struggente come il romanzo. A questo punto cominciò in Italia il mito di questo autore, arduo nella lettura, che nulla concede ad un pubblico che non sia più che elitario; furono così tradotti in italiano gli altri suoi libri e, a trent’anni esatti dalla composizione – 1979 – uscì anche in Italia nel 2009 Suttree, l’opera che dai fini lettori è considerato il capolavoro di Cormac MaCarthy.

Lo scrittore, drammaturgo e sceneggiatore, nato a Providence nel 1933, a quattro anni si trasferì con la famiglia in Tennessee a Knoxville e questo fu il luogo della sua formazione umana e letteraria, senza giungere al conseguimento di una laurea. Dal 1953 restò quattro anni nell’esercito, di cui due passati nell’Alaska. Dopo aver viaggiato in lungo e in largo nel Vecchio Mondo e visti distrutti due matrimoni, si è trasferito nel Nuovo Messico, a Tusuque, con la moglie Jennifer Winkley e il figlio John. Molto attivo nella comunità locale di Santa Fe, evita come la peste gli avvenimenti mondani e i circoli letterari, è divenuto praticamente, nonostante la grande fama, un “invisibile”, come J. D. Salinger. Dopo The Road non ha scritto altro, ma la sua produzione di romanzi è vasta, di difficile lettura, anche per l’uso talvolta di un inglese del 1600 e molto vicino al fraseggio arduo di Faulkner. In America viene annoverato tra i magnifici quattro della narrativa contemporanea statunitense: appunto, Cormac Mc Carthy,Thomas Pynchon,  Don DeLillo e Philip Roth e nessuno di questi è ancora stato insignito del Nobel, nonostante l’opinione globale lo attenda di anno in anno.

«Suttree, mio Dio quel libro …»  – David Foster Wallace

 

Stati Uniti d’America, anno di grazia 1951. Cornelius Suttree vive in una baracca galleggiante sul fiume Tennessee, e lì passa le giornate pescando pesci gatto e ubriacandosi con gli altri emarginati che formano la popolazione del quartiere di McAnally Flats, periferia marcescente e degradata di Knoxville. Personaggio singolare, Suttree proviene da un ambiente del tutto diverso da quello dei suoi compagni di vita: famiglia benestante, laurea al college, ha lasciato moglie e figlio piccolo per trascinarsi volontariamente in una vita ai margini del mondo, forse alla ricerca del suo ruolo nell’universo, o forse no, comunque unendosi agli ultimi e ai dimenticati, in un’America drammaticamente diversa da quella rappresentata nella iconografia tradizionale: qui non ci sono rock’n’roll, auto sportive e hamburger, ma desolazione, povertà e, sopra ogni altra cosa, violenza. Violenza ubiqua e pervasiva, che si riversa senza pietà proprio sugli abitanti di questo universo parallelo, costretti a fuggire e a rintanarsi come topi, per non finire sotto il maglio della legge, che a McAnally Flats si traduce in pestaggi a opera della polizia e in sommarie carcerazioni dalle prevedibili conseguenze, soprattutto per chi ha la sfortuna di avere la pelle del colore sbagliato.

La vita di Suttree scorre dunque lungo il fiume Tennessee, silenzioso testimone ora limpido ora limaccioso, ora quieto ora in piena, comunque imprescindibile e onnipresente. È lungo il Tennessee River che si snodano le vicende di questa moderna Odissea, con Suttree che è protagonista di sconclusionate e picaresche avventure, in un susseguirsi di scene tragicomiche che riportano alla mente i chicanos di Steinbeck e soprattutto l’Huckleberry Finn di Twain, in particolare nelle gesta dell’assurdo Gene Harrogate, che Suttree conosce durante un soggiorno nelle patrie galere -non si è fatto mancare neanche questo- e che ritrova dopo il rilascio.

Salutato come «il più esilarante e il più insopportabilmente triste dei libri di McCarthy» e «insuperato nella letteratura americana» (Stanley Booth) o più semplicemente come «il capolavoro di Cormac McCarthy» (Roger Ebert), Suttree occupa  un posto di rilievo nella produzione letteraria dell’autore di capolavori come Meridiano di sangue e La strada.

Suttree è un lungo romanzo ambientato nel 1951 e incentrato dunque sulle disavventure di Cornelius Suttree, che vive in una fatiscente casa galleggiante sotto un ponte di Knoxville e si mantiene pescando pesci gatto sul fiume Tennessee. Di notevole cultura e di famiglia benestante, Suttree passa la vita ubriacandosi e bighellonando insieme alle persone che popolano McAnally Flats, il quartiere più fetido di Knoxville. Ma soprattutto cerca inutilmente di tenere fuori dai guai il deuteragonista più divertente mai creato dall’immaginazione di Cormac McCarthy, Gene Harrogate, il «topo di campagna», che appare per la prima volta illuminato dai riflettori della polizia con le braghe calate a pancia in giù su un’anguria matura a farci sesso. Il campo di meloni, quando lo colgono in flagrante, è un immondezzaio di angurie violate e marcescenti. Nello svolgersi della vicenda Harrogate  assume a tratti il ruolo principale e sposta la prospettiva della narrazione. Viene descritto come un “topo di campagna” analfabeta e squilibrato, incarcerato per un reato incredibile quanto imbarazzante, che escogita fantasiosi ma improbabili piani criminosi per arricchirsi, destinati naturalmente a fallire. Per esempio fa strage di pipistrelli con proiettili avvelenati, perché ha saputo che pagano un tot a pipistrello catturato. Sarà grazie al paziente e quasi materno intervento di Suttree se Harrogate eviterà guai peggiori nei suoi prevedibili disastri;  Suttree è irritato ma anche incuriosito dalla folle inventiva di Harrogate, tanto da non riuscire a distaccarsene e ad abbandonarlo.

In alcuni momenti Suttree pare quasi un osservatore esterno, uno scienziato che studia fatti e persone in modo asettico attraverso il microscopio, senza tuttavia mai perdere quell’atteggiamento empatico che lo rende riconoscibile come simile dagli altri attori di questa tragicommedia; Suttree è accolto e rispettato in questa comunità di derelitti, nonostante la sua provenienza da un ambiente completamente diverso, e mai le sue origini o la sua istruzione sono viste con fastidio o sospetto.  Le immagini restituite dal microscopio sono tutt’altro che piacevoli: Suttree sarà testimone della triste fine del gigante nero Ab Jones, massacrato dalla polizia, e dell’inevitabile ritorno in carcere del folle Harrogate. Al termine del romanzo la figura di Suttree svanisce lentamente, come l’eroe di un western che si allontana verso il tramonto.

La fuga viene alla fine, stavolta, solo un esodo interno, per così dire, un vagare incessante nei margini di una città, nelle sue miserie e mostruosità che poi sono il cuore stesso dell’umano. Macerie, relitti, baracche, acque nere e mortifere ingombre di rifiuti, carcasse d’auto, tracce di petrolio, liquami e preservativi sugli alberi: “un fatiscente mondo incantato”, quello dove si muove e vaga Suttree, pescatore sul fiume. Nel mondo di Suttree “non si è mai al sicuro”, come gli dice il cenciaiolo. Ed è nell’assenza assoluta di sicurezza che sta la piena universalità di questo mondo incantato dei margini: nella vulnerabilità umana esposta al limite. “Sono forse un mostro?”, si chiede Suttree, una di quelle persone che ”non ha licenza di vivere”: ma quale uomo ce l’ha, e per quale mandato? Ecco, la teratologia disegnata da McCarthy diventa una straordinaria antropologia: in questo universo popolato di figure eccentriche, liminali, l’umano si confronta con l’alterità installata nel suo cuore. Un universo di storie che si incrociano: carcere, risse iperboliche che ti catturano nel vortice senza ragione, sbronze e nausee colossali, omicidi – ogni storia compiuta in se stessa, ognuna con il suo carico di meraviglia. Storie che si snodano e si avviluppano nei sobborghi di una “città qualunque”, quella Knoxville che poi è la città di formazione di McCarthy, e che nella sua trasfigurazione letteraria diventa città universale: esattamente come Suttree, che, di fronte all’abiezione assoluta della morte (quella del cenciaiolo, e la propria), comprende ad un tempo di essere una singolarità irriducibile (“di Suttree ce n’è uno e uno soltanto”), e che “ogni uomo è tutti gli uomini” (e ribadisce, poi: “Tutte le anime sono un’anima e ogni anima è sola”). Suttree racconta l’infinità della sofferenza umana, e nel medesimo movimento l’infinita potenza della vita. E quel che resta, alla fine della lettura – “alla fine della fiera” – non sono tristezza o amarezza, ma un proliferante senso di vita, della sua potenza.

E’ la potenza che apre il libro: le prime pagine sono di una densità lirica stratosferica, un troppo pieno di dettagli allucinati, visioni lucide come “la lamiera galvanizzata” delle baracche di Knoxville. Del resto la scrittura di McCarthy è una tensione continua al “singolare”, per tracciarne la forma unica e irriducibile: e per far fronte allo scacco che è in agguato ad ogni passo, ad ogni parola, non cessa di stendere la sua rete sulle cose, catturando un di più di realtà. Visioni lucidissime. Come quelle che tagliano il racconto, come fasci di luce da altri mondi, visioni in soggettiva, mulinanti di percezioni concatenate in una scrittura che lascia senza fiato: l’ascesa di Suttree alla montagna e il suo incontro con creature soprannaturali, o intrapsichiche (un’anticipazione della morte: del resto nei Rig Veda il primo morto, Yama, si arrampicava sulla montagna); la magia che lo trasporta in una dimensione extratemporale; e l’incontro possibile con la propria morte, dove il tempo si addensa finalmente nell’eternità del passaggio. E poi ci sono anche visioni d’amore – impossibile, e pure necessario, come la delicatissima storia d’amore con una giovanissima ragazza in una fallimentare avventura fluviale alla ricerca di perle senza valore, o come la storia con una prostituta che fallisce perché la natura di un Suttree non può accettare stasi, perché per un Suttree “tutto è sempre in movimento”, tutto è fuga senza fine. E una fuga è sempre, ogni volta, alla fine, e ogni fine ci riporta all’inizio.

La lingua con cui McCarthy affronta il materiale tematico di Suttree è sorprendente per tutti, ma lo sarà particolarmente per chi conosce solo quella secca e spoglia del McCarthy di Non è un paese per vecchi e La strada. La lingua di Suttree è stata definita «rigogliosa, densa e feconda, che scorre e straborda dalla pagina come il kudzu che avvolge le macchine abbandonate nei dintorni di Knoxville […] Una lingua spesso arcaica e recondita, a volte decisamente allucinata».

Il culto di Suttree ha dato origine a numerosi saggi, siti internet e ultimamente anche a un parco nella città di Knoxville, dove già la mitologia urbana vuole che la statua intitolata all’ignoto «Rematore» sia in realtà un omaggio all’illustre personaggio letterario.

David Phelps, Il rematore.

«Pare che purtroppo lo scultore David Phelps, autore del Rematore, non avesse mai sentito nominare Suttree» afferma Wesley G. Morgan, uno dei massimi esperti della relazione tra Knoxville e Suttree, curatore del sito Searching for Suttree e autore di numerose interviste e conversazioni con le persone vere – alcune ancora vive – che hanno ispirato i personaggi del romanzo. Morgan è peraltro convinto, nonostante il dibattito continui sulla stampa specializzata, che il personaggio di Gene Harrogate non sia basato su una persona reale. Dice Morgan: «Dopo essermi interrogato per anni mi sono fatto l’idea che Harrogate, a differenza di molti altri personaggi di Suttree, sia un’invenzione di Cormac, forse basata su numerose persone e storie diverse che Cormac ha sentito raccontare».

Mentre le origini di Gene Harrogate sono destinate a rimanere oscure, i riferimenti alla biografia di McCarthy riversati nel personaggio principale del romanzo, Cornelius «Bud» Suttree, sono numerosi. Ma anche qui, come è giusto che sia in un romanzo, l’invenzione letteraria trasfigura i dati biografici e non si può anzi fare a meno di notare come il personaggio di Suttree abbia molti tratti in comune con il protagonista di uno dei film che McCarthy ha dichiarato di amare di più, Cinque pezzi facili di Bob Rafelson. Nel film il personaggio di Robert Eroica Duprea, interpretato da Jack Nicholson, è un uomo colto, in conflitto con la sua famiglia, che preferisce vivere tra prostitute e ubriaconi e alla fine lascia tutto per andare per la sua strada in autostop. Potrebbe essere il riassunto di Suttree.

Al di là delle ascendenze letterarie e cinematografiche e al di là dei legami con le persone reali, Suttree rimane un’opera fondamentale nella produzione di McCarthy, un romanzo complesso e affascinante, esilarante e tragico, oscuro ed emozionante. A questo proposito riporto una ormai leggendaria conversazione telefonica intercorsa nel 1998 (riportata dalla rivista britannica Dazed & Confused) tra David Foster Wallace e il regista Gus Van Sant, che voleva adattare per lo schermo nientemeno che Infinite Jest, un libro di oltre mille pagine dell’interlocutore telefonico. A un certo punto Van Sant chiede a Wallace quali sono i suoi scrittori preferiti e Wallace risponde così:

DFW: “In tutta onestà? I favoriti dei favoriti? … Cormac McCarthy, hai letto Meridiano di sangue? È letteralmente il western che mette la parola fine a tutti i western. Direi che è il libro più orripilante di questo secolo, almeno nella narrativa. Ma è anche… Questo tipo, non so come faccia, guarda, di fatto usa l’inglese del 1600, voglio dire, scrive in anglosassone, con tanto di pronomi antichi e tutto, e ne viene fuori una cosa bellissima, per niente manierata o gratuita. Ne ha fatto un altro che si chiama Suttree, mio Dio quel libro, Dio, da quello sì che verrebbe fuori un film fantastico.

GVS: Come si chiama?

DFW: Si chiama Suttree.

GVS: Puoi farmi lo spelling?

DFW: S-U-T-T-R-E-E. È uscito, mi pare, a metà degli anni ’70. Parla di un tizio che ha toccato il fondo, Cornelius Suttree si chiama, uno che è stato al college ma poi ha praticamente abbandonato tutto per vivere in una casa galleggiante a Knoxville, Tennessee tra la fine degli anni ’40 e i primi ’50 e tutti i suoi amici, tutto il suo mondo, è fatto di derelitti, ritardati e svirgolati. Sono all’incirca quattrocento pagine della prosa più densa e lapidaria che puoi immaginare su personaggi che sono poco più di idioti funzionali sempre attaccati al collo della bottiglia. Suttree è il libro che gli ha fatto ottenere il MacArthur Grant, che poi ha usato per andare in Messico a fare ricerche per Meridiano di sangue. Ok, dimmi tu ora.

Le prime cento, forse duecento pagine sono state difficili. Quasi un’agonia. McCarthy non fa altro che descrivere con scrupolo maniacale la Knoxville degli anni ’50 e ogni suo dettaglio. Quello più sudicio, quello più rozzo, quello più macabro, andando finanche a raccontare gli insetti che abitano le orbite di gatti trapassati in una campagna incolta, infestata da animali selvatici e da uomini non meno selvaggi di loro. La baracca galleggiante sul fiume e lo “schifo”, è la barca che dà di che vivere a Suttree dopo la fuga dal college e da una famiglia benestante, colpevole di avergli taciuto verità che uno come lui avrebbe accettato senza batter ciglio. Le lenze gettate in acqua, le carpe morte, il freddo, il mercato, il cenciaiolo, il cielo fuligginoso, gli ubriaconi, i truffatori, le sgualdrine, gli uccelli, le bottiglie di whiskey, il sudiciume, i banconi dei bar, le risse, il sangue e i giochi a carte. Gene Harrogate, un giovane suonato, ingenuo e amorale allo stesso tempo, colto a violentare inermi angurie su un campo. È solo dopo aver raccontato lo squallore di Knoxville che McCarthy rivela il suo personaggio.  È come se avesse dipinto minuziosamente lo spazio intorno a lui, per farne emergere la sagoma solo più tardi.

A quel punto, riesce impossibile fare a meno di Suttree, abbandonare un uomo che ne ha davvero viste di tutti i colori, che ha resistito alla morte, alla disperazione e alla miseria, senza mai lottare, solo lasciandosi vivere. Un uomo che ha attraversato la prigione, la follia, l’introspezione e la deprivazione. Un uomo che senza sforzo ha accettato la realtà così com’è, senza giudicarla, senza aggredirla, senza volerla cambiare. Un personaggio a cui riesci a dare un volto, di cui immagini i capelli, le mani, i piedi, l’andatura, la parlata e anche i denti. Suttree rimane impresso nella memoria come una persona complessa ma pura d’animo, che senza cinismo ma nemmeno partecipazione dice la sua senza usare mezzi termini: “A cosa credi? Credo che gli ultimi e i primi soffrono allo stesso modo. Allo stesso modo? Non è solo nelle tenebre della notte che tutte le anime sono un’anima sola”.

Non siamo tutti uguali solo di fronte alla morte. Lo siamo anche in vita. Suttree non sembra farsi influenzare dalle differenze culturali, sociali, economiche. Rispetta Gene Harrogate quanto il vecchio cenciaiolo. Straziante è la scena in cui l’uomo è morto e Suttree gli chiude gli occhi e lo interroga sull’esistenza di Dio: “Gliel’hai chiesto? Della partita a dadi? Cosa ci fai nel letto con le scarpe ai piedi? -Si passò una mano nei capelli e si protese in avanti a guardarlo.- Non hai nessun diritto di rappresentare così la gente. Un uomo è tutti gli uomini. Non hai diritto a tanto squallore”.

Siamo tutti uguali, e soli. “Devo dirle una cosa. So che tutte le anime sono un’anima e ogni anima è sola”.

È solo Suttree quando gli comunicano la morte del figlio abbandonato alle cure della madre, è solo quando perde l’animo dolce della fanciulla che lo ha amato, è solo quando fugge ai capricci della prostituta che lo ha mantenuto. E benchè McCarthy in definitiva si serva delle vicende degli emarginati, dei disperati, dei poveri, non di emarginazione parla questo libro ma di solitudine, non cercata, non imposta, quella “solitudine” che riguarda tutti, perché nella vita, che tu sia ricco o povero, sano o malato, sono solo cazzi tuoi.

Con la franchezza descrittiva che lo distingue, McCarthy racconta con grande rispetto la condizione umana. “Suttree” mette tutti di fronte allo specchio e, pur raccontando la tristezza, incredibilmente riesce a infondere una realistica speranza.

Il romanzo ha una forza espressiva, letteraria, umana devastante. Apparentemente animato dalla stessa disperazione de La strada, in realtà è attraversato in ogni riga, in ogni parola, da una energia vitalistica che, se pur votata quasi sempre alla sconfitta, lo fa nel modo disperatamente eroico di chi si ostina a trovare nella dignità dell’uomo, ferita, calpestata, un motivo, il motivo per andare avanti, a dispetto di tutto.

 

 

 

 

 

 

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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