Dall’ombra alla penombra, verso la luce: un chirurgo poeta o un poeta prestato alla chirurgia?

dott. Pietro Picucci

Fino ad oggi, vincendo la sua schiva predilezione del tacere e del fare, qualche fine intenditore è riuscito a convincerlo che, quell’agenda stravecchia e maltrattata dall’uso costante e ben celato, era uno scrigno di poesie che silenziosamente, giorno dopo giorno, erano il suo bilancio mentale e sentimentale, di un capitano in perenne trincea. Mani di contadino, delicate più di quelle di una ricamatrice nel trattare i corpi ammalati, sofferenti, moribondi o per ora graziati. Un po’ Rocco Scotellaro, un po’ Wislawa Szymborska, un po’ l’amica dei barboni e derelitti Alda Merini, qualcosa che ricorda l’incredibile osare di Emily Dickinson. Ma sono solo lampi subito spenti, perché la poesia di Pietro Picucci è legata in un inestricabile intreccio alla sua esperienza ippocratica, svolta con dedizione e grande perizia e delicata umanità fino al doloroso distacco per la pensione.

Dicevo allora che, fino ad oggi ha fatto stampare a sue spese tre volumetti “leggeri, ariosi”, in apparenza chiari e accattivanti, in realtà con contenuti simili a esplosioni, a macigni inarrestabili nell’inesorabile caduta o qualche guizzo di sberleffo: dalla sua trincea, il capitano Pietro ha guardato a 360° ed è disceso nelle perfide caverne del conscio e dell’inconscio, del cuore e dei meandri intricatissimi della mente.    


Dicevo allora che, fino ad oggi ha fatto stampare a sue spese tre volumetti “leggeri, ariosi”, in apparenza chiari e accattivanti, in realtà con contenuti simili a esplosioni, a macigni inarrestabili nell’inesorabile caduta oqualche guizzo di sberleffo: dalla sua trincea, il capitano Pietro ha guardato a 360° ed è disceso nelle perfide caverne del conscio e dell’inconscio, del cuore e dei meandri intricatissimi della mente.    

Presenterò per ora, giusto per rompere il ghiaccio, una composizione tratta dai tre libretti, più un paio inedite:

2010 Antologia di luce bianca: Il bisturi

2013 Nuova antologia di luce bianca: Mio fratello, medico ostetrico

2015: Confessioni di un chirurgo: Storia di Bianca

Inedite: Morte per eutanasia

               Ai morti del Mediterraneo

 

   Il bisturi

Io Inox

Sono il Bronx

Assetato di rosso

Taglia anche l’osso

Sono il re che non perde

D’Ippocrito orgoglio

Son tramutato in lama da taglio

Frenetico farnetico

Sono il Dio che dà vita

Insostituibile, insensibile

Alla scialitica

Riluco

Ma non sono che un bruco

Ho saltato il fosso

Scrollato di dosso

Sono il paradosso

Umano

Disumano

Che mi frega della piaga?

Sono il giusto

Bellimbusto

Dell’animo mi rido

Insensibile al tuo grido.

 

Mio fratello, medico ostetrico

 Odorano di vita le tue mani

Migliaia di vite sbocciate come fiori

per un’avventura non ancora scritta.

Il primo vagito rischiara il tuo viso

schiarendo l’ansia dissimulata, ad un sorriso.

Umile e fascinoso del tuo lavoro, attento.

Odorano di vita le tue mani.

Notti di febbrile attesa, infinite ore macerate,

interminabili ore, a volte.

Ti ho visto sonnecchiare in piedi appoggiato ad un muro

vigile, pronto all’evenienza imprevedibile.

Una vita, due vite da salvare.

Con coraggio e determinazione nel mare in tempesta

Portare a riva ed a destinazione la tua missione.

Grazie dottore, grazie.

Si sente in sottofondo il vagito del bimbo

che reclama la sua vita con prepotenza.

Odorano di vita le tue mani.

 

         Storia di Bianca

Dopo molti anni capii quello che non potevo capire

nell’età dell’innocenza.

In una notte d’inverno, nella solitudine del segreto,

nel pagliaio del vicino podere, accanto alla croce nera

hai partorito il frutto del passaggio americano dell’ultima guerra.

Bimba guardata con sospetto e curiosità

Per la tua pelle scura e fattezze marcate

Non capivo perché ti chiamavi Bianca.

Una distesa di neve bianca ispirò tua madre,

una donnona grande, immensa nella sua femminilità

prorompente di vita, bella, così ricordo.

Bianca ti chiamò tua madre

Quasi ad accarezzare il futuro.

Quando capii, allora ti amai.

Seduti sul muricciolo a guardare le stelle,

cantavamo “basta andare in America, in America, in America”.

Si perdeva il canto nella valle

Sognando l’America lontana e pur così vicina.

Futuri, speranze.

Ma quel futuro non veniva mai.

Ci perdemmo indefiniti nella notte

Di quell’inverno con la terra coperta di neve

Nel pagliaio e la croce nera

Il tuo nome Bianca come la neve.

 

Morte per eutanasia

 Ho rubato le stelle e la luna alla notte

e ho rubato il sole per avere il buio.

Portami il conto, non ho paura.

Taglia quel filo (temuta Parca).

Non improvviso coraggio o vigliaccheria.

Restituirò le stelle, la luna e il sole,

miserabile plebaglia, tronfia della pietosa libertà.

Dai, portami il conto, che vuoi che sia?

Lo pagherò senza battere ciglio.

Monotonia di un ripetuto estenuante,

diversità come panacea alle cure?

Non esitare, portami il conto.

Non c’è ragione valida.

Sorrido irriverente ai futili motivi.

Sono io la legge del prima.

Dopo, sei tu il padrone e fai la tua legge.

 

Ai morti del Mediterraneo

 Separare l’interno dall’esterno

frapporre un muro infinito

per non udire il dolore, per non vedere la morte,

vigliacco fino in fondo.

Ho finito le lacrime per voi maledetti

eroi inconsapevoli, vergogna inaudita.

Il cuore di pietra non pompa più sangue,

ma indifferenza e ingiustizia.

L’orecchio sordo non sente l’onda del mare

e il grido disperato dei figli del sole.

Passano in silenzio le immagini

e sono siluri che trafiggono l’ipocrita pietà sopita.

Spengo il televisore, ghigliottina disumana

che pugnala con ferocia la coscienza dei morti.

Notti e giorni svaniti nel nulla,

ombre scomparse, nebbia totale.

Grande Dio degli infiniti, metti un limite,

un argine alla piaga.

Ridà un sorriso alle labbra aride e screpolate

assetate di giustizia.

Riaccendi il sole per annientare il buio.

Ridacci l’alfabeto per riallacciare il dialogo

che nuovamente ci risposi con la vita

 

 Per saperne di più sul poeta-medico, cui auguriamo di esporsi finalmente in piena luce, lasciando decisamente l’equivoca penombra, riporto la bella recensione di “Antologia di luce bianca”, di Caterina Sottile,  del 2010 pubblicata sul quotidiano Primapagina Molise. E’ esaustiva su opera e biografia e straordinariamente empatica. Poiché io vivo a Larino, Basso Molise e Pietro Picucci è larinese e conosciuto da tutti per la missione svolta, ringraziamo la giornalista per il bel controcanto alla poesia del medico-poeta.

 

Recensione di Caterina Sottile-19-02-2010 Primopiano Molise

Un passo a due, delicato, come tra due esseri che si amano e si conoscono profondamente. Lui conduce per mano lei e si incontrano con commovente bellezza.  Lui è il medico, la scienza, la ricerca e lei è la malattia. Fra loro, la fragilità umana diventa poesia. “Antologia di luce bianca” è il dono bello di un medico agli uomini e alle donne che ha accolto fra le braccia della sua conoscenza. Quarant’anni fra i corridoi di un reparto di chirurgia e la sala operatoria sono diventati poesia e raccontano il cuore e le emozioni che attraversano la ‘luce bianca’ di un ospedale. Pietro Picucci, chirurgo dell’Ospedale Vietri di Larino, ha conservato in sé ogni volto, ogni voce delle persone che ha curato e ne ha raccontato l’anima. Il dolore, le paure, le attese di un malato che cerca risposte nell’apparente imperturbabilità del suo dottore; ma anche l’ironia travolgente di un uomo intelligentissimo che gioca e domina la complessità della vita sorridendo al ‘male di vivere’. Il Toscano sempre fra le dita, la barba che sembra neve morbida quando la paura del dolore ci fa avere freddo e il camice indossato come una sciarpa leggera nelle tempeste del mondo reale.  Le sue Poesie di luce bianca hanno nomi di uomini e donne reali e hanno preservato il valore incantevole della loro esistenza. Ma dentro lo spazio stretto di una corsia, guizzi di geniale e rivoluzionaria disobbedienza alle convenzioni: il bisturi è un folletto incontrollabile e “sguscia, come biscia che striscia. E arriva la visita, che poi è una svista..”. Si ride, tenendo tra le mani questo libro che sembra un vecchio quaderno trovato nel cassetto di un nonno. Lo ha voluto proprio così, il dottor Pierino Piccucci, perché ci fosse familiare. Dentro c’è la nostra storia e la nostra dolcezza, il ricordo di una ruga profonda come una ferita ma anche la risata imprevista di un uomo fortissimo che combatte e si ribella nel campo di battaglia di un letto d’ospedale. E su ciascuna di quelle storie infinite e struggenti c’è lo sguardo complice di un medico che non ha mai dimenticato di ‘avere fra le mani la vita degli uomini’. Ha portato con sé tutti i cuori e tutte le speranze dei malati che ha incontrato e li ha restuiti al mondo attraverso la luce tenera della Poesia.  Stampato dalla Litografia Rossi e con una pregevole prefazione, commossa e sensibilissima, di Umberto Cerio; vi troviamo, finalmente, le risposte che cercavamo e non sapevano fossero dentro la bellezza delle parole. Ce le ha tenute in serbo il dottor Picucci con la saggezza di chi della malattia conosce l’infida cattiveria,  perché non andasse sprecato neppure un attimo del tempo che gli uomini attraversano, talvolta fieri, talvolta stanchi, ma mai inutilmente.  “Ape ronzante di albe e tramonti, ore nutrite di stanchezza e silenzi…il nero addolcisce il tuo biancore niveo“. Tutta la vita nel singhiozzo di due righe; e tutta la forza necessaria a viverla è nel sorriso mite di un medico irriverente e straordinario.

 

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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