Faulkner – Luce d’Agosto «Leggete i classici. E dimenticateli»

Yoknapatawpha, che suona come un nome indiano e si pronuncia “ioknapatofa”, è una contea del Sud degli Stati Uniti, quella dove è nato e a lungo vissuto William Faulkner, premio Nobel (nel 1950), gentiluomo eccentrico, personalità arrogante, celebre bevitore, rampollo di una aristocratica famiglia meridionale che ha nutrito dei suoi ricordi, problemi, tragedie, ossessioni e tradizioni buona parte dei suoi romanzi. Yoknapatawpha County, dunque, che nella realtà si chiama Lafayette County; la sua capitale, Jefferson nell’inglese letterario di Faulkner, è nella realtà Oxford, ed è la terra dei Faulkner. La terra del bisnonno di William, il colonnello Falkner (il nipote aggiungerà la “u” al cognome), che era avvocato, scrittore di successo, uomo politico, soldato, industriale (costruì in Tennessee una linea ferroviaria che fece la fortuna della famiglia), e litigioso: non solo finì coinvolto in una serie di processi per omicidio in cui se le cavò benissimo, ma finì lui stesso abbattuto dal suo ex socio, pazzo di gelosia, mentre era candidato all’assemblea legislativa del Mississippi: per inciso, il socio venne assolto. Siamo nel profondo Sud, quasi nel West. Perché si parla tanto del bisnonno? Perché il colonnello Faulkner, sotto il nome di Sartoris, tornerà di prepotenza nei libri del suo bisnipote, assieme alle storie del vecchio Sud “antebellum”, quello di prima della guerra di Secessione. I libri di William Faulkner si nutrono di questi personaggi, di questi sfondi, di queste atmosfere, di queste eredità. Sartre diceva che per Faulkner il futuro non esisteva, esisteva il passato, con tutto il suo peso deformante. La memoria del Sud, la realtà del Sud, il mito del Sud, il tutto concentrato in un mondo speciale, suo, Yoknapatawpha, la sua “ostrica”, a cui Faulkner ha dedicato quindici dei suoi diciannove romanzi. L’anti Hemingway dichiarato, nel romanzo Luce d’agosto, a cui non riservò mai un posto particolare nella sua produzione, è il meno complesso degli altri romanzi per l’assenza del monologo interiore e il flusso di coscienza, ridondante sì di metafore e ripetizioni, intrecciato di molteplici flash back, ma incredibilmente moderno e capace di catturare l’attenzione del lettore fino all’ultima parola. Fu pubblicato in Italia dalla Mondadori nel 1939 nella collana Medusa e poi negli Oscar nel 1972 e 1974. Io ho avuto la fortuna di leggerlo nell’edizione degli anni Settanta, con l’introduzione di Fernanda Pivano e la traduzione di Elio Vittorini: in pratica i profeti, insieme a Cesare Pavese, che portarono in Italia, dagli anni Trenta  ai Cinquanta del Novecento, l’impetuosa ventata della grande letteratura nordamericana, finallora del tutto sconosciuta.

Ho già presentato tempo fa lo splendido gioiello As I Lay Dying-Mentre morivo, portato sullo schermo in modo splendido dall’attore-regista James Franco nel 2014 e ora tocca a Luce d’Agosto

 

«Hai mai notato come la luce in agosto sia diversa da ogni altro periodo dell’anno?». Grazie a questa casuale osservazione, fatta dalla moglie dell’autore durante una calda serata estiva, William Faulkner decise di cambiare il titolo del suo settimo romanzo dall’originario Dark House (Casa Buia in italiano) a Luce d’Agosto. In seguito critici e giornalisti formularono diverse supposizioni sul significato recondito del titolo e di come questo si potesse collegare agli eventi narrati nel volume. Tuttavia, quando Faulkner verrà interrogato a riguardo, risponderà semplicemente che Light in August si riferisce alla particolare qualità della luce che illumina la sua terra (lo stato del Mississippi) nel mese di agosto «fulgida, nitida, come se venisse non dall’oggi ma dall’età classica». Titolo particolare per un libro, in questi anni pubblicato in Italia da Adelphi, con così poca luce e tante ombre. Faulkner scatta un’istantanea degli anni Trenta nel “Profondo Sud” degli Stati Uniti: gli stati sudisti, la parte del Paese più dipendente dalle piantagioni e dalla tratta degli schiavi, usciti pesantemente segnati dalla Guerra Civile.

Il romanzo è ambientato per la maggior parte a Jefferson. La povertà, si sa, è terreno fertile per la violenza. La segregazione razziale, il proibizionismo e la fede portata ai limiti del bigottismo, completano il quadro di una realtà arida e in apparenza statica, che traspare dai volti di pietra e dalle parole asciutte dei personaggi che si susseguono nel racconto. Tuttavia si tratta di un’immobilità solo apparente, che cova la violenza come il fuoco sotto le ceneri, a cui basta un soffio di vento per divampare. La miccia di questo fuoco è un uomo taciturno, dal viso impassibile e un po’ malevolo, che risponde al curioso nome di Joe Christmas. L’uomo, abbandonato in un orfanotrofio in tenera età, non sa nulla dei suoi genitori e approda a Jefferson in cerca di lavoro. La sua carnagione è troppo chiara per essere un uomo di colore, ma Joe è tormentato dalla segreta convinzione di essere un meticcio, pur non avendo alcuna prova certa. L’America di allora non era certo il “melting pot” di oggi: la segregazione razziale aveva preso il posto della schiavitù, le unioni miste erano proibite ed essere mulatti significava essere in bilico tra due mondi, senza appartenere a nessuno dei due. Joe Christmas è forse uno dei personaggi più affascinanti creati dall’immaginario di Faulkner e principalmente perché è poco prevedibile. Nell’arco della sua vita, da capro espiatorio diventa carnefice e lo scrittore si astiene dal giudicare se alla fine sia una vittima o un colpevole.

È un animale braccato che alterna momenti di lucidità a comportamenti impulsivi e feroci. Non conosce le sue origini, ma sente di essere qualcosa a metà: è un eterno forestiero ovunque vada e le persone che incontra nel suo cammino sembrano percepire istintivamente che Joe abbia qualcosa fuori dall’ordinario, di sinistro e viene automaticamente etichettato come un poco di buono. Faulkner ha voluto fare di reietti ed emarginati i personaggi principali del suo libro: Joe, Lena, il reverendo Hightower, Joanna Burden sono relegati ai margini della società perché diversi e non conformi alla morale e alle regole dell’austera collettività sudista. Tramite la tecnica del flashback lo scrittore ne fa sapientemente riaffiorare le storie e ne mette a nudo le debolezze e le ossessioni. In particolare, alla figura cupa e irrazionale di Joe viene contrapposta Lena, una giovane ragazza di campagna rimasta incinta e abbandonata dal compagno con vaghe promesse di un futuro ricongiungimento. Nella ultraconservatrice società sudista una ragazza incinta fuori dal vincolo matrimoniale perde il suo status di donna onesta e il rispetto da parte della gente. Appena la sua gravidanza diventa evidente, Lena viene isolata e disprezzata dal severo fratello, presso cui vive allevando i nipoti. Il suo istinto e alcuni pettegolezzi raccolti in giro la inducono a credere che il padre del bambino sia a Jefferson e decide quindi di mettersi in viaggio, sola e senza mezzi, per raggiungerlo nella città dove, per un soffio, la sua storia non incrocerà quella di Joe. Jefferson è quindi il punto focale del romanzo, è qui che le vite dei due protagonisti, senza conoscersi e senza mai toccarsi tra loro, subiscono una svolta. Luce d’Agosto è una storia di ingiustizia sociale dal sapore aspro e risvolti crudeli, che dà poche speranze di riscatto, ma ha il pregio di farci riflettere su cosa sia la discriminazione, oggi come ieri. Questo libro è forse uno dei lavori meno conosciuti di Faulkner, ma, nonostante ciò, oggi è considerato a pieno diritto un capolavoro della letteratura americana. Tuttavia ai tempi della sua pubblicazione il romanzo riscosse un tiepido successo e curiosamente sembra che l’autore stesso abbia mostrato scarso interesse nei confronti della sua opera. E’ invece un libro che vale la pena di leggere almeno una volta nella vita, anche se la lettura è impegnativa sia per i temi trattati che per lo stile della scrittura in sé, appesantito dai continui flashback, pur rimanendo forse uno dei romanzi più accessibili di William Faulkner.

In poco più di un mese, Lena Grove, con la ‘goffa cautela della gravidanza avanzata’, passaggio dopo passaggio, carro dopo carro, arriva in Mississippi. Agosto, fine degli anni ’20. Cerca il padre del bambino che ha in grembo. Viaggia citando continuamente il nome dell’uomo, Lucas Burch, e, a forza di chiedere, sente dire che Lucas ha trovato lavoro in un segheria dalle parti di Jefferson. Giunta alla segheria, Lena ci trova solo Byron Bunch, un operaio che trascorre il sabato pomeriggio all’impianto della segheria, là dove “l’occasione di far del male non lo avrebbe scovato”. Eppure si ritrova davanti Lena. No, non c’è nessun Burch alla segheria, forse si è sbagliata e ha confuso il nome con il suo. Ma c’è qualcosa in Lena che spinge Byron a dire più di quello che aveva intenzione di dire. Si sono presentati due uomini alla segheria di recente. Uno, alto e silenzioso, lavoratore instancabile, sempre con il solito completo addosso, si fa chiamare Christmas. L’altro fa di nome Brown, una piccola cicatrice bianca vicino alla bocca, cicatrice che Lena conosce bene. In città è un gran parlare di Christmas e Brown. Alcuni sanno che vivono in una casupola nel bosco, nella proprietà della signorina Burden. Quando Lena arriva e incontra Bunch, Jefferson è in tumulto. È scoppiato un incendio proprio nella casa della Burden. Christmas è fuggito, dopo aver tagliato la gola alla sua amante, una protettrice fanatica dei neri, dopo che lei gli ha chiesto di iscriversi ad un istituto per neri. Anche se l’uomo ha l’ossessione di avere sangue nero nelle sue vene, viene travolto da una furia cieca e, dopo l’assassinio, dà fuoco alla casa. Scatta affannosa la ricerca dell’omicida, si mette una taglia sostanziosa su di lui e il primo a farsi avanti e denunciarlo è il suo inseparabile amico Brown, proprio l’uomo che ha ingravidato Lena, ha contrabbandato alcol con Christmas, ha abitato con lui in una capanna di fronte alla villa di Joanna Burden. Intanto lo sceriffo lo chiude in prigione come sospetto complice.

C’è un’altra casa, sempre a Jefferson, “una villetta marrone scortecciata e indistinta”, nascosta dalle siepi, tranne in un punto dal quale la finestra dello studio del reverendo Hightower dà sulla strada. Bunch e Hightower siedono alla luce della lampada e Bunch racconta al reverendo di Lena Grove. Per qualche motivo può chiedere aiuto soltanto a quell’uomo, da venticinque anni nascosto al mondo, nel suo studio ogni giorno ad aspettare che cali la notte sulla strada di fronte.

Lena, accompagnata da Bunch, viene portata nella capanna ora vuota, dove avevano soggiornato i due amici e partorisce con l’aiuto del reverendo Hightower e l’affezionato Bunch; davanti alla villa che ha quasi finito di bruciare, la folla rumoreggia e minaccia il linciaggio quando l’omicida, catturato con facilità e scortato in manette da due soli poliziotti, fende la folla con arrogante indifferenza e poi riesce a scappare, rifugiandosi nella villetta del reverendo Hightower. Qui la rabbia e la violenza, come fuoco indomito e improvviso, lo raggiunge e la fine, pur nota, è agghiacciante: viene castrato e selvaggiamente ucciso. Forse si sbaglia a cercare la sintesi del romanzo di William Faulkner, meglio sarebbe suggerire nomi di personaggi, azioni, tratti sospesi e tratti di luce in agosto. La luce tra la folla volubile, la luce nella “vita nera”, nel violento ribollire dietro il colore della pelle, la luce del Sud. Il romanzo di Faulkner è un concentrato di pulsioni. I personaggi sono pulsioni a contatto con la loro realtà, pulsioni che collidono. Nelle azioni, in ciò che succede, nel tempo e nello spazio, si sfaldano in vortici di immobilità statuarie e fluttuanti pensieri fantasma. Arrivano allora altri personaggi a raccontare, informando su ciò che è successo e perché è successo. Faulkner combatte con le parole (nell’incontro e nello scontro), e poi in dolce resa ammira Hightower meditare alla finestra e “scomporsi” meravigliosamente o Christmas, Joe Christmas dal messianico cammino nell’Ombra del Negro, correre e fuggire fin quasi annullando il suo io o Byron Bunch e la “marea del mondo” che si abbatte su di lui. Quando succede, la lettura, come la scrittura, lotta, diviene, insegue e coglie altrettanto meravigliata chi racconta, nell’atto di osservare una netta luce sulla persona. Un bagliore profondo e preciso, terribile, che subito ritorna a confondersi nella marea.

 

 

Post scriptum: riassumo un articolo di Franco Cordelli del 2010

La regola di Faulkner per diventare scrittori: «Essere ciò che si è». Esce una raccolta di saggi del grande autore. Dove consiglia: «Leggete i classici. E dimenticateli»

Quando Mario Materassi pubblicò la sua imponente monografia dedicata a William Faulkner, nel 1968, che l’autore di Sartoris o di Luce d’agosto fosse il più grande scrittore americano del XX secolo non era per niente scontato. Si parlava di una triade, Hemingway-Faulkner- Fitzgerald; si era a due terzi di secolo. Se il rango di Faulkner in Italia è ora indiscutibile, ed è quello che è, lo dobbiamo proprio a Materassi in quanto suo traduttore, e ad Adelphi da quando ha cominciato a ripubblicarlo. Come sappiamo, Adelphi è un editore-Mida, non solo rende brillante ciò che di per sé lo sarebbe meno, ma attesta una gloria che altrove sarebbe riuscita più difficile da riconoscere.

Faulkner, poi! Faulkner è obiettivamente uno scrittore di ardua lettura, vi sono alcuni suoi testi, da L’urlo e il furore a L’orso, che a viso aperto sfidano il lettore. Un tardivo ma non indifferente contributo a chiarire qualche punto, oltre che alla conoscenza dell’autore, lo fornisce William Faulkner, una raccolta di testi faulkneriani non narrativi, scritti in un arco che va dai primi anni Venti al 1960. Il curatore, James Meriwether, li ha divisi in Saggi, Discorsi, Introduzioni, Recensioni e Letture pubbliche: una miniera di cui non si può rendere conto in modo esauriente. Ne vorrei sottolineare qualche punto.

Vi sono, in questi testi, tre grandi temi che Faulkner tratta in modo diverso in ragione dei diversi contesti.

1) Come si apprende. Si apprende, per Faulkner, leggendo Conrad, Dostoevskij, Melville, Turgenev e Flaubert a più non posso e poi smettendo di leggere, addirittura dimenticando quanto si è letto.

2) Come si scrive. Lo si potrebbe sintetizzare con quanto una volta proclamò per Sherwood Anderson, suo primo e vero maestro: «Era come se scrivesse non per la sete logorante insonne implacabile di gloria per la quale qualsiasi artista normale è disposto a eliminare la propria vecchia madre, ma per ciò che egli considerava più importante e più urgente: non la mera verità, ma la purezza, la più esatta purezza (…) Gli si confaceva quell’annaspare in cerca dell’esattezza, della parola e della frase esatta nell’orizzonte limitato di un vocabolario controllato e persino represso da ciò che in lui era quasi un feticcio di semplicità, spremere parole e frasi insieme fino in fondo, cercare sempre di penetrare all’estremo confine del pensiero». Ma poiché semplicità e repressione del vocabolario non furono tipici di Faulkner è giusto aggiungere queste altre righe: «Ho imparato che, per essere uno scrittore, occorre essere prima di tutto ciò che si è, ciò che si è nati; che per essere americani e scrittori non è obbligatorio dover dare la propria adesione formale a chissà quale immagine convenzionale come il granturco dolente dell’Indiana, o dell’Ohio, o Iowa (…) Basta ricordare ciò che si è.

3) Perché si scrive. «Come si scrive, ecco perché si scrive» In modo più spiccio Faulkner una volta comunque chiarì: «Nobilitare il cuore dell’uomo; vale per tutti noi: per chi cerca di essere un artista, chi cerca di scrivere semplice intrattenimento, chi scrive per stupire, e chi semplicemente fugge dai propri tormenti privati».

Un’ultima osservazione. In questo libro la cosa più bella sono le recensioni, quasi sempre fulminanti, a volte veri inni, a volte maliziose stroncature, sempre circonfuse dal tipico alone faulkneriano, luce più luce. A questo proposito vale sottolineare che l’unico tratto in comune tra scrittura creativa e non creativa è questo alone, che non viene mai meno. È un accento di alta retorica: esso va dall’uso di aggettivi magniloquenti («imperituro», «lo scheletro evocativo delle foglie essiccate »), a metafore di vasta eco («rispetto a Conrad Aiken gli altri versificatori sono tanti rumori chiassosi persi nel fitto di una siepe di ligustro»; oppure: «sarebbe venuto il giorno in cui il palato della mia anima non avrebbe più reagito al semplice pane-e-sale del mondo che avevo assaporato negli anni delle scoperte»), fino a sprezzature alla John Ford-John Wayne: «Accidenti che buon lavoro. Questa è lingua non britannica, non americana, non sudafricana, non di Ebury Street né di Chicago: soltanto lingua. È quasi come un bel ciclone pulito o una dose di sale, poiché la maggior parte dei libri d’oggi sembra scritta da mammolette o da stalloni».

 

 

Ex docente di Italiano e Latino nei trienni classico e scientifico, laurea alla Sapienza in Lettere classiche/Filologia classica. Lettrice onnivora della letteratura di ogni tempo e luogo. Spazio senza grosse difficoltà nei testi di autori di quasi tutto il mondo e dalle origini a fine Novecento. Poi delle opere recenti mi sono accorta che bisogna fare una selezione severa, per cui, nella sezione dei Classici tratto testi e autori, e anche avvenimenti afferenti alla cultura tout court, che si collocano prevalentemente fino alla fine del secolo scorso. Eccezionalmente mi interesso della produzione letteraria di scrittori europei e americani in odore di premio Nobel. Avendo svolto con amore il bel lavoro di docente di lingue e letterature, ho un'attenzione assoluta per la correttezza formale e per il rispetto delle regole linguistiche. In conclusione, ho letto, leggo e mi auguro di continuare a lungo a leggere non solo su carta, ma volentieri anche sul web, che è un'inesauribile miniera di informazione a 360°.

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