Da Compagne di scuola a Compagna di scuola

Lei era fra tutte la ragazza più bella. Tra le sue compagne di classe si segnalava per la sua esile figura. Colpivano i suoi occhi verdi, un viso chiaro, luminoso, di un lieve colore di rosa, i capelli fluenti, ma delicati, castani e appena tendenti al biondo, che sulla fronte si frangevano e rendevano ancor più bello il suo viso.

Oltre che bella, lei era anche la studentessa più brava; era come un’ape virtuosa, attenta nel seguire le lezioni e nel portare a termine i compiti di ogni giorno, anche se aveva più propensione per le materie scientifiche, che per quelle umanistiche. Delle scienze apprezzava i concetti chiari e distinti, l’ordine logico, la sequenzialità e la regolarità delle operazioni nello spazio e nel tempo. La sua conoscenza delle materie umanistiche era buona, anche se in latino non aveva la stessa sicurezza che mostrava nello studio della matematica. Dell’italiano aveva bene appreso la struttura grammaticale e sintattica che regola il funzionamento della lingua, conosceva la storia dei generi letterari e si sentiva sicura nella esposizione delle opere in prosa. Amava la poesia, se trovava chi gliela faceva amare, toccandole il cuore con lo studio, la recitazione, la percezione della musicalità propria della grande poesia di tutti i tempi e di tutti i paesi, che invade la mente e suscita emozioni, voli, illusioni.

Lei viveva la sua vita di collegiale insieme alle compagne. Una vita regolata da orari e ritmi quotidiani, monotoni e ripetitivi. Ogni mattina sveglia all’alba, funzione religiosa in cappella, un’ora di studio, colazione in refettorio e subito dopo, accompagnate da una suora inflessibile e talvolta arcigna, trasferimento all’istituto scolastico per le lezioni del giorno, al termine delle quali, sempre sotto il vigile sguardo della monaca, ritorno in collegio, pranzo, studio, ricreazione, ancora studio, preghiere della sera, cena, breve ricreazione e quindi riposo notturno.

In collegio, tra le compagne. c’erano le amiche più vicine, le più fidate. E con loro non solo si parlava delle cose di scuola e di collegio, ma ci si intratteneva anche a parlare della propria vita, delle ansie, dei timori, degli sguardi intercorsi con i compagni della classe maschile, durante la breve ricreazione, ma solo attraverso le finestre della propria aula posta al primo piano dell’edificio scolastico. Perché la classe dei maschi era collocata al piano sottostante ed era possibile comunicare con essi solo con gli occhi o con segni quando, durante la ricreazione, gli studenti uscivano dalla loro aula e sciamavano nel cortile col pretesto di fumare, ma in realtà trascorrendo quei brevi minuti col naso all’insù e gli occhi rivolti alle finestre dell’aula del primo piano, per cercare di incontrare gli sguardi delle compagne.

 

In questa piccola realtà scolastica di un remoto paese del “contado” di Molise, era giunto all’inizio di quell’anno scolastico un nuovo studente che veniva da lontano. Egli aveva frequentato le scuole elementari in un paese che stava al di là dei monti e delle vallate segnate da due fiumi. Aveva avuto la fortuna di essere stato avviato agli studi da un prete che ne aveva scoperto le doti di intelligenza e lo aveva mandato in seminario per frequentare le scuole medie.

Aveva studiato sotto la disciplina rigorosa di preti ottusi e bigotti, fanatici del più bieco oscurantismo dell’età pacelliana, che Io terrorizzavano con la paura del peccato, dell’inferno, le cui fiamme ad ogni minima colpa si sarebbero sprigionate da terra e lo avrebbero annientato. Oltre che consumarsi genuflesso a recitare in latino interminabili rosari e  assistere, sempre in latino, a messe e a funzioni liturgiche, il ragazzo si era impegnato con tutte le sue forze nello studio, riempiendo quaderni e quaderni di esercizi di analisi logica, traducendo fino a quaranta frasi al giorno dall’italiano in latino e dal latino in italiano, mandando a memoria buona parte dell’Iliade nella traduzione di Vincenzo Monti.

Alla fine della seconda media, per caso o per sfortuna, era stato inspiegabilmente allontanato dal seminario, perché il rettore aveva stabilito che egli non aveva la vocazione per diventar prete. Ritornò al suo paese dopo due anni di studi massacranti, che però non avevano alcun riconoscimento legale. Allora il prete che lo aveva inviato in seminario gli fece sostenere gli esami di idoneità alla terza media. Gli esami comportavano il superamento di prove relative ai programmi di ben due anni, ma furono per il ragazzo, uscito dai severi studi del seminario, una vera passeggiata e i risultati, quando vennero pubblicati all’albo della scuola, suscitarono non poca meraviglia per gli alti voti riportati.

Capitato a frequentare la terza media in una classe mista, con pochi ragazzi e una ventina di educande, fin dai primi giorni egli veniva indicato a dito come un fenomeno di bravura e le ragazze gli facevano pervenire bigliettini con frasi gentili e disegni di ramoscelli fioriti, invocando il suo aiuto per i futuri compiti in classe di latino. La lettura di quei biglietti sconvolgeva la sua timidezza, il cuore gli batteva in gola, gli riemergeva dentro il terrore del peccato e così, schermendosi, rimandava alle ragazze i biglietti, tramite il suo compagno di banco che fungeva da postino e che spesso gli diceva sconsolato: “Quanto sei stupido, magari li ricevessi io i biglietti diretti a te, sarei il più felice del mondo, ma purtroppo il destino dà ceci a chi non ha denti”. Tuttavia, durante quell’anno. le amicizie con i compagni, la frequenza scolastica, la vita in paese, le canzoni e i romanzi sceneggiati trasmessi dalla televisione con baci e scene d’amore, che negli adolescenti suscitavano intense emozioni e voglia di tenerezza, contribuirono alla prima formazione della sua educazione sentimentale.

Fu così che, all’inizio della primavera, il ragazzo che aveva respinto i messaggi fioriti, ma interessati, delle ragazze, prese carta e penna e scrisse, proprio lui, un lungo monologo d’amore alla più bella tra le compagne, a colei che non gli aveva mai scritto: una ragazza bionda dalle lunghe trecce, la cui immagine e il cui profilo gli avevano totalmente sconvolto il cuore e occupato la mente. A lei egli pensava durante le notti insonni, immaginando romanzi d’amore, e quando faceva giorno aspettava con ansia le ore di scuola per cercarla con gli occhi e contemplarne il bel viso.

Attese a lungo la risposta alla sua lettera. Passarono giorni lunghissimi, pieni di tormento e di attesa. Gli sembrava che lei quasi evitasse il suo sguardo e fosse più attenta ad ascoltare le parole di qualche altro compagno.

Ma poi un giorno, nel mese di maggio, gli pervenne un biglietto di lei: “Perché non mi hai più scritto? Mi mancano le tue parole. io sto in collegio, non posso incontrarti. E non posso dirti ciò che sento e provo per te!’.

Queste poche parole gli fecero spiccare il volo; gli sembrava di essere sull’Olimpo come gli dei; passava le notti a scrivere pagine e pagine con le più belle frasi d’amore e a cantare la meravigliosa bellezza degli occhi, del viso, dei lunghi capelli di quella fanciulla, che viveva quasi prigioniera in un chiuso maniero. Il compagno di banco divenne il suo postino a tempo pieno. E ogni giorno egli leggeva negli occhi di lei la gioia, la dolcezza e la felicità che le davano i suoi lunghi messaggi d’amore.

Una notte di maggio, mentre alcuni suoi compagni vigilavano all’esterno, egli saltò il muro che recingeva il giardino del convento e si diresse, come convenuto, presso un albero di ulivo. Lei gli venne incontro tutta infreddolita, con indosso solo una veste lunga e bianca, meravigliosamente bella con le lunghe trecce sciolte che le scendevano sulle spalle. Abbracciandola forte forte, si sentì per la prima volta il più felice del mondo, le sussurrava parole d’amore mentre la riscaldava con i baci e lei lo ascoltava felice ed estasiata stringendosi a lui. Ma poi d’improvviso gli disse: “Non ci vedremo più e tu ti scorderai di me”; e gli occhi in lacrime brillavano della luce delle stelle e il suo esile corpo era scosso dal pianto. Ma lui le giurò amore eterno, un amore fatto di sogni impossibili, di fughe, di imprese, dichiarazioni di coraggio, implorazioni, progetti di felicità da conquistare lontano, insieme, e per sempre.

Ma l’anno scolastico ebbe subito termine. I giorni d’esame furono anche giorni d’addio. Lei ripartì per una remota contrada del Sannio; lui andò a Roma, ospite di lontani parenti, a frequentare il ginnasio-liceo. A Roma conobbe altri compagni e altre compagne, ma visse quasi solitario, appartato, vagheggiando fughe e imprese impossibili, in preda alla malinconia per la nostalgia di un amore lontano. Cercava conforto nello studio dell’italiano, del latino e del greco; amava gli antichi poeti; di giorno si dedicava  allo studio, ma di notte leggeva le elegie di Properzio e di Tibullo, i carmi di Catullo, gli amori di Ovidio, i “Lirici greci” del Perrotta, i canti di Dante, le rime del Petrarca. Leggeva i versi più disperati delle Rime del Tasso, mentre mandava a mente intere pagine dell’Ortis e i Canti del Leopardi. Leggeva tutto ciò che gli parlava d’amore e provava a tradurre pensieri in parole, cercando le espressioni più intense, le emozioni più forti, le passioni più struggenti, perché sentiva il bisogno di rompere gli argini e di dare la stura alla diga che faceva da barriera al suo desiderio di gridare al mondo che egli era innamorato e infelice.

Dopo un paio di anni il parente che lo ospitava venne trasferito, ed egli, finite le lezioni, trascorse l’estate in paese. Un giorno, affacciandosi al balcone che dava sul giardino del convento, vide due uomini che abbattevano alcuni alberi per far largo a un cantiere:  sotto i colpi delle scuri cadde anche l’ulivo che, in una notte di maggio, lo aveva accolto in attesa di una fanciulla dai lunghi capelli biondi. Quella scena fu come un colpo al cuore; egli fu preso da una sensazione di cupa tristezza al pensare come le cose più belle cadono sotto i colpi del destino e del tempo.

La vita nova

 Agli inizi dell’autunno si recò in un remoto paese del contado di Molise per portare a termine il corso di studi superiori. Prese alloggio in un convitto tenuto da un sacerdote quasi cieco, ma di elevata cultura, che aveva raccolto i figli delle più umili genti, non solo del Molise, ma degli Abruzzi, delle Puglie e perfino della Lucania, per permettere loro di studiare.

Erano orfani di guerra, figli di ex combattenti, di emigranti, di contadini, che il sacerdote assisteva nell’attribuzione di qualche beneficio, oppure ospitava con rette bassissime e un trattamento spartano. Sullo studio però non praticava sconti. I suoi “convittori’ dovevano studiare e studiare molto, perché lo studio era l’unico passaporto per la loro emancipazione sociale e l’unica carta vincente nella competizione con i loro compagni più fortunati, figli dei galantuomini proprietari o dei borghesi benestanti.

Il passaggio dall’ambiente moderno cittadino a quello rurale e contadino di quella parte del Molise fu drammatico. Non solo sentiva la mancanza di libertà, ma rimpiangeva le comodità e le opportunità di conoscenza e di esperienza alle quali aveva dovuto rinunciare e che non ritrovava nel piccolo centro dove era andato a finire. Tuttavia, l’amicizia con i compagni di collegio e la presenza in quella scuola lontana e periferica di taluni professori che gli furono veri maestri di cultura, di umanità, di vita, gli alleviarono i disagi e ben presto lo fecero emergere agli occhi di tutti per i suoi eccellenti risultati in italiano, in filosofia, in storia e soprattutto in latino.

I mesi trascorrevano monotoni. Ai colori dell’autunno che riempivano la solitudine dei campi e della profonda vallata ove scorreva il fiume, successe la fredda desolazione di uno spoglio inverno. E venne giù tanta neve per giorni e giorni, che divenne difficoltoso perfino il quotidiano trasferimento dal collegio alla scuola. Le ore di studio passavano lente; c’era ben poco da leggere al di fuori dei libri di scuola e dei testi classici e il povero studente, preso dalla nostalgia, scriveva di nascosto versi dolenti, per un amore perduto e lontano. Erano frammenti di canzoni e parole desolate, capaci di fissare un ricordo, un gesto, un evento memorabile solo per lui. Parole da tenere segrete, nascoste nei più profondi meandri del cuore, perché nessuno doveva aver parte alla sua tristezza, alla sua infelicità, al suo dolore.

 Hai donato

al mio cuore

il tuo incanto

un anno

sui banchi di scuola

                                                       ***

Com‘ eri bella

quel giorno

a carnevale

le trecce al vento

e il cuore in allegria

 ***

Il grande ulivo

lì nel giardino

non ti ricordi

non ti ricordi

Le trecce sciolte

tutti i miei baci

non ti ricordi

non ti ricordi

Tu non le vedi

le scuri alzate

tu non lo vedi

l’albero abbattuto!

Delle tue grazie

del nostro amore

restano solo

queste parole.

Lo distoglievano dai suoi tristi pensieri le pressanti richieste dei compagni, che si rivolgevano a lui, che era il più bravo in italiano, per farsi scrivere messaggi brevi o vere e proprie lettere d’amore con cui fare colpo sulle ragazze che stavano nel collegio femminile. E siccome le lettere scritte da lui avevano sempre il successo sperato, egli aveva fissato, per le sue “fatiche”, quasi delle tariffe. che i compagni volentieri gli corrispondevano in generi alimentari o in sigarette. Alla spartizione dei compensi partecipavano i suoi amici più fidati, i quali lo aizzavano ad alzare il prezzo, così essi avrebbero meglio potuto mangiare e fumare a sbafo, dandosi arie da gran signori nei giorni in cui potevano fumare sigarette costose e profumate in luogo di quelle nazionali, popolari e senza filtro. Nel mentre scriveva per gli altri, non aveva mai pensato di scrivere per se stesso e di inviare a qualche sua compagna della classe del primo piano una struggente lettera d’amore.

Conosceva molte compagne, ma solo con riferimento al loro andamento scolastico o alla loro bravura, visto che i professori, per far aumentare ancor più l’impegno nello studio, quando scendevano nell’aula del piano terra vantavano i successi scolastici delle ragazze e, quando salivano nell’aula del primo piano, riferivano alle ragazze gli alti voti conseguiti da qualche loro compagno nei compiti in classe di italiano e latino. Di talune ragazze era venuto a conoscere i problemi e i sentimenti attraverso le lettere di risposta a quelle che lui aveva scritto per i suoi compagni e, nel mentre scopriva anime tormentate e cuori infranti, osservava con una punta di soddisfatta civetteria che le lettere di risposta non sempre erano altrettanto corrette linguisticamente  come quelle spedite.

C’era tra le sue compagne quella che lui vedeva come la ragazza più bella e più brava e che tutti, e anche lui, ritenevano irraggiungibile. Quella non era sicuramente una ragazza che si poteva conquistare per lettera. E se qualcuno in passato ci aveva provato, sicuramente era stato respinto. Certamente non era il caso di farsi soverchie illusioni di poter attirare la sua attenzione e di suscitare il suo interesse. Chi sa quale giovane “biondo, bello e di gentile aspetto” lei sognava e attendeva che apparisse all’orizzonte.

Così stavano le cose, quando un giorno il giovane studente venne avvicinato da un suo compagno. Era costui il più anziano di tutti e, a quasi ventiquattro anni, frequentava ancora l’ultima classe. Gli si dichiarò amico e vicino di paese e lo implorò affinché, per qualsiasi prezzo, gli scrivesse la lettera d’amore più bella che avesse mai scritto. Incuriosito da una richiesta tanto pressante, che a tratti sembrava quasi un’implorazione, gli domandò a chi la lettera doveva essere scritta e indirizzata. E l’amico gli fece il nome della ragazza più bella, della più irraggiungibile. A sentire quel nome i presenti si misero a ridere e cominciarono a prendere in giro pesantemente il malcapitato spasimante che osava, lui, proprio lui che non era né bravo, né bello, alzare gli occhi su una ragazza che avrebbe rese vane le dichiarazioni d’amore di ben altri pretendenti.

Tuttavia il novello innamorato non desistette, promise che avrebbe pagato qualsiasi prezzo e che tutti avrebbero fumato a volontà le migliori sigarette, se avessero indotto il restio scrivano a mettersi all’opera per confezionare la lettera d’amore più bella per colei che era la ragazza più bella. Fu così che il recalcitrante studente venne messo sotto assedio e, un poco per non opporre un rifiuto all’amico e ai compagni, e un poco per la curiosità di leggere la risposta di un secco rifiuto, che lo avrebbe ancor più confermato nell’idea che si era fatto della personalità della bella compagna, si mise all’opera.

Nel corso di più notti insonni, egli scrisse un vero poema e via via che scriveva sentiva che a quella ragazza egli doveva scrivere le parole più belle, le espressioni più toccanti, le frasi più dolci. Fece ricorso a tutte le sue conoscenze letterarie, evocò i lirici greci per descrivere l’armonia e le grazie della bella destinataria. Saccheggiò le elegie, i sonetti, le canzoni e le rime per sciogliere il più bel canto d’amore, raccontandole i tormenti, i sogni, il desiderio di dar voce agli impulsi del suo cuore, di cercare i suoi occhi e trovare il suo sguardo. La lettera si chiudeva con care espressioni legate alla nostalgia dei ricordi, alla malinconia delle stagioni, all’incanto del cielo stellato, all’inesorabile trascorrere del tempo, che distrugge la bellezza e rende l’uomo infelice.

Per altre due notti l’amico spasimante fu impegnato a copiare, in modo perfetto, senza il  minimo errore, quella lettera che gli sembrava un vero capolavoro. Il terzo giorno, a scuola, durante la ricreazione, un anonimo corriere recapitò la missiva alla ragazza, mentre l’autore e i suoi compagni fumavano nel cortile le migliori sigarette di marca americana.

Passarono alcuni giorni. Lo spasimante stava sulle spine in attesa di una risposta e durante la ricreazione, mentre continuava ancora a pagare ai compagni il suo debito, se ne stava sempre col naso in su a scrutare le finestre dell’aula del primo piano, per cogliere un cenno o un saluto. Poi, un giorno, gli corse incontro mostrandogli di lontano una busta bianca. Era tutto contento e non stava più nella pelle. Quasi lo abbracciò, comunicandogli che lei aveva risposto alla lettera e gli aveva detto di sì. Gli consegnò la busta dicendogli: “Leggi, leggi, non mi credi?”.

Egli prese la lettera e lesse lentamente le parole della ragazza per vedere se veramente gli avesse risposto positivamente, oppure avesse manifestato solo compiacimento per le parole a lei dirette, scusandosi però di non poter corrispondere all’amore dichiarato. E invece, proprio lei, la ragazza più bella, quella che aveva il viso così chiaro e luminoso, che gli occhi verdi rendevano ancora più splendido, proprio lei si dichiarava colpita e rapita da quelle parole d’amore, apprezzava la tenerezza, la delicatezza e la dolcezza dei sentimenti e si sentiva felice perché quelle erano espressioni destinate a donne dal fascino straordinario, e lei era contenta di sentirsi sognata in modo così sublime.

Lesse e rilesse attentamente quella lettera di risposta. E ogni volta quella lettura sconvolgeva sempre più il suo cuore. Amare riflessioni si affollavano nella sua mente: “E’ mai possibile che non lo abbia guardato bene, sia pure dalla finestra dell’aula del primo piano, quel pretendente meno giovane, meno bravo, meno studioso e, soprattutto, meno bello di altri, prima di scrivergli quella lettera di risposta? L ‘amore è proprio cieco”. Si, era proprio cieco! E lui si sentiva il meschino responsabile dell’accecamento di quella bella ragazza. Che stupido era stato! Proprio con lei doveva dar prova di tutta la sua bravura e della sua abilità dirompente nell’aprirle, per un altro poi, le porte del cuore? Si accorse di averla combinata troppo grossa e di aver prodotto un danno irreparabile. Avrebbe dato l’anima al diavolo e sarebbe andato pellegrino a piedi scalzi fino a San Michele sul Gargano, se avesse potuto tornare indietro e opporre un brutale rifiuto alla richiesta di quell’implorante e assillante postulante. Come avrebbe voluto essere lui il destinatario delle parole di lei! Come avrebbe desiderato che quelle parole, con le quali lei apriva il suo cuore, fossero rivolte a lui, solo a lui, a nessun altro che a lui.

Col volto tirato rimise la lettera nella busta e la riconsegnò al fortunato compagno, facendogli i suoi complimenti per la grande conquista e augurandogli buona fortuna. Ma l’altro lo bloccò e gli si aggrappò al collo della giacca, implorandolo di non abbandonarlo proprio ora che aveva più bisogno di lui: “Come devo fare a risponderle? Cosa le scrivo? Io non sono bravo come te. Tu le devi rispondere, tu devi scriverle. Io posso solo ricopiare le cose che tu scrivi. Se non mi aiuti, tutto è perduto”.

Ma questa volta egli non si lasciò convincere. Accampò la scusa che non poteva sottrarre del tempo prezioso allo studio, per pensare a fare il segretario galante e lo piantò in asso, mentre l’altro continuava a pregarlo e lo rimproverava, perché così veniva distrutta un’amicizia.

Quando gli altri compagni seppero del suo secco rifiuto, per poco non lo trattarono come il peggiore dei malfattori. Rifiutare l’aiuto e la solidarietà a un amico, proprio nel momento in cui ne aveva più bisogno, era una cosa vergognosa, e pensare solo a se stessi era segno di meschino egoismo. Più passavano i giorni e più l’assedio era pesante, anche perché i compagni ora erano stati costretti a ritornare a fumare le pestifere sigarette nazionali, essendosi interrotto, per colpa sua, il rifornimento delle sigarette americane.

Tanta e tale fu l’insistenza, che egli venne indotto, quasi a forza, a tornare a scrivere. Si fece ridare dal compagno la lettera della ragazza e la lesse e rilesse più volte, col pretesto di cercare argomenti per la risposta, ma in realtà studiando ogni frase e ogni parola, maledicendo l’amico fortunato e considerando se stesso il più infelice del mondo. Piano piano però nella sua mente si fece strada una diversa visione dei fatti. In fondo, lei stava in collegio e non aveva alcuna possibilità di tenere col suo spasimante contatti diversi da quelli epistolari. E allora egli si rese conto che il destino di questi contatti ormai stava tutto solo nelle sue mani. Il suo amico era un semplice paravento, un compagno dello schermo, incapace di scriverle e impossibilitato a parlarle. Al contrario egli aveva nella sua mente, nel suo cuore, nella sua penna la via per parlare direttamente al cuore della ragazza che, nonostante tutto, egli vedeva ancora più bella e sentiva più cara. Ora egli aveva la chiave per aprire il cuore di lei, entrarvi dentro e fissarvi la sua dimora.

Prese carta e penna e si mise a scrivere una lunga lettera di risposta, non per l’amico, ma come se fosse per se stesso. Attribuì al suo amico pensieri e parole che erano solo suoi; le comunicò le sue ansie, le sue pene, le sue speranze e la sua disperazione. Compose per lei poetiche ghirlande di fiori, magnificando i suoi occhi e il suo viso, i suoi capelli e la sua dolce figura, i suoi sentimenti puri e delicati, i voli, le emozioni e le attese, immaginando di incontrarla sotto un manto di stelle o di attraversare con lei campi di ginestre e distese di grano. Chiudeva la lettera invocando a lungo il suo nome e facendole ripetute confessioni d’amore: un amore bello, tenero, dolce, indifeso, passionale, struggente, disperato.

Per la seconda volta sottopose l’amico al lungo lavoro di ricopiatura, costringendolo a riscrivere, anche più dì una volta, quelle pagine se, ad un rigoroso controllo, presentavano il più piccolo errore di trascrizione. La lettera doveva essere ricopiata con la massima attenzione e, solo quando era di forma perfetta, poteva essere recapitata, per vie traverse, alla bella destinataria.

La risposta non si fece attendere a lungo. L’amico gli portò una busta piena di fogli profumati, ove lei rivelava sorpresa e meraviglia per gli elevati sentimenti nascosti nel cuore del giovane: confessava di non saper resistere alle parole che le facevano vibrare le più intime corde del cuore e dichiarava di sentirsi sconvolta per la intensità delle emozioni, confessando di non aver mai provato, prima d’allora, sensazioni così belle. Dichiarava di sentirsi sempre più felice tutte le volte che di nascosto, per non incorrere nei severi fulmini delle monache, leggeva e rileggeva le lettere di lui, e sognava una vita di gioia, temendo però anche le nubi che il destino avrebbe potuto spargere nel cielo del loro futuro.

Terminata la lettura, all’amico che faceva salti di gioia per la contentezza, egli disse che la lettera se la sarebbe tenuta lui per qualche giorno, dovendo preparare la risposta. L’amico acconsentì di buon grado e lo ringraziò mille volte per non aver persistito nel suo primitivo rifiuto. Anzi, immediatamente, gli diede due pacchetti di sigarette Chesterfield, con grande gioia dei compagni che continuavano a fumare a sbafo.

La sera, rimasto solo nello studio con la scusa di dover terminare le lezioni per il giorno dopo, riprese la lettera di lei, la lesse e rilesse lentamente, aspirandone il profumo e soffermandosi sulle frasi e le espressioni più belle.

Una profonda tristezza lo invase nel pensare che, malgrado tutto, quelle parole non erano per lui, anzi, nella mente della ragazza egli non occupava il benché minimo spazio e lei non gli avrebbe mai rivolto alcuna attenzione né per il presente, né per il futuro. Lei era tutta presa dal suo amico; a lui pensava, a lui scriveva. a lui rivolgeva i begli occhi, durante la ricreazione, dalla finestra dell’aula del primo piano.

L’idillio tra il più anziano compagno di studi e la collegiale più bella, col passare dei giorni, travalicava la cerchia ristretta dei pochi amici e diventava sempre più di dominio dell’intera classe, provocando la meraviglia di alcuni e la nascosta invidia di altri. Solo pochi però sapevano che le lettere d’amore, che il compagno ricopiava di notte, non erano farina del suo sacco. Queste riflessioni tuttavia ben poco sollievo arrecavano al vero autore delle lettere, il quale, ormai preso in una spirale da cui gli sembrava impossibile uscire, continuava a scrivere parole e parole d’amore con una intensità sempre più travolgente, esternando i sentimenti più profondi che sgorgavano impetuosi dal suo cuore in tempesta, e che egli non riusciva più a trattenere. Sentiva che a lei doveva far conoscere tutti i suoi pensieri, i suoi dubbi, le sue veglie, la sua foscoliana tristezza per l’inesorabile trascorrere del tempo che travolge la vita, la bellezza, l’amore: doveva confidarle il suo senso leopardiano dell’angoscia per la fine dei sogni a lungo inseguiti. E al suo amore prorompente lei corrispondeva con lettere appassionate.

Nel mese di maggio il paese fu preso da grande animazione. Giunsero in processione le reliquie di un santo che vennero solennemente esposte nella cattedrale per l’adorazione dei fedeli. I convittori e le collegiali si ritrovarono in chiesa in mezzo ad una marea di folla e la loro devozione ben presto fece spazio a sguardi, saluti, ammiccamenti e parole sommesse e furtive. Al termine della liturgia la folla avanzava a baciare l’urna, che custodiva le reliquie, e poi defluiva nella piazza assolata, sotto un cielo invaso da voli di rondini.

Alcuni pellegrini forestieri, prima di uscire, scesero a visitare la cripta, seguiti quasi per caso da un gruppo di studenti e studentesse che quella cripta non avevano mai visto. Egli rimase colpito da due file di bianche colonne di pietra, che sorreggevano una volta di archi spogli e irregolari. C’era una soffusa penombra appena interrotta da rare luci. Quale non fu la sua sorpresa nel ritrovarsi improvvisamente vicino a lei che, alla sua sinistra, guardava ammirata un affresco di scuola bizantina. Lei, la ragazza più bella, quella alla quale egli aveva aperto tutto il suo cuore e che aveva inondato di ardenti parole in lunghe lettere d’amore, ora era lì, accanto a lui e con gli occhi belli contemplava tutta assorta il dipinto.

Vista di profilo aveva una figura sottile, un corpo delicato, un viso stupendo, uno sguardo incantevole. Si fermò ad ammirarla incantato e il cuore per l’emozione gli batteva forte forte; a stento riuscì a dirle che quell’affresco, dai vivaci colori vermigli e d’oro, era una visione bellissima in quella cripta di umile pietra. Lei gli fece un segno di assenso, gli rivolse uno sguardo fugace e, mentre la monaca la sollecitava a raggiungere il gruppo delle compagne, gli disse di sfuggita : “ Tu sei così bravo, stammi vicino nei giorni degli esami “.

La sua voce, quelle parole misero le ali al suo cuore e lo fecero volare con le rondini che volteggiavano in cielo. Come avrebbe voluto dirle: “Sono io colui che ti ama! Sono io colui che ti scrive! Sono io colui che conosce i tuoi più nascosti pensieri, i tuoi sentimenti, le tue emozioni!”. Ma non poteva parlare. Non poteva rivelare l’arcano segreto. Non poteva tradire un amico. Non poteva provocare un disastro!

Il disastro però sopravvenne lo stesso dopo alcuni giorni. Qualcuno che sapeva aveva parlato; aveva svelato il segreto e l’inganno. Le collegiali spesso si passavano le lettere dei loro innamorati, se le leggevano a vicenda e, inevitabilmente, facevano paragoni e confronti. Tutte però volevano leggere e rileggere le lettere dirette a lei e tutte riconoscevano che quelle veramente erano le lettere d’amore più belle, autentici capolavori. E non poco alcune si risentivano perché lei era sicuramente la più felice, perché lei era la ragazza più amata. Un giorno una compagna invidiosa, che per vie traverse era venuta a conoscenza del vero autore delle lettere, perché qualcuno che sapeva aveva parlato, la affrontò con aria di sfida e la apostrofò presso a poco con queste parole:  “Sei proprio una credulona. . . veramente pensi che le lettere che ricevi siano opera di uno che è pluriripetente e non sa né leggere, né scrivere? Povera illusa! Scendi dal tuo piedistallo! Le lettere sono opera di colui che di tutti è il più bravo e che non ama nessuna.” Così dicendo fece il nome del segreto scrivano, leggendo nello sguardo della ragazza e delle compagne, che le stavano intorno, lo stupore, la meraviglia, l’incredulità e lo sconcerto.

Gli ultimi dubbi vennero presto abbattuti con la rivelazione dei nomi di chi era a parte della cosa e, dulcis in fundo, con la prova provata che tutto quel traffico di corrispondenza era dovuto a ragioni affatto nobili e anzi molto meschine: le sigarette pregiate, che il giovane spasimante distribuiva a piene mani al vero autore delle lettere e alla corte dei suoi compagni parassiti che fumavano a sue spese. La rivelazione, nella sua fredda e cinica brutalità, ebbe effetti devastanti.
Il flusso epistolare improvvisamente si interruppe. Egli, ignaro di quanto accaduto tra le collegiali, attendeva con ansia la risposta alla sua ultima lettera. E pure il suo amico, a cui non venivano più recapitate bianche buste con fogli profumati, si rivolgeva a lui con sguardo interrogativo per sapere cosa fosse successo. Inoltre, da diversi giorni, la bella ragazza non si vedeva più tra le compagne alla finestra dell’aula del primo piano. Si venne a sapere che era malata ed era stata ricoverata d’urgenza per un improvviso attacco di appendicite.

Passarono giorni terribili per lui e per il suo amico, che non si sapeva dar pace. Anche i professori confermarono che la ragazza era assente perché malata. Solo ai primi di giugno, quando ormai l’anno scolastico stava finendo e gli ultimi giorni di scuola erano segnati da ritmi frenetici in attesa degli esami di maturità, finalmente si rivide alla finestra dell’aula del primo piano il profilo esile della ragazza. Era pallida. Gli occhi verdi erano ancora più grandi e un velo di intensa tristezza si diffondeva sul suo viso.

L’amico attese invano un suo cenno di saluto. La via epistolare si era ormai da tempo interrotta. In uno degli ultimi giorni di scuola, quando già molti compagni erano ripartiti per i loro paesi per la festa di Sant’Antonio, mentre lo scrittore innamorato usciva da una lezione sull’influenza della poesia di Verlaine e di Mallarmé nella letteratura italiana del ‘900, venne avvicinato da una compagna, sua compaesana, che gli consegnò di nascosto una lettera.
Riconobbe subito la grafia di lei ed ebbe un tonfo al cuore. Mise la lettera in mezzo ad un libro e si affrettò a ritornare in convitto. Mentre già i suoi compagni erano riuniti in refettorio, egli, da solo, si diresse nello studio. Giunse al suo banco, posò il libro e prese la lettera. Aprì la busta con grande concitazione e ne tirò fuori un solo foglietto. Non avvertì l’intenso profumo che si diffondeva ogni volta, quando apriva le lettere di lei, e che lo avvolgeva come in una nuvola. Prese il foglio e lo lesse. Erano solo poche parole. Ma erano parole fulminanti, parole che restavano impresse come un marchio di fuoco: “Ho scoperto che ti sei prestato, in modo ignobile e prezzolato, a prenderti gioco di me e dei miei sentimenti. Non puoi immaginare quanto mi hai fatto male. Ciò non ti onora né come compagno, né come uomo… Però, come sarebbe stato bello se le parole che mi hai scritto per interposta persona, me le avessi scritte tu in prima persona!”.

Ripiegò il foglio e lo rimise nella busta. Rimise la busta in mezzo al libro. Chiuse il libro e si prese, disperato, il viso fra le mani. Sentiva il sangue pulsare vorticosamente. Mille pensieri si affollavano nella sua testa. Si sentì l’essere più meschino e infelice. Fu tentato di scriverle subito una lettera chiarificatrice, una lunga confessione, per unirsi al suo dolore e alla sua sofferenza, per condividere con lei tutta la infelicità che le aveva arrecata, per dirle, finalmente, che tutte le lettere che le aveva scritto erano sue, solo sue, e svelavano i sentimenti d’amore che lui nutriva per lei da tanto tempo, da sempre, da quando l’aveva vista la prima volta e l’aveva incontrata al primo sguardo. Voleva dirle che tutte le lettere che le erano state indirizzate erano solo sue e gliele aveva scritte lui “in prima persona” e che l’altro non ci aveva messo nient’altro che la copiatura e la firma. Ma poi subito si scoprì, oltre che meschino, anche vigliacco: un cinico maramaldo che, oltre a trafiggere il cuore di lei, avrebbe anche colpito alle spalle l’amico, che in lui aveva riposto fiducia e speranza e che ora si sarebbe ritrovato offeso e tradito! Oppresso da questi pensieri e più che mai agitato, scoppiò in un pianto dirotto. I singhiozzi scuotevano le sue spalle. Era solo nella stanza vuota, mentre oltre la finestra splendeva il caldo sole di giugno, il cielo era terso, le rondini garrivano in volo e giungeva da lontano un profumo di ginestre fiorite.

***

Passarono gli anni. Lungo il lento e accidentato cammino della vita, tra giorni di sole e notti di bufera, ogni tanto riemergeva nella mente il magico profilo di quella compagna di scuola della quale aveva perso completamente le tracce. Si ricordava talvolta di lei, ripercorrendo le contrade del Molise o quando le stagioni, nel loro avvicendarsi, gli evocavano atmosfere e paesaggi lontani.

La nostalgia gli stringeva il cuore quando correva lontano dal Molise, per terre e regioni remote. Una volta, a Milano, nella sala manzoniana della biblioteca di Brera, mentre era intento nello studio di talune carte, che molta luce avrebbero arrecato sugli insegnamenti impartiti dall’esule molisano Vincenzo Cuoco al giovane Alessandro Manzoni, fu colpito da una lettera inviata da Pasquale Albino allo scrittore lombardo, in cui, a distanza di tanti anni, gli faceva tornare in mente il suo antico maestro. Improvvisamente, ripensando agli anni passati, fu investito da una ondata di ricordi e si sentì come Lamartine quando fu preso dalla struggente rimembranza di Graziella. Mise da parte i fogli con gli appunti manzoniani, prese un foglio bianco e, di getto, sciolse un canto per la sua lontana compagna di scuola: parole lievi, veloci, evanescenti, da leggere lentamente e che risultano ancora più suggestive e struggenti se accompagnate dalle note dell’Adagio di Albinoni o di Alessandro Marcello.

Proprio i versi esili e dolenti di Compagna di scuola, postati nelle sezioni Dai LettoriLe vostre poesie http://www.letteratu.it/category/dai-lettori/i-nostri-autori/page/2/

treccia

                                           CARA    COMPAGNA

candele

Candele

Stanno i giorni futuri innanzi a noi

come una fila di candele accese,

dorate, calde, vivide.

Restano indietro i giorni del passato,

penosa riga di candele spente:

le più vicine danno fumo ancora,

fredde, disfatte e storte.

Non le voglio vedere, m’accora il loro aspetto,

la memoria m’accora il loro antico lume.

E guardo avanti le candele accese.

Non mi voglio voltare, ch’io non scorga, in un brivido

come s’allunga presto la tenebrosa riga,

come crescono presto le mie candele spente.

Kostantinos Kavafis

***********************************************************

Mi chiamo Fiorenzo d’Evoli, o forse non è questo il mio vero nome, ma che importa? Sono di passaggio nella vita, come tutto, come tutti, in un viaggio che, svolto nello spazio e nel tempo, è esso stesso la vita, con partenza, soste, incidenti di percorso, incontri ammalianti e subito sfuggenti e poi il porto d’arrivo in cui tutto naufraga nella quiete eterna del nulla. Ho amato molto il poeta greco Kostantinos Kavafis, la sua metafora delle candele è suggestiva e coglie soprattutto la tristezza del buio e dello spopolamento che si allunga dietro di noi. Chi conoscevamo, chi odiammo, chi amammo, quanti dimenticammo…sono tutte candele spente, appena fumigante qualche stoppino. Ma la memoria, il miracolo dei giochi della mente, riesce a far risorgere magicamente dei fotogrammi di un passato lontanissimo, tutto stillante rugiada di giovinezza, profumi e colori ineffabili del primo amore.

O curas hominum! o quantum est in rebus inane!
‘quis leget haec?’ min tu istud ais? nemo hercule. ‘nemo?’
uel duo uel nemo.  ‘turpe et miserabile.’ quare?                  (Persio, Sat.I – vv. 1-3)

Il mio esile serto di parole si apre con la lirica

Compagna di scuola”

Cara compagna di scuola

 tu eri

  tra tutte

      la ragazza più bella

       avevi negli occhi

     il verde del mare

 avevi lo sguardo

    pieno di luce

    dolce il tuo viso

di candida rosa

splendeva il tuo corpo

come esile fiore…

Ti ho scritto

per un altro

le parole più belle

ho aperto

ad un altro

le tue porte del cuore

per te ho studiato

i poeti più antichi

ho fatto corone

coi versi più belli…

Poi il tempo

tra noi

ha disteso il silenzio!

Quante parole

pensate

e non dette

quante volte

ho cercato

i tuoi occhi incantati

ho sognato il tuo viso

ho atteso uno sguardo!

Ho serbato nel cuore

le tue care parole

“stammi vicino

nei giorni d’esami”

ho racchiuso in silenzio

la tua voce soave

ho fissato negli occhi

il tuo dolce profilo

quel giorno

nella cripta del santo

e quando

guarita

mi sei apparsa

divina…

Ma poi

ti ho smarrita

come fiore sperduto

come sogno svanito!

                         

Quante volte

ho pensato

di averti al mio fianco

quante volte

sei stata

improvviso rimpianto…

Ho ricreato

nel sogno

i tuoi cari ricordi

ti ho fatto

una reggia

nelle stanze del cuore

con la mente

ho rivisto

i tuoi occhi di mare

ho cercato il tuo viso

ho inseguito

il tuo sguardo

Quante volte

da solo

ho invocato il tuo nome

immaginando

un incontro

ricordando

parole

rivivendo

emozioni…

Ti ho sentita vicina

nella valle del Trigno

ogni volta

vagando

per antichi paesi

mostrando il Molise

a persone straniere

innamorate e rapite

dal “contado” silente

dai tramonti

struggenti

dalle sere solitarie

dalle notti

stellate…

Ti ho pensata vicina

nei momenti più belli

ho evocato il canto

degli antichi poeti

ti ho dedicato

le più belle canzoni

ho ammirato con te

primavere lontane

stormi di rondini in volo

il sole sui campi di grano

i colori delle foglie d’autunno…

………………… e……………………….

d’inverno

tra distese di neve

invano

col cuore

ho gridato il tuo nome

come Živago

nella tormenta

sognatore

infelice

del tuo caro rimpianto!

 

 

 

Fiorenzo d'Evoli
Veneziano di nascita, discendente da antica famiglia proveniente dal vicereame di Napoli, ho operato presso diverse istituzioni culturali e universitarie. Ho trascorso alcuni anni della mia adolescenza e giovinezza nel Molise, terra alla quale sono rimasto sempre legato e nella quale spesso ritorno. Lì emotivamente e umanamente mi sono formato, lì ho sentito i primi indimenticabili sobbalzi del cuore, i sogni ineffabili ed anche i dolori dei primi innamoramenti giovanili. Ho coltivato con passione lo studio e la lettura dei classici latini e greci e dei grandi autori delle letterature europee e americane. Particolarmente ho esplorato la vasta produzione dei poeti di ogni tempo e di ogni paese. Attualmente mi dedico alla ricerca storica, per ricostruire eventi ed episodi non ancora adeguatamente conosciuti. Gli otia subentrati ai negotia mi hanno concesso finalmente di mettere ordine nelle mie carte e di rivisitare un Canzoniere cui mi ero dedicato in un numero ben preciso di anni, chiaro nella memoria, ma molto lontano nel tempo. Leopardianamente, ho dato a quelle composizioni il titolo di “Frammenti di canzoni”.

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